giovedì, gennaio 13, 2011

Tre critiche e la presunzione per accettarle

Tic, tic, tic. Guardo la tastiera e mi immagino il tintinnio veloce dei tasti quando si scrive. Penso a quanto volte ho fatto correre le dita e mi domando quante volte ciò che ne è uscito aveva un senso. Lì per lì lo ha sempre, ma poi il tempo passa e a volte porta con sé giudizi meno pietosi nei propri confronti. Riguardo alcune pagine del passato e le sento vuote o assemblate nella forma sbagliata, qui troppa asciutta, là troppo retorica.

Oggi mi perdo in questi giri di parole, di certo con nessuna originalità, perché, come in concerto senza direttore, più persone, nello stesso tempo, mi hanno invitato a fare di più. Secondo alcuni, anzi, anche ora, scrivendo queste parole qui, starei sprecando energie inutili: energie in banali esercizi di stile per riempire un contenitore virtuale di racconti troppo brevi per avere un'anima. Le mie storie possono offendere perché sono fotografie troppo aderenti di ritagli di realtà troppo piccoli e chi ne è protagonista vi si riconosce raffigurato in modo parziale e impoverito. Le mie storie sarebbero troppo “giornalistiche”: racconti di fatti nella loro meccanica successione, con personaggi spogli della profondità in cui i loro gesti assumono ragion d'essere e umanità. Le mie storie finiscono troppo nitide, come fossero parabole, senza avere nella credibilità del narratore una fiamma sufficiente per scaldare il messaggio.

Il problema non è avere l'umiltà di raccogliere queste critiche. Io stesso, nella lucidità del tempo che si deposita, posso vedere quanto di vero esse contengono. Il problema è avere la capacità per elaborarle senza cadere in una semplice e molto diffusa presunzione. Ciò che le critiche di questi giorni invitano a fare si delinea sempre più nitido: personaggi realistici che creino la loro storia, ispirata dal mondo ma originale rispetto a esso; trame che si sviluppino nell'evolvere dei loro protagonisti, con uomini coerenti o in contraddizione con il loro passato e il loro presente, raccontati con la partecipazione emotiva, la vicinanza o la lontananza, che si riserva a se stessi, a chi si vuol bene o a chi si odia; e ancora conclusioni senza massime, ovvie per i fatti che le hanno precedute o indecifrabili per l'impossibilità di ricondurre a un ordine la materia trattata, nonostante tutti gli sforzi fatti per esplorarla.

Tutto questo in fondo è fare lo scrittore. E allora capirete bene il piccolo tormento del protagonista di questa storia. Ignorare le critiche e proseguire come se nulla fosse. O ascoltarle e pretendere da se stesso di essere uno scrittore, con il rischio della delusione, resa ancora più dolorosa dall'alterigia dimostrata nella propria pretesa iniziale.

Qui è il caso di chiudere la parentesi. Scrivere può essere un ottimo modo per fare ordine nelle proprie idee, ivi compresa l'idea dello scrivere. Però poi bisogna chiudere le porte. Quando si scrive, si scrive soli. Tic, tic, tic.

7 commenti:

Tomaso ha detto...

Buongiorno caro Silvio, oggi inizio la giornata leggendole tue belle parole, sicuramente non è facile essere sempre compresi, specialmente se si parla del passato. Mi piace il tuo modo di farti spiegare, e leggo sempre volentieri.
Tu auguro una buona giornata, e che tutto
vede sempre bene, un abbraccio,
Tomaso

Costantino ha detto...

molto interessanti i testi,suggestive le foto,complimenti.

giacynta ha detto...

Molto piacevole restare in tua compagnia, tra riflessioni, asserzioni, propositi, ripensamenti... A presto!
Giacinta

TuristadiMestiere ha detto...

Una critica può essere utile a "correggere il tiro", ma non si può essere diversi da ciò che si è effettivamente. Lo stesso vale per la scrittura. O lo sai fare o no. E' un talento. Non si impara. P.S. E tu scrivi bene...

silviomini ha detto...

Sai, si può "saper scrivere", ma per farlo in pieno ci vuole anche una grossa volontà. Si deve provare piacere a stare a lungo con se stessi e non bisogna avere paura di frequentare (e svelare) le proprie parti più autentiche. A volte si tenta di raccontare una versione "morbida" di sé, ma il lettore, credo, lo sente subito. Solo che essere completamente onesti richiede uno sforzo titanico. E questo sforzo non è scontato e, se manca, temo che il talento si perda... Su questo tema hanno scritto belle pagine Pasolini e Sartre, un po' pesanti ma a tratti illuminanti!

Comunque, tornando a noi, penso anche che il coraggio si può trovare lungo la via. Infatti, vedendolo sulla mia pelle, mi sono convinto che si possa cambiare molto, davvero tanto nel tempo. E nei modi più disparati: la frase di un libro, la visita di un luogo, un dialogo con una persona. Le esperienze cambiano in profondità chi accetta di viverle.
Non credi?

E grazie mille davvero a tutti per lo stimolo alla riflessione.

Guard. del Faro ha detto...

Ciao, dopo il tuo (gradito) intervento sull' "Angolo del sorriso", son passato a dare un'cchiatina qui. Noto che davvero hai una certa passione per la scrittura. Dato che ho parecchie primavere più di te, mi permetto di darti un piccolo consiglio: ricorda che la meta costante di ogni scrittore dev'essere la semplicità. Una forma eccessivamente complessa e concetti troppo profondi, diciamo pure criptici, rischiano di allontanare il lettore.
Un saluto ed un sincero in bocca al lupo per i tuoi progetti.

Adriano Maini ha detto...

Continuo a pensare che la scrittura sia un magico mistero!