domenica, maggio 07, 2006

La Madonna del freezer, la fata della cassapanca e il diavolo dello scantinato

La leggenda vive di fronte a Pian del Grado. Quell’antico borgo, in passato abitazione di ben undici famiglie, è infatti adagiato sul versante nord della valle del Bidente delle Celle e dal suo terrazzo, in direzione sud, si intuiscono le cascate del Satanasso, il fosso prediletto dallo spettro di Mantellini. La tradizione vuole che lo spirito del vecchio pastore, dopo aver vegliato per un'intera notte su sul corpo di un boscaiolo vittima di un incidente sul lavoro, continui a percorrere quei sentieri ormai abbandonati esigendo ogni anno una vittima come tributo. Come per ogni tradizione che si rispetti, non ci sono prove, ma gli abitanti della vicina Corniolo giurano di aver udito il campanellino della capretta di Mantellini e di aver visto lui nel suo lugubre mantello nero.

Noi non abbiamo sentito e visto nulla, ma venerdì a Pian del Grado la leggenda di Mantellini è arrivata comunque sulla nostra tavola. E il suo eco si è propagato di bocca in bocca, da maestro ad allievi e da allievi a maestro, risvegliando uno dopo l’altro i mille misteri che si propagano nel sottobosco di Campigna.

A San Piero, per esempio, tutti conoscono gli gnomi. Ne parlano tranquillamente in tabaccheria. In paese c’è chi taglia boschi, chi caccia di frodo e chi vede gnomi. Questi ultimi sono ovviamente i cittadini più noti. Anzi, sono un po’ gli esperti italiani del ramo ed è a loro che si è rivolta una donna tormentata dalla fata rinchiusa nella propria cassapanca. Non sono dati a sapere i consigli elargiti alla sventurata, ma non vi sono dubbi sulla loro bontà, perché chi li ha dati maneggia ordinariamente lo straordinario. Nello stesso paese c’è chi ha scovato la Madonna chiusa nel proprio freezer e chi deve difendersi dal demonio ogni volta che scende negli inferi della sua cantina per recuperare un salame.

“Non c’è molta gente schietta sopra una certa altitudine”, ha commentato tra un racconto e l’altro Lello, la nostra guida, alludendo a una vita ascetica consumata in cerchie familiari troppo strette per rimescolare correttamente le carte a ogni giro generazionale. Questa gente poco “schietta” è però molto brava a tracannare vino schietto. A volte l’alcol modella dei veri e propri Baudelaire tosco-romagnoli, scalpellini che si sbronzano nell’umidità del fosso e trasformano in arte le pietre di un sentiero. A volte invece il rosso del vino inietta di sangue gli occhi e incendia l’aria nei rituali mondani. “Uomo”, un grosso ragazzone del posto, è uno di quelli che si infiamma più facilmente. Il suo pugno, potente come quello del "Sordo", che una volta ha stroncato la testa di un cavallo, è adesso un’arma vietata dai carabinieri locali. Ma “Uomo” non ci sente troppo bene dall’orecchio delle regole e così ha pensato bene di aggirarle. L’occasione è stata una sentita stracittadina tra Corniolo e Santa Sofia. Sugli spalti il tifo era impari e i corniolesi, di cui “Uomo” fa parte, furono presto accerchiati. Lui allora si chinò, aprì la sua borsa e con due tiri mise in moto la motosega. Lui tagliò l’aria dello stadio, mentre tutti gli altri (pallone compreso…) tagliarono rapidamente la corda.

Fermarsi alle gesta di “Uomo” sarebbe però riduttivo. Se a lui tocca il lavoro duro, è infatti agli altri che tocca giocare di fino. L’occasione per portare allo stadio raffinate allusioni simboliche fu questa volta il delicato scontro tra le tifoserie di Santa Sofia e della rappresentativa del Pollo del Campo. I santasofiesi scelsero di giocare duro e intinsero il loro grido di guerra nel sangue del pollo impalato sul proprio vessillo. Quella era la fine che sarebbe toccata sul campo ai Polli del Campo...

Il tifo del Bidentino è molto maschio, ma, d’altra parte, anche le donne sono molto maschie. Quelle di una volta, come la Tarzan, non hanno certo paura di un pollo crocifisso. Lei, un metro e cinquanta di altezza per due di larghezza, può sempre contare sulla doppietta e sul macete che porta con sé. E se avete dei dubbi sulla capacità di una femmina di maneggiare tali attrezzi, chiedete al cinghiale che osò attraversarle la strada in una notte innevata di un imprecisato inverno fa. Il cinghiale corse e lei lo impallinò; lui allora si buttò giù per la riva più scoscesa, ma lei lo raggiunse, lo finì con il coltello e lo sbatté sul tavolo di casa sua ancora caldo dopo averlo trascinato con una corda.

La Tarzan è stata una delle ultime protagoniste della nostra cena a Pian del Grado. Mentre il camino consumava gli ultimi ciocchi, la sua storia, assieme a quella di “Tutti coppi”, di “Gabana” e di altri nomi epici delle foreste di Campigna, ha rivissuto per alcuni istanti nei nostri racconti. Poi ognuno di noi si è rinchiuso nel proprio sacco a pelo. Ho allora teso l’orecchio per rubare nell’aria l’eco di Mantellini, della sua capretta e del suo campanellino. Ma Mantellini è stato alla larga. Cinque persone che russavano come bestie erano troppo anche per le sue deboli orecchie da spirito della valle delle Celle.

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2 commenti:

edo ha detto...

hai rimescolato un po' i personaggi e le vicende,però questa è la prova che devi assolutamente andare ad intervistare i testimoni ed i protagonisti delle alco-bucoliche gesta.
P.S.la parte appenninica romagnola non è Casentino

Tuvopisa ha detto...

leggo con piacere delle eroiche gesta di cui sopra e preciso che; ...il meccanico brandendo il cacciavite e fendendo l'aria disse: "slè vera che dio l'è da tutt'il parti, prima o poi el piarò pù in t'un occhie!"

Ai posteri