
A quelle parole, che non posso ancora citare e sarebbe ingiusto parafrasare, aggiungo una piccola nota dedicata esclusivamente alla salita, perché credo che sia lì che il ciclismo sprigioni il suo lato più filosofico. E’ in salita che si rimane più soli. A pochi chilometri orari di andatura si perde l’effetto aerodinamico che in pianura permette di restare in scia a persone molto più in forma. Su per una rampa andare avanti diventa un lavorio costante, che non ammette tregue. Una fatica non solo fisica ma anche psicologica, perché a un colpo di manubrio, alla distanza di un’inversione a U, c’è la discesa e la comodità di una gravità amica. La discesa è una scelta tentatrice, ma ogni ciclista che ne è ha ascoltato il canto è tornato a casa con l’amaro in bocca.
Su in alto c’era infatti un traguardo a cui ha rinunciato. Un traguardo che è a sua volta “molto filosofico”, perché la cima di una salita dura solo pochi metri, si rivela spesso ventosa e inospitale e così, appena il respiro rallenta, si riprende la discesa, sempre dalla parte opposta rispetto alla provenienza, perché un giro – lo dice la parola – dev’essere circolare.
E a quel punto non resta che tornare a casa superando un’altra salita.
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