venerdì, gennaio 08, 2016

Una sosta dalla signora dei testaroli

“Chi non viaggia non conosce il valore degli uomini”.
(B. Chatwin)

E’ autunno, ma fuori fa ancora caldo. In tarda mattinata, la temperatura è oltre i trenta gradi. Nel seminterrato, in laboratorio, gli otto fornelli bruciano all’unisono. L’aria è densa come in allucinazione là sotto. La signora, corpulenta, ancheggia attorno ai fuochi. Sono grandi i fuochi. La signora cammina stancamente e a lungo per fare il giro attorno ai fornelli e ruotare al momento giusto ogni testarolo. E’ un pane semplice, il testarolo, di acqua e di farina. E’ dalla notte prima che la signora prepara senza sosta dei testaroli.
Si asciuga il sudore, poi toglie un pane dal fuoco, lo taglia a strisce e me lo allunga. “Prima sentilo così – mi dice – poi va fuori in giardino. Te lo porto fuori”.

Il giardino è intimo e appartato. Lenzuoli appesi proteggono dalla luce del sole. I due tavoli tondi restano all’ombra. Così come le sedie attorno e i mobili, disordinati, appoggiati al muro. La tovaglia è di carta. Non è un ristorante e non lo sembra.
“Sono con il pesto” mi dice la signora, posando il vassoio a fianco del mio piatto.
“Profumano di buono” dico sorridendo.
La signora si siede in una sedia vicino al muro e appoggia il gomito su un vecchio comodino. Suda ancora, è stanca.

“Perché fai questo lavoro?”, le chiedo.
“Perché l’ho fatto sa sempre. E quado la mia azienda è voluta diventare un’industria, io sono partita con il mio laboratorio. Volevo farli meglio, i testaroli”.
La signora prende una pausa, si schiarisce la voce e si rivolge a me.
“E tu perché viaggi, perché cammini?”.
Mi prendo un pausa anch’io.
“Credo ancora di avere ancora dei motivi per farlo”.

lunedì, novembre 02, 2015

Orizzonti. Incontri di strada, profezie ed eredità d'aula

Castello di Longiano
L’ultima è stata una festa a lume di candela. Pochi giorni fa, a ottobre. Nelle segrete di un castello romagnolo, donne birmane vestite di mille colori hanno cantato e danzato con una luce diffusa per indicare la strada al Buddha, che in quella notte sarebbe rientrato sulla terra dal paradiso. “Ci farebbe piacere se venissi anche tu” mi ha detto, Flora, la signora che parla anche italiano. Mi sono versato un poco di sangiovese e mi sono unito a loro.

Prima era stata la volta di Marcello, a Bologna. Marcello ha un alimentari vicino alla casa di una mia cara amica. Sui suoi banchi, le mortadelle sono numerate. Sono uniche così come il loro sapore. A metà ottobre, con Marcello in formato oste, ho condiviso quelle mortadelle con un piccolo gruppo americano. A fine serata, Marcello e una coppia che celebrava l’anniversario hanno danzato assieme un tango. Dai portici di via Farini il locale sembrava la cornice di una fiaba.

La settimana prima di partire per la via Emilia e gli Americani ero salito nel cuore delle Foreste Casentinesi. Di sera, con uno storico locale, avevo presentato la storia dei generali inglesi che, nel ’44, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, avevano attraversato la linea Gotica in fuga passando molti giorni e molte notti con gli abitanti del posto. Sorpresa fu quando gli amici danesi capirono che la proprietaria dell’agriturismo era figlia degli eroi di allora. Fu sorpresa, come poche settimane prima quando, a caccia di quella storia, una sorridente signora neozelandese aveva attraversato il mondo per arrivare fino alla Romagna. “Si può dormire a Strabatenza?” mi aveva chiesto nella sua prima mail. Ora ho una sua foto, mentre raccoglie le prugne sulle colline dove suo nonno aveva vissuto assieme ai partigiani più di mezzo secolo prima.

Di guerre, ne hanno vissute anche i giovani studenti dei Balcani che ho incontrato a settembre. Guidando loro, guidato da loro, sono entrato in un palazzo privato di cui mai avevo percepito l’immensità. Uno, due, tre giardini, sempre più grandi, sempre più belli.

Guardo con ottimismo questo concatenarsi di grandi lavori e di piccoli incontri. Nel giugno di un anno fa, quando ancora dovevo finire la mia tesi di master in Olanda, in viaggio sul treno da New York a Montreal, mi appuntai alcune note su quello che “volevo fare da grande”: “Deve essere qualcosa in cui apprendo, in cui il tempo dia forma al cambiamento. Qualcosa su cui intervenga io, direttamente, a monte, nella strategia. Qualcosa che abbia un forte valore per la comunità a cui si rivolge, ma che al contempo le ispiri flessibilità, ottimismo e contaminazione. Qualcosa che onori un luogo, ma senza venerarlo come centro”.

Pochi giorni, ho ripensato a questi incontri, a questa frase, ai tanti scritti che avevo studiato sulla mission e sull’importanza di rispettarla per essere felici e proseguire con successo sulla strada che ci è propria. Ho respirato una volta in più, ripercorso studi ed esperienze, e quando ho espirato, ho declinato una proposta di lavoro bella e ricca, ma che mi avrebbe strappato a tutto questo, assorbito completamente in altro.

Qualche anno fa cedetti a una simile tentazione. Ora, ripensando a tutto questo, mi sembra di aver studiato tanto per potervi resistere. E, anche se fino a fino a primavera, l’idea di una grande rete europea di storyteller resterà solo un’idea, io le resterò fedele, per rispetto a tutti gli amici europei che l’hanno abbracciata e per rispetto a me, che, probabilmente, mai mi sarei perdonato di averla abbandonata.

lunedì, agosto 03, 2015

Il Jogger della Montagna di Cet

MaremmaArrivo a Pitigliano nel cuore del pomeriggio. Il cartello indica l’ingresso dell’autostrada in direzione Orvieto. Ero arrivato due giorni prima proprio da quella direzione, quasi conosco la strada. Ma accosto lo stesso e nel navigatore inserisco destinazione Firenze. Il satellite cerca la mia posizione e la vocina mi suggerisce un’altra via. Allargo lo schermo e vedo un dedalo tortuoso che sale fino da Pitigliano fino a Chianciano. Sono solo, posso sbagliare e perdere un po’ di temo. Ignoro il cartello e seguo la vocina del navigatore.

Destra, sinistra e poi ancora destra. Senza il satellite lassù sopra, sarei già perso. Seguendo la sua vocina, imbocco strade provinciali dai nomi nobili ma dalla carreggiata sempre più angusta. Bivi che sembrano non finire mai. E, ai lati, terra, terra a non finire, giallo oro e nera, curata ma mai decorata. Campi fino all’orizzonte e in fondo all’orizzonte i monti. Percorro le pendici di intere colline glabre, solo poche querce a frastagliarne il profilo.

Ancora un bivio. Quasi non si vede. Questa volta la strada sale, molto. La vocina mi pronuncia un nome elfico: “Strada provinciale montagna di Cet”. Nel cartello, scolorito, leggo a fatica il nome intero: “Montagna di Cetona”. Continuo a salire. Il panorama si allarga, sempre più vasto, sempre più arido.

Quando la strada raggiunge il crinale, vedo sulla sinistra un uomo di mezza età che corre. E’ al bordo della strada. Mette un piede fuori dalla carreggiata e cade, scomposto. Striscia il gomito e urta la coscia. Rallento, lo affianco, abbasso il finestrino e, “Hai bisogno d’aiuto?”, gli chiedo. Lui non mi risponde, non mi lascia il tempo di scendere, né mi guarda. Recupera il suo lettore Mp3, si rialza e riparte.

Inizia a cadere qualche goccia. Segue un forte temporale, la temperatura scende, si capisce che non durerà però. Dal finestrino di sinistra non smette mai di entrare il sole. E da quello di destra, sotto le nuvole, affiorano i riflessi del lago Trasimeno. Laggiù è ancora estate.

Chianciano è ormai vicina. L’autostrada è ormai vicina. Viaggio da più di un’ora e il pomeriggio è quasi sera. Non prendo il caffè a quell’ora di solito, ma faccio un’eccezione. Dopo il Jogger della montagna di Cet, sogno una risposta alla mia domanda.