giovedì, dicembre 15, 2011

L'attesa del carabiniere

Dapprima, almeno così credeva, la storia del carabiniere incontrato per caso nel cuore della notte, era stata solo una storia, di quelle scelte per sottolineare agli amici la vena eccentrica e leggermente libertina della propria vita. Tra i piccoli imprevisti di un lungo viaggio e i ricordi alcolici di un'adolescenza un po' lontana, si era inserito anche l'aneddoto del carabiniere conosciuto nel cuore della notte.

Sandra vi si era imbattuta lungo un marciapiede, mentre un po' annebbiata dall'ultimo americano conduceva, per cautela a piedi, la bici attraverso le vie del centro di Bologna. I vocii delle osterie del Pratello erano già lontani, confusi con la scia di suoni dei viali quasi deserti e delle poche auto che vi sfrecciavano veloci. Il carabiniere parlava con un collega appoggiato al muro, facendo su e giù lentamente dal marciapiede. Quando Sandra arrivò, lui sorrise e le fece strada in modo plateale e lei, un poco folle come sono spesso le persone sole dopo una lunga relazione, stette al gioco. Sandra non aveva mai avuto problemi a creare una sintonia immediata con sconosciuti di qualsiasi genere. Ora che tra quelli sconosciuti ci poteva essere l'uomo con cui ripartire, l'informalità spontanea trovava addirittura nuova linfa nel desiderio di trasformare un incontro qualunque nella svolta tanto desiderata. Rispose al sorriso del carabiniere, attratta da quei due piercing all'orecchio che lì, brillanti sopra la divisa, anticipavano quelle leggere incoerenze da cui sempre era stata attratta. Fece di più. Sottolineò con marcato accento bolognese la cortesia del rappresentante delle forze dell'ordine, gli allungò la bici e gli chiese se poteva approfittare della sua protezione per prepararsi una sigaretta. Lasciò quel marciapiede a metà tra viali e osteria solo dopo oltre un'ora e mezza e un altro paio di sigarette.

Nei cinque o sei giorni successivi la storia dell'incontro casuale con l'uomo della sua vita fece da contorno, in una cornice auto-ironica, a quasi tutti gli aperitivi. La storia era sempre inserita nel contesto di un vaga ebbrezza di follia, glissando su ogni possibile reale sviluppo. Sandra infatti aveva parlato a lungo con il carabiniere con due piercing all'orecchio, ma non aveva avuto né il coraggio di chiedergli un recapito, né la sfacciataggine di dargli i propri. Il pensiero in realtà le era passato per la testa, ma il finale era stato troppo veloce. La radiotrasmittente del carabiniere aveva gracchiato e dopo tanto parlare i due si erano allontanati con la goffaggine formale di chi tutto a un tratto prende coscienza del lungo viaggio fatto con il proprio interlocutore, ma non sa se salutarlo come lo sconosciuto che era poche decine di minuti prima o come il confidente inatteso scoperto strada facendo. Alla fine dalla concitazione uscì solo un insoddisfacente “dai, è meglio che vada, ci becchiamo”. Canonico, giovanilistico, inutile.

L'inutilità di quel saluto troppo veloce, Sandra la scoprì alcuni giorni dopo cercando di spiegare con sincerità a se stessa perché raccontava così spesso e con tanta sospetta ilarità la storia dell'incontro casuale con il carabiniere. Lo faceva, scoprì, perché in quei novanta minuti aveva davvero fiutato le tracce che, nelle sue esperienze precedenti, l'avevano portata risolutamente a un amore. Il carabiniere aveva giocato con disinvoltura nel campo dell'ironia. Non in quella delle frasi ossessive, che devono per forza condurre a una risata scontata. Ma in quella più brillante, sotto cui si poteva celare una serietà intrigante da scoprire con più calma. Il carabiniere aveva viaggiato con piena familiarità tra i nomi del jazz e il popolo dei locali più alternativi: era un uomo al centro della rete e il suo fascino si allargava a quello di tutte le persone che attraverso di lui avrebbe potuto conoscere, frequentare. E poi veniva da lontano, da Lecce. E anche questo di nuovo arricchiva l'interesse della persona con l'interesse del luogo da cui proveniva, del luogo che, con lui al fianco avrebbe avuto la possibilità di esplorare da una prospettiva più personale.

Erano bastati quei tre motivi a condurla in quel ristorante, dove ora si trovava da sola. Una collega sembrava aver capito chi era il carabiniere incontrato – uno spesso in borghese a quanto pare – e le aveva detto di averlo visto più volte con gli amici alla pizzeria napoletana di via San Vitale.

Almeno una volta c'era voluta andare in quella pizzeria, senza dirlo a nessuno. E ora era lì, un po' in imbarazzo, perché in realtà lei in quel luogo non aveva nessuna vita e stare in un locale senza vita troppo a lungo destava, nei tavoli circostanti, un interesse fastidioso da sostenere.

Ma intanto era lì e con una leggera ansia seguiva i propri pensieri chiusi in un circolo claustrofobico, come nato da uno di quei sogni un po' cupi che a volte capitano al mattino. Si chiedeva se andare al Marsalino per il concerto di ottoni dei vecchi amici sardi; o se invece seguire una collega in una discoteca in Strada Maggiore per provare a conoscere nuova gente; o se invece, ancora, restare lì e dare una mano al caso. Continuava a viaggiare in circolo tra queste tre ipotesi, senza mai trovarne una davvero soddisfacente: in ognuna le pareva che si nascondesse un'imperfezione che non la rendeva davvero la migliore, quella perfetta per lei.

Per questo aveva l'ansia. Si sentiva un po' troppo spesso invogliata a mettere la vita in pausa, in attesa di trovare la strada giusta, quella chiaramente da percorrere. Solo che mentre lei era in pausa il tempo continuava a passare e non era sicura di poter attraversare quell'attesa senza pagarne delle conseguenze.

martedì, novembre 22, 2011

Il pupazzo

Sul fondo di una bancarella dell'usato ho visto un bamboccio molto simile a quello con cui giocavo da bambino. Il giocattolo della bancarella era nudo, nelle sue mutande scolpite sulla plastica, mentre il mio da bambino era sempre vestito per l'occasione che gli costruivo con la mia fantasia: aveva i pantaloni corti di un calciatore fuori-classe, l'abito elegante di una spia d'alto bordo o la giacca invernale di uno sciatore spericolato. Gli abiti erano il solo elemento concreto di un mondo – una partita di calcio, una discesa libera o una missione in incognito – in cui immergevo il bamboccio con assoluto realismo. Lo scenario, anche se non esisteva, era denso, si traduceva nei movimenti del pupazzo, nei suoni che gli facevo produrre.

Non sono cambiato poi molto. Mi piace ancora raccontarmi delle storie. Solo che in esse non immergo più un pupazzo, ma sono io, io stesso, a entrarvi. Mi accendo le luci del palcoscenico, la scenografia attorno e alla realtà del momento – quella vera di una decisione di lavoro, di un aperitivo, dell'inizio di una salita – aggancio una realtà aumentata. Basta qualche pennellata di retorica per trasformare trenta chilometro sull'autostrada in una piccola Odissea.

Nel tempo forse ho lasciato solo qualche speranza di chiarezza. Da piccolo, quando non sapevo come gestire un segreto, come preparare un compito, come raggiungere un luogo, come orientarmi in un altro, guardavo con una invidia rassicurante l'età adulta. Ora guardo all'esperienza, la consulto, ma con il timore infantile che prima o poi finisca, che la debba abbandonare, che sia imperfetta. E allora torno a sentirmi nudo, come una volta e con un corpo più grande da coprire.

Quando sei in mezzo al mondo, accetti di seguirne le regole, le sfide, la competizione, la sensazione di essere nudi cresce ancora di più. Talvolta in modo insostenibile. Come piccole gocce sulla roccia, gli occhi degli altri si posano su di te, scorrendo nei rivoli di debolezza che già conoscevi e aprendo nuovi varchi, nuovi solchi, che neanche immaginavi essere presenti sulla tua superficie. E' allora, credo, che gli adulti ritornano ad avere sogni da bambino. Possono essere anche molto diversi, ma sempre ugualmente semplici. C'è chi sogna la casetta in montagna: una baita di legno circondata dalla margherite e dall'ombra di una cima innevata. E c'è chi sogna un'auto più potente, grossa, attraente, più veloce del pensiero di chi la guida.

Ma non è davvero in quei sogni che ci vogliamo rifugiare. La loro semplicità assoluta è in realtà un modo per esorcizzare la stanchezza per la semplicità già eccessiva che ci intrappola. Non si sogna la casa in mezzo al bosco quando si è stanchi di decidere, ma quando sembrano vani i propri sforzi per decisioni più ampie, più risolutive. O quando il rigore della propria coerenza stritola le sfumature che ci vorrebbero diversi, anche solo per un solo attimo, anche solo per un aspetto, magari pure di nascosto.

E' vero restano i desideri. Si realizzano quasi sempre tra l'altro. Però credo che si divertano a farlo in modo leggermente imperfetto. Forse perché non sempre ciò che è migliore in noi, più efficace, è anche ciò che in noi amiamo di più.

E a quante incoerenze ci obbligano le imperfezioni dei nostri desideri. Per fortuna, nel mio caso non si vedono troppo. Mi sono allenato da piccolo, con il mio pupazzo, a costruire trame variopinte senza bisogno di troppo.

lunedì, novembre 14, 2011

Un "filosofo del cammino" in mezzo ai runner

Pubblicato su Spirito Trail (autunno 2011)

Domenica 4 settembre mi sono avvicinato alla linea della partenza del primo Trail della Margherita di Rocca San Casciano con sguardo interrogativo. Ho iniziato a camminare in natura con costanza dal 2006, trovando nei sentieri appenninici del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi lo sfondo ideale per favorire un sorta di contemplazione laica: quattro chiacchiere con gli amici più sinceri, quelli a cui si confidano anche le debolezze, per giocare a rifare il mondo, un po' come se la natura fosse il bar dei quattro amici cantati da Gino Paoli. Da questa mia abitudine ormai consolidata è forte il salto all'atmosfera che ho trovato al nastro di partenza del Parco Gramsci alle nove di mattina di una giornata più calda e umida della media settembrina romagnola. Tra gli atleti impegnati nella gara competitiva, 49,2 Km con oltre duemila metri di dislivello, c'era tensione agonistica: nell'abbigliamento, leggero all'estremo, e nella mente, votata a chiudere nel minor tempo possibile quell'infinito sali scendi tra i 214 m del fondovalle e i 691 metri del Monte Mirabello, cima più alta del percorso. Il gruppo, composto da circa cento atleti, era attraversato da battute e ilarità, ma la sensazione era che l'ironia fosse solo un esorcismo contro la paura di avere una crisi, di soffrire un attacco di crampi per la calura eccessiva, di rimanere trappola dei tratti di percorso più nervosi, rompi ritmo, tecnici.

Al via gli atleti abituati a questo genere di competizione hanno subito scavato il vuoto e così ho posticipato la ricerca delle risposte alla mia curiosità sulle motivazioni delle corse in natura. Libero dai miei punti di domanda, ho regolato il respiro e appoggiato lo sguardo allo scenario del percorso, interamente indicato dal segnavia Cai 431, grazie al lavoro di segnatura compiuto dal gruppo Roccarunner locale con la supervisione tecnica della sezione forlivese del club alpino. Il percorso del Trail della Margherita disegna un fiore attorno all'abitato di Rocca San Casciano, scalandone i crinali che cingono il paese ai quattro punti cardinali. La corsa punta inizialmente verso nord ovest e, circumnavigata una quercia secolare tutelata da apposito decreto della Regione Emilia Romagna, sale fino al Monte Mirabello, una terrazza panoramica tra le vallate del Montone e del Tramazzo-Marzeno, da cui lo sguardo si proietta senza ingombro fino al vicino mare Adriatico e, più a est, verso il Montefeltro, fino alla “Testa del Leone” descritta dal Monte Comero. Da questa cima, il tracciato piega verso sud e, attraversando il borgo di Marzanella, si porta idealmente più vicino alla Toscana, regione che ha governato politicamente, amministrativamente e, per molti aspetti anche culturalmente, questo lembo di Romagna dal 1400 ai secondo decennio del Novecento. L'impronta di questo lungo passaggio storico si nota in diverse peculiarità architettoniche, come le persiane alle finestre o gli archi che fungono da ponte tra i vari nuclei dei borghi rurali. Sul percorso se ne attraversano o sfiorano molti: Marzanella, Santa Maria in Castello, Berleta, Santo Stefano, San Donnino in Soglio. Protagonista assoluta in questi mondi, per lo più abbandonati al loro silenzio dopo la fuga in massa degli abitanti verso le industrie di pianura nel secondo dopo guerra, è la pietra arenaria, raccolta sul posto e forgiata con eleganza per dare forme a case che sfruttano i naturali dislivelli del terreno per elevarsi su più piani.

Tra queste tracce della presenza dell'uomo, campeggia un paesaggio collinare che però è più ruvido di quello toscano. I pendii rocchigiani presentano salite ripide, discese verticali, fondi rocciosi e altri sabbiosi, in una rapida successione su cui il Trail della Margherita si insinua voluttuoso costringendo gli atleti a modificare costantemente il loro ritmo di gara. L'Appennino romagnolo, come testimoniano le parole del bolognese Gino Venturi,è una sfida anche per coloro che sono abituati ai grandi dislivelli alpini: “Prima di correre a Rocca – ha detto il runner – avevo percorso una maratona dolomitica e, pensando che le colline di Rocca fossero morbide come quelle del bolognese, credevo di non aver problemi. Invece il percorso è stato durissimo e solo il piacere di correre per 49 km tutti in natura, lontano da auto e moto, mi ha permesso di tenere duro e arrivare al traguardo”.

Già il traguardo. Per primo, a sorpresa, è stato tagliato da un atleta locale, che non ha dimenticato l'allenamento alla fatica maturato sui pedali della bicicletta. Il vincitore è stato infatti il runner rocchigiano Matteo Lucchese che ha chiuso con un tempo di 4.33.38, lasciandosi alle spalle anche un nome di grido nazionale come Gianluigi Ranieri, giunto a oltre sei minuti di ritardo.

Al suo arrivo Ranieri, fermato ai microfoni degli organizzatori, ha dato una risposta che, una volta udita, mi ha riportato ai pensieri della partenza e alle ragioni che spingono un numero crescente di persone a mettersi alla prova su distanze al limite della resistenza. Ranieri non si è lamentato per l'inattesa sconfitta, né ha difeso la propria prestazione. Ha solo elogiato lo sforzo degli organizzatori che con i loro lavoro di mesi avevano permesso a lui e agli altri di scoprire un paesaggio nuovo e di divertirsi in una domenica impensabile senza la fatica delle squadre di cinghialai disposte ai ristori, della protezione civile impegnata per le emergenze, dell'amministrazione comunale di Rocca San Casciano che ha redatto le mappe del percorso e di tutti coloro che, a vario titolo, hanno pulito il tracciato, scattato le foto, aggiornato il sito internet o girato un video.

Ranieri non ha risposto come un atleta sconfitto, ma come unhttp://www.blogger.com/img/blank.gif corridore contento di aver esplorato di nuovo i propri limiti, in un anfiteatro costruito da uno sforzo collettivo di un'intera comunità. E lui non è il solo ad avere questo atteggiamento molto lontano dal semplice agonismo. Da una rapida ricerca sul web si legge infatti che anche Marco Olmo, sessantenne leggenda della corsa in montagna, parla con filosofia, come se la sua fatica nel correre fosse ciò che è la tela per un pittore o la carta per uno scrittore. “Io – scrive Olmo – sono un vinto nella vita. Corro per vendetta, corro per rifarmi”.

E poi, agonismo o filosofia, alla fine della fatica, il Trail della Margherita si rivela comunque una festa. Accade alla ex colonia dove un esercito di volontari accoglie gli atleti con un piatto di tagliatelle al ragù: perché le salite sono le stesse ovunque, ma le ricompense cambiano e nelle colline romagnole hanno un gusto più saporito. Tanto che Manuela Sabbatini, appena tagliato il traguardo, ha già promesso di ripresentarsi al via l'anno prossimo. Per scoprire quando, basterà connettersi al sito www.rocchigiana.it.

domenica, novembre 06, 2011

Un risiko tra amici e conoscenti

Stava diventando un cinefilo suo malgrado. Nelle due ultime settimane si era passato in rassegna l'intera produzione di Salvatores, Fellini e Bertolucci. Stare solo di fronte allo schermo del suo computer era l'unica attività che lo faceva sentire veramente al sicuro: per rispetto alla pellicola, si concedeva anche il lusso di spegnere il cellulare, da cui potevano sempre arrivare minacce inaspettate. Fosse per lui avrebbe scelto un film anche per quella serata – i fratelli Cohen era già salvati sul suo pendrive – ma quel venerdì sera sarebbe stato tutto più difficile. Mancavano solo poche ore all'inizio del concerto nell'ex dopo lavoro ferroviario vicino a casa sua e ancora non aveva una scusa utile per defilarsene. Susanna, la sua compagna, era a Torino per la fiera del libro e lo sapevano tutti. Se si fosse dato malato, i colleghi l'avrebbero sicuramente raggiunto a fine concerto per vedere come stava e, fisicamente, stava proprio a posto, neanche l'eco di uno starnuto nel più nascosto degli alveoli. Avrebbe potuto fingere un viaggio, ma, senza Susanna, qualcuno l'avrebbe messo sotto osservazione. No, non poteva funzionare e lo sapeva. Era da giorni che era inquieto e ora quel grafico sulle vendite outbound dell'ultimo trimestre che aveva davanti, sul monitor, gli sembrava una linea insensata. A cosa poteva servire in quel momento quel grafico, se lui non aveva modo di evitare il concerto di quella sera: quello era l'unico problema da risolvere per lui ora; il resto non importava.

Il guaio era nato circa tre settimane prima. Nel suo ultimo viaggio in Germania per lavoro, veloce, senza colleghi, aveva conosciuto Lorella, l'impiegata italiana dell'ufficio vendite di un'azienda tedesca di light designer. Lì, lontano da casa, si era divertito un po' a fare l'uomo di teatro: libro da impegni sentimentali, brillante, aperto a nuove esperienze, loquace, raffinato. Dopo un sorso di Rum delle Barbados, sul cui profumo la sua verve poetica aveva dato il massimo, Lorella l'aveva baciato. Un gesto fugace, solo per rendere irresistibilmente seducente l'invito successivo, a raggiungerla a Napoli. Lei sarebbe rimasta quattro giorni per un appalto legato a un'area uffici vicino al porto; lui poteva raggiungerla nel fine settimana per proseguire la conoscenza con un limoncello sorrentino. Dopo tutto quello che le aveva raccontato, non ce la fece a dire no.

Ma rimanere fedele a quella nuova parte si stava tramutando in un teatro senza fine. A Susanna aveva detto che sarebbe andato con i colleghi a sciare. Ai colleghi, che conoscevano benissimo Susanna, aveva dovuto dire che sarebbe andato a sciare con alcuni amici di università che non vedeva da tempo. E ai genitori, a cui aveva risposto sbadatamente perché impreparato, aveva accennato una terza versione, legata a impegni di lavoro. Si sentiva ormai come un agente segreto braccato: se c'era uno, non poteva esserci l'altro, se c'era l'altro era meglio evitare anche il terzo. La sua vita sociale gli appariva un immenso risiko in cui tutti i giocatori avevano come obiettivo la conquista del suo stato. E, mentre i, suo turno di gioco si avvicinava per l'ennesima volta, lui non aveva una buona strategia a cui ancorare il suo lancio di dadi.

Lasciare perdere il personaggio di una sera e dimenticare Lorella e quel bacio in Germania sarebbe stata la cosa più semplice, ma si era piaciuto troppo di fronte a quella donna per posare la maschera che così naturalmente aveva indossato. Parlare con Susanna era impossibile: cinicamente, a quello stadio embrionale dei propri sentimenti ribelli, non se ne sentiva pronto. Dire tutto a qualcuno per cercare consiglio gli avrebbe dato sollievo, forse, ma non l'avrebbe liberato dalla tela di ragno che gli aveva intrappolato i pensieri. Mancavano solo tre settimane ancora al viaggio verso Napoli con Lorella. Doveva tener duro e stare attento a evitare che Susanna parlasse con i colleghi, che i colleghi si mescolassero agli amici di università e che i genitori parlassero troppo a lungo con chi aveva sentito le altre versioni della storia.

I film lo avevano già salvato quindici giorni. Era stato bravo. Aveva convinto Susanna a scommettere con lui che, un film al giorno, avrebbero scaricato dalla rete e visto tutti i Fellini, i Bertolucci e i Salvatores citati come più importanti da Wikipedia. Era una boutade ispirata ai loro primi incontri e aveva funzionato a meraviglia, salvo la noia di 8 1/2, incomprensibile come alla prima visione. Però, fuori casa, aveva venduto la storia come una scommessa fatta per amore e ora che lei non c'era era difficile giustificare la clausura. Lei, al ritorno da Torino, o forse ancora prima da Facebook, lo sarebbe certamente venuta a sapere e avrebbe chiesto qualcosa. Doveva andare in qualche modo, ma vedeva pericoli ovunque, dappertutto. Nella pedalata di domenica mattina, tra i colleghi, c'era anche il figlio più piccolo di un caro amico del babbo: non si dovevano incontrare e lui non doveva essere tra loro. E quella sera stessa, tra poche ore soltanto, sarebbe stato seduto tra colleghi, amici e, con tutta probabilità, anche vicino a un ex compagno di studi. Non era scontato che gli chiedessero di quello stupido fine settimana lontano quindici giorni, ma, se ne era già finito a parlare con tutti, il rischio di dover ritornarci sopra era concreto.

Sul cellulare, silenzioso, comparve il nome di Lorella. Passando le dita sulle sopracciglia, per distenderle, cercò la giusta concentrazione per uscire dalla sua tela di ragno e rimettere in piedi la scena tedesca. Nello sforzo gli venne da sorridere solo un attimo. Aveva vent'anni in più circa, ma in quel momento si sentiva la stessa sudorazione fredda che aveva al liceo quando i prof scorrevano il registro nei paraggi del suo cognome e lui aveva finito le giustificazioni. Forse era tempo di una nuova maturità.

martedì, ottobre 18, 2011

Il sale e lo zucchero

Prese in mano il piccolo imbuto di carta che gli aveva preparato sua madre. Lo posizionò sul primo sacchetto e versò il sale e lo zucchero: un cucchiaino del primo, scarso, e tre abbondanti del secondo. I caffè lì vicino pagavano molto bene lo zucchero e sua madre, per arrotondare i pochi alimenti che le passava l'assistenza statale, vendeva anche il sale come zucchero. Il lavoro richiedeva un po' di tempo, ma Domenico era felice di contribuire e, due volte al mese, dava a sua madre cinque sacchetti equamente bilanciati e mescolati: era quasi impossibile, anche al gusto, rilevare la truffa.

Domenico amava passare il suo tempo tra il sale e lo zucchero perché gli sembrava l'unico momento in cui riusciva appieno a mescolare qualcosa. Per il resto la sua vita era come ritagliata in una serie di scatolette, che assolutamente non si dovevano rivelare l'una all'altra.

Qualche pomeriggio saliva in casa di Almira. Era una donna della stessa età di sua madre, ancora giovanile. Domenico, privo del padre, la considerava quasi l'altra metà della sua famiglia. Almira era l'unica persona adulta che si fermava qualche volta a giocare con lui: l'anno prima gli aveva anche fatto un regalo, una borsa in pezza, povera nei tessuti ma ricca nei colori. Domenico la usava sempre perché con essa si sentiva più grande e legato a qualcuno. Quando gliela aveva fatta vedere per la prima volta, Almira gli disse: “Questa è il segno della nostra amicizia. La pezza rossa sono io, mentre la pezza bianca sei tu. Sono legate assieme da mille nodi: uno per ognuno dei nostri legami. Siamo una famiglia e non ci tradiremo mai”. E Domenico, infatti, mai al mondo l'avrebbe tradita. Saliva su con lei in casa, il pomeriggio, e quando gli uomini entravano, lui si nascondeva dietro il divano, tappandosi le orecchie per udire il meno possibile. Sentiva lo stesso tutto quello che avveniva nella stanza, ma lo cancellava subito. Quando scendeva di nuovo in strada con Almira, la baciava in fronte e scappava via forte nella strada per non incontrare nessuno e mettere più tempo tra sé e la menzogna che avrebbe dovuto raccontare.

Domenico non raccontava a nessuno di Almira, neppure a sua madre. E neppure di quest'ultima raccontava molto. La donna, la sera, lo addormentava con le sue storie di carovane e viaggi. Spesso gli raccontava la vera storia della sua nascita. Gli parlava del soldato che l'aveva salvata dalle persecuzioni. Della fuga tra le montagne: lui con la divisa, lei con una camicia leggera, uno scialle e una gonna larga. Gli descriveva l'uomo come un principe azzurro: senza paura di orsi e mostri del bosco, imbattibile nei combattimenti con i tedeschi cattivi. Il momento più commovente arrivava quando sua madre raccontava l'ultimo gesto di suo padre, o forse quello che lei aveva inventato per descriverne l'abbandono: una lunga nuotata in un lago freddo al nord per salvare lei già in attesa di Domenico.

Domenico al suo primo giorno di scuola a Rimini aveva provato a raccontare le storie di sua madre agli altri allievi. Ma questi l'avevano guardato sospettosi: ogni luogo citato nel suo racconto era scrutato con troppa curiosità, quella che alla prima occasione è pronta a tradursi in una minaccia. Domenico allora aveva ritrattato. Aveva dichiarato di aver inventato tutto da un libro di fiabe. E al posto dei racconti di sua madre, ne aveva inventato uno lui, in cui era nato nelle colline fuori città ed era venuto in città per studiare solo con sua madre, dopo che il padre era morto per un incidente sul lavoro. Non era vero ma plausibile e nel tempo aveva sempre avuto la prontezza di completare quel racconto fatto per tranquillizzare gli amici con dettagli coerenti ai precedenti.

Non invitava mai nessuno a casa sua, da sua madre e dall'Almira. E a queste donne non raccontava mai nulla delle storie che inventava per gli amici. Quanto a sua madre, poi, essa era sufficientemente abituata per mantenere il massimo riserbo con le insegnanti. Aveva attraversato il mondo da sola con un figlio senza anno di nascita. Le abitudini della società riminese non rappresentavano per lei un ostacolo difficile da maneggiare.

Solo per tutti rimaneva l'obbligo del riservo. E più cresceva, più Domenico sentiva che in questo riservo nasceva una certa artificialità. E quando prendeva coscienza di questo, non riusciva a non invidiare la naturalezza con cui il sale si mescolava allo zucchero.

martedì, settembre 27, 2011

Non è poi così grave, non accorgersi dei maosti

Riflessi sul ghiaccio dello spritz che aveva davanti, vedeva scorrere i ricordi delle montagne nepalesi da cui era da poco rientrato. Erano freschi e i continui racconti che ne era stato invitato a fare li avevano resi ancora più nitidi. Sentiva il suono del vento che creava mulinelli di polvere attorno alla vecchia signora in cammino verso il monastero di Tenboche. Era piccola, vestita con panni di felpa, scura di pelle. Le braccia erano raccolte e le mani aiutavano le spalle a bilanciare la pila di bottiglie vuote di cui era carica. Il carico di plastica, che si alzava ben oltre l'altezza della donna, rimbalzava a ogni passo, attraversato dall'aria.

Il giovane ingegnere aveva alzato la macchina per inquadrare quella donna. Lei, le sue bottiglie, la polvere, i muri in pietra che si avvicinavano, grigi come il cielo ormai povero di luce. Ma poi aveva lasciato perdere. Neppure lì, a migliaia di chilometri dalla prima persona nota, riusciva a concentrarsi appieno sui propri sensi. Sentiva la mente scappare dal puntatore della macchina fotografica, farsi evanescente, seguire mille domande. La più stupida di queste era “perché proprio qui?”, come se esistesse un altro luogo al mondo che avesse più ragioni di quello per essere visitato.

“Daniele – in quel frangente gli disse Chiara, la studentessa di economia, pragmatica e sorridente, che aveva incontrato prima della partenza – hai avuto modo di parlare con i locali della monarchia caduta, dei ribelli maosti, del nuovo governo?”. Chiara aveva sempre confinato le proprie riflessioni sulla politica ai corsi di marxismo della zona universitaria che aveva iniziato a frequentare per dare un tocco un po' più sessantottino alla propria carriera universitaria, ma con Daniele aveva avuto la sensazione che un po' di impegno in più avrebbe contribuito a renderla attraente, a rompere quell'orgoglio ermetico in cui l'ingegnere riusciva amabilmente a nascondersi: era un orgoglio fatto di brillanti considerazioni, alternate a piccoli fastidiosi silenzi, come a dimostrare un'intelligenza raffinata unita a una scarsa propensione a spenderla con lei. Le pesava ammetterlo, ma era una situazione che la irritava. Per questo, dopo un attimo di silenzio, aggiunse a sostanziare la sua domanda: “Ho seguito per diverso la vicenda su Internazionale. Una situazione intricata: la popolazione sembra soffrire la presenza di entrambe le fazioni, monarchica e rivoluzionaria”.

“In realtà credo di non aver percepito nulla” rispose laconico Daniele. “Non sono quasi mai riuscito a staccarmi in modo fruttuoso dai luoghi più turistici. Per tutto il tempo ho avuto la testa imbrigliata in una contraddizione: mi volevo rilassare, fumare una canna su un tetto di Kathmandu come un qualsiasi adolescente inglese ubriaco, ma volevo anche entrare nei ritmi di un monastero buddhista per scattare delle foto come Fosco Maraini. Risultato pessimo: parlavo di Fosco Maraini al ragazzo che mi allungava il fumo e mi faceva malta la testa quando c'era da arrivare in cima alla salita per la luce migliore. Niente maosti comunque”.

Chiara ascoltò la risposta con una sgradevole sensazione di già visto. Quando gli aveva chiesto dei suoi studi universitari, Daniele gli aveva raccontato dell'interferenza negativa dello zio nella scelta. Quando aveva curiosato nel precedente rapporto di lui con un'ex collega, la storia si era impantanata nell'incapacità di questa a capire appieno la complessità del suo essere. E ora Fosco Maraini e l'erba. Del Nepal niente traccia: come tutto il resto, anche l'Himalaya restava sullo sfondo di un interminabile monologo interiore, in cui lei, a ben vedere, serviva per non farlo sembrare completamente pazzo mentre parlava da solo in un locale pubblico.

L'irritazione le cresceva dentro, ma volle stare al gioco, cercare di rimanere vicino a Daniele. Lo doveva conquistare e soprattutto convincere se stessa di non essere diventata troppo intollerante dopo una serie un po' troppo lunga di relazioni deludenti. “Ti capisco – soggiunse allora – Anch'io reagisco male agli stimoli esterni, non li ordino, me ne faccio travolgere. Rientro in casa tre volte perché non riesco mai a concentrarmi su quello che mi devo portare. Arrivo in ritardo perché perdo troppo tempo a pensare a come non rischiare di annoiarmi per un eccessivo anticipo. Riesco solo a disegnare asettiche parentesi graffe nel diario a cui ogni tanto vorrei concedere i miei pensieri più profondi in forma poetica, mentre aggiungo quattro aggettivi romantici completamente inutili nel mio saggio di macroeconomia”.

L'ingegnere lasciò parlare la ragazza fino al termine della lunga riflessione. Chiara lo interpretò come un segnale di contatto. Sorrise: “Non è poi così grave, non accorgersi dei maosti”.

“Ma in realtà non è questo il punto – intervenne lui – La mia non è distrazione. E' più complesso, capisci, la mia è una situazione diversa, ho frequentato dei contesti competitivi che tu hai sempre evitato. Sono quelli che ti cambiano. Tu non puoi capire”.

Chiara si lasciò morire in bocca il suo tentativo di risposta. Lasciò spazio alle parole di Daniele, che, a lungo, continuò a elencare ciò che lo rendeva diverso. In silenzio, la giovane studentessa abbassò gli occhi per guardare sciogliersi il ghiaccio dentro il cocktail che si scaldava tra il chiacchiericcio dei tavoli attorno.

martedì, settembre 20, 2011

mercoledì, settembre 14, 2011

Toccatemi, toccatemi tutti

“Toccatemi – pensava - toccatemi tutti”. Dentro la sala faceva caldo, Walter Mladic, padre slavo, madre romagnola, sentiva quasi mancare l'aria. Il suo corpo maturo, pieno della vita che aveva sempre voluto sedurre, senza preclusioni, ora non lo aiutava: era troppo concentrato a catturare un po' di ossigeno per lasciare spazio al piacere. Sentiva il sudore scorrere sulle tempie, immaginava le sue parole smarrirsi in un intervento senza fiato. Seguiva a fatica i discorsi di chi era con lui al tavolo, due donne e tre uomini che lo introducevano: parlavano troppo a lungo, non gli piaceva. Eppure gli occhi di Mladic restavano vigili, guardavano la gente in sala; e la mente dell'artista raccoglieva le immagini di tutti i presenti e sotto voce recitava e sperava: “toccatemi, toccatemi tutti”.

Quando il respiro trovava il suo ritmo e diventava più leggero Walter Mladic riusciva ad agganciare le parole dei suoi mecenati, dei piccoli potenti che avevano riscoperto la sua pittura. Uno di loro ormai era diventato un padre, lo aveva adottato per la sua arte, per filosofie inaspettatamente in comune, e lo aveva abbracciato, accettando o forse facendo finta di non vedere i suoi difetti, le sue differenze. Era il suo padre adottivo che si rivolgeva al pubblico con il tono della voce incrinato dalla commozione. Parlava della pietas contenuta nelle tele di Mladic, dell'appello che quelle figure e quei volti lanciavano alle coscienze. Se avesse parlato dei Vangeli non avrebbe utilizzato parole diverse.

Walter Mladic però non riusciva a staccarsi dalla materialità dei propri desideri. Guardava la gente in sala e continuava a recitare e sperare: “toccatemi, toccatemi tutti”. Sussurrava come se tra lui e la gente di fronte a lui dovesse nascere un legame erotico. E un po' era così davvero. Perché a lui non interessava la pietà provata di fronte alle sue tele, ma l'attaccamento che esse stimolavano verso il loro creatore. Era quello che Walter Mladic ora fiutava nell'aria: sentiva che la gente lì attorno lo venerava e desiderava trovare conferma alla sua percezione con il calore di una mano sulla propria, di un braccio attorno al collo, di un bacio rituale trascinato un po' più a lungo.

Forse il suo padre adottivo che parlava lì vicino non avrebbe approvato i suoi pensieri. Così materiali, così poco elitari, quasi sporchi. Ma Walter Mladic li pensava lo stesso e ne godeva. Lui non era un piccolo potente, ma un senza terra, né italiano, né slavo: per infinite ironie della sorte, che quasi mai l'avevano fatto ridere davvero, non era stato mai né figlio, né padre, né professionista, né artista. Era stato sempre e solo Walter Mladic, senza nessuno dei ruoli attraverso cui le persone normali si legano, si frequentano, si amano. Ora che aveva il consenso di quella sala, ne voleva dunque approfittare fino in fondo. Forse, anzi, se aveva dipinto, era stato solo ed egoisticamente per creare quel consenso, almeno una volta.

Infine arrivò il suo turno a parlare. Cercò di attrarre a sé tutti i suoi pensieri per trovare le parole giuste, ma vi riuscì solo in parte. Guardò il suo nuovo padre che gli passava il microfono e per prenderlo gli prese la mano. Anche se camminavano per motivi diversi, lo avrebbe seguito fino in fondo al viaggio. Era di nuovo pronto a partire, come oltre sessant'anni prima, quando con lo stesso gesto, allungando la mano, scelse di seguire sua madre fino in fondo alla ricerca del suo padre biologico.

sabato, settembre 03, 2011

Il lato leggero

Sollevandosi dal letto, allungò la mano e direzionò la luce sul comodino dell'albergo. A fianco del biglietto che gli ricordava la città in cui stava per addormentarsi, il maestro vide la sagoma del suo telefono. Mise gli occhiali, trovati a tastoni lì vicino, e prese l'apparecchio in mano. Sentiva che stava scivolando, che la solitudine lo stava rendendo più cattivo. Lo innervosiva ogni dettaglio della vita là fuori: l'insegna luminosa del pub, il semaforo che regolava l'incessante incedere delle auto in ogni direzione, l'eco dei passanti. Era vita, ma non era sua: lì, lontano da casa, non aveva con chi bere una birra, non aveva meta per cui andare in auto, né alcuno con cui fare due passi. Spesso se li concedeva da solo, per meditare, ma già troppe volte aveva abusato dei suoi pensieri come compagnia. Quella sera non avrebbe funzionato. Sentiva il desiderio irrefrenabile dell'attenzione altrui, fino al punto di comprarla. C'era chi cercava la prostituzione per trasgredire. A lui, semplicemente, non restava altro per compatire.

Il maestro guardò il telefono e si concentrò su quanto aveva fatto durante il giorno. Il viaggio in auto da casa fino all'aeroporto di Roma. Il volo fino a Praga. La lezione di fronte agli studenti del conservatorio. E infine le prove con i componenti dell'orchestra sinfonica. Dopo, aveva detto di essere stanco e non era andato con gli altri fuori a cena. Forse non lo era stanco davvero, ma ormai era abituato così, per prudenza: aveva già sofferto troppe volte nel vedere il flusso di parole che correva attorno a lui nelle cene a fine concerto. Tutti sembravano così a loro agio, così aperti, così ricchi di esperienza, così estranei al loro senso di fine. Si sentiva come un servetto a un banchetto reale: fuori luogo, invisibile, oggetto di scherno a ogni sguardo.

Sulla tastiera del telefono iniziò a digitare il racconto della sua giornata. Vi aggiunse anche i dettagli che la sua sensibilità gli aveva fatto notare, ma che la stessa sensibilità gli aveva impedito di condividere, chiudendoli in un silenzio in cui sembravano non essere mai esistiti. Descrisse la ruga sulla fronte dell'uomo che chiedeva monete in aeroporto. Descrisse la voglia di avvicinarsi a lui che aveva riconosciuto in una studentessa presente alla sua conferenza. Dalla povertà del primo e dai sogni di grandezza dell'altra ne ricavò lezioni di vita, evidenziandone il carattere romantico.

Spedì il messaggio, restando in attesa. Trovò la risposta solo la mattina dopo. Poche parole e una domanda: “Tutto bene?”.
Era come se le persone ignorassero il suo lato leggero. O forse lui non sapeva più esprimerlo?

sabato, agosto 20, 2011

La fatine dentro la rete

Gli inserti domenicali del Sole24Ore in cui da oltre dieci anni cercava stimoli per le lezioni di filosofia rivolte ai suoi studenti di quinta liceo giacevano impilati sulla scrivania dello studiolo in un ordine innaturale. Quell'ordine cronologico un po' meccanico in cui si abbandonano i libri che non si è mai letto o l'enciclopedia inutile regalata dalla zia per la prima comunione. La pila di carta svettava a fianco della sedia su cui erano a loro volta abbandonati due o tre libri regalati e mai letti, un paio di biglietti per il teatro mai utilizzati, due riviste di viaggio ancora impacchettate.

Il professor Gianfranco Manaresi si appoggiò allo schienale della sua poltrona e provò a far mente locale per ricordare l'ultima volta in cui si era ritirato con quei suoi amici di carta di lunga data. Dovevano essere almeno tre mesi o forse anche qualcosa in più. Sì, per l'esattezza tre settimane e quattro giorni: aveva sfogliato alcune inserti sulle nuove tecnologie quando aveva preparato il suo intervento al Rotary sulla comunicazione docente-studente nell'era post Gutenberg.

Lui, in quell'era, c'era entrato controvoglia e a età matura due anni prima, spinto dal suo dirigente scolastico che l'aveva scelto per sperimentare nuove forme di comunicazione via social network. Il suo primo profilo, su Myspace, era nato così: una semplice appendice alla cattedra che occupava da anni. L'esperimento – dovette ammetterlo – fu più interessante del previsto: postò un paio di citazioni di autori positivisti e dopo pochi giorni vi trovò decine di commenti, critiche, suggerimenti. Il più brillante era arrivato a domandare se quegli autori, così pronti a celebrare il progresso, avevano avuto il coraggio di preconizzare il loro stesso superamento. Era una domanda che non aveva mai ricevuto in aula, a cui lui stesso non aveva mai pensato. Ne rimase affascinato. E da lì, da quell'infatuazione inattesa, decise di immergersi senza più riserve nella rete.

Quel viaggio, nel tempo, era diventato molto di più che una sperimentazione didattica. Con un po' di enfasi la sua era diventata una sperimentazione esistenziale o meglio ancora esperienziale. La rete, il profilo e poi i profili, gli amici, ciò che loro erano per lui e ciò che lui era per loro, erano diventati parte della sua vita. Nel tempo, anzi erano diventati la parte più importante. Più dell'inserto del Sole24Ore, più della prima a teatro. Quando si connetteva, quando leggeva i commenti dei suoi lettori, provava l'emozione di un rituale di seduzione: in quella galassia di persone già note ma conosciute sotto prospettive mai esplorate al ristorante o di persone che mai altrimenti avrebbe intercettato, si regalava sempre al meglio delle sue possibilità. I luoghi visti, i libri letti, le parole scritte avevano trovato nei suoi contatti digitali un nuovo senso, quello che a lungo gli era sembrato impossibile darvi per mancanza di interlocutori all'altezza.

Quel magico mondo, quella specie di fiaba che aveva iniziato a scrivere in tarda età, gli regalava un tale piacere da rendere drammaticamente forte ogni suo altro incrocio con l'esterno. Gli sembrava noiosa ogni chiacchierata con la moglie, ristrette le vedute dei figli, banali le proposte di svago degli amici, prive del gusto della replica le letture a cui si era dedicato. Nessuno di questi, da tempo, l'aveva più saputo apprezzare per un collegamento tra il logos greco e l'aldilà del Cristianesimo delle origini o per una comparazione estetica tra il razionalismo americano e quello europeo. Nessuno attorno a lui gli regalava più l'ebbrezza di quei dialoghi infiniti nello scantinato di un'osteria a cui si era abituato da studente: a volte introduceva l'argomento nel corso di un barbecue, ma cadeva sempre in una prospettiva sterile, come se quelle fossero chiacchiere così per fare, esercizi di stile privi di reale energia, privi di ogni plausibile ricaduta pratica. Nel suo profilo Facebook invece le parole erano tornate a pesare, a valere di quell'infinito valore che acquisiscono quando le si riferisce a un futuro proprio e collettivo.

Quel mondo da fiaba che in due anni dentro la rete aveva portato alla luce era il suo vanto, ma lentamente anche il suo cruccio. Al di fuori di esso si sentiva come in astinenza. E, davanti allo schermo, ancora una volta, si iniziò a domandare se non fosse giunto il tempo di chiedere alle centinaia di fatine a cui si era legato online la domanda che non aveva mai fatto. Come continuare quella fiaba senza ritornare ogni giorno alla sua vita con la sensazione di essere in una tragedia greca vissuta in modo sbagliato? Le fatine gli avrebbero risposto? O minacciate dallo spettro del mondo avrebbero perso i loro super poteri?

Le dita, un po' sudate, rimanevano incerte sulla tastiera, incerte sul da farsi.

venerdì, luglio 01, 2011

Piccolo tempo perso per una fragile spiegazione

"Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile. La mia, per esempio, aveva tutta l'aria di essere una maledizione". (Tiziano Terzani, Un indovino mi disse)

Quando l'aveva conosciuto per la prima volta aveva subito sperimentato le sensazioni che gli indicavano di essere di fronte a una persona da approfondire. Dietro la sintassi di qualche frase, dietro la leggerezza con cui era pronunciata vi aveva subodorato quell'universo di situazioni da attraversare, esplorare e assaporare che era caratteristica comune a tutte le persone a lui più care. Anche nell'incedere caotico di una chiacchierata d'osteria, le parole del maestro Bruno Corei si riuscivano a ritagliare una fisionomia scultorea: c'era la chiarezza di un eloquio allenato, la sagacia maturata nell'impegno politico, l'ironia di una compagnia da osteria e la leggerezza di un equilibrio mai citato ma forse raggiunto per davvero. Su quelle parole Maurizio, aiutato anche da quella stima acritica che si ripone in chi è già chi si sogna di diventare, era salito lasciandosi alle spalle i rumori di sottofondo, chiudendovisi in un rapporto quasi privato, come un cantastorie epico e il suo silenzioso ascoltatore. Seguendo quelle storie su battaglie politiche, piccole scommesse professionali, incroci con la grande storia, ma soprattutto quegli aneddoti che aprivano spiragli su attimi intensi e autentici, si era calato nel suo amato stato di euforia e irrequietudine: da un lato si puntellava al presente come una tenda al terreno per non perdere neanche una sillaba, per attraversare ogni singola frase fino al punto più denso del suo significato; ma dall'altro si sentiva trascinato in una sorta di estasi di esplorazione nel tentativo di anticipare i ribaltamenti di prospettiva che d'un tratto, come in un gioco di illusione, le sue nuove conoscenze gli svelavano. Era lì piccolo piccolo attorno a quel tavolo in mezzo agli altri, ma era anche fuori di sé e, come proiettato in una super coscienza, vedeva se stesso e quel tavolo al centro di un nuovo crocicchio di strade, nuove pianure da colonizzare, nuove salite da scalare e nuove colline da cui affacciarsi.

A fine serata, quando gli altri colleghi stavano già alzandosi, Bruno gli aveva fatto una proposta: “Ultimo giro. Poca quantità, massima qualità: distillato himalayano, disponibile in poche casse all'anno. Una bottiglia è qui e, che io sappia, in nessun altro posto dell'Emilia o del Veneto. Stasera, sai, mi va di aprirmi più del solito e siccome un racconto crea sempre nuovo equilibri, è utile mettere in discussione i precedenti con il profumo di un rum finissimo”.
“Meglio di no” rispose Maurizio troppo velocemente, forse per la paura di far perdere al proprio ascolto la protezione del gruppo. “Meglio di no. Preferisco non tardare oltre e fare qualche bracciata in piscina domani mattina”.
Bruno fu visibilmente irritato da quella fragile spiegazione. Non la contestò, ma, a suo modo, la irrise. “La piscina resta sempre se stessa. Una confidenza invece non sarà mai più la stessa e forse non sarà mai più” buttò lì laconico portandosi la giacca sulle spalle.
Tempo di tornare indietro non ce n'era. “Sarà per la prossima volta” concluse Maurizio per consolarsi. Sapeva già, però, di aver lasciato uno spazio vuoto, di aver buttato al vento una casella di memoria.
Quando, un mese dopo, lesse sui giornali locali l'elogio del collega scomparso prematuramente nella notte, forse per un infarto, forse per un ictus, sentì quel vuoto allargarsi, più e come di quando lontani famigliari avevano portato via l'universo a cui fin da piccolo li aveva associati. Guardò su Youtube il professor Bruno Corei che leggeva alcune sue descrizioni delle città portuali italiane e sentì che una piccola porzione di tempo era andata persa irrimediabilmente. Perché, ne era certo, dentro quel tempo con il rum himalayano non c'era la conoscenza che si può apprendere, ma un pezzettino di quella più preziosa che si può solo ricevere.

giovedì, giugno 30, 2011

Il protagonista della storia che tutti conoscevano

“Siediti” gli disse Giancarlo al telefono appena ne riconobbe la voce.
“Sono già seduto, fratello. - rispose Roberto – Ho pensato di mettermi comodo appena dalla reception dell'albergo mi hanno lasciato il tuo messaggio. Per avermi trovato qui devi aver cercato prima a casa e poi al lavoro. E' strano.
E' morto papà?”
“No, papà sta bene. Ma prima della fine ha pensato di cambiare vita”.
“Ha lasciato la mamma?”
“Neppure. Roberto, abbiamo un'altra sorella. Non siamo quattro in famiglia, ma cinque e Francesca non è la maggiore. Infatti è anche quella tra noi, finora che l'ha presa peggio: è come se si sentisse espropriata di un primato.
La bomba è esplosa. Sei ancora lì? Tutto ok?”.
“Se mi dai un attimo mi accendo una canna: le situazioni troppo affollate non mi piacciono. Preferisco affrontarle con i contorni sfumati: mi sembrano più morbidi e le cose morbide fanno meno male”.
“Fai pure, ma cerca di non andare troppo oltre. Tua moglie ancora non lo sa e credo debba essere tu a dirglielo, in fretta”.
“Lo farò – disse Roberto, aspirando lentamente la prima boccata di fumo, rollato mano in ossequio ai tempi di un rituale più che di un vizio –. Prima però credo di doverne sapere qualcosa in più io, no?”.
“Si sono parlati, intendo nostro padre e nostra sorella, quella nuova. Lei tra poco diventerà madre e lui da tempo non sopportava più il peso del suo silenzio. Aveva scoperto di essere diventato padre dalla sua precedente relazione solo quando era già sposato con mamma e in quel momento non se l'era sentita di mettere a repentaglio tutta la propria esistenza: aveva molto da perdere sia come padre della sua nuova famiglia, sia come notabile della città e non sapeva affatto quanto, mettendo in discussione tutto questo, avrebbe potuto essere d'aiuto alle due donne ereditate dalla sua vita precedente”.
“Ora invece ha pensato di essere troppo vecchio per essere lasciato dalla moglie e già in pensione per essere in pericolo sul lavoro. E così ha detto tutto”.
“Più o meno. Lui non si è sbilanciato più di tanto nel dare delle spiegazioni: probabilmente ha seguito l'impulso di un'emozione forte, come quello del nipotino che sta per nascere, per fare quanto razionalmente gli era stato sempre a disagio a fare e aveva scelto di tenere nascosto. Ma finita l'eccitazione del momento non credo ami soffermarsi sul perché delle sue scelte, specie con noi che siamo i suoi figli. Forse ha parlato in modo diverso con la mamma, ma non saprei dirtelo, neppure lei a caldo è stata troppo loquace. Ora, comunque, dobbiamo capire che fare: la incontriamo o no? Delle nostre due sorelle, la maggiore non ne vuole sapere, mentre l'altra è come me, titubante”.
“Io non sento alcun desiderio di incontrare una nuova sorella. Chi è per entrare nella mia vita? Porta in sé un po' del mio dna, ma nulla più, non abbiamo condiviso nulla. Siamo estranei e per quanto mi riguarda, possiamo anche rimanerlo”.
“Tu quando torni a casa?”
“Non pensavo di farlo prima dell'estate, ma a questo punto cerco di ritagliarmi un fine settimana”.
“Così ne potremo parlare tutti insieme. Stiamo cercando di metterci d'accordo su quando vederci e tu sei quello che abita più lontano”.
“Domani sento al lavoro e ti richiamo in serata”.
“D'accordo. Intanto tu chiama Chiara. Da quando papà ha parlato, la notizia ha iniziato a circolare più veloce del previsto e non vorrei che qualcuno ti precedesse”.
“Lo faccio subito”.
“A domani”.
“A domani”.

“Pronto Chiara, sono io”
“Come mai così presto questa sera. Sei uscito prima dal lavoro?”
“No, però, ho sentito il bisogno di parlarti prima di cenare. Mi ha appena chiamato mia fratello e, non ci crederai, ma mi ha detto che abbiamo una sorella in più”.
“Lo so, la prima figlia di tuo padre”.
“Ma ti ha già telefonato Stefania?”
“No è che al di fuori della tua famiglia lo sapevano tutti da sempre. Solo che nessuno, né in città né in famiglia, ha mai avuto la necessità di condividere queste voci con voi per paura delle reazioni. Ma ero ormai certa che fossero vere: tornavano fuori troppo spesso e da contesti diversi”.
“Ma possibile che non me ne sia mai accorto?”.
“Eri nell'occhio del ciclone, caro. E la tempesta scuote tutto attorno ma spesso risparmia chi ne è al centro”.

martedì, giugno 21, 2011

Speciale cammini d'Italia: "Il cammino degli angeli"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (
www.aigae.org)

I grandi cammini guidano i pellegrini verso i sepolcri sacri: la Francigena va verso Roma e la tomba di Pietro; Gerusalemme è il sepolcro, vuoto, di Cristo; Santiago il sepolcro di San Giacomo; il Cammino di Olaf va a Trondheim, l’antica Nidaros, alla tomba di Sant’Olaf. Il Cammino degli Angeli invece no. Il percorso di 200 Km tracciato da Marco Fazion collega Roma ad Assisi, è un cammino sulle orme di Francesco, ma non verso la tomba di Francesco: “Francesco – spiega anzi Marco – volle essere seppellito nudo nella nuda terra, nel terreno destinato agli assassini e alle puttane, che si chiamava Colle dell'Inferno. Così, per eseguire le sue ultime volontà hanno comprato il terreno, l'hanno ribattezzato Colle del Paradiso e ci hanno costruito sopra due Basiliche, l'attuale Assisi. Ma noi proseguiamo fino alla Porziuncola, a Santa Maria degli Angeli, la chiesina più amata, quella restaurata con le sue mani, quella dove ordinò Chiara, la chiesa del Primo Capitolo, quella del miracolo del roseto. E, in vero, il Cammino che mi sto sforzando di proporre, se mai riuscirò a completarlo in ogni sua parte, non è neppure una linea ma un anello: il suo più grande valore sarà quello di intersecare tutti i cammini del Centro Italia e, volendo, di creare una sorta di interscambio possibile fra loro”.

Il Cammino degli Angeli, per ora volutamente non tracciato sul terreno, esprime la propria personalità nella guida ufficiale curata da Fazion per la collana “Sotto lo stesso cielo” dell'editrice Montemeru. Un volume che, prima di tabelle cartografiche, schede tecniche sul percorso e approfondimenti storico, artistici e naturalistici sul percorso, saluta il lettore con una presa di posizione, volutamente, marcatamente spirituale. “Quello che vorrei che sapeste – scrive l'autore nella nota introduttiva – è che gli Angeli hanno avuto un ruolo importante nella storia di questo cammino”. “Il mio approccio al Cammino degli Angeli – conferma infatti Fazion – è fortemente spirituale, così come spirituale è da sempre il mio approccio all'escursionismo. Guardandomi indietro, mi rivedo coi sandali, in Umbria, a camminare tra Spello ed Assisi, nella comunità dei Piccoli Fratelli fondata a Spello: si chiamava “l'esperienza del deserto” e si camminava, da soli, con poco cibo, per una giornata, praticando la preghiera esicastica del pellegrino russo. E' stato lì che ho iniziato a praticare la meditazione camminata e, anche quando Messner era il mio idolo e l'alpinismo il mio traguardo, non ho mai perso di vista le lezioni occidentali di Rudatis, Castaneda, e le suggestioni orientali di Thich Nhat Hanh”.

Il Cammino degli Angeli, fedele al suo approccio spirituale, scava nei luoghi della Cristianità cattolica i percorsi meno istituzionali, lasciando sullo sfondo l'Opera Romana Pellegrinaggi e mettendo in primo piano i preti campagna sfuggiti alla globalizzazione: “Come Don Italo – cita a esempio Marco -: ad agosto, con la casa piena di bambini di Chernobyl, ci lascia le chiavi della sua cucina e ci fa stendere i sacchi a pelo in Chiesa. O come Don Enzo che ci ospita a Vasanello nell'asilo chiuso per ferie e ci va a trattare il prezzo con quello della trattoria. O come molti altri ancora per cui l'etichetta di “istituzioni cattoliche”, davvero, è riduttiva”.

Il percorso tra Roma e Assisi lungo le strade del clero di frontiera, oltre a non avere segni al suolo, batte anche vie dure, arcigne, spigolose e talvolta fredde come gli Appennini sanno essere. “So - riflette Fazion – che la mancanza di segnali e la durezza del tracciato limitano fortemente la possibilità di intraprendere il viaggio per la maggioranza delle persone. Però so anche che chi percorre il Cammino nelle condizioni di oggi - guadi e tratti selvaggi inclusi - è un privilegiato e vive un'esperienza unica. E' un Cammino per palati forti, in cui, a tratti, si sente la fragilità della propria condizione di camminatore e, per contro, il piacere di capire lentamente, con le proprie forze, dove si è e in che direzione si procede. Questa mia convinzione traspare anche dal regolamento definito per la concessione dell'Angelana: laddove la Compostelana va a chi ha percorso solo cento chilometri pianeggianti, l'Angelana va a chi ne ha camminati oltre duecento lungo una rotta che difficilmente si trasformerà in una Rimnini itinerante”.

Non Rimini, dunque, né i grandi centri. Il Cammino degli Angeli, pensato come ribellione spirituale individuale alla tendenza sociale alla desacralizzazione di gesti e luoghi, si propone anche come utopia economica. “L'economia del Cammino – dice Marco – è uno dei temi a me più cari. Ci sarà un'economia, ne sono certo, e voglio anche sognare un po'. Le farmacie di paese, che ogni anno rischiano di chiudere, venderanno migliaia di aspirine e cerotti ai pellegrini I magnifici ostelli umbri, la maggior parte in palazzi storici, che ora fanno i salti mortali per stare aperti, dovranno aumentare il loro numero di posti letto. I piccoli empori di paese, sull'orlo del fallimento in tutte le zone montane, venderanno diecimila panini l'anno, lasciando ai vecchini del luogo un'alternativa praticabile alla grande distribuzione. Le parrocchie di campagna ti faranno fare la doccia e ti offriranno una branda: così recupereranno i soldi per mantenere l'oratorio, e, cosa più importante, i ragazzi che giocano a palla sul sagrato incontreranno gente che cammina e, da loro, impareranno che il posto dove vivono non è lo schifo che gli ha insegnato la televisione. E magari, pian piano, gli amministratori capiranno che dove vai a vent'anni col sacco a pelo torni a 40 con il mercedes e che quindi un ostello è importante quanto l'agriturismo a 5 spighe, se non di più. E' questa l'economia che vorrei per il Cammino degli Angeli”.

Questo cammino, che non è una linea ma un circuito in fieri, che non tende a un sepolcro ma a alla diffusione di un modello sociale, che sfiora la Cristianità ma senza i vincoli della sua veste istituzionale, questo cammino nacque in un crepuscolo di inverno durante una passeggiata tra le suggestioni dei paesaggi umbri, fuori, e le inquietudini per una salute incerta, dentro. L'idea maturò in Marco di fronte a una piccola maestà: vista prima con gli occhi della paura, di non rivederla più, e poi ritrovata con gli occhi della convizione, di essere ancora lì, con il proprio socio e e due anziani pellgrini liguri portati chissà come da Internet. Erano i mesi a cavallo tra l'inverno del 2006 e la primavera del 2007. Circa tre anni prima, dunque, della prima stampa della guida “Il Cammino degli Angeli” pubblicata nel giugno 2010. Un passato e un presente individuali, propri di Marco Fazion, che vorrebbero infine diventare qualcosa di condiviso. “Ho davvero molto chiaro – conclude Marco – cosa dovrebbe diventare il Cammino degli Angeli e chi lo dovrebbe percorrere. Questa cosa non è, semplicemente, nelle mie mani. Tanti cammini si contendono il ruolo di una seconda Santiago. Io invece vorrei che il Cammino degli Angeli restasse semplicemente il Cammino degli Angeli, un Cammino speciale, duro, affascinante, completo di suggestioni di ogni genere. Per il resto, esiterà un Cammino degli Angeli differente per ognuno che lo percorre, e io trovo chhttp://www.blogger.com/img/blank.gife questo sia semplicemente fantastico. In questo senso mi calza a pennello quello che diceva uno dei più grandi mistici del secolo appena passato, Teilhard de Chardin: “Non sono, né voglio, né pohttp://www.blogger.com/img/blank.gifsso essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro personale edificio… io non desidero altro che essere gettato nelle fondamenta di qualcosa che cresce”. A me, sinceramente, già questo sembra abbastanza, un gran risultato, quasi troppo, perfino, per la vita di un uomo”.

Gli altri articoli dello speciale:

Speciale cammini d'Italia: "Il cammino francoprovenzal"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (www.aigae.org)

Ci fu un'epoca d'oro per la lingua d'Oc. Risale ormai a oltre mille anni fa, quando le liriche dei trobadori medioevali le diedero una corposa identità letteraria e Dante le diede il nome “Oc”, appunto, da quella parola derivante dal latino “hoc” che gli occitani utilizzavano per dire “sì”. Ma la storia virò presto verso altre direzioni. Nel 1229 Re Luigi estese il proprio dominio politico nel Midi e nel Sud della Francia e con esso impose anche il dominio della propria lingua, l'Oil, il cui impiego fu sancito per legge nel 1539. La Francia diventò uno stato nazione, scrisse la sua versione della storia. L'Occitano invece fu condannato alla sola sopravvivenza: escluso dalla forza della tradizione scritta, messo al bando dal potere centrale, si ritrasse. Il suo riparo più sicuro divenne la montagna: le cime, le creste, i valloni limitarono gli scambi e ciò che fu, più che altrove, rimase ciò che era stato.

L'Occitano, parlato ancora oggi da due milioni di persone e compreso da circa sette, copre la Francia del Sud e sfiora i Pirenei, ma è a ridosso delle Alpi e nelle Valli Piemontesi che vanta la sua roccaforte. “Nelle zone di montagna tutto si conserva meglio” spiega Peyre Anghi Lante, che assieme alla madre, Ines Cavalcanti, cammina da tre anni lungo le strade e i sentieri che uniscono e attraversano le regioni occitane per testimoniare l'uso della lingua occitana, per entrambi prima lingua. Iniziarono la loro marcia nel 2008 con l'Occitania a Pè, per raccogliere, in un viaggio di 1370 Km tra Italia, Francia e Spagna assieme al fotografo Riccardo Carnovalini e alla documentarista Elisa Nicoli, quante più testimonianze possibili per sostanziare il loro appello all'Unesco volto a far riconoscere la lingua occitana come patrimonio immateriale. Proseguirono poi l'anno successivo, il 2009, lungo le valli piemontesi per coinvolgere e stimolare nel cammino tutte le comunità locali che erano interessate a mettere in campo un gesto simbolico a favore della propria lingua. E continuano in questo 2010, in compagnia di Marco Rey che, sulle orme delle positive esperienze precedenti ha tracciato un cammino a cavallo di Italia, Francia e Svizzera, da Susa a Losanna attraverso l'area linguistica Francoprovenzale.

Peyre, Ines, Marco camminano come rappresentanti della sezione culturale di Chambra d'Oc, l'associazione di produttori agricoli occitani che a partire dalla legge 482 del '99 sulle minoranze linguistiche ha stimolato la produzione di cultura e comunicazione a valorizzazione della lingua occitana e francoprovenzale. Peyre, Ines e Marco, dunque, camminano come rappresentanti di un organo istituzionale, ma il messaggio a cui danno voce non contiene istanze nazionalistiche, rivendicazioni di un'identità territoriale fondata sulla propria specificità linguistica. Il loro desiderio è più intimo, è quello di una minoranza che invoca il diritto a non negare se stessa: “Non sono un nazionalista – spiega Peyre – non voglio un'Occitania nazione. Mi piacerebbe solo parlare la mia lingua con le persone che come me l'hanno ricevuta come lingua madre. Vorrei che questa conoscenza mi fosse riconosciuta come elemento di ricchezza e non come bersaglio di denigrazione”.

“E poi – aggiunge Peyre – camminare per la lingua fa bene, fa bene alla gente che incontri”. Il giovane di lingua occitana ha in mente il manipolo di signori incontrati a Bessans il borgo della Maurienne toccato alla fine della seconda tappa. Con loro, in Francoprovenzale, ha ascoltato il racconto di chi nelle valli ha vissuto l'infanzia, la scoperta della guerra, il pendolarismo stagionale da Parigi. Con loro ha scoperto che, oltre alla lingua, in montagna anche la pace si è conservata più a lungo: molto dopo l'inizio della guerra i pastori delle valli, infatti, continuavano ancora i loro commerci di qua e al di là del confine, perché loro non sapevano di essere nemici e non avevano avuto modo di intuirlo.

Lungo il cammino francoprovenzale il paesaggio fa vedere ciò che è e fa ascoltare ciò che è stato. Usciti da Susa si sale verso il Moncenisio, ma la strada, quella moderna, quella voluta da Napoleone, quella che oggi percorrono auto e moto, resta sullo sfondo. Fuori da Susa il cammino francoprovenzale segue le tracce della strada reale, il tracciato precedente che i Savoia avevano individuato per raggiungere la Francia. Era un percorso più ripido che si impennava in corrispondenza della borgata di Novalesa. Lì le carrozze terminavano la loro marcia canonica. Mentre i passeggeri si ristoravano in una delle cinquanta osterie affacciate sulla via principale, le carrozze venivano smontate e trasportate a peso fino al versante francese. Tra le pietre dell'abitato, a tratti decorate da pregevoli affreschi, si sente ancora l'eco di quell'economia scomparsa d'un tratto con l'apertura della nuova via. E lo stesso più su, quando già sullo sfondo si staglia la Gran Croce del Moncenisio. Una galleria scavata nella roccia ricopre lo spirito di una ferrovia mai usata. L'avevano iniziata perché l'altro percorso, quello più breve, avrebbe richiesto anni di lavorazione per essere terminato. Invece arrivarono le macchine e dopo un solo anno la seconda via fu aperta.

“Quando Peyre e Marco hanno tracciato i cammini – spiega Ines a giustificazione di questi continui ricorsi storici – hanno rispettato le esigenze di chi cammina oggi. Il cammino si sviluppa per lunghi tratti su strade sterrate, attraversa le regioni colpite dallo spopolamento, tocca punti cardine della storia – i paesi catari, i borghi natale di premi nobel, centri storici patrimonio dell'Unesco come Carcassone – sfiora alcune delle regioni paesaggisticamente più affascinanti dell'Europa e fa tappa in luoghi che si distinguono per la propria sensibilità verso l'ambiente”. “Lavoriamo per una lingua – aggiunge Marco – ma vogliamo regalare un'esperienza piacevole anche a chi percorre la nostra via senza prerogative linguistiche”.

E proprio da questi punti di forza dell'itinerario percorso camminando settimane e settimane dal 2008 a oggi che prende spunto l'impegno futuro dei camminatori della Chambra d'Oc. “Vorremmo dare visibilità – dice Ines – a un cammino che, nell'insieme, è lungo 2400 Km. Nel 2011, proporremo cinque o sei camminate nel corso dell'anno per svelare gli angoli più suggestivi di altrettante regioni che noi abbiamo imparato a conoscere quest'anno e gli anni passati. Vorremmo ispirarci al modello di proposta veicolato da gruppi come Boscaglia e Tra Terra e Cielo. Partiamo dall'enorme mole di dati raccolta registrando le tracce gps dei sentieri percorsi”.

Funzionerà? “Noi facciamo quanto è necessario, come tradurre in cinque lingue tutti i resoconti di viaggio che produce chi cammina con noi. Poi forse, se il caso ci aiuterà, si sveglierà l'attenzione dei media”.

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Speciale cammini d'Italia: "Di qui passò Francesco"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (
www.aigae.org)

Angela Seracchioli, all'inizio degli anni duemila, abita ancora nel piccolo borgo dolomitico dove si era ritirata per seguire la sua passione per la montagna e l'alpinismo dopo una vita intensa che l'aveva portata nel caos di una grande metropoli. Lavora da stagionale, come tanti altri componenti della sua comunità. In autunno, prima della stagione invernale di lavoro, ha dunque alcuni mesi liberi che, nel 2002, decide di sfruttare per camminare verso Santiago. Scrive un diario, che, su richiesta di Luciano Callegari, va online su www.pellegrinando.it. Lì lo legge Miriam Giovanzana, direttrice della casa editrice Terre di Mezzo, che chiede ad Angela informazioni e foto sul “cammino d’inverno” per arricchire la nuova edizione della guida sul Cammino di Santiago. Angela lo fa e non si ferma. Guarda l'editore e le dice che lei ha un altro cammino che meriterebbe una guida. E' un cammino che ancora non esiste ma che Angela ha inventato per se stessa, per soddisfare il proprio desiderio di conoscere meglio Francesco, di leggere le fonti francescane, di camminare lungo i suoi luoghi. L'editore accetta la sfida e nel 2004, “Di qui passò Francesco”, il libro di Angela Seracchioli comincia a trasformare i 350 Km di sentieri appenninici tra La Verna, Gubbio, Assisi, Spoleto fino a Rieti in un cammino.

“Perché – spiega Angela - fra l'escursionismo e il pellegrinaggio c'è un'impalpabile differenza. Ci possono essere momenti alti e profondi in un'escursione o in una scalata, ma in un pellegrinaggio te li aspetti, è come se tu fossi indirizzato verso la profondità che il cammino ha in sé. E' una specie di salto interiore: continui ad alzarti la mattina, mettere insieme le tue poche cose nello zaino, camminare, arrivare stanco e fare la doccia che ti fa rinascere, però con una marcia in più. E poi ogni pellegrino conosce gente e la gente conosce lui. L'idea del cammino crea un solco, una traccia e capita che sconosciuti incontrati per un attimo affidino ai pellegrini una preghiera da portare alla meta e che il pellegrino si senta investito di questo compito, che sia credente o no. C'è un'idea medioevale soggiacente, nata a scopo penitenziale e, oggi, dopo secoli, ritornata in auge come forma di ricerca di sé stessi, del senso della vita, della profondità che si può tradurre con una sola parola, di Dio. Ironia della sorte vuole che questa ricerca riemerga con forza proprio oggi, mentre la Chiesa, miope, lamenta la perdita di sacralità che forse è invece un emergere ”.

Il cammino tracciato da Angela nel 2004 trovò presto compagni di viaggio. A tratti un po' scomodi. “Si sono affiancati – racconta Angela – cammini creati per ragioni che poco hanno a che vedere con il senso del pellegrinaggio, perché forze laiche e religiose hanno scoperto che è “di moda” pellegrinare e che ci si può guadagnare sopra. Si sono inventati nomi come la “Francigena di San Francesco”, quando la vera Francigena non è mai passata di qua, confondendo i pellegrini con una quantità di segnali costosi. All'inizio il fenomeno mi ha rattristato, ma il tempo mi ha dato soddisfazione. I pellegrini riescono a vedere l'imbroglio e si fidano solo di cammini creati con il sudore della fronte e lo zaino in spalla: i cartelli diventeranno ruggine, mentre il Cammino, quello vero, rimarrà. Oggi dunque rimane solo il rammarico per ciò che credo sia miopia dei potenti, ma parliamo d'altro, parliamo di Francesco”.

Anima del cammino desiderato, pensato e tracciato da Angela Seracchioli è infatti il santo di Assisi. Nella guida Angela riporta molti brani relativi alla vita del Santo, che lei definisce nella prefazione “estroverso, creativo, poeta, gioioso, viaggiatore, affabulatore, capace di grandi voli solitari e, nel contempo, amante della condivisione”. “Francesco – aggiunge Angela – è un personaggio che va oltre, oltre i secoli e certamente oltre i confini della Chiesa cattolica: ho conosciuto un maestro hindù che riteneva Francesco un suo ispiratore, e ancora un monaco Scintoista che era venuto dal lontano Giappone solo per Francesco. Francesco era cattolico, ma solo perché non vi era alternativa in quel tempo e tanti come lui finirono sul il rogo per non esserlo. In realtà però era un mistico e, come tutti i mistici, era oltre i confini di un credo. Francesco, poi, era un mistico particolare, con i piedi per terra. Era un poverello di Assisi, portatore di un messaggio universale. Francesco era una persona che si sentiva parte di un tutto e nella sua grandezza riusciva a fare sempre ciò a cui noi proviamo ad avvicinarci con il cammino: rallentare, fare attenzione al dettaglio, lasciarsi attraversare dallo stupore per un fiore solitario che nasce in mezzo all'asfalto, gioire, benedire, lodare, essere vivi e fratelli e sorelle di tutto e di tutti”.

Il libro di Angela è già stato ristampato tre volte in italiano e due in tedesco. L'autrice, seguendo le indicazioni dei pellegrini che utilizzavano la sua guida, è ripassata sul terreno a segnalare meglio il percorso. Le imprecisioni sono ora pressoché annullate e le avventure diminuiscono, ma, per chi si mette in strada tra Toscana, Umbria e Lazio, il caso rimane un piacevole compagno di strada. “Alcuni amici – racconta Seracchioli – si sono persi poco dopo Città di Castello. Si sono fermati a una casa per chiedere delucidazioni sul percorso e vi hanno trovato una festa di nozze a cui sono stati invitati. Quelle persone sono ancora amiche, ancora in contatto”.

Il cammino ispirato dalla lettura delle fonti francescane partito a La Verna sotto i preziosi consigli di Padre Fiorenzo sta oggi per proseguire. Al progetto originario, che terminava a Rieti, e per l'esattezza a Poggio Bustone dove, stando a quanto narra San Bonaventura da Bagnoregio, Francesco ebbe la conferma della bontà della strada da lui intrapresa, se ne aggiungerà a breve un secondo. Angela è infatti al lavoro per completare un nuovo cammino sui luoghi di Francesco e del culto micaelico che da Rieti arriverà alla grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo del Gargano dove il santo si recò come molti pellegrini medioevali. “Quando la nuova guida sarà completata (a maggio sarà nelle librerie con il titolo “Con le ali ai piedi”) – conclude l'autrice – i pellegrini avranno a disposizione circa 900 Km da percorrere in 41 tappe, partendo dal luogo cardine della tradizione francescana, La Verna, e arrivando al luogo cardine della tradizione micaelica, Monte Sant’Angelo”.

Sarà una specie di nuovo inizio. Così come per l'ostello di Angela ad Assisi. Chiuso dai frati francescani, senza motivi acclarati, il rifugio dei pellegrini che aveva accompagnato la crescita del Cammino di Francesco, Angela presto riaprirà una nuova struttura che si chiamerà La Ruah. “E' una parola che in italiano traduciamo con “Spirito” – conclude Angela - ma in realtà è un termine femminile che ha molte più sfumature nella lingua originale, come testimoniano le oltre dieci pagine sul lessema del dizionario italiano-ebraico. Come diceva Gioachino da Fiore, dopo l'età del Padre, padrone che punisce, e quella del Figlio, che ama, stiamo per entrare nell'età dello Spirito, con un rapporto più personale con Dio e il tutto, senza più divisioni. Lo Spirito non ha colore, è il Vento Sottile, la Fonte della Vita che tutto e tutti abbraccia ”.

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domenica, maggio 22, 2011

Il foglio con l'avviso

“Siamo a mercoledì e non c'è ancora nessun imprevisto” pensa Francesco. Non gli ha detto nulla il suo capo-reparto, non gli ha detto nulla il suo capo-macchina, non gli ha detto nulla neppure il suo compagno di macchina. Se lo ripete sottovoce ma ormai ne è certo: sabato non si lavora. Sabato poi i figli sono fuori con la scuola tutto il giorno: gli pesa ammetterlo ma a volte lo infastidiscono proprio quelle creature egoiste, invadenti e ribelli. E' come se se ne sentisse schiaffeggiato, irriso nelle sue passioni che rispolvera solo a tarda notte quando nessuno gli ricorda che il liceo è lontano e che ora il dovere di essere prima padre e marito arriva prima che il diritto di essere pienamente se stesso. La notte, quando il sonno non arriva di corsa, apre i suoi testi in grande formato sui tessuti antichi. Li acquista sempre tra l'ironia malcelata delle commesse. L'eviterebbe acquistando in rete, ma online ci sono quindici euro di prezzo di spedizione: meglio un po' di disagio allora.

Sabato, comunque, non si lavora. Giulio ne è sempre più certo. E allora andrà. Senza bambini, senza moglie, salirà in auto, un po' di rock facile, di quello che non ascolta più, e andrà in Toscana tra i suoi mercanti di stoffe. Li conosce già personalmente. Telefonerà loro e chiederà i pezzi pregiati dal costo accessibile. Sa già che lascerà lì i più belli e cari, ma qualcosa di buono nella piazza di Arezzo sarà certamente suo al ritorno. E allora per giorni avrà nuove emozioni. Gli piace la notte tenere tra le mani quelle stoffe antiche, respirarne l'odore, riviverne la storia. Ama in particolare i tessuti di festa scelti dai popolani. In loro rivive il proprio sogno, la ricerca di un attimo eccezionale, il privilegio della forma alla sostanza, almeno per un istante.

Sabato partirà dunque. E' venerdì ormai. Gli mancano solo le ultime ore di lavoro: forse saranno più di otto, ma che importa, il giorno dopo lui partirà. Scherza con il collega vicino al marcatempo. Vi ci si avvicina senza il solito carico di tensioni. Poi, è un attimo, alla porta vede il foglio. Quello che da sempre recita lo stesso messaggio: sintetico, chiaro. “Sabato lavorativo. Per informazioni rivolgersi alla direzione”.

Francesco si ferma di fronte al foglio. Come se una storia di lunghe battaglie collettive fosse scomparsa d'un tratto, si sente solo, completamente. Lui, da un lato, loro dall'altro. Il suo sogno del giorno dopo sta già morendo. Si chiede se qualcuno dei colleghi sta vivendo la stessa sensazione di vuoto, ma non lo sa, non si parla troppo. Si chiede se la direzione si risentirebbe a ricevere un suo no, per un viaggio a Firenze da liceale, ma non lo sa perché non la vede quasi mai. E' solo. “Ma forse va bene così – pensa – ho un lavoro e va bene così”.