domenica, maggio 06, 2007

Il picchiatore nella fattoria delle farfalle

Worry when the time comes
Most worries are future based
They revolve around things
That in most cases never happen.
Concentrate on the present
And the future will take care of itself.
Come on and see me,
Make me happy.

(Chris Horne
Messaggio di benvenuto alla fattoria delle farfalle)


Batchelor e'un grumo di capanne tenuto insieme da qualche metro di prato all'inglese strappato alla foresta. Per sei mesi, piove, piove e basta. Poi tuoni e fulmini, di quelli che fanno tremare la terra, si placano e la vita riprende. Lentamente, ritagliandosi uno spazio tra l'umidita' e la vegetazione, i minatori tornano a scavare, i contadini tornano ad arare e i turisti tornano a tuffarsi nei torrenti del Litchfield National Park.

Alla periferia di questo piccolo villaggio si e'sistemato Chris Horne. Quando pianto' il primo legno della sua tenuta, nel 1996, Chris aveva 39 anni, di cui otto passati in miniera. La paga era da sogno: quasi 3000$ alla settimana. "Ma la vita - dice lui - era di quelle che ti spegnevano l'anima. Polvere e pietre durante il giorno, e birra alla sera per dimenticare un'altra notte nel container che ci faceva da alloggio. Il cervello dopo un po' ti abbandona. Diventi piu' un porco che un uomo: sporco, sbronzo e schiavo di quella valanga di soldi che ti puiove addosso. E' come una droga e c'e' chi non ne esce piu'".

"Per fortuna io avevo una passione, le farfalle - prosegue Chris - e abbastanza soldi per trasformare un gioco da bambini in un business per adulti. Con un amico tirai su la prima capanna, quella che oggi e' il ristorante; parcheggiai il primo autobus, quello che oggi e' casa mia; e infine mi misi ad allevvare farfalle. Adoravo e adoro ancora quegli animaletti che sono molto piu' antichi di noi, non fanno male a nessuno e hanno un indiscutibile gusto per il bello".

La Butterfly Farm dieci anni dopo e' una rigogliosa tenuta tropicale. Entrandovi si respira subito un'atmosfera tra l'hippy e il mistico. La si coglie tra facce sudate, piedi scalzi e camice aperte. Bob Dylan, i Beatles, Bob Marley e qualche roca voce country australiana sono sempre sullo sfondo. Piccoli buddha, dream catchtcher e angeli alati decorano le balaustre. E, ovunque si vada, si e' accompagnati dallo scricchiolio dei piedi sul legno delle capanne o dalla polvere dei sentierini che le uniscono.

Cio' che sorprende dopo questa prima impressione che si conferma nel tempo e'il perfetto funzionamento di ogni meccanismo. La Butterfly Farm, insomma, e' un'impresa che macina profitti a pieno regime. In dieci anni la fattoria delle farfalle si e' ampliata con nuovi alloggi, due piccole piscine con cascata, conigli indonesiani, pavoni, pappagalli e un orto rigoglioso. Un insieme in cui perdura la massima dei tempi andati: non si butta via niente. Gli scarti della cucina diventano cibo per i maialini da compagnia, gli avanzi di macedonia diventano cibo per gli uccelli, e l'erba tagliata cibo per i conigli.

Tra gli ospiti di questo luogo nascosto sulla Stuart Hwy, a meta' strada tra Darwin e Katherine, figura un po'di tutto. Al mattino, un autobus proveniente da Darwin e diretto a Litchfield scarica una copiosa manciata di facoltosi pensionati australiani. Durante il giorno, qualche famiglia porta i bambini a giocare con i conigli e a nuotare nella piscina. E di sera, un manipolo di minatori si unisce ai clienti della guest house per la cena. C'e' chi arriva in polo griffata, chi scalzo e chi in tenuta da lavoro. Ma per tutti Chris sembra avere la ricetta della felicita'. Accompagna l'anziana malferma, rincorre il bambino piagnucolante e ascolta i lamenti degli sbronzi, senza mai fermarsi, riempiendo ogni vuoto con un giro tra gli animali, una sistematina alle piante e una mescolata in cucina.

Ad aiutare Chris e la sua famiglia - una moglie belga e due bambini -, non ci sono professionisti da molto tempo. "L'unico manager che e'arrivato qui con una fila di referenze e' stato cosi' brillante da fottermi 10mila $ mentre ero in vacanza in Irlanda, la mia madre patria". Al posto di cuochi, giardinieri, allevatori, responsabili di sala e guide turistiche, Chris ha preferito da allora i wwofers, lavoratori volontari nelle fattorie ecologiche. Piu' semplicemente, gente da tutto il mondo che si ferma qui e fa un po'di tutto in cambio di vitto, alloggio e una prospettiva originale sul circondario.

Da qualche giorno faccio parte anch'io di questa comitiva multietnica affacciata alla periferia di Batchelor nel Nothern Territory dell'Australia. "Se non l'hai mai fatto - mi rincuora Chris prima di ogni mansione - non avere mai paura di provare. Mio padre era solito dire che chiunque puo' fare qualsiasi cosa finche' ha voglia di provarla".

Le giornate procedono a ritmo balndo, l'unico consentito dal clima. Un po' di lavoro in cucina al mattino, qualche sortita nel giardino prima di pranzo, un lungo break nel bollente pomeriggio, e una movimentata serata, piena ogni volta di una faccia nuova.

Glenn e' una di queste. Lavora in miniera e ogni sera preferisce la fattoria delle farfalle al suo container. Sulle sue braccia ha due grossi tatuaggi che dopo due giorni mi hanno spinto a chiedergli il perche' di due macchie indelebili cosi' grandi sulla pelle. "Ho sempre avuto una certa repulsione per i tatuaggi - gli ho detto - Ho come la sensazione che dopo un po' ci si tovi in compagnia di simboli in cui l'eta' non ci fa piu' riconoscere.".
"E'storia, amico", ha risposto il minatore neozelandese. "Quei tatuaggi sono il ricordo dei miei cugini morti a 11 e 14 anni a causa di un incidente stradale. Sono convinto che mi proteggano". Posando la sua birra e allontanando la schiena dall'amaca, Glenn ha poi alzato la canottiera, facendo segno di guardare le sue spalle. "Riesci a leggere?" mi ha chiesto. "C'e' un altro tatuaggio. E' il nome del mio villaggio: Tuckaroo. Un altro ricordo ormai. E' da molto che non ci torno, gia'qualche anno".
"Perche' cosi'a lungo?"
"Perche' l'ultima volta che sono finito di fronte a un tribunale neozelandese il giudice mi ha detto che la volta successiva sarei stato in prigione per un po', diciamo un bel po'".
"Posso sapere cosa hai combinato?" ho ribattuto, cercando di simulare un rilassato disinteresse.
"Lavoravo in una gang".
"Gang?"
"Esatto. Non facevo camminare per qualche giorno quelli che si erano comportati male per troppo tempo. E'un lavoro comune a Tuckaroo, purtroppo. Li' c'e' sempre qualcuno che ti avvicina e ti sfida. "Kapa te mate", ti ammonisce in maori. "Vieni qui, vieni qui...".
"Ci tornerai piu'?".
"A Tuckaroo mai. Ma mio nonno mi ha lasciato una casa in cima alla montagna. Appena avro'una donna da amare, tornero'la'a sedermi sulla veranda e vedere la nebbia alzarsi al mattino".

7 commenti:

Anonimo ha detto...

mi devi spiegare meglio l'allevamento delle farfalle!

Anonimo ha detto...

Vorrei essere al tuo posto per sapere come ci si sente in un "alro mondo", potresti stare lì per tanto tempo? cosa ti manca?
Approffittane! ciao

silviomini ha detto...

"If you know how to plaisure a woman, then you know how to breed a butterfly". Questa e' stata la risposta di Chris quando gli ho detto che c'era gente interessata a saperne di piu' sull'allevamento di farfalle.

Prossimamente vedro' di strappare qualcosa di piu' organico.

silviomini ha detto...

Potrei restare qui fino al prossimo gennaio e, seguendo la dovuta procedura, anche l'anno prossimo. Insomma, in Australia non e' il tempo che manca.

Cosa manca allora? Quando si pensa alla distanza da casa, a volte ci si sente piccoli, piccoli, e basta un temporale che ti fradicia per chiederti cosa tu ci stia facendo li'. Spesso pero' non manca nulla. Sostando per "lungo" tempo nei posti che si attraversa, dopo qualche giorno si ricrea un clima familiare. Si imparano a conoscere le persone per nome, si imparano le strade e si ricostruiscono piccoli rituali quotidiani. Insomma, nel giro di qualche giorno l'"altro mondo" diventa anche un po' il tuo.

Edo ha detto...

risposta all'anonimo di sopra:

Ma chi te lo fa fare di tornare?!?
deve per forza mancare qualcosa se ti piace viaggiare o se semplicemente non senti una mortale nostalgia di casa??
Non-mi-ricordo-chi diceva:"La vita è un libro e chi non viaggia ne legge solo la metà"


MITICO Silvio!!
a Gennaio potresti chiedere il visto per la Nuova Zelanda...già che sei a testa in giù !

Edo

Anonimo ha detto...

Ciao Silvio,

è ormai più di un anno che in ufficio, quando il computer mi ha attanagliato a sufficienza, apro il browser e clikko sul collegamento "Blog Mimmo" aprendomi ad un mondo davvero sconosciuto.

Ancora non ho ben afferrato cosa ti ha spinto ad intraprendere un percorso così lungo, forse ho letto distrattamente i tuoi post: in ogni caso ti guardo con ammirazione e a volte con un po' di invidia per quello che stai vivendo.

Sono convinto tuttavia che la vita quotidiana sia più prosaica di come la leggo nel tuo blog, tu però riesci a descriverla in tante scene che sembrano davvero appartenere ad un'iconografia lontana.

Premettendo che il sonno della ragione e Google creano mostri, ti domanderai perchè ti scriva solo dopo così tanto da quando ho scoperto il tuo diario. Devi sapere che sono un geloso collezionista di cartoline di amici da tutto il mondo e penso che dopo tutto il tempo passato a leggere questi posts, tu ben possa ricambiare la cortesia con qualche postcard dai tuoi luoghi attuali.

Pertanto, visto che so che lavorando sodo hai anche guadagnato sodo, penso che la mia richiesta possa essere da te felicemente soddisfatta!

Continuo a leggere con curiosità della tua Australia da un già caldo ufficio del Politecnico di Milano.

Buona strada,

Giovanni

silviomini ha detto...

Ciao Giovanni,

che sorpresa ricevere tue notizie. Eri decisamente al di fuori delle mie attese.

Mi chiedi quale sia quello di questo lungo peregrinare. In effetti non e' esplicitato nei post. Le ragioni sono un mix piuttosto intricato, non facilmente riassumibile e, temo, piuttosto noioso per tutti a parte me. Diciamo che e' stato un atto estremo per onorare una passione per il racconto che la "professione canonica"(almeno per quella a cui ho avuto accesso) non mi permetteva di coltivare. Sono grato a tutte le esperienze professionali collezionate in quasi quattro anni: mi hanno raffinato molto, penso, probabilmente piu' dell'Universita' e devo ringraziare loro se adesso le idee mi nascono in paragrafi, rendendo la scrittura un atto veloce e piacevole. Pero' ero stanco, molto stanco, delle stesse litanie che si ripetevano nel tempo.

C'era invece una pagina, quella del personaggio, inserita in un piccolo mensile bolognese che mi dava grosse soddisfazioni. Era mal pagata e riceveva pochissima attenzione, ma io mi sono divertito come un bambino a curarla. Esplorava piccoli eroi quotidiani dei quartieri felsinei. Una vecchia partigiana, un prete sessantottino, un giovane fotografo, un ristoratore: questi erano i mei protagonisti. Li ho incontrati nelle occasioni piu' inconsuete: la vecchia partigiana mi ha invitato a pranzo, quasi piangendo nel rievocare i ricordi; e il prete ha fatto tardi alla messa. Ne ho ricavato pagine per me molto piacevoli. E ho cercato di ricavarmi ovunque spazi simili.

I tuoi colleghi ingegneri (informatici pero') con cui condivievo l'ufficio all'universita' mi hanno poi spinto ad aprire un blog e in quello, inaugurato ufficialmente per ospitare le pagine sull'Algeria, ho iniziato a riversare le mirabolanti leggende d'Appennino che raccoglievo a ogni passo durante le escursioni.

E da cosa nasce cosa, fino all'Australia, un posto nuovo e ancora estraneo al politically correct (qui i sindacati sono stati dichiarati fuori legge...).

Un po' piu' chiaro ora? Mah, spero frettolosamente di si'.

Passiamo alla questione "eccezionalita'". La mia vita e' interamente prosaica, come, penso, quella di qualsiasi altra persona. Non faccio nulla, ma proprio nulla di eccezionale. Solo che cerco di farlo con con attenzione e, sulla via, cade qualche frase carina, che estrapolata dal marasma che la circonda diventa degna di essere una storia. Sono certo che a ognuno ne capitino, ma in pochi si prendono la briga di ricordarla e di metterla su carta. E poi, tra quelli che potrebbero farlo, ci sono molti che si vergognano e pensano che la loro fetta di mondo non sia interessante.

Detto questo, trascurando il sonno della ragione e google, saro' lieto di inviarti una cartolina australe. Potrei chiederti l'indirizzo, ma sono certo che, specificando Rocca, la piccola post card arrivera' lentamente a destinazione.

a presto!

silvio