sabato, luglio 08, 2006

L’eterno presente nelle vita di Algeri

La Casbah vista da una finestra del Museo delle Arti e delle tradizioni popolariSua madre ha abbandonato la carriera accademica negli Stati Uniti, è tornata in Algeria e si è trovata nel vortice del terrorismo e poi ad offrire assistenza psicologica alle vittime della violenza. E lei, Amel, può raccontare da protagonista ciò che si prova a essere fermati alla periferia della città da un falso posto di blocco allestito dai terroristi. Amel ricorda quel momento come “una storia di pomodori”, ironizzando sulla cassa di verdure nel portabagagli che ha fatto sembrare lei e un amico una coppia di ritorno da acquisti a buon mercato nelle campagne, salvando entrambi da ciò che sarebbe capitato a un uomo e una donna non sposati sorpresi assieme in auto.

Il villaggio di Ait Eurbah al tramontoLe storie di Amel e sua madre sono comuni in Algeria. Nessuno le vuole raccontare, ma a volte sono così presenti da materializzarsi anche nelle poche e impervie vie di un paese di crinale della Cabilia. E’ così per esempio a Ait Eurbah. Diroccata nella parte bassa della via principale c’è ancora la casa di Ali Mohammed Mohand Amokrane detto Mohand u Idir: fu uno degli eroi e dei martiri della guerra di liberazione e proprio in quella casa fu sterminata per repressione gran parte della sua famiglia. Lì vicino abita ancora un nipote, che in onore del nonno ha ereditato lo stesso nome, Mohand Amokrane. Non ha ancora trent’anni ma anche lui può già raccontare. Di quella notte in cui i terroristi fermarono il pullman dove lui e i suoi amici del villaggio dormivano di ritorno da una festa. Erano ubriachi e dettero per scontato il peggio. I terroristi però cercavano degli abitanti del vicino villaggio di Tassaft: la loro era una rappresaglia contro la resistenza armata organizzata da Noureddine Amirouche, nipote del celebre colonnello Amirouche della guerra di liberazione, appunto originario di Tassaft: “I terroristi – racconta il giovane Mohand – si limitarono a distruggere le bottiglie di birra residue e a farci una violenta predica. Ma ce la siamo vista brutta”. Quella poi non fu la sola disavventure di Mohand. Nella primavera del 2001, fu ferito nei violenti scontri fra i giovani e la gendarmeria che misero a ferro e fuoco per settimane la regione in seguito all’uccisione di un liceale in una caserma: allora fu costretto ad assistere alla morte di un amico, lì a pochi passi da lui.

Sono molte le storie sovrapposte nella memoria algerina degli ultimi decenni. Fino al 1962 c’era l’oppressore francese. Poi subentrò la lunga dittatura civile-militare. E, quando il tunnel si sperava concluso, dopo le rivolte popolari del 1988 e il successivo sistema multipartitico con la libertà di stampa e di associazione nel 1989, arrivarono il fondamentalismo religioso e il terrorismo. Fu addirittura una consultazione popolare a dare loro il benvenuto definitivo. Erano le elezioni del 1991. “Da un lato – racconta ancora Amel – c’era il Fronte di Liberazione Nazionale: era l’ex partito unico, simbolo degli abusi del potere e colluso con i militari e la gente non ne voleva più sapere. Dall’altra parte c’era invece il partito berbero: inneggiava alla democrazia e alla laicità e la gente, oltre a nutrire una forte diffidenza regionalista, non sapeva cosa fossero quei valori. Infine, c’erano gli integralisti: dicevano alle donne che avrebbero dato loro i mariti e agli uomini che avrebbero dato loro lavoro ed equità. Erano già violenti nei modi e nel linguaggio, ma l’informazione circolava poco e la voglia di voltare pagine era esasperata. La gente pensò ‘perché no?’ e li votò”.

La baia di El KalaLe elezioni furono bloccate tra il primo e il secondo turno e quel gesto precipitò il paese in una spirale di violenza che non risparmiò nessuno. Lo scontro fra gruppi islamici armati ed esercito divenne guerra e dilagò nella società. Si fronteggiarono due schieramenti a loro volta frammentati all’interno, con terroristi decisi a colpire solo i militari e terroristi convinti invece della necessità di attaccare anche la popolazione, fino a considerare chiunque non li sostenesse attivamente un nemico da abbattere e a trucidare, neonati compresi. Attacchi contro militari e poliziotti, attentati alle loro famiglie, assassini di militanti politici, sindacalisti, giornalisti, magistrati, funzionari, artisti, falsi posti di blocco, attentati alle infrastrutture, autobombe in città e coprifuoco, abitudini scardinate e regioni off limits, fino ai massacri collettivi del 1997 e 98 con interi villaggi decimati hanno caratterizzato un decennio che ha condannato gli abitanti alla paura costante della fine. “Era come vivere con una bomba a orologeria in testa”, racconta Amel. “Bastava che qualcuno ti seguisse e tu iniziavi a sentire tic-tac, a pensare che era finita”. Lei stessa fu vittima di un pedinamento e per anni fu costretta a vivere nascosta, lontano dalla capitale, senza più un lavoro.

Dal 2000 la situazione del paese si è stabilizzata, ma l’abitudine a vivere ancorati al presente ha finora impedito una pianificazione lungimirante e un recupero delle tradizioni. Dopo aver investito risorse per ideare un efficiente sistema di trasporti per la capitale, si è lasciato piede libero al trasporto privato, ingolfando le vie cittadine e oscurando l’orizzonte della baia con lo smog. L’edilizia tradisce un frequente ricorso al fai-da-te, riempiendo i nuovi quartieri residenziali di tetti incompleti e parallelepipedi di cemento armato ricoperti di parabole. E un po’ ovunque è visibile la perdita della tradizione: ad El Kala, per esempio, a pochi chilometri dalla Tunisia, il fiorente artigianato della pipa è scemato nell’arco di una generazione. Laddove i nonni esportavano nel mondo le loro geometrie ritagliate nel resistente legno di erica arborea, i nipoti “sfornano” nelle loro officine in lamiera portacenere e souvenir senza più alcuna identità stilistica.

Una via del centro storico d'Algeri durante il mercatoIl rilancio dell’arte e della tradizione dovrebbe ricevere un nuovo impulso nel 2007, quando Algeri sarà la capitale della cultura del mondo arabo. Tra i progetti più innovativi programmati dal Ministero della Cultura vi è l’allestimento del primo museo d’arte moderna e contemporanea. Dovrebbe dare una sede agli artisti algerini del primo Novecento e dell’Algeria indipendente. Il luogo prescelto è un palazzo in stile neomoresco situato nel pieno centro della capitale: edificio nobile, disposto su tre piani, con scalinate in legno e finestre riccamente decorate, ma che ancora verte in condizioni tali da far dubitare un restauro sufficientemente veloce per renderlo agibile in pochi mesi.

Al di là degli ostacoli tecnici c’è inoltre lo scetticismo di una parte del mondo artistico. La Ministra, Khalida Toumi, dichiara di “essere una Ministra vicina al popolo” e il popolo, compresi i bambini, la segue e la conosce. Ma, tra gli ex studenti della Scuola delle Belle Arti, c’è chi è convinto che il nuovo museo sia più un’operazione di marketing verso il mondo che un canale di comunicazione con il popolo algerino: “Visiteranno il museo le stesse poche persone che frequentano i grandi hotel come El Aurassi”, lamenta Mohand, scultore secondo cui ciò che occorre non è un museo inteso come ricettacolo della storia, archivio delle opere che hanno detto già ciò che dovevano dire, ma “spazi-evento, luoghi capaci di scuotere, interpellare e suscitare domande, luoghi dove l’artista potrebbe conservare la sua indipendenza e il suo punto di vista critico sul mondo”.

Mohand, fedele ai suoi propositi sperimentali, ha ora abbandonato la scultura fisica per quella virtuale. E’ convinto che l’avrebbe fatto anche Michelangelo: “Se avesse potuto scolpire un David in movimento – dice Mohand – Michelangelo l’avrebbe fatto. E sono anche convinto che se il David avesse potuto muoversi, avrebbe già lanciato la sua pietra contro qualcuno”. Capire contro chi non è facile in Algeria. Forse contro i “barbuti”, che incarnano nelle strade la minaccia del fondamentalismo religioso? O forse contro i burocrati e gli speculatori che frenano lo sviluppo del paese?

E’ più facile iniziare a compilare il lungo elenco di Algerini che certamente non meritano altre pietre contro. Il leggendario Lupo Bianco della Casbah, in arte un professore di francese, che custodisce (ma volentieri svela) la lunga storia della moschea di Sidi Abderrahmane, patriarca di Algeri. Il giovane naturalista Mansur, che con la sua canoa traghetta i turisti più fortunati tra le ninfee del lago Tonga, vicino alla frontiera tunisina, nel cuore della zona umida più grande del Mediterraneo. Zohra, la guida musulmana della basilica di Sant’Agostino ad Annaba, che da anni dà una mano ai padri agostiniani che ne sono responsabili, occupandosi della biblioteca e della segreteria. Dahbia, la signora dall’apparenza fragile e minuta, che si adopera con tenacia a difendere le sue (piccole) proprietà e le sue ambizioni imprenditoriali nel villaggio d’origine. O la comunità delle focolarine, che da quarant’anni è presente in Algeria e da allora dialoga con le persone per dimostrare che i singoli possono convivere anche quando gli Stati e le ideologie si scontrano.

Donne alle terme il venerdì pomeriggioSaranno loro le persone che ridaranno il futuro agli Algerini? Kamel Daoud, editorialista de Le Quotidien d'Oran, è scettico verso l’ipotesi di una rapida via di fuga verso il progresso. Sulle pagine del suo giornale scrive che la fine del Fis (Fronte Islamico di Salvezza) non equivale alla morte dell’islamismo: “La matrice che fece nascere quel vasto movimento di violenza, di contestazione e di recupero delle miserie e delle frustrazioni – denuncia Daoud – è ancora lì, affascinante come una soluzione di ripiego e sempre passibile di reclutare la maggioranza dei “declassati” politici o sociali utilizzando le sue argomentazioni semplici e le sue ragioni ancora solide”.

Mentre gli spettri del passato si agitano ancora negli armadi della politica, gli occhi sono puntati sulla salute del Presidente Bouteflika, colui che al momento garantisce l’unità tra le anime del paese e gode di un’indiscutibile popolarità.

Voci da Algeri (4)
Ministra Toumi: “Il dialogo dell’Occidente con il resto del mondo è un monologo

(version francaise)

Voci da Algeri (3)
Abdelkader Bouazzara, il Maestro che iniziò a suonare con fili da pesca e barattoli d’olio


Voci da Algeri (2)
"In paradiso ne vedremo delle belle". Parola di focolarina


Voci da Algeri (1)
Se il David di Michelangelo si potesse muovere avrebbe già lanciato la sua pietra contro qualcuno

(version francaise)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

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