lunedì, aprile 19, 2010

“Come eravamo”, ovvero l’insofferenza verso il lato nostalgico della memoria

In un momento qualunque di un pomeriggio qualsiasi, di fronte a un bicchiere di vino senza nome, si può sentire parlare in un bar d’Appennino un signore seduto in maniera abbondante su una sedia di legno. L’uomo, con la schiena curva e la pancia proterva, parla del tempo mitico in cui era giovane, del tempo in cui gli bastava l’ombra di un albero lontano per scatenare il piacere della contadina vicina. Ottavio – potrebbe essere questo il nome del signore che parla – ricorda il tempo in cui con gli amici beveva sino a sentirsi un Dio in grado di gridare nudo contro il cielo per fare tremare le stelle solo con la voce. Ottavio parla a fianco della porta del bar: sul vetro, poco dietro alle sue spalle, una foto in bianco e nero rimanda a una mostra che racconta “come eravamo”.

Ovunque si parla del tempo in cui eravamo. A cento chilometri dalla via Emilia, così come a cento dal Vesuvio. E non si racconta né della via Emilia né del Vesuvio, né quelli di oggi né quelli di ieri, perché tutti gli Ottavio del mondo parlano solo del loro tempo che non c’è più. Si erano sentiti davvero degli dei allora. I loro corpi erano giovani e le loro menti estranee alla responsabilità: conoscevano la legge, ma solo come amplificatore del gusto della violazione. Non avevano bisogno né di libri, né di sapere: la fatica del giorno ancora non rubava loro la notte, il tempo in cui si potevano mostrare sufficienti a loro stessi nella forza del gesto estremo di provocazione e nell’orgasmo goduto con una seduzione che sapeva di conquista.

Ottavio avrà quasi settanta anni, ma non è l’età che conta. Di come eravamo parla con una persona molto più giovane, che si potrebbe chiamare Gianluca, perché quando era nata le famiglie erano già troppo esigue per numerare i figli. Gianluca ha poco più di trent’anni ma preferisce il ricordo al progetto. I suoi ricordi vivono più a valle di quelli di Ottaviano, viaggiano a cavallo di un motore a scoppio anziché di un asino smagrito, ma si ancorano allo stesso sogno di onnipotenza svanito d’improvviso chissà dove, in un pomeriggio dimenticato tra l’adolescenza e la maturità.

Forse c’è un po’ troppa gente che ricorda com’era. Dicono di fare memoria, ma la memoria è una nuova prospettiva per vivere un luogo in cui si è felici di essere o desiderosi di andare, mentre quelle frasi sul “come eravamo” hanno il sapore amaro di un racconto che nasce per riempire con le azioni di allora la noia di oggi. E’ un anno che passa producendo solo il ricordo di un anno passato.

Ottaviano e Gianluca parlano di com’erano, ma ignorano dove sono. Se fosse per loro, i luoghi dove erano stati non sarebbero più, resterebbero muti e abbandonati. Zitti, zitti, però, quei luoghi restano là. Fanno sentire la voce a persone diverse. Persone un po’ problematiche che il delirio di onnipotenza non l’hanno vissuto mai, perché, ancora piccoli piccoli, hanno incontrato saperi artigianali, numeri, parole, equazioni e frasi che avevano un sentore sinistro e un significato irraggiungibile. Anche per quelle persone il corpo era forte e la mente era libera, ma lo stesso certi nodi restavano a dare loro il senso del limite e della difficoltà. Ma anche il desiderio di superarlo. E in quel desiderio, prima inconscio e poi gradatamente più cosciente, il tempo è un alleato: col tempo saperi artigianali, numeri, parole, equazioni e frasi una volta sinistri esplodono il loro significato in un nuovo reticolo di senso. Da un luogo nasce il desiderio di aprire un libro, dal libro una mappa, da una mappa di tornare al luogo, da un luogo a un altro luogo, da un altro a un altro ancora, e poi di nuovo alla mappa e dalla mappa al libro. Niente più rimpianto, ma ricordo di ciò che si era stati per diventare quel che si è, ricordo di un anno passato per vivere più in profondità l’anno presente.

2 commenti:

Marco ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Marco ha detto...

Caro Silvio,
non credi che la spavalda esibizione nostalgica di Ottavio e Gianluca sia, in fondo, una scomposta domanda di senso? L'implacabile fluire del tempo interpella tutti, prima o poi, sulla meta finale. Per contenere lo smarrimento, immergersi appieno nel presente e progettare il futuro, basta accettare la sfida dell'ignoto e mettersi in gioco con generosita' e coscienza del limite, anche a favore di Ottavio e Gianluca. Basta, insomma,
sentirsi compagni di strada di ogni essere umano.

Grazie, come sempre, di avermi fatto riflettere.