sabato, maggio 17, 2008

Casa del cuculo: echi balcanici nella terrazza di Romagna

Parte la musica e sotto la torcia della grande madre, al secolo Debora, venti candele illuminano un volto corrugato. E’ un quadro appeso al ramo di una quercia nell’aia della Casa del cuculo. Ce ne sono tanti nell’arco di pochi metri. Sono uno dei segni della festa. C’è gente – forse un’ottantina di anime al festival degli artisti immergenti – nell’arida collina che una polverosa carrareccia recide dal resto del mondo: dalle luci della riviera, dalle sacre forme della Pieve di Polenta, dai rinnovati lussi delle Terme della Fratta. C’è Bertinoro, la terrazza di Romagna, poco lontano, ma su alla Casa del Cuculo c’è un altro mondo: ci sono gli echi dei Balcani.

Sul palco principale, un prato reso più confortevole da travi imbottite, tamburi, violini, fisarmoniche e fiati insinuano tra pini, roverelle e biancospini suoni gitani. Le parole che introducono i brani sono confuse, quelle delle liriche incomprensibili. Resta l’atmosfera: prevale il lamento, ma c’è spazio per accordi solari, accelerate d’allegria. Il bosco dietro al palco è in penose condizioni, ma nel buio i rami sono la più ancestrale delle scenografie. I suonatori per lo più sono dilettanti, ma le loro imperfezioni scompaiono nell’armonia dell’insieme creata in lunghe prove nel tempo libero della disoccupazione.

Le candele, i quadri i concerti rimarranno accessi per tre notti nella collina della Casa del cuculo. Il “paperoga” continuerà a portare su e giù gente dalla valle, il “bar-collante” continuerà a annaffiare le gole dei presenti. Poi nella casa resteranno solo le cinque persone che vi abitano e, senza il rumore del pubblico ad applaudirle, torneranno a vivere serenamente o, forse, a chiedersi se lo stanno facendo veramente o se ne stanno solo illudendo temporaneamente, in attesa di trasformarsi, tra vent’anni, in un rudere sopravvissuto a sé stesso (Pianbaruzzoli, il relitto sopravvissuto a se stesso).

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Credo, ma forse è solo una mia convinzione, che l'utopia del cuculo sia più realizzabile dei quella che fu degli zappatori senza padroni. Semplicemente perchè non si tratta di un'esperienza autoreferenziale, chiusa a questa società. E' un piccolo esperimento di società nella società. Non ne sono completamente contaminati ma nemmeno estranei.

anarres

silviomini ha detto...

caro anarres,

la tua considerazione è senza'altro giusta. Non solo gli obiettivi, ma anche il luogo, così centrale, colloca la casa del cuculo in un'area differente rispetto a Pianbaruzzoli.

Sarà interessante vedere come una comunità semi-autonoma si evolverà rispetto al resto del mondo, lo0lontano solo una decina di minuti a piedi. La comunità manterrà il suo equilibrio attuale, sarà un polo d'attrazione o il mondo la risucchierà?

Anonimo ha detto...

Dopo averti esposto dal vivo le mie perplessità sulla tua cronaca avevo anche pensato di avere esagerato e di aver male interpretato le tue parole ma non essendo più la sola ci devo tornare un po' sù!
Quello che non capisco è come si conciliano descrizioni apparentemente positive con le critiche...sto su queste ultime.

“Le parole che introducono i brani sono confuse,….FORSE, MA CHE MALE C’È? ABBIAMO DETTO DELL’EMOZIONE DI CANTARE PROPRIO NELLA CASA IN CUI SI E’ NATI COME GRUPPO’’ quelle delle liriche incomprensibili…PER FORZA E’ UNA LINGUA CHE NON E’ NEMMENO QUELLA UFFICIALE ALBANESE, MA BISOGNA SEMPRE CAPIRE TUTTO? .”
Resta l’atmosfera: prevale il lamento (IN CHE SENSO?),… Il bosco dietro al palco è in penose condizioni (TI INVITO UNO DI QUESTI POMERIGGI A FARCI UN GIRO, CON LA LUCE DEL GIORNO POTRESTI SCOPRIRE CHE QUELLO CHE RESTA DEL BOSCO E’ IN REALTA’ UN GIARDINO CON ALBERI DA FRUTTO, PIANTE E PRATO. NON PRETENDERAI IL BOSCO DI SASSO FRATINO IN UN LUOGO DA SEMPRE VISSUTO E COLTIVATO ), …I suonatori per lo più sono dilettanti (NON CI SIAMO MAI DEFINITI ALTRIMENTI! MA, ESCLUSO LA SCRIVENTE, CE NE FOSSERO DI DILETTANTI COSI’ IN GIRO!), ma le loro imperfezioni scompaiono nell’armonia dell’insieme creata in lunghe prove nel tempo libero della disoccupazione (TEMO DI DOVERTI DELUDERE: IL TEMPO E’, PER LA MAGGIOR PARTE DI NOI, LIBERO DAL LAVORO E NON DA UNA DISOCCUPAZIONE DA GIOVANI FANCAZZISTI…QUANTO INGANNANO LE APPARENZE!…PER LE PERSONE RESTA VALIDO L’INVITO FATTO PER IL BOSCO)

Per quanto riguarda il riferimento a Piambaruccioli, ti ha già risposto anarres, e comunque mi chiedo da dove ti viene tutta questa acredine verso esperienze di vita che sfiori appena in superficie: non hai conosciuto l’esperienza originale di Piamba, era la prima volta che passavi dal Cuculo, così come non conosci i vecchi sognatori che si sono ritrovati a San Paolo qualche giorno dopo, eppure sempre traspare una critica davvero un po’ supponente.

Le parole hanno un peso, possono ferire, soprattutto se scritte con troppa leggerezza. Le critiche sono sacrosante, legittime e anche molto utili ma devono, a mio parere, provenire dopo che si è stati dentro la situazione e ci si è guadagnati il titolo per parlare, altrimenti non si fa altro che imitare quello che fa la maggior parte dei mass media: creare mostri dalle ombre o considerare artisti veline e parrucchieri.


PS la grande madre, comunque, era Elena!

Casa del ha detto...

Ciao silviomini,
se la tua attività ti lascia uno spazio libero da impegni, ti vorremmo invitare a pranzo o a cena per conoscerci, farti vedere meglio il bosco, fare due chiacchiere più approfondite. Più o meno c'è sempre qualcuno pronto ad accogliere chi passa, in ogni caso è sempre meglio chiamarci prima. Il contatto lo trovi sul nostro sito.
Ciao
I cuculi

Anonimo ha detto...

Autorispondo al mio post riconoscendo di averlo scritto in un momento di poca lucidità (non l'ho nemmeno firmato!) e di aver commesso lo stesso peccato di cui ti accuso...prendo esempio dai saggi cuculi e aggiungo un invito per un caffè così magari ti ascolto davvero e non fraintendo!

roberta

silviomini ha detto...

Ci sono così tante critiche che non so nemmeno da dove iniziare a rispondere. Mi sono state rinfacciate in ordine sparso: l’acredine verso le comuni, le descrizioni sbagliate di alcuni passaggi dello spettacolo, gli errori sui retroterra professionali dei protagonisti e le tradizionali colpe da mass media.

Parto dall’atteggiamento verso le comuni, che penso sia alla base di tutto. Nelle mie parole non c’è acredine: c’è piuttosto un misto di invidia e fatalismo. Di invidia perché le situazioni che riescono a creare sono qualcosa di molto simile a un mondo perfetto, almeno al mio mondo perfetto: coltivano l’ideale di un uomo che non fa una “professione” ma svolge tutti i lavori che gli servono per costruirsi la vita; rifuggono le spinte all’iper-produttività a cui molti contesti attuali (di sempre?) costringono; spingono a una riflessione sulla contrazione dei consumi più futili, e, in mezzo a molto altro ancora, lasciano spazio all’ego artistico di chiunque. E’ una prospettiva che adoro e che tanto vorrei sottoscrivere: vi penso spesso e, quando mi capita di fare visita a tali luoghi dal vero, il pensiero diventa addirittura tambureggiante.

Però quando ciò accade alle sensazioni positive subentra il fatalismo. Subentra, soprattutto, il senso di temporaneità e di fine che permea tali sperimentazioni. E’ vero che tutto è destinato a finire, ma le comuni lo hanno fatto più spesso, più in fretta e peggio di altri mondi. Non perché qualcuno le ha conquistate, ma semplicemente perché si sono sgretolate da sole, abbandonate dai loro stessi membri per le ragioni della vita: un figlio, la scuola, il mal di denti, il desiderio di un maggiore comfort, la stanchezza. Chi ha scelto di farsi carico personalmente di questi fardelli, ha quasi sempre fatto ritorno alla vita sociale tout court, mentre chi è rimasto ha altrettanto spesso riversato su altri, genitori in primis, il peso di tali vicissitudini. E’ una considerazione che non riesco a respingere mai, quando mi trovo di fronte a esperimenti sociali come quelli di Piambaruzzoli o del Cuculo: di qui la mia frase finale, con quella domanda sul carattere illusorio di uno stile di vita a cui più mi piacerebbe poter dare approvazione piena e, perché no, adesione concreta.
Aggiungo che è un sentire molto personale per una mancanza mia. Io, finora, ho sempre fallito nel mio tentativo di mettermi ai margini in maniera sostenibile.

Poche parole più sopra, ho parlato di “adesione concreta”. In questa formula, che racchiude la mia esigenza pragmatica di realizzare ciò che penso, c’è anche il nocciolo verso l’atteggiamento supponente mostrato verso i vecchi anarchici di San Paolo. Non avevano, o forse non l’ho respirato io in quelle poche ore, la forza dell’esempio. Mi sembravano scemi di energia, anarchici da raduno. Troppo logorati dai loro pensieri notturni, troppo pigri per realizzarne anche solo una parte il giorno successivo. Questa sensazione mi ha indotto a un giudizio negativo più rivolto alla categoria sociale che rappresentavano che ai singoli individui presenti, i quali, come tu dici, sono per me estranei.

La mia critica verso di loro è la stessa che non solo io rivolgo ai troppi intellettuali verbosi degli ultimi trent’anni. Dov’erano loro, intesi come anarchici, rivoluzionari e comunisti vari, mentre si consumavano le crisi sistemiche che tanto criticavano? Un intellettuale come quello che pontificava alle nostre spalle quella domenica non può essere troppo inorganico. Comodo, burocraticamente troppo comodo, restare nel sistema, magari in una posizione in disparte godendo dell’impunità della critica. Il fatto che uno non sia protagonista di una decisione perché, per scelta (raramente per incapacità), resta in un ruolo subalterno, non basta per sgravarsi del peso della scelta stessa. Se ne rimane quantomeno corresponsabile e si perde a quel punto la facoltà di criticare l’etica del capitalismo o la corsa al profitto.
Torno anche a questo proposito al mio sentire personale: è banale, ma almeno lo conosco bene. Al mio primo impiego all’università facevo pubblicità a master di cui gli stessi promotori confutavano il senso. Erano truffe costose giocate sul futuro degli studenti, costruendo loro false chimere dannose per l’intero corpo sociale. Il mio era forse un lavoro sensato? Secondo me poco, però da tutti era considerato un impiego onorabile: avevo il mio stipendietto, potevo sfiorare altri ambiti della mia vita vantandomi di “farlo per nulla” ed ero sufficientemente periferico per lamentarmi dell’immobilismo accademico senza impegnarmi per alterarlo. Ora invece sono impegnato in progetti tanto più piccoli quanto più miei, personali. Credo profondamente in essi e, tra mille cadute nel mediocre, cerco di dare forma e decoro ai contenuti che “vendo”. Ho passato ore, con molto gusto tra l’altro, a lavorare su me stesso per rendermi vagamente all’altezza, almeno della mia auto-percezione, del prezzo che gli ospiti pagavano. Come quando ero all’università ho poi scritto comunicati e usato ogni canale per promuovere tali appuntamenti. Il giudizio più comune verso tali sforzi è stato una condanna: di opportunista spirito imprenditoriale, di attaccamento al guadagno, di materialismo. E’ un giudizio che mi taglia un po’ a fette e che, a volte, mi induce a leggere un po’ di ipocrisia in chi lo emette, il quale probabilmente ignora che il suo superiore per garantirgli lo stipendio fa ben di peggio, probabilmente vendendo beni deprecabili per i ben pensanti.

Ecco, quando riverso le mie breve cronache online non nascondo questi giudizi. Li esprimo evidenti, però, almeno nelle intenzioni, con leggerezza, come fatue considerazioni del momento. Sono il primo a sapere che nella brevità dello scritto e spesso nella brevità dell’esperienza che l’ha generato non ci sono gli spazi per elaborare un’argomentazione. Non provo neppure a costruirla. Il “silviomini” del blog è un personaggio poco speculativo che condivide le sue riflessioni “del qui e dell’ora”. In questa loro immanenza del momento i miei post credo che siano le più attendibili cronache che abbia mai scritto. Ti assicuro che pochi giornalisti professionisti, con i tempi da videoterminale che corrono, hanno il privilegio di raccontare un vissuto reale come faccio io qui. Però, anche laddove un post è una vera cronaca - spesso non lo è - non puoi certo pretendere di leggere su queste videate una descrizione della realtà nel suo insieme: come può la descrizione di un attimo assurgere a metro di un progetto o di un’idea che ha avuto una sua meditazione, un suo sviluppo e un numero variabile di protagonisti ad animarla?

La Casa del cuculo ha avuto la sua genesi, che non conosco, il suo sviluppo, che forse seguirò, e i suo protagonisti, che volentieri conoscerò. Per invitare a seguire queste tracce, ho rimandato direttamente al sito preposto, inserito tra i mie link. Il post sulla Casa del cuculo invece è solo un breve scritto, con alcuni toni accentuati per marcare la poesia di un concerto, da cui mi attendevo poco e da cui invece ho scoperto una tua inusitata potenza canora e una generale capacità di emozionare. Alcuni passaggi che hai letto come ulteriori critiche volevano in realtà accentuare questa distanza tra l’atteso e il percepito: tra l’imperfezione del luogo (“penoso” è stato usato da un botanico supporter della comunità, certo non per indicare incuria…) e il suo creativo utilizzo col favore della notte; tra l’impasse della parola e il coinvolgimento del cantato; tra il non professionismo dei singoli esecutori e la forte soggettività dell’insieme.

Credo che tu abbia letto in negativo anche questi ultimi dettagli, alla luce della mia ultima frase, ma non lo erano. Come credo anche di aver detto a Paolo sul momento, ero davvero sorpreso dalla forza dell’esibizione. Sembravate credere nella vostra azione, a differenza degli anarchici, e in essa avete dato il massimo possibile del vostro lì e ora. A prescindere da un eventuale errore tecnico, che non sono certo stato io a sentire, il vostro gusto di suonare in quel momento si vedeva e se ne restava coinvolti. Ho scritto che in esso prevaleva il “lamento” perché talvolta in quei suoni che cantavano una terra lontana e per alcuni persi mi veniva in mente Jeff Buckley in Alleluja. Mi rendo conto che musicalmente può non centrare nulla, ma, da non critico musicale, perdonatemi questo balzello.

Bene, credo di aver detto anche troppo, visto che il mezzo suggerirebbe di restare molto più sintetici. Spero di aver chiarito le critiche percepite che non erano tali e di aver contestualizzato meglio le critiche percepite che lo erano davvero. E spero che queste parole in più possano invitare a replicare anche alle critiche ancora da venire. Ce ne saranno, perché almeno in questo blog, figlio improduttivo del tempo libero, mi riservo il diritto di lasciare più spazio alla retorica della storia in sé che alla presunzione della narrazione fattuale. Il corrotto mito dell’oggettività è tramontato anche nei mass media tradizionali e mi sembra fuori luogo tenerlo in vita qui, ove il dettaglio – e non l’intero intreccio! - di una storia vera diventa l’espediente per una trama del tutto personale. In scaglie di mondo così piccole non mi potete chiedere di simulare l’oggettività, noiosa anche di fronte ai grandi fatti della storia. Scaglie di mondo così piccole prendono saltuariamente significato solo se il raccontarle offre l’appiglio a chi scrive per tirare su il proprio coraggio e confessare un po’ più di se stesso. Operazione non banale e, come tu certifichi, non priva di effetti, anche collaterali.

Insomma, a quando volete per un caffè: anche il mio tempo libero è ora felicemente aumentato. E, senza temere accuse di fancazzismo, confesso che spenderlo bevendo caffè, leggendo il giornale o chiacchierando è uno dei modi più divertenti per trascorrerlo. Dunque volentieri, a patto che la cena e il caffè non siano la scusa per un’imboscata :-)

Un caro saluto a tutti i cuculi e a presto,
silvio

Anonimo ha detto...

Ti confesso che preferisco questo silviomini verboso!
Nella sintesi del post che ha scatenato le mie reazioni (anche un po' eccessive) si sono persi del tutto gli elementi di una analisi che potrei anche non condividere appieno ma che mi ha dato il piacere vero dell'ascolto!
E' vero le tue cronache hanno sempre avuto, tra gli altri, il pregio della leggerezza ma questa volta, trovandomici dentro mi ci sono smarrita, non sapevo ritrovare quanto avevi detto a Paolo a fine concerto e ho temuto un "tradimento" verso un gruppo di persone che mi sta diventando molto caro.
Solo un appunto sul concetto di fine delle esperienze...mi piace pensare che la fine non esista, ma esistano le trasformazioni, le evoluzioni vrso ciò che a ciascuno serve in un particolare momento della sua vita...poi c'è come ciascuno si vive questi passaggi, quanta serenità o quanta delusione, quanta curiosità per ciò che si incontrerà o quanto rimpianto per ciò che non c'è più e non ci potrà più essere esattamente com'era. ma questo è un altro discorso!
Ci sentiamo per il caffè!
Roberta