mercoledì, luglio 12, 2006

Zambarducolaggini

Vittorio Zambardino, giornalista di Repubblica, non ha potuto fare a meno di collezionare i soliti luoghi comuni su università e scienze della comunicazione in particolare. Le tesi espresse nel post Ragazzi mie, scienziati della comunicazione immaginari" cominciano a gridare vendetta. Non è possibile che artisti del luogo comune continuino ad avocarsi il diritto di accusare gli altri di pressapochismo.

Sono state molte le reazioni e questa mi è parso doveroso aggiungerne una mia. Riporto anche di seguito il testo depositato tra i commenti del blog di Zambardino:

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Caro Vittorio,

hai ragione da vendere quando dici che un’università non può essere una palestra utile per il giornalismo. Credo infatti che neppure il più scapestrato studente del più scapestrato ateneo nostrano entri nel mondo del lavoro con la capacità di scrivere con leggerezza luoghi comuni paragonabile alla tua.

Mi domando, per esempio, se, quando parli di scienze della comunicazione, sai quante realtà si nascondono sotto questa etichetta? Faresti bene a fare una piccola indagine: scopriresti allora che, prima della riforma del 3+2, scienze della comunicazione era un corso di laurea quinquennale, dove, oltre alle materie umanistiche, si studiava economia, marketing, informatica e inglese. Per arrivare alla laurea occorreva superare 27 esami – più o meno come a ingegneria – e tra i docenti a Bologna c’erano Umberto Eco, Romano Prodi, oltre a figure di primo piano nell’ambito cittadino. Per ritrovare questo glorioso passato, ti basterebbe leggere quello che i tuoi colleghi di Repubblica scrivevano, a metà anni ’90, sui mitici 140 cervelli che ogni anno avevano l’onore di accedere al corso di laurea, superando la concorrenza di altri 2000 candidati. Dubito che tu sappia tutto questo. O forse l’hai rimosso perché uno dei tuoi figliocci ha miseramente fallito l’ingresso, cedendo di fronte alle domande di cultura generale, di inglese, di logica e di comprensione del testo.

Caro Zambardino, è poi il tempo di smettere con questa falsa mitologia dello scienziato che ha in mano le chiavi nel mondo lavorativo. Ho 27 anni e con la mia laurea in comunicazione mi guadagno onorevolmente da vivere lavorando spesso con coetanei provenienti da iter scientifici: matematici, fisici, informatici, economisti. Tributo loro la massima stima dal punto di vista culturale e molti di loro avranno un’utilità sociale indiscutibilmente più alta della mia, ma non mi venire a dire che questo li mette al riparo dalle turbolenze dell’economia attuale. Le difficoltà ci sono: sono probabilmente meno drammatiche di quanto le descriviate voi penne da luogo comune, ma ci sono e sono trasversali ai profili professionali. Se tu non ti accontentassi delle dichiarazioni di un preside blasonato, desideroso di avere più studentelli e quindi più finanziamenti per la sua facoltà scientifica, potresti capire al volo questa situazione. Ma mi rendo conto che anni di copia e incolla dalle agenzie, rendano difficile scrivere una riga al di là del luogo comune.

Ciò che appesta la comunicazione e in generale la vivacità lavorativa, dunque, non è la qualità del percorso formativo seguito, ma l’attaccamento al privilegio di tecnodinosauri come te. Gente cresciuta nel privilegio, ancora attaccata alla mentalità corporativa dell’ordine professionale e ormai appesantita da troppe canizie per progettare un futuro caratterizzato dalla flessibilità. Scusa per lo sgarbo generazionale che colpisce ingiustamente anche molti tuoi coetanei meritevoli, ma, dalle esperienze di cronista avute finora, ti posso dire che il colore dei capelli è uno dei fattori che mi colpisce di più e negativamente a tutte le riunioni programmatiche. C’è gente con troppo passato a bofonchiare sul futuro: gente che si è fatta rimborsare troppe volte l’aperitivo di lusso come spesa lavorativa per arrivare in cattedra e predicare spirito di abnegazione...

3 commenti:

Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

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