mercoledì, luglio 11, 2007

Lungo la Nullarbor Plain basta una faccia sorridente

Deportazioni di detenuti, corsa all'oro, naufragi, scontri con gli aborigeni e scandali finanziari. Nella storia di Perth (foto), che non va oltre il 1820, entrano tutti gli ingredienti della vita pionieristica. Una passeggiata per i corridoi del Western Australia Museum e' il modo piu' semplice per ripercorrere la tormentata evoluzione della capitale di stato piu' isolata al mondo e uscirne con uno spirito di compartecipazione al doloroso destino di coloni strappati alle loro terre d'origine, illusi di una nuova ricchezza con fattorie estese quanto nazioni e poi ricacciati a una vita di stenti da un territorio sterminato, meno fertile del previsto e tagliato fuori dal resto del mondo e dalle piu' "popolose" colonie orientali.

Il Western Australia Museum si affaccia emblematicamente sul Perth Cultural Center, affiancato dalla galleria d'arte moderna e da un istituto culturale dedicato ai nuovi media. Quasi un segnale architettonico per dire che Perth ha voltato pagina: il suo passato, per quanto recente, e' comunque passato, dietro le spalle, all'ombra dei nuovi grattacieli. La corsa all'oro prima e il turismo poi hanno in effetti trasformato un piccolo borgo in una metropoli di un milione e mezzo di abitanti, abbellita da una sky line paragonabile a quella di Sydney e da un parco urbano che da solo ospita piu' specie di orchidee dell'intera Europa.

Perth rimane pero' una citta' con una composizione sociale ancora instabile, ancora pionieristica. Nelle sue camerate, fatto estraneo alle altre citta' australiane, trovano posto eserciti di senza casa e migranti alla ricerca di lavoro nelle mieniere di Kalgorlie. Chi non ha niente e tenta disperatamente di strappare qualcosa al piu' presto sembra cioe' guardare ancora a Perth come meta privilegiata per raggranellare una fortuna. O, piu' spesso, per trovare un po' di compagnia e annegare la sfortuna in una birra e in una chitarra.

E' in questa citta' di grandi distanze, grandi boom e grandi fallimenti che si puo' incontrare piu' facilmente che altrove una donna di mezza eta' tedesca in viaggio verso il suo sogno naturalistico. Non ne so il nome, dimenticato o forse mai detto, ma ne ricordo il profilo professionale. A parlarmi, tra le mura del Governor's Lodge, un vecchio cottage restaurato nel sobborgo di Northbridge, era una geologa arricchita da una passione per la botanica. Era li' con un visto turistico, senza un'idea precisa di dove sistemarsi, ma con la speranza di trovare un lavoro tra le foreste di Jarra del West Australia o le sequioe secolari della Tasmania. Certamente era tesa per il colloquio che era riuscita a procacciarsi per il giorno successivo. E forse aveva voglia di parlare per rendere il suo sogno un po' piu' reale di un mero viaggio cerebrale.
"Hai affrontato la questione aborigena?" mi ha chiesto quasi all'improvviso. "Intendo, hai scambiato qualche battuta con loro?".
"Neanche una" rispondo. "Gli Aborigeni che ho incontrati sono stati solo quelli seduti ai margini delle strade di Alice e Darwin. Ubriachi, storditi dalla benzina e con un aspetto mostruoso. Troppo, troppo ostili".
"Gia', e' capitato lo stesso anche a me scendendo per la costa occidentale. Erano tutti troppo diversi e visibilmente estraniati per provare un approccio". "Pero' - prosegue dopo una pausa - negli ultimi due giorni ho speso la maggior parte del tempo a consultare libri sulla storia dell'Australia alla biblioteca di stato di Perth. Ne ho anche acquistati alcuni" mi dice indicandomi testi datati che le biblioteche mettono in vendita per pochi dollari. "Guarda - prosegue aprendo alcune pagine con raffigurati disegni a matita di meta' Ottocento - guarda come i coloni ritraevano gli aborigeni. Siedono a gruppi ai margini della folla, come oggi. Ma le loro facce sono incredibili: sono volti europei. I coloni cercavano di esorcizzare la paura degli aborigeni rendendoli simili a loro".

La geologa tedesca chiude il testo, lo ripone nella valigia. Poi si china di nuovo ed estrae una pergamena. La srotola sul letto e additandola si rivolge a me una volta ancora. "Guarda anche questi dipinti a sfondo pastorale. Osserva gli alberi, il fiume e le dame sedute all'ombra. Sono dipinti dei coloni australiani, ma sembrano provenire dalla Francia o dalla Gran Bretagna. Tutte le piante d'alto fusto qui in Australia tendono ad avere una chioma molto ampia, proiettata verso l'esterno. Biologicamente e' per loro vitale: i rami offrono alle radici l'ombra necessaria a difenderle dal sole estivo. Ma nei dipinti queste caratteristiche scompaiono. Gli eucalipti di questi disegni hanno la forma degli alberi europei: alti e slanciati alla ricerca della luce".

"Nostalgia - conclude la mia interlocrutrice - L'unico sentimento che i primi pittori australiani riuscivano a proiettare sulla tela era la nostalgia. Non riuscivano a vedere nulla di interessante in questo paese, che anzi suscitava loro un timore viscerale. Io lo trovo invece cosi' unico e affascinante e a ogni passo spero un po' piu' di prima di poterci restare".

Tra me e l'epilogo del sogno della geologa tedesca ci sono ora miglia di chilometri. Forse il giorno successivo ha trovato il suo lavoro nel West o forse dopo poche ore ha ripreso anche lei la via dell'est, facendo rotta attraverso la Nullarbor Plain, la pianura che divide in due il continente separando Adelaide da Perth. Io l'ho attraversata due volte in treno, impiegando ogni volta due giorni e mezzo. La Nullarbor Plain e' una distesa quasi interamente priva di alberi ad alto fusto (da qui il nome), colorata dal verde scuro del salt bush. Fino a dieci milioni di anni fa era un mare, mentre ora e' un deserto salato. L'unico abitato lungo la linea ferroviaria e' Cook (foto), con due soli abitanti. C'e' poi la macchia verde di Forrest, un pugno di alberi piantati in onore di Forrest, il Premier australiano che per primo riusci' a camminare da un lato all'altro della distesa. E infine, ogni tre o quattro ore di viaggio c'e' una jeep di fronte alla quale il treno fa sosta: i fattori dell'outback sono li' per prendere dall'Indian Pacific giornali, provviste e acqua nei periodi piu' secchi.

La Nullarbor Plain ha poco da raccontare, talmente poche sono le voci che riempiono la sua superficie, grande come undici volte il Belgio. Ma nell'ultima colazione a bordo, prima dell'approssimarsi di Perth, la mia attenzione e' stata portata a un grumo di rocce appena visibili all'orizzonte. Al mio tavolo si siede Trevor, night manager dell'Indian Pacific. Si aggancia alla conversazione in corso con gli altri passeggeri, piu' che altro un elenco di consigli di lettura a sfondo australiano. Poi sposta l'accento sulle mie origini italiane. "Forse - mi dice - non hai nemmeno notato i ruderi che abbiamo costeggiato alcune ore fa, ma in qualche modo ti riguardano. Erano un campo di prigionia, un campo di prigionia italiano. Allo scoppio della guerra, alcuni immigrati italiani e forse anche alcuni tedeschi sono stati deportati li' per evitare congiure ai danni dell'esercito australiano alleato agli americani e agli inglesi". La sorpresa alla notizia si legge nelle facce di tutti coloro in ascolto e Trevor prosegue allora difendendo la scelta degli Australiani di allora. "Lo so che sembra un destino crudele e ingiusto. Molti di coloro che sono finiti laggiu' erano qui da tempo, probabilmente estranei al destino del loro paese d'origine, ma tant'e', in periodo di guerra le valutazioni cambiano e perdono in lucidita'".

La conversazione a bordo dell'Indian Pacific e' stata presto interrotta dall'arrivo a Perth, ma da quelle poche battute sono nati quattro giorni, di quelli che piu' riescono a meravigliarmi. Quattro giorni in grembo a un'altra famiglia australiana. Quattro giorni di fugaci e cordiali visite a figli e nipoti. Quattro giorni di sport nel club di Victor Harbor. Quattro giorni tra gamberetti e vino rosso. Quattro giorni tra il verde della Back Valley (foto) e le rocce di Granite Island (foto). Quattro giorni nella fattoria del night manager dell'Indian Pacific, dove Trevor mi ha invitato a fine viaggio, mentre dal binario ero gia' in cammino sulla via di Perth.

I quattro giorni a Victor Harbor, un'ottantina di Km a sud-est di Adelaide, sono quelle meraviglie di percorso che so che presto rimpiangero' dell'Australia. Viaggi nel cuore di nuclei familiari che nascono nel giro di poche parole, di una birra o di un saluto per strada. Una totale condivisione di spazi fisici e sociali fondata su una fiducia assoluta e immediata nel prossimo. Una fiducia a cui non ho ancora trovato spiegazione, se non forse considerarla una sorta di antidoto allo spleen che a volte serpeggia nelle zone piu' abbandonate del continente.
"Perche'?" ho chiesto esplicitamente a Trevor l'ultima sera. "Perche' hai violato la privacy della tua casa e della tua famiglia per ospitarmi qui senza alcun preavviso, senza nulla in cambio, senza sapere con esattezza che diavolo mi poteva frullare in testa?".
La risposta e' stata vaga, come quando si chiede di riflettere su qualcosa che da sempre si da' per scontato. "Non sei stato l'unico viaggiatore a fare sosta qui" ha replicato lui, elencandomi altri quattro o cinque esempi. "E' capitato ogni volta che mi sono goduto una conversazione interessante e ho avuto voglia di saperne di piu'".
"Quattro chiacchiere in piu' - dico - questo e' normale. Ma qui c'e' in gioco molto di piu': la tua casa, il tuo cibo, il tuo vino e tutte le tue relazioni familiari e sociali. Non credo che l'Italia sia un luogo inospitale, ma prima di condividere tutto quanto ho appena elencato credo che ogni italiano pretenda una certa marcia di avvicinamento. Non so quanto lunga, ma certo piu' lunga di uno scambio di battute sul treno".
"E a che pro tutti questi preamboli?" rispode quasi stupito Trevor. "Avevi una faccia sorridente".

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Beato chi ride
Buon segno, sempre!

edo ha detto...

"...altri viaggiatori sono stati qui prima di te...e non l'hanno mai potuto raccontare..." :(

Edo

Anonimo ha detto...

Ma tu Silvio hai incontrato solo persone squisite e meravigliose? Forse forse forse perchè sei tu una persona meravigliosa e squisita!.
Buon viaggio di ritorno.

silviomini ha detto...

In sei mesi c'e' stato di tutto, compreso emeriti bastardi alcolizzati, ma non ne vedevo il bisogno di scriverne. E, al di la' del mio bisogno, spesso non avevano nulla di particolarmente interessante da raccontare: giusto qualche mugugno reso incomprensibile da uno slang da ubriaco.