venerdì, dicembre 26, 2008

Il tempo della montagna e le sue voci

Piccolo omaggio agli ospiti e agli organizzatori di
Ghiotti di natura - edizione 2008


Dall’introduzione di Davide Longo all’antologia Racconti di Montagna (Einaudi, 2007).
“Capii così che potevo paradossalmente fregarmene di cosa fosse la montagna in sé, dove iniziasse, dove finisse e secondo chi. Quello che dovevo avere chiaro era cosa rappresentasse per gli uomini, e quel giorno Talino e Berger, ciascuno a proprio modo, me lo avevano insegnato come meglio non si poteva.
La montagna per un uomo è un tempo diverso. Di conseguenza, un racconto è un racconto di montagna quando narra l’incontro di un uomo con il tempo della montagna.
Se tale incontro si verifica tra la montagna e un uomo seduto su un treno, intento a fissare le cime lontane, quello è un racconto di montagna, così come lo è se l’epifania sopraggiunge in una grangia circondata da vacche, in cima al K2 o nell’ascesa di un modesto cucuzzolo come il Mont Ventoux. Il cuore pulsante dell’antologia doveva essere un’esperienza, non un luogo; un’esperienza di cui la montagna era il motore, ma l’uomo il protagonista.
(...)
Le storie che cercavo, comuni o straordinarie, reali o ideali che fossero, dovevano essere toccate dalla montagna più che abitarla. I loro protagonisti dovevano vivere l’esperienza della rarefazione cui la montagna obbliga l’uomo; rarefazione dell’aria, dei suoni, degli incontri, ma soprattutto del tempo. Perché la montagna ci costringe in primo luogo a prendere atto di questa feroce verità: il tempo esiste, è il centro della nostra vita, ma non è fatto a nostra immagine e somiglianza”.

---
Citazioni da chi, con la penna in mano, ha raccontato il mondo da una prospettiva di montagna, più orale che scritta, più magica che razionale, più meditabonda che impulsiva:

Citazioni sul ricordo e la memoria
  • Marco Aime – Il lato selvatico del tempo (pag. 62)
    “Una storia non esiste in quanto sequenza di eventi, esiste quando viene raccontata, vive nel modo in cui viene raccontata”.
  • Maurizio Maggiani – Il viaggiatore notturno (premio strega 2005) (pag. 91)
    "No, alaghy, io non ce l'ho una fotografia. Io, alaghy, non dimentico, e quando ho nostalgia ritorno".
Citazioni sul tempo
  • Mauro Corona – Nel legno e nella pietra (pag. 19)
    “Dopo i primi quattro, cinque giorni difficili, sentii che stavo riappropriandomi dei ritmi naturali che l’uomo ha dentro di sé sin dai tempi in cui apparve sulla Terra. I giorni iniziarono a trascorrere veloci, l’ansia era scomparsa, di notte dormivo tranquillo. Non prima di aver chiacchierato con i folletti di legno appesi alle pareti”.
  • Marco Aime – Il lato selvatico del tempo (pag. 52)
    “Per lei non c’era un tempo del lavoro separato dal resto della sua giornata; per lei, come per tutti gli altri, esisteva un tempo solo, quello di tutti i giorni, e le scadenze da rispettare le davano la terra e gli animali”.
    (pag. 131)
    “Agli occhi di un estraneo, un castagno secco da tagliare significava fatica e ore perse; a quelli di Pettu e Toni no, per loro non era tempo perso, era tempo vissuto e da vivere, era la loro esistenza”.
Citazioni sul soprannaturale
  • Mauro Corona - Nel legno e nella pietra (pag. 96)
    "Il giorno dopo raccontai questo strano fenomeno all'amico Ottavio. Ascoltò in silenzio. Conclusi dicendo che, forse, il ciuffolotto sul larice era Dio. Meravigliato del mio forse, il vecchio bracconiere rispose: "Era lui, chi vuoi che sia stato, era lui".
  • Maurizio Maggiani - Il viaggiatore notturno (pag. 104)
    "Ascolta, Jibiril. Père Focauld ha scritto che se un uomo crede in modo sufficientemente fervido, agli occhi di chi lo guarda diventa irreale. E più tenacemente crede, più ciò in cui crede, più ciò in cui crede diventa irreale quanto lui. Dice che tutto ciò è bellezza. Dice che questa è l'utile bellezza dell'uomo e del suo credo agli occhi di Dio e dell'universo".
  • Fosco Maraini - Viaggiatore curioso (pag. 46)
    "Direi però che si debbano seguire gli inviti della razionalità fin dove è possibile farlo, lasciando al mistero il dominio che gli compete, oltre gli ultimi avamposti della ragione. Per questo amo rivolgermi a Dio con un nome neutro, vergine, quasi astrale, EMCAU (Ente Misterioso Creazione Amministrazione Universo).

Per saperne di più:

venerdì, dicembre 12, 2008

L’attesa

Il fondo limaccioso del suo nascondiglio tra le frasche cominciava a trasmettergli un invadente sensazione di malessere alle ossa. Doveva essere accucciato lì ai bordi della radura da almeno tre ore. Si era imposto di non muoversi, neppure per guardare l’orologio, ma lo intuiva: erano molti i minuti trascorsi ad ammirare la calma piatta della natura in attesa che succedesse quell’improbabile evento meritevole di uno scatto.

Tentò di bagnarsi la gola secca per il freddo con un silenzioso gargarismo: poi sputò sulla foglia per trastullarsi un attimo con i movimenti della sua saliva sulla foglia. Era il solo modo che riusciva a immaginare per distrarsi dal campo, vasto e immobile, su cui aveva deciso di puntare il teleobiettivo quella mattina. “E dire – pensò – che qualcuno, in questo momento, starà sicuramente sfogliando una rivista patinata sul treno, invidiando l’uomo che ha visto dal vero le corna di quei due cervi incrociarsi nella foga del combattimento”.

Lo immaginavano come Indiana Jones e invece era lì, solo, in attesa, senza certezze. Si sentiva come il protagonista del Deserto dei Tartari: una vita votata al nulla in attesa di qualcosa. Si sentì anche un po’ colpevole: le sue lunghe attese non costruivano altro che bugie. Le sue foto disegnavano una storia a tinte forti attorno a pochi sporadici incroci di destino. Raccontava il contrario, ma la natura era avara di colpi di scena.

“Avrebbe potuto fare di meglio?” si chiese. Forse. Ma forse chi si accaniva a seguire i fatti o provocarne di nuovi stava ancora a peggio: a lui era negata la possibilità di cogliere anche quei pochi eventi rari che ogni tanto succedevano davvero.

Sputò di nuovo. Ignorò la sua saliva e tornò con l’occhio verso il mirino.

giovedì, dicembre 11, 2008

Il lato imprevedibile della perfezione

In quel momento non pensava di essere uno dei più abili alpinisti del tempo. Non pensava affatto. La sua mente era pura esperienza. Sentiva le foglie compresse sotto gli scarponi, sentiva le pieghe della corteccia su cui poggiava la mano, irrigidiva le orecchie alla brezza che gli soffiava alle spalle e, nel corpo immobile, misurava con precisione i volumi d’aria che entravano e uscivano con un regolare flusso di scambio e compenetrazione.

Scattò felino, inoltrandosi in una corsa veloce e impetuosa tra le frasche del bosco. Amava, come tante volte in parete, assaporare fino in fondo quei frangenti di assoluta perfezione: quei momenti in cui era parte del mondo, unito a lui in un moto unico, armonico, avvolgente.

Fu sorpreso quando sentì il suo piede destro scivolare. Perse l’equilibrio e si ritrovò in sospensione. Pensò intensamente cercando di non dimenticare nulla nei secondi che avevano accompagnato la sua corsa, negli anni che avevano preceduto il suo ultimo scatto felino della boscaglia. Fu sicuro di essersi scomposto su un sottile velo di muschio attorcigliato alla roccia sulla riva umida del torrente. Fu anche certo di essere vicino al perché della sua corsa, di quella e delle tante che l’avevano preceduta. Fu così certo di essere di fronte a quella risposta, che sentì le sue tempie pulsare per il desiderio e il suo naso sanguinare in un delirio di ormoni e idee.

L’attimo interminabile finì allora. Il suo corpo fu accolto duramente dal terreno, tornato a essere altro, sconosciuto, nemico. Ebbe tempo di pensare che gli sarebbe piaciuto protestare, un’ultima volta. Ma il suo anelito non trovò reazione. Non ebbe più alcuna notizia da se stesso.

domenica, novembre 30, 2008

Un contatto in meno per un pensiero in più

Era una giornata nella norma per l’impiegato Alessandro Zanotti. Qualche foglio scompariva dalla colonna di sinistra, qualche altro ne compariva sulla colonna di destra. Sul monitor un foglio excel contendeva lo spazio all’agenda di Outlook e alla nuova slide di power point. Ogni tanto, senza destare troppa curiosità, si illuminava anche la peccaminosa finestra di Facebook: Alex la teneva aperta per non abdicare integralmente al suo vecchio spirito di insubordinazione, ma il più delle volte era disturbato da quella lucina che anticipava solo eventi banali di semi sconosciuti del tutto trascurabili.

Quando la lucina lampeggiò per l’ennesima volta, Alessandro rimase fermo senza reagire per qualche istante, poi cliccò, tanto ormai i suoi processi mentali erano stati interrotti di nuovo. Leggendo il breve messaggio sul social networking fu sorpreso: Ivan, il suo vecchio compagno di banco alle medie, lo invitava a diventare un suo amico. Il profilo di Ivan sembrava nutrito, pieno di facce che lui non conosceva: gli sembrò ovvio portare il mouse su tasto di conferma e agganciarsi di nuovo alle novità di quella vita avuta al fianco per tre anni e ormai trascurata da tempo.

Mentre accompagnava il mouse con la mano, la memoria lo riportò alle considerazioni di quei giorni adolescenziali vissuti al fianco di Ivan. Dai cassetti del suo tempo perduto rivide il dito dell’insegnante di scienze che puntava verso di lui. Capitava spesso durante un interrogazione che il docente coinvolgesse la classe nel trovare la risposta che non riusciva a dare lo sfortunato alla lavagna. Alessandro aveva sempre avuto in antipatia quella pratica. Anche se spesso sapeva la risposta, era indisposto per quel coinvolgimento brusco nel ragionamento contorto partorito dalla mente altrui: nella sua testa la risposta era più ampia, strutturata, ariosa, coinvolgente, originata da altri presupposti. Una volta palesò addirittura i suoi dubbi: “Posso ripartire dall’inizio?” chiese al prof. Sfortunatamente alla sua domanda seguì solo un grugnito, mentre il dito passava a indicare la ragazza del banco di fronte. I suoi desideri non sembravano dover trovare applicazione.

Alex chiuse la finestra di Facebook senza spingere il tasto conferma
. Forse aveva perso un’occasione di socializzazione, ma nel frattempo aveva guadagnato qualche istante in più per la profondità del suo pensiero.

Durò giusto un attimo: un pop up si aprì per ricordare di scaricare l’integrazione agli aggiornamenti del service pack tre di windows.

venerdì, novembre 21, 2008

Senza gli inganni di domani

Fuori, sotto un cielo nuvoloso e triste, tirava un vento fastidioso: i panni stesi sul filo dondolavano nervosamente attorcigliandosi a se stessi. Tom però sembrava non esserne infastidito. Puliva pale e cazzuole da più di mezz’ora, con le mani bagnate e i piedi in un sabbione sempre più limaccioso, ma non ostentava alcun segno di disagio. La moglie lo guardava da dietro alla finestra senza vera ammirazione. Un tempo l’aveva fatto, ma ora non era più sicura di quella testarda dedizione. “Perché continuare a farlo?” si chiedeva lei. Aveva provato a sollevare la domanda diverse volte, ma era sempre finito in litigio senza trovare una risposta. Per Tom sembrava ovvio lasciare perdere qualsiasi cosa per prepararsi al giorno seguente e per lui ogni giorno aveva un seguito. Karienne, invece, era stanca di seguire quegli imperativi: non vi vedeva più alcuna urgenza reale. Sentiva bisogno d’altro.

Quando Tom chiuse l’acqua della gomma, segno che stava per rientrare, Karienne aveva già deciso che quel giorno sarebbe stata più esplicita delle volte precedenti nel parlargli. L’avrebbe messo spalle al muro. Si spostò verso l’ingresso per essere sicura di bloccarlo sulla porta.
“Sono quasi le 8” disse freddamente. “Saremmo già dovuti essere da Peter e Carol”.
“Non credo neppure di aver voglia di raggiungerli” rispose Tom distrattamente, chino a rimuoversi le scarpe umide del lavoro.
“Per quale motivo?” sibilò Karienne, simulando una finta sorpresa.
“Semplicemente non ne ho voglia. Non credo serva un motivo per lasciare perdere una cena con Peter o Carol”.
“Non sono solo loro a non meritare un motivo per essere ignorati, però. Tom, tu ignori qualsiasi cosa esca dai tuoi impegni, dai tuoi programmi, dai tuoi obiettivi. Hai un pensiero unico, il tuo, e non posso continuare ad accettarlo, neppure presumendolo in buona fede”.
“Kari, fermati – sospirò il marito - . Non posso sentire questa storia una volta ancora. Sai chi sono, sai cosa voglio e sai che l’impegno che mi rimproveri è l’unico modo per ottenerlo”.
Lo so questo, Tom. Me l’hai già detto e forse l’ho saputo da quando mi sei iniziato a piacere. Credo anzi che mi sia avvicinata a te proprio per quella tua magnetica dedizione: allora il tuo mondo era solo un sogno ed era ancora più bello vedere che la tua follia visionaria era così forte da renderlo incredibilmente vero”.
“Già” disse Tom sentendo quelle parole sue con un misto di orgoglio, rabbia e stanchezza. “E allora cosa c’è che non va?” aggiunse però in tono secco e interrogativo, reprimendo ogni titubanza.
“Nulla di evidente - proseguì Karienne - Ho paura che tu non abbia dubbi a sufficienza”.
Tom rimase in attesa. “Non capisco?” ammise quando vide la moglie ancora in silenzio.
“Sei sempre così sicuro che ciò che stai facendo sia importante. Non ti chiedi mai se i tuoi sogni di ieri e i tuoi obiettivi di oggi non siano altro che delle scuse?. Dei pretesti per renderti indispensabile o almeno per darti l’illusione che lo siano le azioni in cui ti concentri così tanto?”.
“Me lo chiedo ogni giorno da tanto” rispose Tom.

Karienne non si aspettava quella risposta. Aveva esordito sicura per aprire un mondo al marito, ma quelle ultime parole ribaltavano la sua posizione. Le labbra non facevano uscire più le parole e i suoi pensieri si disperdevano come astri in un cosmo senza più gravità. “Perché non ne hai mai parlato?” fu l’unica cosa che riuscì a chiedere.
“Perché solo raramente si ha il coraggio di parlare di ciò a cui si pensa di più”.
“Neppure a me?” continuò Karienne con la stessa voce disorientata.
“Già, neppure a te” confermò Tom. Si sarebbe voluto fermare così, ma sapeva che ormai era stato spinto troppo avanti per farlo. Si avviò verso le scale, ma prima di salire si fermò: “Sentirei subito la nostalgia delle futili considerazioni sul domani che mi danno un ruolo oggi e mi rendono più semplice spiegare chi sono a me e agli altri. Ma se avessi il coraggio di farne davvero a meno, penso che sarebbe messo in discussione molto di più di quanto riesci a pensare tu”.

martedì, novembre 04, 2008

Io, Dio e i 10 minuti prima della sveglia

Il suono della sveglia prende forma assieme a quello della pioggia. Entrambi mi riportano alla coscienza: non sono lucido, ma per istinto, o meglio per abitudine consolidata, posticipo l’allarme di dieci minuti. Me lo posso permettere: di sera mi concedo sempre dieci minuti per poter prendere familiarità con la mattina; in fondo la mattina è una sconosciuta e ci vuole una pausa per annusarla.

Ripiombo sul materasso. Con il corpo ricerco subito la sagoma di calore lasciata nella notte e con le coperte faccio ombra fin sopra i capelli: mi nascondo il mondo, sperando che così neppure lui veda me. Sono i miei dieci minuti di ritorno all’infanzia: nel mio buio artificiale anticipo la giornata e la giudico in modo del tutto personale. Spesso immagino un colpo di spugna con cui d’un tratto cancello gli ostacoli da ogni situazione che attraverso, fino a quando, godendomi quel percorso di potenza senza attriti, mi lascio a un sorriso ebete al confine tra coscienza e incoscienza.

E’ quello il momento in cui mi rivolgo anche a Dio. Gli chiedo schiettamente se i miei progetti per la giornata hanno la sua approvazione e se posso contare sul suo aiuto per metterli in fila tutti senza fare vittima. Resto in attesa per un po’, ma quando il silenzio si protrae troppo a lungo mi avvicino definitivamente al mattino e alla maturità. Ripasso velocemente tutti i progetti appena elucubrati e non riesco a non notarne il lato egoista e superonista. Smetto anche di aspettare la risposta di Dio, perché a quel punto ammetto a me stesso che pretendere un ok divino a un mondo tutto mio è un po’ pretenzioso verso il Supremo: se tutti facessero lo stesso, la sua vita sarebbe un inferno di richieste inconciliabili. “Bah - borbotto – come cavolo faccio a pregare come fossi a una vertenza sindacale?”.

Sento di nuovo la pioggia e sopra di esso il secondo richiamo dell’allarme. Ho finito il bonus. In compagnia di più prosaiche incertezze imbocco la via del nuovo giorno.

lunedì, ottobre 27, 2008

Paradiso inviso

"La verità è questa. Tutti vogliono andare in paradiso, ma nessuno è disposto a morire per andarci".
(Vinicio Capossela, Intervista al Tg1)

giovedì, ottobre 23, 2008

In fuga dal funerale fantasma

Rannicchiato sul seggiolino di un treno regionale in viaggio da Bologna verso Forlì, sono completamente immerso nel mio piccolo mondo privato. Mi sembra di essere un tutt’uno con la portinaia protagonista del libro che ho in mano: la seguo passo passo nelle considerazioni che precedono il suo appuntamento con il signore giapponese, nuovo inquilino dello stabile dove lavora. Penso solo una cosa: correre tra le parole a quell’unica giusta velocità che ti permette di non perderle e nel contempo di non frustrare il tuo desiderio di arrivare al pensiero seguente.

Elegante, assorto e silenzioso non devo essere l’immagine della socievolezza
. Eppure il signore che mi è accanto, occhi sporgenti e pochi capelli anarchici, non riesce a trattenersi. Mi dà un buffetto sulla spalla e mi dice che proprio non mi può tacere cosa gli è accaduto nella sua giornata infinita.

Senza una reazione fisica evidente, penso. Le probabilità che la sua storia sia davvero interessante sono marginali. E’ sicuramente un rompi palle. Un po’ rincitrullito dall’età per giunta. Quanto basta per far finta di nulla. Ma il mio cinismo mi lascia un vago senso di colpa. Deve essere il residuo dei miei primi sei mesi in Australia: non negare mai un momento di socialità e condivisione, anche piccolo, al passante che ti incrocia. E’ sempre piacevole quando non ci si sente nessuno, scoprire che qualcuno ti domanda chi sei. Alla fine cedo e alzo lo sguardo.

“La signora è mia moglie” dice indicando la donna seduta nel seggiolino di fronte. “Sapesse” dice lei non tradendo il melodramma che il marito sta per mettere in scena.
Resto muto in attesa di vedere cosa succede.
“Siamo partiti questa mattina all’alba da Ancona per andare a un funerale” esordisce l’uomo.
“Anche una storia triste” medito sconfortato.
“Ma quel cazzo di funerale non l’abbiamo mai visto!” prosegue il signore alleggerito di trent’anni dalla foga. “Siamo arrivati fino ad Alessandria – un giorno di viaggio tra andata e ritorno – per non uscire dalla stazione: quei morti di fame – intendo i parenti vivi della morte – se ne sono fregati. Ci hanno detto che sarebbero venuti a prenderci. Invece ci hanno lasciato lì senza che noi sapessimo dove andare e senza un dannato che avesse il telefono in funzione”.
“Forse è arrivato in ritardo?” suggerisco. L’uomo mi guarda con occhi taglienti. “Deficiente” mi dico. Mai ipotizzare una soluzione a chi si lamenta di un problema alla ricerca di comprensione. “E lei che ha fatto?” domando cercando di rimediare.
“Sono risalito sul treno e ho ringraziato di essere troppo vecchio per usare la macchina”.
“Cioè?”.
“Così ho avuto da subito le mani libere per cancellare tutti i numeri di quei morti di fame”.
“Vedrà però che la chiameranno per spiegarle cosa non è andato per il verso giusto”.
“Nessuno lo ancora fatto, né con me né con mia moglie. E comunque alla prossima non mi fregano più. Se qualcuno muore, un francobollo gli invio. Così mi spediscono il santino a casa, che io da là non mi muovo più!”.

sabato, ottobre 11, 2008

In cammino

...nello spazio
cammino...nel tempo
"Agli occhi di un estraneo, un castagno secco da tagliare significava fatiche e ore perse; a quelli di Pettu e Toni no, per loro non era tempo perso, era tempo vissuto e da vivere, era la loro esistenza."
(Marco Aime, Il lato selvatico del tempo)

venerdì, ottobre 10, 2008

Dieci anni dopo qualcosa

Eccomi qua esattamente dieci anni dopo. Non ricordo esattamente dopo cosa, ma era un po’ che pensavo di aprire un racconto con questa formula, molto letteraria, e infine ho deciso di farlo. Lo faccio con la certezza che scrivere queste parole mi aiuti a trovare quel qualcosa successo nel passato a cui penso sempre senza riuscire mai a metterlo a fuoco del tutto. Avete presente quando il maestro, lo psicanalista o l’amico giornalista vi invitano a scrivere qualcosa per rendervelo più chiaro? Ecco io sto facendo esattamente questo e, anzi, un po’ di più: sto scrivendo sperando di leggere quello che non sono mai riuscito a pensare. Pretenzioso, ma in fondo sempre meno di quelli che addirittura pensano di poter creare cose con le parole. Un certo Austen deve averlo elucubrato in uno di quei saggi destinati ad allungare di un semestre la vita da studente di un individuo.

Comunque non divaghiamo. Qualche certezza c’è. Sono certo che qualcosa sia andato storto con la mia propensione a pretendere. Voglio dire: mi ripropongo sempre di pretendere di più, ma all’atto pratico provo sempre un profondo senso di colpa che mi impedisce di farlo. Perché scopro sempre di aver chiesto un po’ di meno, aver appunto preteso un po’ di meno, di chi mi cammina al fianco?

Non è un’incapacità di fondo, ne sono sicuro
. In Australia pretendevo con sublime naturalezza e spietata efficacia. Alla fine di ogni mia giornata la manina si allungava e come una prostituta pretendeva il suo tributo in salario: bei dollaroni verdi, pesanti e immediati. No, decisamente, non è qualcosa di cui sono privo alla base. Lo spirito di pretesa c’è. La mia testa infatti si lamenta spesso con me la sera perché, a suo parere, avrei preteso troppo da lei durante il giorno.

Comunque, lo ripeto, non divaghiamo su queste facezie intimiste. Torniamo al punto. Se la mia propensione a non pretendere non è qualcosa di innato, deve essere qualcosa altro. Qualcosa di molto lontano, ma non fisico: una sorta di peccato originale, così primitivo da essere dato per scontato. Spremendo le meningi nella stesura di questi quattro stupidi paragrafi spero di riuscire finalmente a fare luce su quel peccato primo. Che poi potrebbe essere anche qualcosa che non ho mai commesso, ma di cui mi sento in colpa. Ecco, ecco, ci sono. E’ questo il senso, intendo dire il senso di colpa. Mi sento in colpa per qualcosa. Ma cosa?

Proprio scrivendo, mi viene da dire che mi sento in colpa per il troppo scrivere
. Io dai monti con la penna (pardon con la tastiera in mano)! Si è visto mai? Sì si è visto, lo vedo tutti i giorni riflesso nello schermo del mio pc, ma non ci ho ancora fatto l’abitudine. Continua a risultarmi un’eccentricità inspiegabile da espiare con fatiche d’altro genere. Mi sembra un privilegio ottenuto per bontà altrui e mai del tutto meritato. Insomma, so che per mangiare qualcuno deve coltivare la terra, che per viaggiare qualcuno deve costruire le auto, che per comunicare a distanza qualcuno deve piantare dei pali e tirare dei fili. So che c’è qualcuno che fa tutto questo e io me ne sento un po’ in colpa. Avrei dovuto essere uno di loro e invece mi sono appollaiato più in alto: sono quello che mangia a sazietà, viaggia con frequenza e irradia messaggi a tutto il globo senza contribuire a nessuna fase del processo. Io sto lassù solo per cucinare parole e, in qualche sporadica occasione, riuscire a impastare una storia con gli ingredienti nella giusta dose. E’ un lavoro da nobile e tra ho nobili ho sempre pensato che certe cose fossero inopportune, specie per me che ero un intruso. Ecco perché dopo due ore di penna e tastiera non riesco a essere pretenzioso come dopo due ore di pala e cazzuola. Mi capite?

Non pretendo che lo facciate. Oggi anzi i più mi dicono che i nobili non esistono più: o meglio ce ne sono alcuni sopravvissuti a tutte le rivoluzioni ma sono solo borghesi più ricchi di degli altri. Sto tentando di convincermi di questo da tempo. Almeno da quando ho iniziato a scrivere tanto: devono essere almeno dieci anni...

martedì, settembre 30, 2008

Sulla cima (a Canadian perspective)

Pulmino
Photo by Rick

Nella stanza bianca dove immagino il ricordo

Il sentiero sale ancora. Continua a svilupparsi senza curve, lungo, deprimente. All’orizzonte però vedo già le balze. Mi immagino la fatica che ancora ricordo: gocce di sudore lievi su una faccia arrossata, mani umide che bagnano gli spallacci dello zaino. Sospiro al pensiero e guardo più in su alla ricerca del Lavane. Intuisco dov’è, dietro le grandi balze che lo precedono. Non ne ricordo il nome, come al solito. Ci penso ancora: non mi viene. Mi avvicino e il nome si fa più chiaro e di nuovo nitido nella memoria: le Balze delle Cornacchie. Sì, proprio loro.

E’ da lì in poi che avanza il buio più totale. Il manto verde della vegetazione si dispiega da una valle all’altra con pochi crinali a inframmezzarlo. Cerco un punto di riferimento, un punto che dia di nuovo un appiglio alla fatica che ancora ricordo, ma non lo trovo. Rido. “Deficiente - mi dico - Solo io posso pensare a passare di là: là dove non c’è nulla”. E dopo, sudore, sudore, sudore e a tratti sconforto: per ore, per una giornata intera. Lì davvero immagino di nuovo la fatica che ricordo.

Stanco, come dopo un cammino vero, richiudo la cartina. Mi piace guardare il mondo sulla carta: solo lì, dove è fermo, sicuro e innocuo, lo sento finalmente mio, compreso, a portata di pensiero. Rilassato mi appoggio allora con le spalle sulle mattonelle bianche dietro la schiena. Guardo a destra e la porta chiusa mi dà una piacevole sensazione di intimità. Guardo a sinistra e la piccola finestra aperta sulla collina sembra la cornice della quercia solitaria all’orizzonte.

Quando sono lontano da casa, ne sento sempre la mancanza: del mio stanzino bianco al piano si sopra e della mia cartina.

domenica, settembre 14, 2008

Il punto e il percorso

“Mi chiedo spesso quale sia il tragitto più corto tra due punti” disse uno.
“La retta, per quello che ricordo di geometria” rispose l’altro.
“Già, anch’io ricordo lo stesso, ma non ne sono più sicuro”.
“Hai elaborato una nuova visione del mondo senza dirmi niente?” gli domandò il compagno un po’ sarcastico e ormai abituato a simili divagazioni.
“No, nulla di tutto ciò – rispose l’uno -. Mi sono solo messo nei panni di tutti gli altri punti e mi sono sentito un po’ solo. Voglio dire, per la fretta di arrivare a quello che credi di conoscere e pensi di voler raggiungere, li trascuri tutti. Mi sembra una grossa perdita”.
Uhm, per quanto mi riguarda è già fin troppo lunga una retta. Fosse per me vivrei in un punto senza mai muovermi di lì. Che gusto, mi spegnerei godendomi all’infinito la mia perfezione, la totale autosufficienza di me stesso”.
“Per me temo sia tardi. Credo che mi abbiano venduto un punto fermo tarocco. E, comunque, non sono riuscito a rimanervi appollaiato”.
“Beh, se ne avevi trovato uno migliore, forse ne valeva la pena”.
“E’ questo il punto, non c’era un altro punto. Ho imboccato un percorso sperando che fosse lui a suggerirmelo”.
“Te l’ha poi suggerito sto punto, il tuo percorso?”.
Sì, ma poi il percorso ci ha anche preso gusto”.
“Non capisco?”.
“A svilupparsi. Del resto il percorso indica un punto, ma non gli piace. E’ anche da capire: se arrivi al punto sei alla fine del percorso”.
“Provato ad andare a capo?”.
“No. Quantomeno devo ancora finire il periodo!”.

lunedì, agosto 25, 2008

Di fronte a un libro, fisicamente

Un libro, già nel suo essere fisico nelle mani del lettore, è sicuramente un interruttore. Frase piena di implicazioni ripetutamente esplorate: tutto chiaro o quasi, ma non è questo il punto in oggetto. Qui si vuol prendere in considerazione quello strano fluire di illazioni che rimbalzano silenziose al contatto fisico con il testo, nel momento in cui questo è ancora materia volumetrica, nel momento cioè in cui il contenuto è ancora una promessa di incerta e futura affidabilità. Fermiamoci lì, in quello stadio in cui prendiamo un testo dallo scaffale della libreria, o lo posiamo sul tavolo per la prima lettura, o lo recuperiamo dal comodino a fianco al letto ove l’avevamo posato in un precedente momento di buoni propositi letterari. Fermiamoci lì e pensiamo un attimo.

Se di fronte a noi avremo un esame da superare imminente, il senso del dovere potrebbe anche prevalere immediatamente, trasformando quell’ammasso di carta in una serie di capitoli da “classificare” rapidamente per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Il nostro orizzonte di pensiero potrebbe essere già finito: all’università capita assai spesso. Ma se così non fosse, potrebbe anche esserci spazio per altro, per molto altro.

Supponiamo di essere superbe menti yoga, capaci di fondere pensiero e azione nel qui e nell’ora. Il contatto con la copertina potrebbe allora stimolare in noi un sublime rimando all’assoluto. Piacere puro, non negoziato. In quel momento tutto il sapere precedente nella sua sterminata vastità ci sembrerebbe un saggio amico arrivato dalla notte dei tempi per salutarci, per salutare proprio noi e proprio lì. Rivedremmo ogni libro sfogliato in precedenza come un’evidente e necessaria tappa di avvicinamento al nostro nuovo amico di carta appena preso in mano. E, nello stesso tempo, ci sentiremmo animali ebbri di immortalità, con un futuro inebriato di senso dal nostro nuovo libro.

Si vorrebbe che quel momento non si esaurisse mai. Purtroppo, però, lo fa quasi sempre e quasi subito. La prima domanda che ci allontana dalla cosmologia letteraria universale appena descritta è frequentemente una domanda molto innocente. Ci chiederemmo per esempio quali frasi arriveranno d’improvviso a confermare i nostri pensieri, dandoci il gusto della ridondanza. Il problema è che finiremo per pensarci troppo a lungo, chiedendoci per quale meccanismo subliminale del sistema siamo di nuovo lì a comperare l’ennesimo testo che ci ricorda le tesi amiche ripetute da sempre con tono evidentemente consolatorio.

Sull’orlo del baratro, recupereremo l’equilibrio e un po’ di ottimismo invertendo la prospettiva. Abbandonando le comodità del già noto, indosseremo gli abiti dell’esploratore. Eccoci allora a chiederci dove sarà “il nuovo” nascosto in quelle pagine. La curiosità ci darà una scarica di adrenalina, quasi torneremo a sentire l’assonanza con la conoscenza assoluta dei primi istanti, ma poi potremmo essere assaliti da un riflusso di pigrizia. Il succedersi delle novità potenziali potrebbe mostrarsi preoccupante, potremmo iniziare a sentire la fatica dell’apprendimento, potremmo iniziare a sentirci inadeguati non solo rispetto al futuro, ma anche rispetto a tutto il sapere prodotto in precedenza e ora a noi improvvisamente ignoto o dimenticato.

Solo Socrate potrebbe salvarci a quel punto. Ci diremmo, come ripeteva lui, che il vero sapiente è colui che sa di essere ignorante. Ma il paragone non regge, lo sappiamo, e finiremmo per convincerci di essere ignoranti senza neppure saperlo e senza neppure sapere il perché di tale ingiusto e sfortunato destino. Uno sconforto assoluto ci assalirebbe e ci sentiremmo inadeguati perfino rispetto al caffé che pochi stanti prima avevamo fatto venir su con tanta passione per prepararci alla lettura.

Potrebbe essere il disperante stadio finale della serie e talvolta lo è. Ma non fermatevi. Proprio perché un po’ ottuso il vostro gesto apparirà quasi irreale e la vostra tenacia assumerà qualcosa di innegabilmente bello. O quantomeno affascinante.

venerdì, agosto 15, 2008

Quando Chatwin invitò Gogol a partire

Sui gradini di una biblioteca affacciata al mare Bruce Chatwin si trovò a muovere alcuni passi vicino a Nicolaj Gogol. L’inquieto viaggiatore inglese sostava sulle rive del Mediterraneo solo per alcuni giorni: giusto il tempo di trovare le corrispondenze bibliografiche alle ultime citazioni raccolte dal cuore dell’Australia. L’abulico scrittore russo invece si godeva una piccola boccata d’aria fresca: erano giorni che non usciva di casa, sempre indeciso sul modo più efficace di vivere la sua giornata.

Quando Chatwin vide alla luce del sole la tempra smagrita del suo collega di penna russo non poté reprimere un consiglio. “Dovresti partire anche tu” gli disse. “Rompere gli schemi, abbandonare la routine avrebbe sicuramente degli effetti positivi sul tuo corpo, sulla tua mente e sulla tua penna. Sono sicuro che troveresti nella partenza un nuovo lancio vitalistico”.

Gogol non fu sorpreso da quel consiglio. Lo scribacchino inglese con il vizio del nomadismo era forse il più famoso ad averglielo suggerito, ma tutti, dalla vecchia madre alla governante, si prodigavano per dargli uno stimolo. Tutti lo continuavano a trattare come un bambino senza appetito, ripetendo ossessivamente che il sole avrebbe potuto fare miracoli su di lui. “Quante parole sprecate” pensò unendo disprezzo e pietà. Poi alzò leggermente lo sguardo verso l’inglese, asciutto e abbronzato, che ancora aspettava una risposta: “E partendo cosa credi di risolvere?” gli disse. “Pensi forse che partendo tu possa veramente dimostrare a te stesso di valere qualcosa, di giocare una partita con un ruolo più protagonista di chi rimane? Pensa piuttosto ad ascoltare l’ansia che ti dovrebbe accompagnare, l’ansia di capire se il tuo è coraggio di partire o mancanza di determinazione del rimanere. Hai mai provato a restare fermo, immobile e a pensare davvero a cosa fare per rendere utile lì e ora il tuo gesto successivo?”.

“Stando alla tua fama, non ti facevo così pungente” ammise l’inglese. “Lasciami dire però che le frecce che lanci per difendere la sedentarietà della tua mente e del tuo corpo sono solo aristocratici giochi dialettici tipici di chi spende troppo tempo a pensare a una parola per capirne davvero il senso. Partire non è un gesto unico, una fuga dal qui e dall’ora. E’ piuttosto la scelta di rimanere per sempre dei forestieri, di non dare mai per scontato chi si è veramente, di dover spiegare ogni giorno il proprio percorso, raccontandolo ogni volta in un modo diverso, con un senso diverso. Partire, cambiare in continuazione significa rendere perenne la condizione del bambino, che non solo curioso, ma soprattutto innocente, può chiedere all’adulto con il privilegio della prima volta, con il privilegio di chi parla senza le furbizie interpretative che l’esperienza consente e che nei rapporti maturi diventano totalizzanti”.

“E cosa mai dovresti chiedere a tutti i tuoi forestieri?” sbottò ironico e disinteressato il russo. “Il loro modo di vivere, di sentire, di pensare o di pregare? Per quante risposte i tuoi sconosciuti ti daranno, mai avrai da loro la risposta che cercavi. I tuoi pastori, i tuoi nomadi, saranno solo compagnie surrogate. Non potrai che odiarli, perché loro, felicemente fermi nel loro mondo, non potranno mai capire il tuo. Non ti ascolteranno e ignorandoti costringeranno a reprimere nel silenzio della tua sera l’ansia che ti ha condotto così lontano fino a loro. E allora che senso ha partire? Posso senza dubbio continuare a pensare senza il tuo viaggiare”.

Nessuno aggiunse altro. L’inglese scese le scale pensando furiosamente al russo che rimaneva. E il russo restò immobile pensando stancamente all’inglese che se ne andava.

giovedì, agosto 07, 2008

Tra due mondi in compagnia di Thomas Mann

Un’altra mail, l’ennesima, mi chiede se a distanza di due anni dal primo post di questo blog abbia trovato la sintesi tra i due mondi che nel 2006 contendevano senza soluzione di continuità le mie simpatie. Credo sia dunque giunto il momento di esternare per il mio piccolo pubblico, ma soprattutto per me, l’evoluzione del mio intricato rapporto tra l’approccio speculativo al mondo della cultura cittadina e la tranquillizzante ripetitività dei cicli naturali della collina, tra il caos frenetico della metropoli e la quiete, talvolta eccessiva, del piccolo borgo. Metterò il mio stato dell’arte per iscritto, anche se forse non sarà né semplice, né lineare approdare alla fine di questo post agostano che segue le incerte geometrie di un pensiero a tratti incompleto.

Il puntello, che poi è stato chiaro da sempre, ancora da prima che ne potessi conservare memoria, è la mia vaga avversione per l’eccesso di civiltà. Là dove c’è folla, ovunque essa sia, subito sento l’eco di un certo sdegno. Neppure il bello per eccellenza, intrappolato tra le spalle di una folla, mi sembra più tale. Preferisco un muricciolo in pietra di più modesta fattura, col quale instaurare un dialogo più personale, privo dell’apparato critico che troppo spesso pregiudica l’approccio ai luoghi più importanti. Preferisco un cappuccino tiepido sul terrazzo di un bar di provincia, dove la porta aperta sul caotico ripostiglio ti lascia la sensazione di poter restare a lungo senza infastidire. Preferisco chiedere informazioni a una vecchia coppia che mi domanda perché sono lì, piuttosto che dover competere per attirare l’attenzione di un passante che desidererebbe non avermi mai visto. Preferisco tutto questo e, dopo aver passato alcuni momenti speciali tra i quattro muri di Portico, in Romagna, e di Silverton, in Australia, so che è lì che devo restare per godermi appieno la maggior parte del tempo.

Proprio in Australia, però, ho anche sperimentato la nostalgia dalla penna e dal pensiero che mi assale entrando in prima persona nella routine quotidiana delle azioni di un’azienda agricola o di un ristorante. Basta uno spunto storico, una curiosità toponomastica o un rimando narrativo per spingermi verso i silenzi di un archivio o di una biblioteca e da lì alla fitta rete di rimandi bibliografici che abbraccia ogni ramo del sapere. Basta uno spunto per stimolare il desiderio di una conversazione che troppo spesso nel piccolo borgo rimane un monologo.

Quando lasciai Bologna per Sydney, nel dicembre 2006, ero convinto che il giornalismo potesse essere il campo in cui fondere queste due opposte esigenze di ruralità e di racconto. Talvolta lo è, come mi ha ricordato pochi giorni fa la mia trasferta in Liguria assieme alla carovana del CamminaMare, ma al giornalismo di oggi e forse a quello di sempre non si può chiedere di sostenere la nascita di una parola cosciente e vissuta. Anche l’editoria in fondo è un’industria e nella sua dialettica tra costi e ricavi la spesa per avere articoli che nascano da cronache vere è troppo alta rispetto ai ricavi che esse garantiscono. E’ vero ovunque e ancor di più se l’oggetto di tali cronache devono essere zone poco popolate, marginali, economicamente povere.

La fusione tra parola e paesaggio trova una realizzazione molto più forte in una visita guidata. Le tante piccole visite condotte in altrettante amene località si sono rivelate in questi mesi sovraccarichi di impegni stimolanti fogli bianchi, terreni fertili per ancorare il sapere di un libro alla forma di un edificio o alle tracce di un sentiero. Ogni appuntamento è stato l’occasione per generare testi che non fossero cronaca ma racconto, non mera trasposizione ma costruzione. Ognuno di essi aveva un inizio, una fine, uno sviluppo, capitoli imprevisti, che solo io ero a decidere, con tutti i problemi del caso.

Finora il vero inconveniente di questa produzione di contenuti è stata la sua sostenibilità economica, già ancora lei. Non solo come introito assoluto, ma anche come pretesa di pagamento per una prestazione così amata. Tra poche settimane avrò modo di giocare la partita che, come risultato finale, potrebbe essere la risoluzione anche di quest’ultimo problema, non del tutto marginale in una società in pieno capitalismo maturo. Verso quella sfida, non facile ma per questo avvincente, mi sto concentrando con un’unione di intenti di cui ero orfano da tempo. E’ come se il desiderio di conoscere altro che mi aveva spinto a lasciare Bologna due anni addietro trovasse ora la sua valvola di sfogo: eccomi così a ogni momento disponibile, di nuovo tra i libri. Ed eccomi così, protetto da una socialità ridotta al minimo, in dialogo continuo con letteratura, arte, storia, lingue, diritto, geologia e botanica. Uno spettro ampio che meravigliosamente si adagia nella mia totale ritrosia alla scelta del particolare.

Nel preparare tale sfida e le altre più o meno simili che la affiancano, non ho potuto frenare un sorriso imbattendomi in una pagina di Thomas Mann. Ve la riporto qui di seguito. Mi è sembrato incredibile quanto Tonio Kroger, il protagonista, riflettendo sul suo continuo oscillare tra misura borghese e foga artistica, si lasciasse a formulazioni dialettiche così adatte per trovare nuova eco in questo minuscolo angolo di web.

Buona lettura!

---
“Ed ecco che cosa ne risultò: un borghese sviatosi nell’arte, un bohemien pieno di nostalgie per la buona educazione, un artista con rimorsi di coscienza. Perché appunto la mia coscienza borghese è quella che in tutto ciò ch’è arte, genio ed eccezione, mi fa scorgere alcunché di profondamente ambiguo, profondamente dubbio, profondamente sospetto; è essa che mi riempie di quest’amorosa debolezza per il semplice, il candido, il piacevolmente normale, insomma per l’anti-genialità e la costumatezza.
Io mi trovo in mezzo a due mondi, senza sentirmi a casa mia in nessuno di essi, e questo mi procura qualche difficoltà. Voi artisti mi chiamate borghese, e i borghesi sono tentati di mettermi in prigione… non so, fra le due cose, quale mi addolori di più.”

(Thomas Mann, da Tonio Kroger, 1903)

martedì, agosto 05, 2008

Andare, per la voglia di scrivere e parlare

“Parti ancora per i monti?” chiese la madre, una signora di mezza età dallo stupore facile, alla figlia china sullo zaino. “Non mi ricordavo tutto questo spirito agonistico”.
“Non lo è mamma” rispose Francesca. “Non lo è infatti”.
“E’ allora cosa vai a fare su e giù per quei dirupi ogni volta che puoi?”.
“E’ piacevole, è semplicemente piacevole” fu la risposta.
Francesca non aveva voglia di provare a spiegare troppo il desiderio che la spingeva alla partenza a ogni occasione: in parte temeva di restare incompresa e in parte sapeva che quel suo desiderio aveva qualcosa di misterioso e di oscuro anche per lei. Il suo piacere era più un’intuizione che un ragionamento. Era chiaro ma inafferrabile come gli ultimi pensieri prima del sonno.

Nel pomeriggio, seduta a fianco di un rudere, la ragazza ripensò al breve dialogo del mattino, prima della partenza. Senza dare nell’occhio, allora, si defilò per un attimo dalla compagnia che come al solito l’accompagnava. Su un foglio leggermente macchiato di unto annotò alcune considerazioni sul suo ultimo cammino, cercando in esse le risposte che non aveva voluto e saputo dare alla madre. In un paio di bozzetti tratteggiò il paesaggio. In un paio di corsivi riassunse le battute scambiate con un passante occasionale. E, in un breve elenco puntato, citò tutti i temi di cui ricordava di aver parlato lungo il cammino.

Né la descrizione del paesaggio, né i dialoghi, né l’elenco dei contenuti contenevano l’essenza cercata. Però quegli scarabocchi a penna avevano un significato. Erano il suo approccio a quel mondo. Per lei, ragazza più di parole che di azione, le riflessioni scritte erano l’unico modo per fare proprio un mondo amato, ma per molti altri punti di vista estraneo. Non solo: quegli appunti erano tanto più importanti perché erano l’unico luogo dove potevano essere presi. Al di fuori dei suoi monti, Francesca temeva di non aver nulla da dire.

Fu così che la volta successiva la figlia riuscì infine a rispondere alla madre. “Ci siamo ancora?” le chiese questa. “Sì – le spiegò lei – oggi, anche oggi, ho voglia di scrivere e parlare”. Poi si diresse verso l’alto, in attesa di capire se il suo essere era più estetico o più crepuscolare o se era qualcosa d’altro del tutto.

venerdì, luglio 18, 2008

Dove potresti arrivare Armanita?

“Quello che volevo era varcare una frontiera, quale che fosse: non mi premeva lo scopo, il traguardo, la meta, ma il mistico e trascendente atto in sé di varcare la frontiera”.
(Ryszard Kapuscinski – In viaggio con Erodoto)


L’uomo chiuse il giornale che da tempo teneva aperto solo per nascondersi. Lo posò e guardò la donna che sedeva dall’altra parte del tavolo, assente come la mattina precedente.

“Perché vuoi lasciare l’Argentina?” le chiese diretto per la prima volta. Sapeva da tempo che la moglie aveva quell’intenzione, che lei non vedeva più alcun futuro in quel lato dell’oceano, ma prima di allora non aveva mai avuto il coraggio di evocare lo spettro della partenza come qualcosa di plausibile.
“Lo sai già il perché Benito” rispose lei, animando solo un poco uno sguardo che restava lontano.
“No che non lo so Armanita, invece, non può essere quello che lasci intendere tu, non può essere che tu voglia partire per inseguire il sogno di un passato che nemmeno conosci”.
“Non lo conosco il mio passato, Benito, è vero. Non so nulla delle coste liguri da cui partirono i miei genitori. Però desidero andarci, camminare là a lungo, essere una donna adulta nei luoghi dei racconti di mia madre da bambina”.
“Armanita ascoltami” la fermò l’uomo questa volta con tono pacato, aggirando il tavolo e poggiandole le mani sulla spalla. “Sei una donna intelligente, abbastanza per sapere cos’hai qui. Non posso restituirti il passato che non hai e forse neppure il futuro che vuoi, ma posso garantirti un presente. Se tu parti, se tu rompi il noi che siamo ora, anticipi solo l’inizio della salita. Che cosa sei tu sola in Europa?”.
“Un’insegnante di spagnolo, Benito. Posso diventare un’insegnante di spagnolo, posso studiare per diventarlo”.
“Stupida donna” digrignò l’uomo, ora rabbioso, insensibile alla mediazione. “Stupida femmina ingorda: parti, parti pure, allora, caricati sulle spalle il tuo bagaglio di domande. Fai pure ciò che vuoi tu che sai che è giusto”.
Armanita esitò, ma infine parlò. “Non so se sono arrogante come dici tu, Benito – disse con voce flebile - , ma, sì, credo che partirò davvero. Non riesco più a sopportare il peso della domanda che mi faccio da sempre: dove potresti arrivare Armanita?”.

--
“Viaggia sola?” chiese l’hostess alla donna seduta vicino al finestrino del boeing.
“Sì, parto sola” sorrise Armanita.

venerdì, luglio 11, 2008

Riccardo Carnovalini, un ritratto

E' uscito oggi, su Liberazione, il primo dei miei pezzi dedicati a Riccardo Carnovalini, il "camminatore di professione" con cui ho condiviso a inizio settimana due tappe del CamminaMare2008. Dal sito del giornale potete scaricare il pdf della pagina con l'articolo: «Camminare è anche un atto poetico
che può guarire il mondo dai suoi mali».
Vai alla pagina >>


------
Alcuni momenti del cammino:

Madonna sul porto di Marina di Carrara
Madonna sul porto di Marina di Carrara
Il pittore Claudio Iacarino
Claudio Iacarino
Tellaro e sullo sfondo Portovenere
Tellaro

Conclusione dell'intervista a Lerici
(foto di Elisa Nicoli)


martedì, luglio 01, 2008

La prima intervista a mani sporche

“Ovviamente ero io che, con la mia nuova attenzione, facevo succedere le cose”.
(Tiziano Terzani, Un indovino mi disse)


pezzi di puzzleDi nuovo un blocco appunti, di nuovo una storia da raccontare, un personaggio da inquadrare e qualche corsivo da inserire nel punto giusto del discorso. Di nuovo, insomma, con il solo obiettivo di scrivere un articolo. Presto, lunedì, sarò all’alba di un’intervista “ufficiale”. Sarà un ritorno dopo un digiuno prolungato, una novità quasi.

Quando, nel dicembre 2006, interruppi la mia routine di interviste, conferenze stampa e recensioni, mi ritenevo molto bravo nel cogliere ed evidenziare il lato retorico di una storia. Un gelataio nei miei pezzi agiva e parlava un po’ come un piccolo Achille: eroico e sfrontato. Stuzzicavo l’edonismo di chi intervistavo: un prete, celebrandosi, fece tardi alla messa. Poco importava che il giorno dopo chi avevo di fronte fosse uno qualunque: in quel momento lui era solo ed esattamente ciò che diceva. Indiscusso.

Ora potrebbe non essere del tutto così. Nella mia vacanza dal giornalismo puro mi sono sporcato le mani con un po’ di storia mia: nulla di eclatante, quel tanto che basta per saggiare la differenza tra la portata di una parola e la coerenza di un’azione. Le frizioni che ho sofferto nei miei sforzi personali e le frizioni che ho toccato negli sforzi altrui mi hanno reso un po’ più scettico e fatalista. Potrei insomma fare qualche domanda cattiva, riportare qualche retroscena imperfetto, provare a rompere il giochino, insinuare il tarlo del dubbio. E poi potrei scivolare nella tecnica, tradita qua e là per dare alle piccole facezie di questo blog un andamento meno cronachistico e più cronachistico. O forse potrebbe non succedere nulla di tutto questo e, come in una memoria mai sopita, riproporsi la chiacchierata solare a cui ero abituato.

In attesa di questo responso del tutto personale mi chiedo se, oltre alla storia del grande documentarista alla vigilia di un lungo cammino lungo la costa ligure, mi imbatterò anche in una sconosciuta e loquace vecchietta dall’insolito destino. Anche questo, fato permettendo o meglio fato invocando, sarebbe una novità del nuovo corso.

lunedì, giugno 16, 2008

Citazioni viandanti

(dal Festival del Cammino - Berceto 13-15 giugno 2008)

L’aborigeno squadrò il visitatore occidentale. Il bianco era alle porte del villaggio: pantalone corto, calzino lungo a proteggere il polpaccio, scarpone da escursionismo, camicia senza maniche e cappello dall’ampia visiera. Il bianco era solo, lontano dai gruppi con cui di solito si muoveva.
“Strano” pensò l’aborigeno.
Il bianco gli si fece incontro e infine l’aborigeno parlò.
“Vuoi salire fine al tempio?”.
“No” rispose il bianco.
“Vuoi passeggiare nei luoghi sacri al nostro popolo?” lo incalzò ancora l’indigeno.
“No – rispose di nuovo il visitatore bianco – sono venuto solo per fare tutto con calma. Avrò tempo per visitare il tempio e i luoghi sacri”.
L’aborigeno si allontanò. Un altro fottuto turista che non consumava un cazzo e aveva il malsano desiderio di voler capire.
(Ispirato alla relazione di Marco Aime, antropologo)

--

“I luoghi semplici sono l’ultimo rifugio per gli animi complessi”.
(Oscar Wilde – Bicchiere al bar “Salti del Diavolo” di Cassio)

--

“E’ fondamentale evitare una iper-tecnicizzazione. Nell’eccesso di tecnica mancano i momenti per il pensiero. Il viandante invece si muove bene proprio negli spazi semplici dove non servono tecniche e si possono ignorare le tabelle. Ri-alfabetizzare al territorio, oggi, significa dunque creare un altrove basato su un esotismo di prossimità”.
(Annibale Salsa – Pres. Nazionale Cai).

--

“La capacità di godere un paesaggio, provare un piacere del cammino senza alimentare il Pil è già una scelta forte di decrescita costruttiva”.
(Riccardo Carnovalini – Paesaggio Italiano)

mercoledì, giugno 11, 2008

Il sardo olandese che mise tenda nel boschetto di Castelluccio

"Ma che cosa ha fatto" gli domandò Paddy "durante la Rivoluzione Culturale?".
"Sono andato a fare una passeggiata sulle montagne del Kunlun".
(Gran Maestro Taoista - cit. in Le vie dei Canti)


CastelluccioC’erano i lampioni accesi, come nel centro di una grande città, ma le case erano tutte chiuse. Castelluccio era una città fantasma. Chiusa nel suo cucuzzolo, la cima del paese sibillino era un cantiere silenzioso attraversato solo da qualche cane randagio. I caterpillar si stagliavano nell’oscurità come guardiani meccanici di via martoriate da scavi, pontili, armeggi e ghiaie. I campanelli erano illuminati, ma nelle loro strisce di luce non si poteva leggere nessun cognome. Non ve ne erano.
“Non credi sia un posto strano?” disse Stefania.
“Decisamente sì” risposi accendendo la torcia per illuminare alcune macerie più buie delle altre.
“Ma secondo te ci abita qualcuno?” chiese ancora la ragazza.
“Sembra di sì – risposi ancora – ma non capisco come e chi. E’ un enorme cantiere”. “Forse – aggiunsi dopo una pausa – qualcuno in paese ci può dare spiegazioni.

Sulla base del colle di Castelluccio le luci di un ristorante erano ancora accese. Quattro uomini sedevano rumorosamente di fronte a un film di Rambo. Uno di loro, il più giovane, forse il cuoco, si alzò per servirci. Ordinammo una grappa del luogo; ce ne servi una ambrata di genziana.
“E’ tutto un cantiere su in paese?” domandai mentre versava il liquore.
L’oste continuò il suo lavoro senza rispondere. Lo incalzai. “Sono privati che ristrutturano le case?”.
Lo sguardo del cuoco si mostrò attonito, indeciso sul significato della domanda.
“Sono aziende?” aggiunsi aallora.
“Sì – rispose infine il mio interlocutore silenzioso - cioè sono più aziende insieme che fanno i lavori”.
“Fanno un albergo diffuso nell’intero paese?” chiesi ancora una volta, finendo senza risposta, una volta di più.
Stefania mi suggerì di desistere. La assecondai.

“Macché privati” ci spiegò infine il romano del locale di fronte la mattina dopo. “Qui se rivolti la gente non escono neppure gli spiccioli. C’è un finanziamento: dell’Unione Europea. Sei milioni di euro per rifare tutto come era: un lavorone! Due anni in condizioni normale, cinque o sei qui. E’ dura, sai. Qui nevica sempre”.
“A partire da quando?”.
“Da quando capita”.
“E’ dura – disse di nuovo il romano smettendo di spazzare e accendendo una sigaretta – Lo vedi quel boschetto. Un giorno arrivò un sardo che viveva in Olanda. Parlava un po’ sardo e un po’ olandese. Un tipo strano: non si capiva né il sardo, né l’olandese. Disse che gli piaceva er boschetto. Gli dissi che ci poteva dormire se voleva. Mi spiegò che a lui piaceva la tenda, come quando aveva vent’anni, per sentire meglio la natura. Lo invitai a cena dopo che la ebbe picchettata. Lui accettò, mangiò con noi, ma poi non trovò più la tenda. Era partita una tempesta di vento. Trovammo tutto solo il giorno dopo: tenda, picchetti e bagagli erano tutti attorcigliati a un pino in cima a er boschetto. Il sardo-olandese, che non era mica vecchio sai, avrà avuto sui quaranta-cinquanta anni, disse che da allora in avanti sarebbe andato solo in hotel. Di almeno tre stelle”.

Stemmo un po’ sorridendo divertiti a guardare il boschetto. Era in sospensione tra il brullo crinale della vetta e le striate coltivazioni di lenticchie della valle. Così appeso alle pendici est di Castelluccio sembrava raccontare ancora la storia di cui il romano ci aveva messo al corrente.

Sorridemmo ancora una volta prima di salutare il boschetto, il romano e il suo paese di dodici anime. “Ma tu che sei venuto a fare fino a qui?” gli dissi infine.
“Niente - rispose lui - stavo a fa un lavo’ stressante”.

lunedì, giugno 02, 2008

La rivoluzione può attendere

La persona più anziana del gruppo attendeva la moglie sotto l’ombra del pioppo. Con la voce piena di entusiasmo, si rivolse al più giovane discepolo per assicurarsi che gli avvenimenti di giornata fossero opportunamente immortalati. “Ci vorrebbe una lapide” disse allacciandosi la maglia alla cinta e prendendo lentamente la via della valle.
“Ci sono i ragazzi dell’istituto d’arte – rispose il discepolo, a sua volta più prossimo alla mezza età che all’adolescenza – Penseranno a tutto loro sicuramente”.
“Mi raccomando – concluse l’anziano – questo è un evento storico”.

L’uomo prese a scendere che già il pomeriggio era inoltrato. Tra i rivoluzionari convenuti in mezzo al bosco per far dialogare la natura con il loro senso artistico era già accaduto tutto o quasi. Le istallazioni pendevano qua e là dai rami degli alberi più imponenti. Attendevano il vento per animarsi, ma restavano esanimi sotto il cielo umido e immobile. Pochi le guardavano davvero. Un ragazzo coi rasta cantava Bob Marley, un signore con la barba stonava Bella ciao.

I leader del gruppo sedevano in disparte, accovacciati su una coperta. Recitavano la loro parte attenti a non tradirla. Mai una parola ovvia, mai un pensiero quotidiano, mai un anelito di ottimismo. “E’ ovvio che il decadentismo del sistema continua a irretire le menti impedendo il risveglio delle coscienze” disse a un certo punto l’accademico sollevando i grossi e spessi occhiali neri in tinta con la camicia e in contrasto con i pantaloni bianchi.
“Certo – rispose il pittore – e la decadenza dell’essere potrebbe perpetrasi per altri due o tre secoli. Non vedo alcun gesto di emancipazione in divenire”. Il pittore era più giovanile: aveva anche il conforto di una donna creola, che l’ascoltava silenziosa in estatica contemplazione del profondo pensiero rivoluzionario che le scorreva al fianco.

Più in là una signora sedeva sola sulla radice di un albero. Più lontano sui ruderi di un’antica parrocchia si tagliava prosciutto e si serviva vino. In fondo alla strada, nonostante l’ora tarda, qualcuno continuava ad arrivare.
“E’ tardi?” chiedevano questi con un vago senso di colpa accelerando il passo.
“No – rispondeva il presente di turno – c’è ancora da bere e da mangiare”.

Qualcuno invece cominciava a discendere come il vecchio poco prima. Una donna rimproverava il marito cinquantenne di non essersi ancora cambiato la maglia sudata. Un madre continuava a rimproverare i figli perché non avevano ancora preso il loro panino. E un bambino spargeva bolle di sapone di fronte al padre che suonava la cornamusa. Poco convinto dei suoi gesti, il ragazzetto lasciò andare la fantasia: i genitori gli avevano parlato di congiure, rivolte e ribellioni, ma lui per un attimo si immaginò imperatore, dalla parte di Cesare e Nerone. In cuor suo pensò che non avrebbe corso grandi pericoli.

mercoledì, maggio 28, 2008

Beniamino, l'omone che custodiva Trebbana

"Questo è Beniamino, o meglio, era Beniamino a Trebbana. Non potevo non informarti dell'esistenza di Beniamino, perchè per me Trebbana era anche lui!"
(Valeria, brillante commentatrice di questo blog)


TrebbanaNon era facile andargli a genio. Beniamino, il custode di Trebbana, era un omone sulla quarantina dai modi ursini, con alle spalle una vita da camionista. Dalla finestra dell’antica abbazia che aveva accettato di custodire per poche lire, salutava i viandanti con un urlo poco rassicurante: “mooostriiii” ululava rompendo il silenzio di quei tramonti con le nuvole a forma di cuore. Pochi gli andavano veramente a genio e ciò spiegava la sua scelta eremitica. Era come un animale selvatico: schivo, pauroso, a tratti terrificante.

Però ad alcuni, baciati da un’alchimia personalissima, riservava un’ospitalità focosa. Quando il padrone dava il suo assenso tutti gli animale del cortile scodinzolavano a festa. Era un’orchestra che accompagnava l’eletto di turno fino alla porta di casa per scoprire il lato dolce del losco figuro: un mondo di vino e di cibarie protetto da una porta privata sul lato destro dell’ingresso. Beniamino serviva le sue scorte con il condimento della filosofia che nutriva rubando parole alle frequenze di radio rai e ai libri che leggeva in abbondanza.

Fu proprio per restituire un libro preso a prestito che la giovane musicista venuta dalla pianura scoprì che Beniamino non abitava più a Trebbana. Se n’era andato. I più dicevano che era tornato tra i civili, rubato al suo eremitaggio dal richiamo di una donzella di Grisignano.

A Valeria rimase il libro e la nostalgia per l'omone che le rendeva ancora più magico quel luogo.

lunedì, maggio 26, 2008

La sera prima della partenza a casa del mago

Al piano inferiore della casa, sotto una volta in pietra dal colore grigio e dalla superficie grezza, c’è il solco delle vecchie fognature. Il mago dice che in quella parte sotterranea e nascosta della sua casa c’è il cuore del paese, la sua anima più povera e antica. Sotto la volta in pietra lui, bambino, e i suoi familiari più grandi vi trovarono anche riparo nelle notti buie dei bombardamenti: quelle pietre salvarono le vite a tutti quanti, anche se una notte alcune donne rimasero ferite da alcune schegge. Lo scoppio era avvenuto proprio lì vicino.

Sopra la volta protettiva ci sono altri tre piani. Densi, tutti abitati, tutti decorati, personalizzati nel dettaglio: la sala, la cucina, il camino, il terrazzo, le camera e la finestra sul fiume. L’aria ha il sapore che si respira nei luoghi della stagionatura: c’è un profumo intenso, rafforzato dal tempo, che passa leggero, come se fuori ci fossero ancora le botteghe del macellaio e dell’arrotino.

Quella notte a casa del mago fervevano i preparativi. La moglie era in partenza: una breve visita a casa. “Una giornata di libertà” spiegava il mago romagnolo all’ospite australiano che era nato in Olanda e lavorava in Italia.
“E’ sempre così romantico?” chiese allora questi alla signora, che con leggerezza riempiva il suo piccolo bagaglio, rendendolo compatto ed elegante.
“Non si è mai dimenticato uno solo anno – alzò lo sguardo lei – di salutare l’inizio del mio nuovo anno scolastico da insegnante con un biglietto d’auguri. Ogni anno diverso e più poetico del precedente”.

Poi la signora si accomiatò, salì le scale per andare a riposare. La porta al pian terreno si aprì per far uscire i quattro cagnini. E un bicchiere di laurino fu versato per celebrare l’ennesima quotidiana occasione speciale.

sabato, maggio 17, 2008

Casa del cuculo: echi balcanici nella terrazza di Romagna

Parte la musica e sotto la torcia della grande madre, al secolo Debora, venti candele illuminano un volto corrugato. E’ un quadro appeso al ramo di una quercia nell’aia della Casa del cuculo. Ce ne sono tanti nell’arco di pochi metri. Sono uno dei segni della festa. C’è gente – forse un’ottantina di anime al festival degli artisti immergenti – nell’arida collina che una polverosa carrareccia recide dal resto del mondo: dalle luci della riviera, dalle sacre forme della Pieve di Polenta, dai rinnovati lussi delle Terme della Fratta. C’è Bertinoro, la terrazza di Romagna, poco lontano, ma su alla Casa del Cuculo c’è un altro mondo: ci sono gli echi dei Balcani.

Sul palco principale, un prato reso più confortevole da travi imbottite, tamburi, violini, fisarmoniche e fiati insinuano tra pini, roverelle e biancospini suoni gitani. Le parole che introducono i brani sono confuse, quelle delle liriche incomprensibili. Resta l’atmosfera: prevale il lamento, ma c’è spazio per accordi solari, accelerate d’allegria. Il bosco dietro al palco è in penose condizioni, ma nel buio i rami sono la più ancestrale delle scenografie. I suonatori per lo più sono dilettanti, ma le loro imperfezioni scompaiono nell’armonia dell’insieme creata in lunghe prove nel tempo libero della disoccupazione.

Le candele, i quadri i concerti rimarranno accessi per tre notti nella collina della Casa del cuculo. Il “paperoga” continuerà a portare su e giù gente dalla valle, il “bar-collante” continuerà a annaffiare le gole dei presenti. Poi nella casa resteranno solo le cinque persone che vi abitano e, senza il rumore del pubblico ad applaudirle, torneranno a vivere serenamente o, forse, a chiedersi se lo stanno facendo veramente o se ne stanno solo illudendo temporaneamente, in attesa di trasformarsi, tra vent’anni, in un rudere sopravvissuto a sé stesso (Pianbaruzzoli, il relitto sopravvissuto a se stesso).

mercoledì, maggio 14, 2008

Romagna, from a different point of view

Sono passati più di due anni dal primo post interamente dedicato alle leggende di Romagna. Da quel mix di storielle raccolte in una notte a Pian del Grado sino a oggi, 26 piccoli scampoli di testo sono stati dedicati alle colline della Romagna Toscana e agli strani figuri che talvolta mi è capitato di incontrarvi.

In tutto questo tempo, però, non ho mai pensato di descrivere la Romagna come la terra di un romanzo di Peter Mayle, che fino a pochi istanti fa mi era completamente ignoto. Lo ha fatto invece Neeraja, poco dopo essere uscita dall'ombra della quercia di Montalto.

Insomma, ecco come "gli altri" vedono la Romagna.

martedì, maggio 13, 2008

Pantieriadi: prossima tappa Broadway

L'hanno chiamato "Picaciu" o "il Vecchio" per il ruolo di leader sul palco. In esclusiva ma piratabile gratuitamente, qualche immagine della sublime performance di Enrico Pantieri alla prima di Del lavoro e altre storie, spettacolo conclusivo del laboratorio teatrale promosso dall'Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d'Arte Contemporanea e Teatro Due Mondi.

La rappresentazione è stata ospitata lunedì 12 maggio al Teatro Masini di Faenza.


pantieri seduto...
Enrico Pantieri
...pantieri protesta...
Enrico Pantieri
...pantieri megafono...
Enrico Pantieri
...pantieri danzante...
Enrico Pantieri
...pantieri e gli altri.
Enrico Pantieri

lunedì, maggio 12, 2008

Qualche nota con una matita spuntata

Quando chiuse l’ultima pagina del romanzo il giovane lettore si fermò assorto a rimirare la copertina del libro. Era un classico: le sue parole avevano già superato positivamente il giudizio del tempo. Sul retro c’erano alcune citazioni appartenenti a critici letterari che celebravano l’immortalità delle parole all’interno, l’universalismo delle emozioni espresse, il realismo delle situazioni descritte.

Il giovane lettore, però, conservava qualche dubbio su quei commenti. Aveva apprezzato le pagine lette, ma gli risultavano lontane. Quei personaggi tormentati dall’incertezza, guidati dal dubbio e appesantiti dall’emozione gli apparivano artefatti. La vita gli sembrava più semplice e rettilinea di quella vissuta da quei protagonisti. Le loro avventure dovevano essere viziate dall’eccezionalità, alimentate dall’avventatezza delle loro scelte.

Alcuni anni più tardi il giovane lettore un poco cresciuto chiuse stancamente l’ultima pagina di un romanzetto contemporaneo. La trama gli era parsa sterile, banale, poco coinvolgente. Tutto era proceduto dall’inizio alla fine senza sussulti, senza profondità. Ripose quel libretto e per conciliare il sonno rilesse alcuni passaggi dei vecchi classici sfogliati in adolescenza. Con una matita spuntata affiancò alle note critiche alcune considerazioni proprie: nel rileggere quelle pagine aveva gustato il piacere di ritrovare traccia di sé.

martedì, aprile 29, 2008

50 anni dopo: appuntamento con gli sconosciuti del giornale

Ben visibile in mezzo al pascolo c’era la capanna dove la ragazza consumava la maggior parte delle ore lavorative. Un incrocio di assi povero e incompleto, che poco o nulla sembrava rispetto al grande albero lì vicino. Dentro lo stanzino in legno, sudicio e pieno di spifferi, c’erano poche galline smagrite e un’accozzaglia di badili e zappe dai manici contorti e dalle lame arrotondate e arrugginite.

La giovane donna passava così tante ore attorno a quel capanno affaticata dal lavoro, che subito, appena poteva, se ne allontanava. Non esisteva pausa o tregua, se non lontano da lì. Però il destino volle che proprio lì vicino finisse per trascorre i momenti più emozionanti della sua vita. Poco più sopra c’era infatti il grande albero: era il più maestoso, l’unico in grado di offrire con i suoi rami riparo dal sole e con il suo tronco riparo dagli occhi indiscreti. Nelle sue vicinanze vi si nascondevano ragazzi per fare giochi da bambini e adolescenti a spingersi un po’ più in là nella vita da adulti.

Anche la giovane donna scelse dunque la quercia per nascondere la sua passione con quel ragazzo della parrocchia vicina: un contadino anche lui, ma dai modi borghesi, con un doppio petto più elegante di quello di tutti gli altri. Il giovane uomo l’aveva sedotta con una storia strana a cui lei non sapeva se credere o no: il contadino borghese le aveva detto che, proprio lì vicino alla sua capanna da lavoro, alcuni secoli prima era passata anche la famosa Caterina Sforza, la signora di Forlì. La giovane donna non aveva mai udito prima quel nome, ma le faceva piacere immaginare di lavorare notte e giorno su una campagna calpestata anche da una dama di città. Aveva preso ad amare quella storia e un poco anche chi gliela aveva raccontata.

Aveva confessato subito il primo amore, mentre tenne a lungo nascosto il secondo. E a nasconderlo, andò sempre dietro la quercia, nell’angolo dove ormai l’erba portava la sua impronta.

Mezzo secolo dopo la donna ormai invecchiata decise di rivelare quel vetusto segreto a un gruppo di sconosciuti: la signora diede loro il benvenuto seduta sotto la sua quercia, attendendo fiduciosa proprio all’ora in cui il giornale del giorno prima ne aveva annunciato il passaggio. Salutò il piccolo manipolo senza dare peso al loro stupore. Si lasciò andare anche a qualche battuta, ma senza avere troppo tempo per andare oltre. Le sue parole furono infatti nascoste da quelle del marito. Era l’amante di allora: ancora riconoscibile dal suo vestir borghese, ancora orgoglioso di raccontare che nel suo comune era passata anche “la Caterina Sforza”, la signora di Forlì.

Fu un incontro tranquillo, senza formalità, senza scambio di nomi. La coppia nata all’ombra della grande quercia si dileguò da dove era venuta, allontanandosi dal suo appuntamento col destino a bordo di una piccola Panda verde come i pascoli ai margini della strada.

sabato, aprile 26, 2008

Magie dermatologicamente testate

Quelle odiose verruche proprio non volevano saperne di scomparire. Ciclicamente si riaffacciavano, più o meno sempre nella stessa posizione: sotto il mento. Temporeggiavano per qualche settimana fino a quando una di loro si sporgeva avanzando inarrestabile.

Il dermatologo era già intervenuto più volte per asportarle e la diagnosi era sempre stata la stessa: fenomeno psicosomatico. “Sono verruche filiformi – diceva – non si propagano quando fai la barba. Sono il tuo punto debole: sei sotto stress e lo sfoghi così”.

Le verruche ricomparvero una volta ancora e il paziente una volta ancora varcò la soglia del dermatologo, un nome noto dell’ospedale più noto della città. La routine fu la stessa. Si distese sul lettino, aspettando le agili trinciatine sulle sue protesi inutili. Fu lì, tra strumenti di precisione e disinfettanti polifunzionali che la dottoressa si lasciò andare oltre la solita diagnosi. “Perché non ti fai toccare?” chiese.
“Cioè?” rispose il paziente indeciso.
“Dal mago – dico – solo che non so più quale suggerirti. C’era quello di Castrocaro, ma credo che non visiti più”.

Orchidea bianca

Orchidea bianca

martedì, aprile 22, 2008

L’indiana sotto la quercia di Montalto

Era ormai sera quando raggiungemmo il cortile del casolare: i muri in pietra della casa davano un’idea di eleganza, mentre i fogli di lamiera sui tetti delle capanne per gli attrezzi lasciavano un po’ di spazio all’incuria. Era la terza casa incontrata lungo la breve discesa dalla quercia di Montalto, l’ultima prima della parrocchia di Sant’Eufemia. Stavamo attraversando quell’aia sbadatamente – io, l’indiana, il geometra e la farmacista – quando una ragazza non più giovanissima, o forse solo non curata, ci si fece incontro rallentando il nostro incedere. La donna di casa precedeva di poco il padre: anziano, ma solido, sdentato ma sorridente, socievole ma a corto di contatti umani.

In quella strana compagnia – gli ultimi abitanti di Montalto, io, l’indiana, il geometra e la farmacista – si parlò un po’ di politica e di una delle tante tasse, un poco più insensata delle altre, che nessuno dei presenti voleva pagare. Però si parlò di quello come si sarebbe potuto parlare di altro.

“I nostri parenti – disse il vecchio – ci dicono che a Roma non si vive più. Qui invece abbiamo così tanto spazio che a volte manca la persona per scambiare due chiacchiere”. Disse ciò prima di entrare tra i suoi animali – qualche vacca e qualche vitellino – portando con sé lo stupore per quella ragazza del nostro gruppo che sembrava bella e intelligente, ma che proprio non riusciva a farsi capire. “Ma tu, dimmi – mi chiese infine non resistendo alla curiosità – capisci quello che dice?”.

“Quel tanto per capire che tu sarai uno dei suoi più indelebili ricordi” avrei forse dovuto rispondere all’ultimo contadino di Montalto di Premilcuore.

venerdì, aprile 18, 2008

In una notte tirata a tardi

Il suo buon senso gli diceva chiaramente che non era il caso di tirare avanti quella notte ulteriormente. Fuori era già buio da molto, da ore. La serata era stata densa di interrogativi mediati e personali. E la mattina seguente era già lì, quasi minacciosa col rapido trascorrere dei minuti. Il sonno aspettava solo un segnale per arrivare, cancellare tutto almeno per un po’ e lasciare pronti anima e corpo a un nuovo giorno di idee, progetti, parole e conoscenze tese a qualcosa. Qualcosa a volte sfumato, ma da produrre.

Le parole udite poco prima però non si cancellavano facilmente. Avevano avuto il tono bonario del rimbrotto materno, ma proprio quella gentilezza rendeva più difficile trascurarne il messaggio. Quelle parole dicevano di lasciare perdere per un po’ il buon senso e tirare avanti nella notte contro ogni logica per imbastire due righe, un pensiero, un racconto come non capitava più da alcuni giorni.

Fu così che l’ometto sottrasse qualche tempo al sonno per restare sveglio di fronte al portatile in un unico gomitolo di gambe, coperte, fili e tastiere. In quell’inusuale posizione, con le palpebre appesantite, i capelli schiacciati e le mani lente sui tasti, dedicò due parole alla capanna del vignaiolo vista qualche giorno prima. La scelse perché gli sembrava di comprenderne la cattiva sorte: il piccolo rudere, circondato da mille cose più utili, non aveva speranza di vedere una mano sulle sue vetuste travi. Il buon senso non lasciava spazio a quell’edificio. La sua unica speranza era un lavoro testardo, portato avanti senza troppo utilità in un'altra notte tirata a tardi.