domenica, maggio 15, 2016

Il sardo sotto il carrubo di Sicilia

Il fumo della brace sale ancora tra le foglie del carrubo, così come l’odore della carne riempie ancora l’aria. C’è poco vento nella costa a sud di Siracusa. La brezza dal mare spira forte, ma poi si perde tra le frasche degli agrumeti che circondano il maniero. Nella radura, dove di giorno i muratori lavorano al recupero della vecchia scuola, c’è aria di casa. Sapone, shampoo, sale, caffè popolano gli scaffali vicino alla tenda dove i muratori si fermano anche la notte. E’ sabato e la radura si è vestita a festa. Dalle campagne, altri amici, altri conoscenti sono scesi per condividere la carne alla brace che la squadra di lavoratori prepara per le sere di libertà.

A mezzanotte, la cena è finita da poco. I bambini guardano costruire palloncini artistici; era il lavoro di uno dei muratori. Alla destra del carrubo, seduti sulla calce, due ragazzi preparano una canna. Il gruppetto più grande è attorno alla luce di un piccolo faro, chi sorseggia l’ultima birra, chi bagna la frutta con un moscato secco e forte.


Nell’angolo più buio, a sinistra del grande albero, invece, un uomo sardo di mezza età parla a bassa voce con una ragazza dai capelli rossi. Voci basse, la ragazza chiede, l’uomo risponde.
“Ho comprato un pezzo di terra in Sardegna – dice lui –. E’ fuori città, in un luogo tranquillo. C’è un guado da attraversare per arrivarci, ma l’acqua non è mai troppo forte”.
“Vuoi costruire casa, una vera, in mattoni” sopraggiunge lei.
“No, nessun mattone. In paglia e pietra. Costruirò una pinneta, con gli stessi materiali che usavano i pastori per la transumanza. Quando erano in viaggio, i pastori trovavano solo pietra e paglia e con pietra e paglia costruivano le loro dimore. Avevano il fuoco al centro; le usavano anche come caseifici. Anche la mia avrà il fuoco al centro”.
“Faccio fatica a immaginarla – commentò la ragazza -. Non ne ho mai sentito parlare”.
“Come la iurta dei nomadi delle steppe. Solo più solida – precisò lui -. La iurta doveva smontarsi, mentre la pinneta è una costruzione permanente”.
“Sai già quando ti trasferirai?”.
“Non ancora”, temporeggia lui, mentre ispira forte e la canna brilla nella notte. “Per ora voglio chiedere ai muratori se posso vivere qui con loro nella loro tenda. Devo restare ancora in Sicilia”.
“Perché l’hai scelta?”.
“Non l’ho scelta. Il lavoro mi ci ha portato. E il lavoro ancora mi piace nonostante tutto”.

L’uomo inspirò l’ultima erba e si alzò. Si incamminò verso la sua tenda, a un paio di chilometri oltre la strada. Il giorno dopo, vestito da soldato, l’attendevano sulla sua nave arancione per il soccorso in mare. Di nuovo verso Lampedusa, il suo mare e i suoi barconi.

mercoledì, aprile 27, 2016

Il thè dell’Asia e la Menta di Romagna

Cesti di thè birmano vicino a Pindaya
24 ore, una persona, due messaggi. Nel primo, via Facebook, mi ha invitato alla riunione dell’associazione a cui entrambi apparteniamo; nel secondo, via email, mi ha intimato un omissione di atti di ufficio.
Il flusso degli eventi è proseguito coerente a questo inizio.

Ancora pochi minuti e ancora due messaggi. Due email questa volta. La prima mi ha inserito in un settetto magico, chiamato a portare il mondo in un piccolo spicchio d’Italia. La seconda mi ha invitato a trasferirmi in Irlanda per farla esplorare a piccoli gruppi di italiani.
E così ancora pochi minuti dopo. Altri minuti due messaggi ancora. Uno per accompagnare dei canadesi in Birmania; uno per accompagnare dei Birmani in Italia.

Nel thè verde asiatico aromatizzato alla menta romagnola mi chiedo se, come the Yes Man, anch'io posso dire di sì a tutto.