venerdì, giugno 30, 2006

Gnomotracce letterarie

Per tutti gli estimatori degli gnomi di Campigna, riporto una brano del racconto di Luciano Foglietta “I cappelletti del folletto”, inserito nella raccolta All’ombra del Falterona (Marzocchi editrice, 2000):

Copertina del libro di Luciano Foglietta All'ombra del FalteronaSi sa che, spesso, la fede scende a compromessi con la superstizione. Tra le credenze poco ortodosse c’era (e c’è ancora adesso in Romagna) quella dei folletti, i mazapegul. Sono spiritelli quanto mai dispotici anche se allegri. Sono esseri che vagano tra cielo e terra come anime sfuggite al limbo. Tornerebbero sulla terra, da dove sono partiti senza la grazia del battesimo ma anche senza la condanna del peccato mortale. Essi vengono rappresentati come nanerottoli, una specie di gnomi vestiti di rosso e sempre col berrettino a cuffia dello stesso colore ben piantato sul capo. Le loro burle, le loro mattane sono infinite. Prediligono stalle e cucine e, essendo anche molto impudichi, la camera da letto dove dormono belle ragazze vergini. Si sa, infatti, di folletti follemente innamorati.

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Gnomotracce interne al blog:
La Madonna del freezer, la fata della cassapanca e il diavolo dello scantinato

giovedì, giugno 29, 2006

Zanzaretum e Tafanetum

Dopo l’escursione di venerdì e sabato propongo - credo con l’avvallo degli illustri naturalisti che erano con me – di avanzare una nuova classificazione delle fasce vegetazionali. La tradizionale classificazione dei forestali - Lauretum, Castanetum, Fagetum, Picetum e Alpinetum – trascura fondamentali aspetti riguardanti le rispettive popolazioni animali. Questo è fortemente contro intuitivo: l’uomo comune infatti può facilmente confondere il fogliame, ma difficilmente può ignorare la puntura dell’insetto. Stando ai rilevamenti bubbonici effettuati sulla mia cute al termine dell'escursione, proporrei dunque di procedere con un’aggregazione e una rinomenclatura delle fasce vegetazionali.

Immagine panoramica della valle dell'Ozola e del suo ZanzaretumA Castanetum e Fagetum sostituirei lo Zanzaretum.
Questo renderebbe giustizia alla florida popolazione di zanzare-orso che popola in maniera massiccia le faggete tra i 1100 e i 1700 m.




Il crinale a ovest del Monte Prado. Zona tipica del TafanetumAl limite superiore della faggeta, laddove i forestali collocano il Picetum, farei invece seguire il Tafanetum.
Il nuovo nome descriverebbe in maniera sintetica il prezioso equilibro ecologico che si costituisce tra una ristretta popolazione di piccole piantine pioniere e una nutrita rappresentanza di tafani pungitori infetti.




Trekker vittima degli insetti dopo l'attraversamento di zanzaretum e tafanetumL'avanzata dello Zanzaretum e del Tafanetum si sta configurando come un'emergenza per le popolazioni locali e i viandanti dell'appennino tosco-emiliano che separa la provincia di Reggio Emilia da quella di Lucca. Sabato, per esempio, nei pressi di Ligonchio sono state avvistate le prime vittime della "gnuite" la patologia che insorge totalizzando 10 o più becchi di zanzara o tafano nell'arco delle 24 ore. A lato un'immagine gentilmente inviata da Cristina Salvigni per documentare il dramma consumato dai trekker.

giovedì, giugno 22, 2006

Voci da Algeri 4
Ministra Toumi: “Il dialogo dell’Occidente con il resto del mondo è un monologo”

Khalida ToumiNon tutti gli algerini la amano. Vecchie compagne di militanza e vecchi compagni di partito usano nei suoi confronti toni sarcastici: “Cosa ha combinato questa volta la rossa?”, chiedono. La accusano di aver tradito le lotte femministe e democratiche per compromettersi con un potere illiberale e conservatore. Però parlano di lei. Lei, Khalida Toumi, Ministra della cultura algerina dal 2002, è infatti una figura nota, popolare, un soggetto politico al centro di molte frasi, sulla stampa, nei salotti della cultura e nelle conversazioni informali. La conoscono anche i bambini: mentre rincorrono un pallone su una piazza che domina la baia di Algeri, riconoscono un profilo familiare e subito chiedono se quel profilo è la loro Ministra (uazira).

E lei ricambia l’attenzione offrendosi spesso al pubblico. E’ da poco rientrata da Annaba, all’estremo est del paese, dove ha festeggiato l’apertura di strutture di accoglienza per le vecchie combattenti della guerra di liberazione con il Ministro dei mujahiddin, è presente a molte iniziative settoriali in giro per le diverse regioni del paese, partecipa ad emissioni televisive e radiofoniche nazionali. E, mentre ci parla, si interrompe per rispondere a una telefonata del Ministro dell’educazione in merito ad alcune iniziative congiunte per avvicinare i bambini ai libri e alla lettura, compreso un nuovo premio riservato al miglior piccolo lettore.

Panoramica di Algeri dalla Scuola di Belle ArtiCome Ministra della cultura le sue attenzioni sono calamitate da alcune emergenze del settore, tra i più colpiti dal decennio del terrorismo: in centro città è ancora coperto di polvere il palazzo che dovrebbe ospitare nel 2007 il primo museo algerino d'arte moderna e contemporanea; poco lontano, nella Scuola di Belle Arti, resta da sanare una difficile frattura tra studenti, docenti e amministrazione. Come per rispondere ai suoi detrattori, le sue riflessioni vanno però ad altre questioni: prima fra tutte, la distinzione tra laicità e femminismo. “Essere laici – dice – non significa automaticamente difendere i diritti delle donne”.

“Ne sono convinta per evidenza storica – spiega la Ministra Toumi-. Ad esempio la vostra storia, la storia dell’Europa, è ricca di rivendicazioni a carattere laico che hanno avvallato e praticato l’oppressione delle donne. Il caso più evidente è la rivoluzione francese. I rivoluzionari negarono violentemente l’accesso al potere politico alle donne, che pure avevano partecipato alla rivoluzione. Olimpia De Gouges redasse la “dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” (luglio 1790) ispirandosi alla “dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789, scrisse che se la donna ha il diritto di salire sulla forca deve avere anche quello di salire alla tribuna: fu ghigliottinata due anni dopo. Le donne potevano dunque essere combattenti della rivoluzione, ma non cittadine della Repubblica. Non fu che l’inizio di più di un secolo di soprusi perpetrati dai laici ai danni delle donne, perché anche quando la Francia varò la famosa riforma di una scuola laica, nel 1905, i diritti di cittadinanza delle donne tardarono molto a essere riconosciuti; esse ottennero il diritto di voto solo nel 1944, dopo aspre polemiche.

Sono poi convinta che laicismo e femminismo procedano su binari indipendenti per quanto è accaduto nella storia della nostra religione. All’origine dell’Islam, le donne hanno avuto un trattamento eccezionale. Aicha, una delle mogli del profeta, è stata protagonista di un’incessante battaglia per l’accesso delle donne alle sfere più alte del potere. Quando l’Europa viveva i suoi “secoli bui”, Aicha guidava un esercito”. La ricercatrice e scrittrice marocchina Fatima Mernissi ha molto ben documentato e raccontato, a mio parere, il ruolo politico di primo piano delle donne all’inizio dell’Islam.

A partire da questa solida convinzione che la storia della liberazione delle donne sia distinta dalla lotta per la laicità, che obiettivi si è posti una volta giunta ai vertici politici dell’Algeria?
“Mi sono chiesta cosa potevo fare per migliorare la condizione delle donne. Di fronte avevo il codice della famiglia da riformare e due opzioni tra cui scegliere. La prima era la rivendicazione di una legge civile, senza alcun compromesso. Se avessi perseverato in quel senso, sarei stata una donna che tradiva le altre donne in omaggio a un partito laico. Ho così scelto di stare dalla parte delle donne e di vedere quello che potevo fare per loro in questa congiuntura storica, mettendo in second’ordine le esigenze del partito laico, perché – sia chiaro – io non sono la donna di servizio di nessun partito laico”.

Il risultato?
“Le trasformazioni a cui ho contribuito in questi anni rimangono confinate all’interno di un codice a ispirazione religiosa, di un codice ispirato all’Islam, ma la condizione della donna è migliorata. Il codice della famiglia e il codice della nazionalità adottati nel marzo 2005 sono molto lontani da quelli in vigore prima. Oggi non è più consentito buttare una donna per strada dopo il divorzio. Oggi le madri hanno potestà sui figli allo stesso titolo dei padri. L’obbligo di obbedienza al marito è stato soppresso, marito e moglie hanno gli stessi obblighi reciproci. La poligamia è diventata praticamente impossibile. Il codice della nazionalità è stato rivoluzionato, è riconosciuta la nazionalità algerina d’origine per filiazione materna in caso di unione con non algerini e, d’altra parte, è possibile acquisire la nazionalità in seguito a matrimonio sia con un algerino che con un’algerina.”

Scendendo a compromessi con la politica per tutelare i diritti delle donne ha dovuto moderare i toni e smussare le sue posizioni rispetto alla stagione di militanza?
“Sono stata militante per difendere più di un’idea. Ho militato per la democrazia, un sistema di governo, il migliore al momento, ma anche molto fragile, come ben sapete voi italiani. Ho militato per i diritti delle donne. Ho militato per cambiare il sistema educativo. E ho lottato per arginare lo strapotere del mercato e garantire una gestione sociale della scuola, della cultura e della sanità.
Un giorno il partito in cui militavo ha deciso di fare un patto con l’esercito e operare un colpo di stato. Sono stata contraria e sono stata espulsa. Ed ero in questa condizione quando mi è stato proposto l’incarico di Ministra. Sapevo che sarei entrata in un governo misto e che avrei dovuto lottare e soffrire, ma ho preferito il compromesso con il governo per tentare di cambiare le cose alla militanza in un partito laico favorevole al colpo di stato militare e rinchiuso nella sua politica da salotto.
Ora, se mi si chiede se sono riuscita a cambiare le cose, dico di nuovo che la condizione delle donne è migliorata e che, assieme al Ministro dell’educazione che mi ha appena interpellata, sto cercando di portare la cultura nelle scuole e di aprire gli orizzonti dei bambini algerini. Ci vorranno forse vent’anni , ma io ho fiducia nel mio popolo”.

La sua posizione contrasta con lo scetticismo della comunità internazionale che continua a nutrire dubbi sulla democraticità dello Stato algerino e del governo di cui lei fa parte...“Se in qualsiasi governo europeo entrano delle donne, la comunità internazionale applaude per la maturazione del sistema democratico. Se invece una donna entra nel governo di un paese arabo, la comunità internazionale manifesta solo dubbi.
Questa è sintomo di uno strisciante razzismo. E di disprezzo. E’ una concezione del mondo secondo la quale le donne del mondo arabo sarebbero per forza di cose sottomesse. La stessa concezione secondo la quale spetta ad alcuni stati occidentali e ai loro establishment politici, economici e intellettuali decidere della bontà o meno delle scelte e dell’operato del resto del mondo. L’Occidente si arroga il diritto di definire tutto e di distribuire certificati di qualità politica e intellettuale, in una dinamica autoreferenziale che trasforma di fatto il dialogo in monologo. Questo – lo ripeto – si chiama razzismo”.

(version fracaise)

Voci da Algeri (3)
Abdelkader Bouazzara, il Maestro che iniziò a suonare con fili da pesca e barattoli d’olio


Voci da Algeri (2)
"In paradiso ne vedremo delle belle". Parola di focolarina


Voci da Algeri (1)
Se il David di Michelangelo si potesse muovere avrebbe già lanciato la sua pietra contro qualcuno

domenica, giugno 18, 2006

Una pennellata di rosa e di reggae sulla homepage di Unibo

Giovedì la nuova homepage del portale Unibo ha finalmente visto la luce. Per completare la messa online mancava un solo (ma visibilissimo) particolare: la foto per l’editoriale che saluta l’utente in alto a destra.

Mancava qualcosa da far vedere e dentro ci voleva dunque qualcuno abile nel saper apparire. All’interno dell'ufficio, nessuno sa apparire meglio del Pink Team formato dalla coppia romano-sicula Arianna-Viviana. E così la scelta è andata subito a loro, a cui il capo, Luca, lo scorso 16 febbraio aveva scritto: “Siate proattive, intraprendenti, naturali, killer. Insomma PINK!”.

E tra le pink angels, per la prima volta davanti agli obiettivi, anche il celeberrimo Dj reggae Vittorio.

Qui in anteprima, tutti gli scatti del casting fotografico che ha portato al risultato finale attualmente visibile sul portale www.unibo.it:

Working
Le pinkies e Dj V.
Downside
Le pinkies e Dj V.
Upside
Le pinkies e Dj V.
Rightside
Le pinkies e Dj V.
Pink portrait
Arianna Silvetti, leader del pink team
Infinitive
Le pinkies e Dj V.
On the road
Le pinkies e Dj V.

mercoledì, giugno 14, 2006

Voci da Algeri (3)
Abdelkader Bouazzara, il Maestro che iniziò a suonare con fili da pesca e barattoli d’olio

Abdelkader BouazzaraI suoi famigliari erano i proprietari della prima scuderia d’Algeri. Da bambino Abdelkader passava lì le sue ore di libertà, osservando le corse dei cavalli e curiosando nei box dove gli animali andavano a risposare. E proprio lì iniziò a produrre musica. Legò vecchi fili di pesca a vecchi barattoli d’olio e, con quella sorta di mandolino improvvisato, modulò le prime note. Di lì a poco, a soli dieci anni, Adelkader entrò al conservatorio, muovendo i primi passi lungo la strada che l’avrebbe fatto diventare l’attuale Maestro Bouazzara, direttore amministrativo e artistico e violinista dell’orchestra sinfonica nazionale d’Algeria.

Dotato di temperamento mediterraneo e di dedizione nordica, Bouazzara ha alle spalle una famiglia di poeti: “Ho un cugino – racconta – che è un archivio vivente della poesia del sud algerino. Può andare avanti quattro ore recitando rime legate alla fatica dei lavori agricoli, alla lotta per l’indipendenza, all’eroismo e al recupero della dignità perduta”.

Ad avviarlo alla musica, però, non fu il cugino ma il fratello maggiore, nato nel ’49, e diplomato in recitazione teatrale. Fu lui a spingere il giovanissimo Abdelkader verso il conservatorio: “Quando arrivai al test psico-attitudinale – ricorda Bouazzara – per me la vera musica era solo il canto. La voce era il mio unico vero strumento”. Il destino lo dirottò invece verso il violino, strumento in onore del quale rinunciò anche alla sua passione per il basket (“bisognava proteggere le mani”).

Un sacrificio ricompensato con una lunga trasferta all’estero. Cinque anni – dal 1984 al 1988 – a Kiev per un corso di perfezionamento. Ammiccando il maestro ricorda le attraenti donne internazionali del luogo, che però non riuscirono a distrarlo dalla musica: “Ero uno studente serio – dice – e fui scelto per guidare il gruppo dei 230 studenti algerini presenti in città. Fu una bella esperienza e conservo dei bei ricordi dei miei contatti con l’Ambasciatare per organizzare le manifestazioni in occasione delle date più importanti del nostro paese: il 1 novembre, anniversario dell’inizio della guerra di liberazione, e il 5 luglio, festa dell’indipendenza”.

La Baia d'Algeri vista dal Bastione 23, il palazzo Turco dove ha sede la Direzione dell'Orchestra sinfonica nazionale d'AlgeriTornato in Algeria, Bouazzara iniziò ad insegnare all’istituto superiore dei dirigenti del settore della gioventù e dello sport (dove rimase 10 anni) e più tardi si impegnò perché la musica sinfonica sopravvivesse anche negli anni più bui del terrorismo, quando i musicisti erano diventati dei bersagli e nascondevano i loro strumenti per recarsi alle prove (e i genitori ritiravano i figli dai conservatori). “Algeri sinfonica” fu il nome dell’ensemble con cui ravvivò la capitale dal 1992 al 1995. “Volevamo preservare l’utilizzo degli strumenti”, afferma citando anche gli amici stranieri che lo aiutarono: un pianista svizzero, un violoncellista russo e un violoncellista tedesco.

Responsabile dell’orchestra sinfonica nazionale dal 2001, Bouazzara considera positivo il bilancio di questi anni. Nonostante le risorse ridotte, la mancanza di una sala concerti propria e i traumi della storia recente che hanno avuto ricadute negative sulla formazione dei giovani, l’orchestra sinfonica nazionale ha saputo ricreare un gruppo di alcune decine di musicisti, rilanciare l’attività musicale, arricchire il proprio repertorio e tessere rapporti di collaborazione con maestri e musicisti stranieri. Anche italiani: dal 2003, sono stati cinque i concerti preparati con (e diretti da) il maestro Cammarota del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma il quale ha portato ogni volta con sé un gruppo di musicisti italiani che hanno integrato l’orchestra algerina. In previsione c’è anche un altro concerto italo-algerino, ma questa volta con una donna a dirigere l’orchestra. Oggi l’orchestra si esibisce in media due volte al mese, organizzando anche piccole tournées nelle varie regioni del paese e presto inaugurerà anche i nuovi strumenti regalati dalla cooperazione giapponese e destinati soprattutto ai giovani talenti.

Il tempo corre via frenetico tra una data e l’altra, ma senza mai sottrarre lo spazio all’insegnamento della musica. Bouazzara ha ancora vivido il ricordo del Maestro russo Gadjev, che, negli anni trascorsi in Algeria, è stato colui che gli ha insegnato a insegnare. Adesso invece è Bouazzara nel ruolo di maestro, al conservatorio e all’istituto superiore di musica: “Non sono un virtuoso del violino, ma penso di essere un buon insegnante e di saper trasmettere la passione per la musica universale. Molti di coloro che insegnano musica nel paese – conclude il maestro – sono stati miei allievi”.

Voci da Algeri (2)
"In paradiso ne vedremo delle belle". Parola di focolarina


Voci da Algeri (1)
Se il David di Michelangelo si potesse muovere avrebbe già lanciato la sua pietra contro qualcuno

martedì, giugno 13, 2006

Il castello dei destini incrociati

Il podere Il castelloHo appena lasciato alle spalle le prime pagine de Il castello dei destini incrociati. E’ una raccolta di racconti scritta da Italo Calvino giocando con le carte e con le loro potenzialità narrative. Per scrivere, l’autore disponeva le carte, guardava i personaggi che rappresentavano e poi si divertiva a tessere le trame in grado di unirli.

Sabato nel podere di fronte alla Diga di Ridracoli non c’erano le carte usate da Calvino, ma anche lì i destini si sono sorprendentemente incrociati. Come in una divina scrittura, infatti, una volpe e un allocco hanno fatto visita alla nostra casa, comportandosi come i personaggi di una storia. Quella che per giorni ci aveva raccontato una nostra compagna citando versi da lei autografati con lo pseudonimo di “Passera Felice”. Versi dedicati dall’autrice a una storia sofferta, vera e biografica, versi in cui una penna volpina ha condannato alla vergogna il tradimento di un amante allocco.


A chi la intende,

La storia della volpe e dell’allocco (omaggio a Passera Felice)

Al nostro arrivo sabato sera, l’allocco era chiuso nelle mura del podere. Era rimasto intrappolato all’interno, lì doveva aveva cercato un’alcova più calda e bella. Era rimasto solo, tradito dal suo desiderio. La fuga era riuscita a chi era con lui, ma non a lui. Giorni di solitudine l’avevano reso ormai debole e impaurito, e, anche una volta libero, è volato via sciancato e visibilmente invecchiato. Dove? “Poco lontano”, ha detto qualcuno.

Briciola, la volpe di RidracoliLa volpe invece era fuori. E’ arrivata da noi liberamente e sfacciatamente. Ha fiutato la festa e senza pudori vi ha preso parte. Ha mangiato, ha socializzato e poi ha ripreso da sola la via della foresta per godere altrove della sua immensa compagnia. A pancia piena si è infine allantanata, pensando al tragico destino dell’allocco, suo vecchio amante: “Che scempio della natura”, ha pensato con rabbia meditando sulla giusta punizione di quell’uccello che volava senza cervello.

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Nota: Scusate la parentesi onirica che non tutti capiranno, ma il gioco di incroci era troppo intrigante per non essere tentato. Due animali rari che si presentano in una solo sera e si comportano come protagonisti di una storia già nota e che incrociano i loro destini in un podere di nome Il castello come se fossero figure de Il castello dei destini incrociati

lunedì, giugno 05, 2006

Lettera ai nati degli Anni 70 e 80

Mi è arrivato un messaggio di posta elettronica di quelli che rimbalzano all’impazzata di casella in casella. Si intitola “Nostalgia” e in effetti trasuda qua e là un po’ di retorica, richiamando le più drammatiche canzoni degli 883. Però devo dire che, tra il serio e il faceto, tra il sobrio e l’andante, mi è capitato già più di una volta di condividere simili considerazioni da vecchiaia anticipata. Quindi pubblico il testo e largo alla poetica del tempo perduto.

Nostalgia!

Lo scopo di questa missiva è quello di rendere giustizia a una generazione, quella di noi nati agli inizi degli anni '70 e '80 (anno più, anno meno), quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la propria fino ai 50 anni.

Noi non abbiamo fatto la Guerra, né abbiamo visto lo sbarco sulla luna, non abbiamo vissuto gli anni di piombo, né abbiamo votato il referendum per l'aborto e la nostra memoria storica comincia coi Mondiali di Italia '90. Per non aver vissuto direttamente il '68 ci dicono che non abbiamo ideali, mentre ne sappiamo di politica più di quanto credono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.

Babbo Natale non sempre ci portava ciò che chiedevamo, però ci sentivamo dire, e lo sentiamo ancora, che abbiamo avuto tutto, nonostante quelli che sono venuti dopo di noi sì che hanno avuto tutto, e nessuno glielo dice. Siamo l'ultima generazione che ha imparato a giocare con le biglie, a saltare la corda, a giocare a ce l'hai, a un-due-tre-stella, e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori.

Abbiamo indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante e con la cucitura storta; la nostra prima tuta è stata blu con bande bianche sulle maniche e le nostre prime scarpe da ginnastica di marca le abbiamo avute dopo i 10 anni.

Andavamo a scuola quando il 1 novembre era il giorno dei Santi e non Halloween, quando ancora si veniva bocciati, siamo stai gli ultimi a fare la Maturità e i pionieri del 3+2.

Siamo stati etichettati come Generazione X e abbiamo dovuto sorbirci Sentieri e i Visitors, Twin Peaks e Beverly Hills (ti piacquero allora, vai a rivederli adesso, vedrai che delusione). Abbiamo pianto per Candy-Candy, ci siamo innamorate dei fratelli di Georgie, abbiamo riso con Spank, ballato con Heather Parisi, cantato con Cristina D'Avena e imparato la mitologia greca con Pollon. Siamo una generazione che ha visto Maradona fare campagne contro la droga.

Siamo i primi ad essere entrati nel mondo del lavoro come Co.Co.Co. e quelli per cui non gli costa niente licenziarci. Ci ricordano sempre fatti accaduti prima che nascessimo, come se non avessimo vissuto nessun avvenimento storico.

Abbiamo imparato che cos'è il terrorismo, abbiamo visto cadere il muro di Berlino, e Clinton avere relazioni improprie con la segretaria nella Stanza Ovale; siamo state le più giovani vittime di Cernobyl; quelli della nostra generazione l'hanno fatta la guerra (Kosovo, Afghanistan, Iraq, ecc.); abbiamo gridato “No Nato, fuori le basi dall'Italia”, senza sapere molto bene cosa significasse, per poi capirlo di colpo un 11 di settembre.

Abbiamo imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque altro, abbiamo giocato a Pac-Man, odiamo Bill Gates e credevamo che internet sarebbe stato un mondo libero.

Siamo la generazione di Bim Bum Bam, di Clementina-e-il-Piccolo-Mugnaio-Bianco e del Drive-in. Siamo la generazione che andò al cinema a vedere i film di Bud Spencer e Terence Hill. Quelli cresciuti ascoltando gli Europe e Nik Kamen, e gli ultimi a usare dei gettoni del telefono. Ci siamo emozionati con Superman, ET o Alla Ricerca dell'Arca Perduta. Bevevamo il Billy e mangiavamo le Big Bubble, ma neanche le Hubba Bubba erano male; al supermercato le cassiere ci davano le caramelline di Zucchero come resto. Siamo la generazione di Crystal Ball ("con Crystal Ball ci puoi giocare."), delle sorprese del Mulino Bianco, dei mattoncini Lego a forma di mattoncino, dei Puffi, i Volutrons, Magnum P.I., Holly e Benji, Mimì Ayuara,l'Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iridella, He-Man, Lamù, Creamy, Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini-Pony, le Micro-Machine, Big Jim e la casa di Barbie di cartone ma con l'ascensore. La generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla fine vanno insieme.

La generazione che non ricorda l'Italia Mondiale '82, e che ci viene un riso smorzato quando ci vogliono dare a bere che l'Italia di quest'anno è la favorita.

L'ultima generazione a vedere il proprio padre caricare il portapacchi della macchina all'inverosimile per andare in vacanza 15 giorni. L'ultima generazione degli spinelli. Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista. Non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino. Andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale.

Non c'erano i cellulari. Andavamo a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una cartella che raramente aveva gli spallacci imbottiti, e tanto meno le rotelle!! Mangiavamo dolci e bevevamo bibite, ma non eravamo obesi. Al limite uno era grasso e fine. Ci attaccavamo alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai infettato. Ci trasmettevamo solo i pidocchi a scuola, cosa che le nostre madri sistemavamo lavandoci la testa con l'aceto.

Non avevamo Playstation, Nintendo 64, videogiochi, 99 canali televisivi, dolby-surround, cellulari, computer e Internet, però ce la spassavamo tirandoci gavettoni e rotolandoci per terra tirando su di tutto; bevevamo l'acqua direttamente dalle fontane dei parchi, acqua non imbottigliata, che bevevano anche i cani! E le ragazze si intortavano inseguendole per toccar loro il sedere e giocando al gioco della bottiglia o a quello della verità, non in una chat dicendo :) :D :P ;) sn tt thx tvtb

Abbiamo avuto libertà, fallimenti, successi e responsabilità e abbiamo imparato a crescere con tutto ciò.

Tu sei uno di nostri? Congratulazioni! Diffondi questo messaggio a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di crescere come bambini.

domenica, giugno 04, 2006

Punte Alberete in delirio per la nutria

La nutria in mezzo al pubblico di Punte AlberetePunte Alberete (Ra) - L’avevamo invocata e lei ha risposto all'appello. Era lontano tra le canne, appena visibile con il binocolo. Ha iniziato a nuotare, ha attraversato la palude mulinando con la sua coda e alla fine ha toccato riva. Si è mossa a sinistra, si è nascosta, è uscita di scena: nessuna traccia di lei neppure scrutando il canneto impilati come ginnasti per gettare lo sguardo al di là delle barriere.

Lei non c’era. Non era lì perché era già sotto di noi. E’ tranquillamente passata sotto il casotto dove stormi di turisti colti facevano bird whatching e si è prestata al flash dei fotografi suoi estimatori. Ha mostrato i dentoni rossi, ha sorriso, ha accennato uno scodinzolio e alla fine ha brucato un po’ per aspettare che si radunassero anche i fans più ritardatari. Non ha voluto rilasciare dichiarazioni ma ha lasciato intendere un'apertura al dialogo anche verso coloro che la definiscono un "topone" e una specie "aliena".

La nutriaConcluso l'intervento in pubblico, ha ripreso la via dell’acqua.

Alla prossima nutria: stessa palude, stesso capanno.

Firmato: National Nutria-Geographic Corporation

martedì, maggio 30, 2006

Si le David de Michel-Ange pouvait bouger, il aurait déjà jeté sa pierre contre quelqu’un

(trad. fr. a cura di Maria Assunta Mini) - versione italiana
Pour crier contre le terrorisme, il avait renoncé à la fiction. Il avait choisi de marcher sur des vrais tessons de verre et de saigner comme les vraies victimes. Les attentats étaient trop proches, trop fréquents, trop injustes pour les raconter en faisant semblant. C’était comme cela que Mohand, l’artiste, avait choisi de les raconter aux Algériens, sans mise en scène: souffrant vraiment, trouvant dans la douleur du corps le moyen le plus sincère pour témoigner sa révolte contre l’intégrisme et l’escalade de violence à laquelle il condamnait son pays.

Mohand n’était pas seul à crier contre les attentats des années 90: avec lui, il y avait Abdesselam, Slimane, Rachid, Nabila et Yasmina. Sculpteurs, peintres, danseurs, hommes et femmes qui avaient décidé de se nommer Carpe Diem. Un nom choisi pour évoquer leur obligation de ne penser qu’ à ici et maintenant: “Nous tenions nos représentations dans la rue, à l’occasion de grandes manifestations, quand nous étions surs d’avoir un public. Nous savions que nous étions des cibles faciles et que chaque spectacle pouvait être le dernier. Donc à saisir”.

Carpe Diem est né à l’intérieur de l’Ecole Nationale des Beaux Arts, mais contre elle. “Nous étions tous des étudiants et tous unis contre la gestion de l’école. Les enseignants utilisaient cette structure à des fins privées et, à quelques exceptions près, ils manquaient de compétence technique, des incompétents qui nous obligeaient à apprendre en autodidactes”. Il était 1996 quand Mohand et les autres se produisirent ensemble pour la première fois. A cette occasion-là, ce fut pour une fêter un diplôme, après ce fut dans les rues de la capitale, pendant la période la plus violente du pays, et dans les moments de la plus grande affluence en ville. “Le nôtre – dit Mohand – était un cri : nous faisions nos exhibitions avec des musiques hard, des scénographies fortes et beaucoup d’improvisation: nous voulions construire des images capables de frapper l’émotivités des gens en leur montrant le drame généré par une explosion. Notre art était un art né dans la terreur du terrorisme et contre elle”.

Un art politique donc. “Le seul qui existe”, affirme Mohand. “Ce qui me motive vraiment – continue le sculpteur – c’est le fait de voir qu’il y a des choses qui vont mal et qui pourraient aller mieux. L’artiste peut faire beaucoup plus qu’un citoyen ordinaire pour améliorer le monde. Un ouvrier peut se sacrifier et mettre de côté une petite somme pour une association bénéfique, tandis qu’un artiste peut lancer un message qui secoue les consciences. Moi je crois que l’artiste peut être l’intermédiaire entre deux groupes de personnes : celles qui ont de l’argent mais sans idées et celles qui ont les idées mais pas d’argent”.

La vision de l’art de Mohand ne tolère pas les murs d’une galerie et les contraintes commerciales. Par exemple, pour Mohand il est inutile la galerie d’art moderne que le gouvernement algérien voudrait aménager pour 2007, quand Alger sera la capitale de la culture du monde arabe : “C’est une opération de marketing – déclare – pour faire croire que l’Algérie est meilleure que ce qu’elle est en réalité. Visiteront ce musée les mêmes personnes, très peu nombreuses, qui fréquentent les grands hôtels comme El Aurassi ou les vernissages des expositions”. Ce qu’il faut n’est pas un musée conçu comme un réceptacle de l’histoire, une archive d’œuvres qui ont déjà dit depuis des lustres ce qu’elles avaient à dire. “Il faudrait penser à des espaces événement – insiste Mohand – des lieux capables de secouer, interpeller et susciter des questions. Des lieux où l’artiste pourrait garder son indépendance et son point de vue critique sur le monde”.

L’artiste critique et indépendant rêvé par Mohand restera peut-être toujours exclu des galeries d’art comme celle en construction à Alger. Mais aujourd’hui il n’y a plus besoin d’un grand espace physique pour lancer un message. Mohand consulte le moteur de recherche de Skype et il fait défiler la longue liste de personnes avec qui il pourrait se mettre en réseau. Pour lui, se mettre en réseau ne veut pas dire seulement utiliser Internet comme point de départ pour une internationale de l’art, mais aussi assimiler les impulsions des technologies digitales pour revoir la conception même de l’art. “Pourquoi – termine-t-il – dois-je encore sculpter une statue dans le marbre si, par d’autres techniques, je peux en faire de virtuelles en mouvement?”. “Moi je crois que si Michel-Ange avait pu le faire, il aurait permis à son David de bouger. Et lui – j’en suis convaincu – il aurait déjà tiré sa pierre contre quelqu’un …”.

domenica, maggio 28, 2006

Il crocifisso delle fughe e il pellegrinaggio abbandonato

Il selciato della via dei Romei nei pressi del Passo di serraPer tre volte lo riportarono a Ridracoli e per tre volte lui ridiscese il torrente fino a tornare nella sua Santa Sofia. Correva il secolo quindicesimo quando le ripetute fughe lungo il fiume del crocifisso testimoniarono agli abitanti del luogo che il loro Cristo preferiva di gran lunga essere bagnato in una paesino popolato che immacolato in una tempietto dimenticato. Per lui, insomma, era meglio il rustico alveo del fiume sotto il ponte cittadino che il confortevole altare sotto il tetto della pieve montana.

Ancora oggi quel crocifisso è tetragono nella sua scelta, irrequieto a ogni ipotesi di trasferimento. Il suo posto resta nella chiesa centrale di Santa Sofia, in mezzo alla propria gente. La sua infinita magnanimità ha però aperto uno spiraglio alla piccola parrocchia di Ridracoli, in cui sei secoli di storia, dal Quattrocento ai giorni nostri, hanno tristemente acuito la sensazione di abbandono. Vista la difficoltà dei pochi valligiani rimasti, il crocifisso ha accettato di trascorrere lassù qualche giorno all’anno. In cambio pretende solo una compagnia numerosa e disposta a sorreggerlo per l’annuale processione su per le salite della valle bidentina.

La speranza, per laici e credenti che ancora amano essere viandanti, è che il rinnovato interesse del crocifisso per la montagna giovi all’antica rotta dei pellegrini tracciata sui crinali vicini. La via dei Romei difende ancora il suo spazio con massicciate che spezzano il dominio delle faggete tosco romagnole, ma le vecchie osterie che la puntellavano hanno perso osti e coperture. Non c’è più nessuno a Nasseto, dove nelle notti i muli creavano ingorghi per abbeverarsi nei fossi. E non c’è più nessuno a Castel dell’Alpe, l’imponente struttura che dominava il pascolo dove i passanti sembrano piccoli uomini in mezzo al nulla. Di entrambe le magioni restano solo poche rovine e immagini sbiadite su libri rari, nascosti in biblioteche dimenticate al centro di paesucoli di periferia.

Il meccanico contro il Signore

La Madonna del frezer, la fata della cassapanca e il diavolo dello scantinato

mercoledì, maggio 24, 2006

Mestruoletteratura (by Andrea D’Isidoro)

Copertina del libro di Raffaella MalagutiOre 18.30 di martedì 23 maggio. Nella sede del portale d’Ateneo di via Acri 12 a Bologna, Andrea D’Isidoro è al computer per chattare con Piero Candeloro e negoziare gli ultimi particolari dell’imminente bruschettata. Monica Lacoppola lo interrompe un attimo e gli chiede scherzosamente se è interessato a recensire uno dei libri spediti per la presentazione nell’apposito spazio di UniboMagazine. Lui risponde altrettanto scherzosamente, ma tra uno scherzo e l'altro, una mail parte per davvero e, dopo cinque minuti, il giovane redattore web originario di San Benedetto del Tronto si ritrova nella casella di posta elettronica tutto il necessario per parlare dell’ultima fatica di Raffaella Malaguti.

Il libro si intitola Le mie cose – Mestruazioni: storia, tecnica, linguaggio, arte e musica. Per sapere di cosa si tratta, la parola ad Andrea D’Isidoro che nella notte ne ha assaporato le pagine, arrivando alla conclusione riportata qui di seguito. La sua è una perla di letteratura troppo hard per il vecchio portale, ma very cool per il giovane blog:

"In questo libro - argomenta D'Isidoro - si gettano le basi di uno sguardo nuovo e divertito al ciclo, per alleggerirlo e donargli una dignità che lo inserisca a pieno titolo nella storia della donna, del costume e dell'arte.

Incontriamo le mestruo-attiviste e le cyberfemministe, chi sostiene l'uso del tampone e chi lo rifugge come la peste, chi ha disegnato l'assorbente leopardato e chi preferisce i filtranti in garza.

Malaguti ha trovato un modo originale e diverso per parlare di sangue e dintorni, senza risposte definitive ma con domande sane e intelligenti".

martedì, maggio 23, 2006

Non resta che superare un’altra salita

Uno degli striscioni preparati per l'arrivo a Domodossola del Giro d'ItaliaBicicletta decisamente protagonista dell’ultimo fine settimana trascorso a Domodossola. La piccola città piemontese era la sede d’arrivo di una tappa del giro d’Italia e per tutta la notte di sabato ha reso omaggio alle due ruote. Ma non solo. Chi mi ospitava, Marco Blardone, compagno di università ormai di lunga data, è un amante quasi ossessivo del ciclismo e a questo sport - per lui quasi una religione – ha dedicato la pagina più bella di un testo nato per descrivere un'esperienza artistica bolognese.

A quelle parole, che non posso ancora citare e sarebbe ingiusto parafrasare, aggiungo una piccola nota dedicata esclusivamente alla salita, perché credo che sia lì che il ciclismo sprigioni il suo lato più filosofico. E’ in salita che si rimane più soli. A pochi chilometri orari di andatura si perde l’effetto aerodinamico che in pianura permette di restare in scia a persone molto più in forma. Su per una rampa andare avanti diventa un lavorio costante, che non ammette tregue. Una fatica non solo fisica ma anche psicologica, perché a un colpo di manubrio, alla distanza di un’inversione a U, c’è la discesa e la comodità di una gravità amica. La discesa è una scelta tentatrice, ma ogni ciclista che ne è ha ascoltato il canto è tornato a casa con l’amaro in bocca.

Su in alto c’era infatti un traguardo a cui ha rinunciato. Un traguardo che è a sua volta “molto filosofico”, perché la cima di una salita dura solo pochi metri, si rivela spesso ventosa e inospitale e così, appena il respiro rallenta, si riprende la discesa, sempre dalla parte opposta rispetto alla provenienza, perché un giro – lo dice la parola – dev’essere circolare.

E a quel punto non resta che tornare a casa superando un’altra salita.

giovedì, maggio 18, 2006

All'onore dei "Gantt"izzati di tutto il mondo

Le focolarine di AlgeriCito una frase del lungo intervento che il programmatore Aaron Brancotti ha scritto per il numero di marzo 2006 del mensile Una città. Trovo che ci siano molte verità e che per riscontrare simili cortocircuiti amministrativi non ci sia bisogno di arrivare alle grandi aziende. A volte bastano una trentina di persone per fare danni.

Aaron Brancotti scrive:

Sono finito all’interno di una società gigantesca, totalmente gerarchizzata e strutturata, dove per fare qualsiasi cosa devi scrivere otto documenti e un lavoro che potresti fare in dieci minuti dura tre settimane. Non solo: qualsiasi cosa tu debba fare la devi comunicare via mail. Cioè se io sono seduto qui e devo lavorare con un collega seduto accanto, non esiste che gli dico: “Bene, adesso facciamo questa roba qua”. Perché? Perché, come mi ha spiegato il project manager: “verba volant, ma scripta rimanent”. E a quel punto tu vorresti metterti a ridere, chiedendoti dove sei finito, ma poi...

Ma quel che è più assurdo è che non ti lascino risolvere i problemi. Tu puoi passare dei giorni lì a dire: “Non va? Mettiamolo a posto”, “Ma no, perché per metter a posto quel server lì bisogna andare là perché quella macchina lì è di quel gruppo là che dipende da quell’altro gruppo...” e iniziano questi giri pazzeschi per cui a te vien voglia di fare come Sam nel fil “Brazil”, che la notte andava in giro a riparare le cose senza compilare i moduli.
(./..)
Alla fine del mesi dovevi fare il “ruolino”, cioè dire: ho lavorato tot ore sui progetti eccetera, mettevi i tuoi hnumerini ed era una cosa tranquilla. Ma ci sono posti in cui il tuo lavoro diventa fare quella roba lì.

lunedì, maggio 15, 2006

Voci da Algeri (2)
"In paradiso ne vedremo delle belle". Parola di focolarina

Le focolarine di Algeri“Io credo che in paradiso ne vedremo delle belle”. Ne è sicura Maria Teresa, la più anziana delle focolarine di Algeri: il suo è un modo per bandire subito luoghi comuni e pregiudizi di parte sulla strada per la salvezza, perché quando una focolarina incontra un’altra religione preferisce capirla piuttosto che cambiarla.

Il movimento, fondato da Chiara Lubic nel 1943, nacque per salvare la spiritualità del Vangelo mentre le bombe distruggevano tutto il resto. E anche oggi, ottenuto nel 1998 il riconoscimento da parte della Chiesa, esso resta più un gruppo di riflessione votato al dialogo con l’altro che un ordine con regole ferree da seguire e da imporre. Le focolarine – nome che deriva dal focolare utilizzato per leggere il Vangelo - continuano a portare abiti laici, continuano a muoversi nel mondo svolgendo le loro professioni e continuano a lasciare aperta ogni via alla comunione con Dio: “Chi può dire – recitano all’unisono – cosa succede in punto di morte?”.

Il movimento delle focolarine, che vanta milioni di simpatizzanti nel mondo, ad Algeri ruota attorno a sei donne: Maria Teresa, che è stata la prima ad arrivare nel 1967, Cristina, l’ultima ad aggregarsi alla comunità, lo scorso gennaio, e nel mezzo Victoria, Viledi, Pascal, Gioi. Quattro italiane, una belga e un’ungherese che hanno in comune la volontà di operare 24 ore su 24 per l’umanità, la famiglia allargata da cui si sono sentite irresistibilmente attratte: “E dire – commenta Pascal – che non avrei lasciato per nessuna ragione al mondo la mia famiglia, dove mi trovavo benissimo”.

La loro presenza ad Algeri è un modo per aggirare i conflitti ideologici che descrivono i mass media. “Io – racconta Viledi – sono arrivata qui agli inizi degli anni Novanta proprio quando, con la guerra del Golfo, Islam e Cristianesimo si sono affrontati per la prima volta. Abitando qui ho capito che c’è una grossa differenza tra la cronaca di un fatto e l’incontro tra due persone: Islam e Cristianesimo potranno anche scontrarsi, ma due persone nutriranno sempre il desiderio di conoscersi reciprocamente”. A volte è semplice. Victoria, memore dei difficili trascorsi sotto il regime comunista in Ungheria è per esempio sorpresa dalla religiosità del popolo: “Con tutti – dice – posso soffermarmi tranquillamente a parlare dell’amore di Dio”. A volte, invece, succede che le difficoltà siano maggiori. “A scuola – racconta Cristina – c’erano ragazzi duri, che mi insultavano. Ma ho sempre trovato la forza per entrare in classe. Non erano loro a parlare così ma erano le voci che altri avevano imposto loro. E poi il loro insulto era comunque una forma di contatto, un primo passo”. Un po’ come un primo passo è la presenza di Pascal nel reparto di pediatria dell’ospedale di Birtraria: “Non mi è possibile parlare con tutti – racconta – ma la mia puntualità e il mio senso di responsabilità sono già uno spunto di riflessione. Ho cercato da subito di imparare l’arabo per poter parlare anche con chi aveva difficoltà con il francese e poter dire a tutti, da subito, che ero lì senza interessi economici”.

Le focolarine sono lontane dalla politica. “Non fa parte dei nostri compiti”, dice Maria Teresa. Però alcuni politici sono tra gli amici del focolare. “Il nostro stare insieme - riflette Gioi - è per costoro un’oasi per respirare una boccata d’aria nuova”. “Noi – conclude ancora Maria Teresa - non possiamo dare consigli per fare una scelta, ma speriamo di costruire persone nuove per le scelte del futuro”.

Voci da Algeri (1)
Se il David di Michelangelo si potesse muovere avrebbe già lanciato la sua pietra contro qualcuno

domenica, maggio 14, 2006

Il meccanico contro il Signore

C’era molta gente a bere e a fare festa tra le strade di San Piero in Bagno. Anche il meccanico del paese era tra la folla. Con la faccia nera di morchia come il volto pitturato di un navy seals, sedeva al tavolo picchiando distrattamente un carburatore. Un colpo, due colpi, tre colpi, forse una risata di troppo, e il quarto colpo che fa un rumore più sordo, attutito da un dito finito nella posizione sbagliata.

L’urlo del meccanico resta soffocato in gola, ma non il suo odio verso il destino avverso e verso il Signore che l’aveva disegnato. Il meccanico impugna il cacciavite con cui pochi istanti prima colpiva il carburatore e comincia a brandire l’aria, tagliandola e pungendola. “Cosa combini?”, chiede allora la gente attonita. “Se Dio è da tutte le parti – risponde lui – dovrò pur prenderlo prima o poi”.

La battaglia del cacciavite non fu risolutiva: il Signore non riportò ferite mortali. Però il nostro meccanico continua la sua guerra, caricando al grido di “Madonna faina” e di tutte le altre bestemmie ispirate agli animali del bosco. Perfetto esempio di religiosità attaccata al territorio...

La madonna del freezer, la fata della cassapanca e il diavolo dello scantinato

venerdì, maggio 12, 2006

Il colonnello Garofano e la pipì in mezzo alla genetica

Un momento della mia intervista al Tenente Colonnello Luciano GarofanoPer la prima volta ho sperimentato anch'io il video-giornalismo: sono entrato insomma nella dimensione che privilegia il rigore formale alla sperimentazione del contenuto.

Mi sono imposto come regola la minimizzazione dell'errore, cercando di fare domande brevi e relativamente semplici per la persona chiamata a rispondere. Ovviamente, però, l'imprevisto è capitato comunque. Di fronte al microfono c'era Luciano Garofano, il tenente colonnello dei carabinieri che dirige i Ris di Parma. In altre parole è colui che supervisiona l'equiovalente italiano di Csi, la polizia scientifica che indaga sulle tracce invisibili a occhio nudo: capelli, frammenti di pelle o altre minime tracce biologiche. Oggetto della discussione erano i massimi sistemi filosofici: tutela della privacy, banche dati biologiche, lotta al crimine. Nulla però è servito a intimidire il custode del Baraccano di Bologna, che, in completa tranquillità, ha strattonato il colonnello dicendogli che, se aveva bisogno del bagno, lui poteva accompagnarlo lungo gli intricati corridoi del vecchio chiostro.

L'imprevisto occorso chiacchierando con il colonnello garofano è stato tagliato, ma la sua intervista e le altre realizzate all'interno della Festa della Musica e della genetica sono online nel sito della manifestazione. Basta cliccare sulla voce Webmagazine.

Buon ascolto e buona visione (solo per chi ha disponibilità di banda...):
Sito della Festa della Musica e della Genetica

domenica, maggio 07, 2006

La Madonna del freezer, la fata della cassapanca e il diavolo dello scantinato

La leggenda vive di fronte a Pian del Grado. Quell’antico borgo, in passato abitazione di ben undici famiglie, è infatti adagiato sul versante nord della valle del Bidente delle Celle e dal suo terrazzo, in direzione sud, si intuiscono le cascate del Satanasso, il fosso prediletto dallo spettro di Mantellini. La tradizione vuole che lo spirito del vecchio pastore, dopo aver vegliato per un'intera notte su sul corpo di un boscaiolo vittima di un incidente sul lavoro, continui a percorrere quei sentieri ormai abbandonati esigendo ogni anno una vittima come tributo. Come per ogni tradizione che si rispetti, non ci sono prove, ma gli abitanti della vicina Corniolo giurano di aver udito il campanellino della capretta di Mantellini e di aver visto lui nel suo lugubre mantello nero.

Noi non abbiamo sentito e visto nulla, ma venerdì a Pian del Grado la leggenda di Mantellini è arrivata comunque sulla nostra tavola. E il suo eco si è propagato di bocca in bocca, da maestro ad allievi e da allievi a maestro, risvegliando uno dopo l’altro i mille misteri che si propagano nel sottobosco di Campigna.

A San Piero, per esempio, tutti conoscono gli gnomi. Ne parlano tranquillamente in tabaccheria. In paese c’è chi taglia boschi, chi caccia di frodo e chi vede gnomi. Questi ultimi sono ovviamente i cittadini più noti. Anzi, sono un po’ gli esperti italiani del ramo ed è a loro che si è rivolta una donna tormentata dalla fata rinchiusa nella propria cassapanca. Non sono dati a sapere i consigli elargiti alla sventurata, ma non vi sono dubbi sulla loro bontà, perché chi li ha dati maneggia ordinariamente lo straordinario. Nello stesso paese c’è chi ha scovato la Madonna chiusa nel proprio freezer e chi deve difendersi dal demonio ogni volta che scende negli inferi della sua cantina per recuperare un salame.

“Non c’è molta gente schietta sopra una certa altitudine”, ha commentato tra un racconto e l’altro Lello, la nostra guida, alludendo a una vita ascetica consumata in cerchie familiari troppo strette per rimescolare correttamente le carte a ogni giro generazionale. Questa gente poco “schietta” è però molto brava a tracannare vino schietto. A volte l’alcol modella dei veri e propri Baudelaire tosco-romagnoli, scalpellini che si sbronzano nell’umidità del fosso e trasformano in arte le pietre di un sentiero. A volte invece il rosso del vino inietta di sangue gli occhi e incendia l’aria nei rituali mondani. “Uomo”, un grosso ragazzone del posto, è uno di quelli che si infiamma più facilmente. Il suo pugno, potente come quello del "Sordo", che una volta ha stroncato la testa di un cavallo, è adesso un’arma vietata dai carabinieri locali. Ma “Uomo” non ci sente troppo bene dall’orecchio delle regole e così ha pensato bene di aggirarle. L’occasione è stata una sentita stracittadina tra Corniolo e Santa Sofia. Sugli spalti il tifo era impari e i corniolesi, di cui “Uomo” fa parte, furono presto accerchiati. Lui allora si chinò, aprì la sua borsa e con due tiri mise in moto la motosega. Lui tagliò l’aria dello stadio, mentre tutti gli altri (pallone compreso…) tagliarono rapidamente la corda.

Fermarsi alle gesta di “Uomo” sarebbe però riduttivo. Se a lui tocca il lavoro duro, è infatti agli altri che tocca giocare di fino. L’occasione per portare allo stadio raffinate allusioni simboliche fu questa volta il delicato scontro tra le tifoserie di Santa Sofia e della rappresentativa del Pollo del Campo. I santasofiesi scelsero di giocare duro e intinsero il loro grido di guerra nel sangue del pollo impalato sul proprio vessillo. Quella era la fine che sarebbe toccata sul campo ai Polli del Campo...

Il tifo del Bidentino è molto maschio, ma, d’altra parte, anche le donne sono molto maschie. Quelle di una volta, come la Tarzan, non hanno certo paura di un pollo crocifisso. Lei, un metro e cinquanta di altezza per due di larghezza, può sempre contare sulla doppietta e sul macete che porta con sé. E se avete dei dubbi sulla capacità di una femmina di maneggiare tali attrezzi, chiedete al cinghiale che osò attraversarle la strada in una notte innevata di un imprecisato inverno fa. Il cinghiale corse e lei lo impallinò; lui allora si buttò giù per la riva più scoscesa, ma lei lo raggiunse, lo finì con il coltello e lo sbatté sul tavolo di casa sua ancora caldo dopo averlo trascinato con una corda.

La Tarzan è stata una delle ultime protagoniste della nostra cena a Pian del Grado. Mentre il camino consumava gli ultimi ciocchi, la sua storia, assieme a quella di “Tutti coppi”, di “Gabana” e di altri nomi epici delle foreste di Campigna, ha rivissuto per alcuni istanti nei nostri racconti. Poi ognuno di noi si è rinchiuso nel proprio sacco a pelo. Ho allora teso l’orecchio per rubare nell’aria l’eco di Mantellini, della sua capretta e del suo campanellino. Ma Mantellini è stato alla larga. Cinque persone che russavano come bestie erano troppo anche per le sue deboli orecchie da spirito della valle delle Celle.

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martedì, maggio 02, 2006

Voci da Algeri (1)
Se il David di Michelangelo si potesse muovere avrebbe già lanciato la sua pietra contro qualcuno

MohandPer gridare contro il terrorismo ha rinunciato alla finzione. Ha scelto di camminare su vetri veri e di sanguinare come le vittime vere. Troppo vicini, troppo frequenti, troppo ingiusti erano gli attentati veri per raccontarli fingendo. E così Mohand, l’artista, ha scelto di raccontarli agli Algerini senza messa in scena: soffrendo davvero, trovando nel dolore del corpo il mezzo più sincero per testimoniare la sua rivolta contro l’integralismo e la spirale di violenza a cui condannava il paese.

Mohand non era solo a gridare contro gli attentati degli anni Novanta: con lui c’erano Abdesselam, Sliman, Rachid, Nabila e Yasmina. Scultori, pittori, danzatori, uomini e donne, che insieme avevano deciso di chiamarsi Carpe Diem. Un nome scelto per evocare il loro obbligo di pensare solo al qui e all’ora: “Facevamo le nostre rappresentazioni sulla strada, in occasione delle grandi manifestazioni, quando eravamo sicuri di avere un pubblico. Sapevamo quindi di essere bersagli facili e sapevamo anche che per noi ogni spettacolo poteva essere l’ultimo. E per questo da cogliere”.

Carpe Diem è nato dentro la Scuola Nazionale delle Belle Arti ma contro di essa. “Eravamo tutti studenti ed eravamo tutti uniti contro la gestione della scuola. Gli insegnanti usavano la struttura per scopi privati e, fatte poche eccezioni, erano estranei a ogni competenza tecnica, incompetenti che ci costringevano a imparare da autodidatti”. Era il 1996 quando Mohand e gli altri si esibirono assieme per la prima volta. Allora fu per una festa di laurea, dopo fu per le strade della capitale, nel periodo più violento del paese, e nei momenti di massimo affollamento in città. “Il nostro – dice Mohand – era un grido: facevamo esibizioni con musiche hard, scenografie forti e molta improvvisazione: volevamo costruire immagini che colpissero l’emotività della gente mostrandogli il dramma generato da un’esplosione. La nostra era un’arte nata dal e contro il terrore del terrorismo”.

Un’arte politica dunque. “La sola che esiste”, afferma Mohand. “Ciò che mi motiva veramente – prosegue lo scultore - è vedere che ci sono cose che vanno male e che potrebbero andare meglio. L’artista può fare molto di più di un normale cittadino per migliorare il mondo. Un operaio può sacrificarsi e mettere da parte una piccola somma per un’associazione benefica, mentre un’artista può lanciare un messaggio che scuote le coscienze. Io credo che l’artista possa essere il tramite tra due gruppi di persone: chi ha i soldi ma non ha le idee e chi ha le idee ma non ha i soldi”.

La visione dell’arte di Mohand non tollera i muri di una galleria e i vincoli posti dal commercio. Per Mohand è per esempio inutile la galleria d’arte moderna che il governo algerino vorrebbe allestire per il 2007, quando Algeri sarà la capitale della cultura del mondo arabo: “E’ un’operazione di marketing – dichiara - per far credere che l’Algeria sia migliore di quella che è. Visiteranno il museo le stesse poche persone che frequentano i grandi hotel come l’Aurassi o l’inaugurazione delle mostre”. Ciò che occorre quindi non è un museo inteso come ricettacolo della storia, archivio delle opere che hanno detto secoli prima ciò che dovevano dire. “Bisognerebbe pensare a degli spazi-evento – ribatte Mohand – luoghi capaci di scuotere, interpellare e suscitare domande. Luoghi dove l’artista potrebbe conservare la sua indipendenza e il suo punto di vista critico sul mondo”.

L’artista critico e indipendente sognato da Mohand, forse, resterà sempre escluso dalle gallerie d’arte come quelle in costruzione ad Algeri. Ma oggi non c’è più bisogno di un grande spazio fisico per lanciare il proprio messaggio. Mohand consulta il motore di ricerca di Skype e fa scorrere il lungo elenco di persone con cui potrebbe fare rete. E fare rete per lui non significa solo usare Internet come punto di partenza per un’internazionale dell’arte, ma anche recepire gli stimoli delle tecnologie digitali per rivedere la concezione stessa di arte. “Perché – conclude – devo ancora scolpire una statua nel marmo, se, con altre tecniche, ne posso fare di virtuali in movimento?”. “Io credo che se Michelangelo avesse potuto farlo, avrebbe permesso al suo David di muoversi. E lui – ne sono convinto – avrebbe già lanciato la sua pietra contro qualcuno…”.

(version française)

sabato, aprile 29, 2006

Atlantide esiste e non si comporta troppo bene

Logo di AtlantideQuesta mattina ho manifestato alla mia prima datrice di lavoro l’idea di lasciare l’Italia per porti più avventurosi dopo l’estate. Lei, attualmente assessore alla cultura in un comune del bolognese, ha assunto un atteggiamento un po’ dissuasivo. “Ma perché lasciare tutto senza avere la certezza di costruire nulla?”, potrebbe essere il sunto brutale della sua risposta.

Quando qualcuno ti sottolinea il carattere rassicurante delle abitudini e delle certezze si ha sempre la sensazione di essere stupidi a volerne fare a meno. Ma, allo stesso tempo, come ignorare i tanti indizi che ti convincono del contrario?

Mentre mi incitava a combattere per il mio paese, la mia interlocutrice mi testimoniava la frequente pochezza dei dipendenti del comune ove opera, un tempietto della mediocrità. Mentre parlava, si sentiva in sottofondo la diretta dal Parlamento e i tanti voti andati ad Andreotti per la presidenza del senato. E, una volta abbandonata Bologna per Forlì, ecco arrivare le storie dei dipendenti di Atlantide, la principale cooperativa romagnola operante nel turismo. Tutti loro hanno gli ormai noti contratti co.co.pro., ovviamente applicati nella solita modalità illegittima, senza la minima traccia della flessibilità implicata. Risultato: il rischio concreto di perdere gran parte delle escursioni del corso disseminate in quei fine settimana di maggio in cui Atlantide vorrebbe imporre ai suoi dipendenti “flessibili” di accompagnare l’ennesima scolaresca per l’ennesima volta nel medesimo posto. Ironico, soprattutto quando proprio i vertici di Atlantide avevano spinto i dipendenti a dotarsi del patentino da guida…

Bene, dopo aver compromesso ogni sbocco professionale nel campo del turismo, vi chiedo se vi tutto ciò vi sembra normale? Personalmente direi che qui e ora lo è. E questa è una delle certezze che mi induce a fare a meno delle altre per sperimentare nuovi lidi. Forse non saranno migliori, ma almeno per un po’ potrò nutrirne la speranza.

giovedì, aprile 27, 2006

In arrivo la prima video intervista

La primavera del 2006 continua a riservarmi novità a ogni angolo. Dopo i primi passi nel mondo della botanica. E dopo la prima trasferta con intenti “documentaristici” in Africa. Ora sembra giunto il tempo anche della prima intervista video. Anzi di più di una. L’occasione sarà la Festa della Musica e della Genetica che si svolgerà a Bologna dal 10 al 22 maggio prossimi. Nel mirino ci sono già diversi personaggi, da Libero Mancuso a Stefano Rodotà. Il più rilevante tra loro è però uno straniero, l’americano Spencer Wells. E’ un genetista, allievo di Luca Cavalli Sforza a Stanford, famoso per aver descritto attraverso libri e film “The greatest ever told”, ovvero la storia delle migrazioni umane dall’Africa. E’ un cacciatore di mutazioni genetiche, che lui ha ricercato nei cromosomi Y e nel Dna mitocondriale, gli unici due segmenti che non si rimescolano nel rimescolamento tra i gameti.

Io vedrò di superare decorosamente questa ennesima prova arrivata un po’ all’improvviso. Chi di vuoi può passi a fare un giro alle varie manifestazioni della festa, così aumentate le presenze e pensano che il mio lavoro sia stato efficace ;-)

Tornando al qui e ora è tempo di rinnovare il rito dell’aperitivo con i colleghi. E’ da qualche tempo che non si consuma e sento che la truppa presto si sparguglierà in altri lidi più o meno lontani da via Acri.