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mercoledì, ottobre 19, 2016

Giorni di convivio

Dopo giorni intensi, obiettivi chiari e agende intense, mi sono regolato alcuni momenti conviviali.

Ho bevuto whisky con sommelier americani. Ho fatto assaggiare la piadina a storyteller inglesi. Ho iniziato alla fiorentina commercianti arabi, introdotto al gutturnio ex clienti tedeschi e "coccolato" vecchi amori olandesi.

E tutto è successo in soli pochi giorni e non mi sono dovuto neppure muovere.

lunedì, novembre 02, 2015

Orizzonti. Incontri di strada, profezie ed eredità d'aula

Castello di Longiano
L’ultima è stata una festa a lume di candela. Pochi giorni fa, a ottobre. Nelle segrete di un castello romagnolo, donne birmane vestite di mille colori hanno cantato e danzato con una luce diffusa per indicare la strada al Buddha, che in quella notte sarebbe rientrato sulla terra dal paradiso. “Ci farebbe piacere se venissi anche tu” mi ha detto, Flora, la signora che parla anche italiano. Mi sono versato un poco di sangiovese e mi sono unito a loro.

Prima era stata la volta di Marcello, a Bologna. Marcello ha un alimentari vicino alla casa di una mia cara amica. Sui suoi banchi, le mortadelle sono numerate. Sono uniche così come il loro sapore. A metà ottobre, con Marcello in formato oste, ho condiviso quelle mortadelle con un piccolo gruppo americano. A fine serata, Marcello e una coppia che celebrava l’anniversario hanno danzato assieme un tango. Dai portici di via Farini il locale sembrava la cornice di una fiaba.

La settimana prima di partire per la via Emilia e gli Americani ero salito nel cuore delle Foreste Casentinesi. Di sera, con uno storico locale, avevo presentato la storia dei generali inglesi che, nel ’44, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, avevano attraversato la linea Gotica in fuga passando molti giorni e molte notti con gli abitanti del posto. Sorpresa fu quando gli amici danesi capirono che la proprietaria dell’agriturismo era figlia degli eroi di allora. Fu sorpresa, come poche settimane prima quando, a caccia di quella storia, una sorridente signora neozelandese aveva attraversato il mondo per arrivare fino alla Romagna. “Si può dormire a Strabatenza?” mi aveva chiesto nella sua prima mail. Ora ho una sua foto, mentre raccoglie le prugne sulle colline dove suo nonno aveva vissuto assieme ai partigiani più di mezzo secolo prima.

Di guerre, ne hanno vissute anche i giovani studenti dei Balcani che ho incontrato a settembre. Guidando loro, guidato da loro, sono entrato in un palazzo privato di cui mai avevo percepito l’immensità. Uno, due, tre giardini, sempre più grandi, sempre più belli.

Guardo con ottimismo questo concatenarsi di grandi lavori e di piccoli incontri. Nel giugno di un anno fa, quando ancora dovevo finire la mia tesi di master in Olanda, in viaggio sul treno da New York a Montreal, mi appuntai alcune note su quello che “volevo fare da grande”: “Deve essere qualcosa in cui apprendo, in cui il tempo dia forma al cambiamento. Qualcosa su cui intervenga io, direttamente, a monte, nella strategia. Qualcosa che abbia un forte valore per la comunità a cui si rivolge, ma che al contempo le ispiri flessibilità, ottimismo e contaminazione. Qualcosa che onori un luogo, ma senza venerarlo come centro”.

Pochi giorni, ho ripensato a questi incontri, a questa frase, ai tanti scritti che avevo studiato sulla mission e sull’importanza di rispettarla per essere felici e proseguire con successo sulla strada che ci è propria. Ho respirato una volta in più, ripercorso studi ed esperienze, e quando ho espirato, ho declinato una proposta di lavoro bella e ricca, ma che mi avrebbe strappato a tutto questo, assorbito completamente in altro.

Qualche anno fa cedetti a una simile tentazione. Ora, ripensando a tutto questo, mi sembra di aver studiato tanto per potervi resistere. E, anche se fino a fino a primavera, l’idea di una grande rete europea di storyteller resterà solo un’idea, io le resterò fedele, per rispetto a tutti gli amici europei che l’hanno abbracciata e per rispetto a me, che, probabilmente, mai mi sarei perdonato di averla abbandonata.

mercoledì, novembre 03, 2010

Via dall'Appennino attorno a un bicchiere di rum

C'era una volta un tempo in cui ogni sabato, ogni domenica, ogni giorno libero salivo in Appennino, nelle montagne di casa mia, per vivere l'eccitazione della scoperta. Ricordo quanto succedeva, sempre lo stesso, sempre emozionante. Rientravo in tarda serata da Bologna, per me allora il luogo del lavoro, della responsabilità e dell'inquietudine sociale, e mi fermavo nelle città della Romagna per bagnare in una birra i progetti per la camminata del giorno successivo. Eravamo in tre o quattro, sempre gli stessi, restii ad aprire le porte ad altri, perché in quell'alta collina che non è ancora montagna vedevamo un territorio elitario composto da un codice che solo noi potevamo interpretare, che solo noi potevamo meritare appieno. Esausto, la notte prima di dormire, chiudevo nello zaino il simulacro di casa con cui il giorno dopo avrei affrontato la mia avventura di scoperta: il minimo indispensabile per non avere paura del meteo, che noi, allora, ignoravamo. Poi al mattino suonava la sveglia, si saliva in auto, ci si fermava al bar per la seconda colazione, quella del piacere dopo quella della necessità. E infine si lasciava il mondo alle spalle. Ci si avvicinava al crinale, ci si scambiava qualche battuta per sancire una volta di più quel patrimonio di simboli e di confidenze che ci teneva uniti e poi si cominciava a camminare e parlare, parlare e camminare. Camminavamo e parlavamo per ore, perché per noi quella ero il luogo del sogno, delle utopie, delle possibilità senza limiti, un paesaggio dolce, privo di elementi troppo invadenti, dove noi riversavamo le identità creative coltivate segretamente nei giorni cittadini. E poi c'era lo stupore. Anni di studio, al liceo o all'università, non mi avevano mai raccontato niente sulle montagne di casa mia ed entrare in esse mi dava l'ebbrezza della scoperta. Nei brevi dialoghi di un incontro fortuito leggevo le punte di un universo di saperi e costumi rimasto inalterato. Nel nome di un luogo vedevo lo spunto per avviare una ricerca bibliografica. Nell'interpretazione di un bivio vivevo il piacere di ritrovare quello spazio su di una cartina e di ricomporlo attraverso di essa alle altre esperienze di cammino mio e dei mie compagni di marcia.

Ora che, con fermezza e cocciutaggine, ho trasformato quei monti nel mio luogo di lavoro, il paesaggio dello stupore si è trasformato nel territorio dell'ansia. Avevo sognato che il mio mondo d'Appennino fosse popolato da una società di persone tutte simili a quelle quattro o cinque con cui ne avevo iniziato la scoperta. E invece quelle quattro cinque persone erano un'isola e, ci rifletto solo oggi, nessuna di esse era cresciuta in Appennino, rispettandone in via esclusiva abitudini e aspettative. Avevo pensato che un casolare isolato potesse essere la cornice ideale per una sperimentazione sociale e culturale, mentre, proprio per il suo isolamento, esso soffre dello scetticismo dei pochi che lo circondano da vicino e della lontananza di chi lo potrebbe interpretare secondo la tua stessa utopia. E, infine, ci sono io, che sono diverso. Non più un viandante, con il privilegio dell'anonimato, ma una persona nota, investita anche di un certo potere simbolico. Una persona così non si ascolta. A una persona così si chiede. Si chiedono risposte precise: soluzioni razionali che rendano il desiderio di chi chiede sostenibile dalla comunità che lo deve accogliere.

Dopo alcuni giorni a casa, nessuno dei quali trascorso camminando in Appennino, tra poche ore partirò per il Marocco. E, nell'attesa di un luogo che mi riconsegni il privilegio dell'anonimato e dell'ignoranza, sorrido alle coincidenze. Poche settimane fa, in una giornata mantovana nata per caso, vidi un amico acquistare Tristi Tropici di Levy Strauss. Dopo pochi giorni (e diversi anni lontano dall'antropologia) l'ho acquistato anch'io e ora parto con la sua domanda, elaborata in Brasile attorno a un bicchiere di rum. “Come può l'etnografo salvarsi dalle contraddizione che risulta dalle circostanze della sua scelta? Egli ha sotto gli occhi, e a sua disposizione, una società, la sua; perché decide di ripudiarla e di dedicare ad altre società – scelte fra le più lontane e le più diverse – una pazienza e una devozione che la sua decisione nega ai suoi concittadini?”.

martedì, ottobre 19, 2010

Castel d'Alfero: alcuni passi, qualche chilometro, come se non esistesse

La strada, già stretta, si restringe ancora. Sale conficcata tra le lastre di arenaria, seguendo le curve della montagna. Tutto attorno alberi e campi che, a ottobre, la sera, si confondono in una nebbia appiattente. Un cartello scritto a mano sulla sinistra indica Quarto. Forse la valle è vicina, ma così non appare. A fianco di un campanile, poco di fronte a me, un signore cammina con il suo cane: veste stivali di plastica, pantaloni sporchi, maglione grosso. Ha un aspetto più balcanico che romagnolo. Non è romagnolo. E' di lì, di quella terra in mezzo ai monti, poche case, molti orizzonti.
“Castel d'Alfero è più indietro?”, domando. “Per caso lì dove c'era un cartello giallo con la scritta santuario?”.
“Quello è Castel d'Alfero” risponde lui. Non aggiunge altro e prosegue verso un recinto semi aperto.
Giro l'auto: di nuovo non ho la sensazione di lasciarmi indietro la Romagna orientale ma la Serbia centrale. Ritorno sui mie passi, vicino al cane che guarda ma non abbaia.
Parcheggio qualche chilometro oltre, a fianco di una catasta di porfido. Lì sulla sinistra vedo finalmente Castel d'Alfero. Lascio l'auto e imbocco la mulattiera che si insinua tra il vecchio borgo diroccato, un enclave di Sarsina nel vergheretino. Nei capitelli intravedo i simboli delle maestranze del cinquecento che eressero quei muri in pietra. Se sono lì è soprattutto perché ho sentito parlare di loro: mi hanno incuriosito.
Contro il tempo che avanza trascinato dall'oscurità continuo a camminare tra le spettro di case che furono. La strada è già un po' lontana. Alfero a qualche chilometro. Il resto, lì, è come se non esistesse.

domenica, settembre 19, 2010

Lontano da lì

(nota autore: righe ispirate da luoghi reali ma con vicende immaginarie)


Oltre ottanta anni prima era nata sotto la Torre dei Vigiacli a Bocconi. C'era vita, tanta vita, la sua vita tra la via che correva tra le case del paese e i sentieri che si allontanavano su verso la chiesa e giù verso il fiume. E lì aveva fatto tutto ciò che si sentiva in dovere di fare, tutto ciò che aveva sempre desiderato fare. Era cresciuta in fretta imparando a governare casa dall'esempio della madre e della nonna ed era diventata donna scegliendo l'uomo con cui costruire la propria casa, la propria famiglia. Era stata una rivoluzione quando lei, donna, era passata per la prima volta dietro al banco del caffè dove suo marito, l'uomo, dava da bere agli uomini che si ritrovavano lì per brindare alla chiusura di un affare o alla decisione del sindaco sul futuro della comunità. La prima volta quei volti dai baffi curati l'avevano squadrata con sospetto, col dubbio che qualcosa di improprio, di innaturale si stesse compiendo, perché erano sicuri che naturale non fosse ciò che poteva essere ma solo ciò che era sempre stato. Lei però resistette. A lungo. Mentre gli uomini coi baffi e le giacche eleganti scomparivano, morti di vecchiaia o rapiti dalla pianura, lei rimaneva lì donna dietro il banco a fianco del suo uomo.

Era lì da una vita intera quando entrò un automobilista un po' sudato che veniva da lontano. L'uomo era entrato un po' di soppiatto. “E' aperto?” aveva chiesto, reso scettico dalle luci basse che lasciavano la vetrina buia, dal silenzio non interrotto da nessuna radio. “Venga pure” le aveva detto lei alzandosi dalla sedia dove riempiva il tempo assorta tra un cliente un altro, tra un caffè e un bicchiere di rosso. L'uomo bevve: non c'era l'aranciata e prese la Coca-Cola, in bottiglia con il collo ondulato. L'uomo mangiò: non c'erano toast e ricevette due fette di pane grosse e non salate con un tocco di prosciutto nostrano. Stava già per uscire quando chiese alla signora, silenziosa sulla sedia a fianco al banco, se non si sentisse un po' sola lì lontana da tutto.

“No” aveva risposto lei, senza aggiungere altro. Non voleva essere scorbutica, solo non capiva da cosa potesse essere lontano. Lì ascoltava l'avventura di chi tornava dalla caccia al cinghiale sulla cima della montagna. Lì misurava lo scorrere del tempo nella perdita di un amico di infanzia e nel saluto al nipote di un vicino. Lì c'era tutto – memoria, relazione, dovere, piacere – ciò che un uomo poteva sognare nel mondo e lei, il mondo, l'aveva anche visto negli occhi, perché andando dietro il banco di fronte agli uomini con i baffi e le giacche, l'aveva sfidato e cambiato. Lontano da cosa?

lunedì, aprile 19, 2010

“Come eravamo”, ovvero l’insofferenza verso il lato nostalgico della memoria

In un momento qualunque di un pomeriggio qualsiasi, di fronte a un bicchiere di vino senza nome, si può sentire parlare in un bar d’Appennino un signore seduto in maniera abbondante su una sedia di legno. L’uomo, con la schiena curva e la pancia proterva, parla del tempo mitico in cui era giovane, del tempo in cui gli bastava l’ombra di un albero lontano per scatenare il piacere della contadina vicina. Ottavio – potrebbe essere questo il nome del signore che parla – ricorda il tempo in cui con gli amici beveva sino a sentirsi un Dio in grado di gridare nudo contro il cielo per fare tremare le stelle solo con la voce. Ottavio parla a fianco della porta del bar: sul vetro, poco dietro alle sue spalle, una foto in bianco e nero rimanda a una mostra che racconta “come eravamo”.

Ovunque si parla del tempo in cui eravamo. A cento chilometri dalla via Emilia, così come a cento dal Vesuvio. E non si racconta né della via Emilia né del Vesuvio, né quelli di oggi né quelli di ieri, perché tutti gli Ottavio del mondo parlano solo del loro tempo che non c’è più. Si erano sentiti davvero degli dei allora. I loro corpi erano giovani e le loro menti estranee alla responsabilità: conoscevano la legge, ma solo come amplificatore del gusto della violazione. Non avevano bisogno né di libri, né di sapere: la fatica del giorno ancora non rubava loro la notte, il tempo in cui si potevano mostrare sufficienti a loro stessi nella forza del gesto estremo di provocazione e nell’orgasmo goduto con una seduzione che sapeva di conquista.

Ottavio avrà quasi settanta anni, ma non è l’età che conta. Di come eravamo parla con una persona molto più giovane, che si potrebbe chiamare Gianluca, perché quando era nata le famiglie erano già troppo esigue per numerare i figli. Gianluca ha poco più di trent’anni ma preferisce il ricordo al progetto. I suoi ricordi vivono più a valle di quelli di Ottaviano, viaggiano a cavallo di un motore a scoppio anziché di un asino smagrito, ma si ancorano allo stesso sogno di onnipotenza svanito d’improvviso chissà dove, in un pomeriggio dimenticato tra l’adolescenza e la maturità.

Forse c’è un po’ troppa gente che ricorda com’era. Dicono di fare memoria, ma la memoria è una nuova prospettiva per vivere un luogo in cui si è felici di essere o desiderosi di andare, mentre quelle frasi sul “come eravamo” hanno il sapore amaro di un racconto che nasce per riempire con le azioni di allora la noia di oggi. E’ un anno che passa producendo solo il ricordo di un anno passato.

Ottaviano e Gianluca parlano di com’erano, ma ignorano dove sono. Se fosse per loro, i luoghi dove erano stati non sarebbero più, resterebbero muti e abbandonati. Zitti, zitti, però, quei luoghi restano là. Fanno sentire la voce a persone diverse. Persone un po’ problematiche che il delirio di onnipotenza non l’hanno vissuto mai, perché, ancora piccoli piccoli, hanno incontrato saperi artigianali, numeri, parole, equazioni e frasi che avevano un sentore sinistro e un significato irraggiungibile. Anche per quelle persone il corpo era forte e la mente era libera, ma lo stesso certi nodi restavano a dare loro il senso del limite e della difficoltà. Ma anche il desiderio di superarlo. E in quel desiderio, prima inconscio e poi gradatamente più cosciente, il tempo è un alleato: col tempo saperi artigianali, numeri, parole, equazioni e frasi una volta sinistri esplodono il loro significato in un nuovo reticolo di senso. Da un luogo nasce il desiderio di aprire un libro, dal libro una mappa, da una mappa di tornare al luogo, da un luogo a un altro luogo, da un altro a un altro ancora, e poi di nuovo alla mappa e dalla mappa al libro. Niente più rimpianto, ma ricordo di ciò che si era stati per diventare quel che si è, ricordo di un anno passato per vivere più in profondità l’anno presente.

domenica, agosto 02, 2009

L’eremita, l’apparenza e il pregiudizio

Mulattiera di Sant'Alberico“Ho girato il mondo per quindici anni e poi ho voltato pagina e mi sono fermato qui”. Così inizia a parlare l’eremita, l’unico solingo abitante delle pendici del Fumaiolo, fatte luogo di fede dal passaggio di Sant’Alberico. Avvolto nella sua veste bianca, l’eremita parla molto: di fede, terremoto, mondo, ospiti dell’eremo, preghiera, rapporto con gli animali. Parla molto e a volte sbaglia: sbaglia l’altitudine, i sentieri e la distribuzione delle fonti d’acqua del luogo dove vive solo da quattro anni.

Con un po’ di disappunto, mi chiedo se un profeta della solitudine può usare il carattere estremo dell’eremitaggio come strumento per apparire. Mi rispondo di no e trascuro le sue parole, cercando nella nuova mappa quella visione del territorio che l’eremita non mi sembra dare.

Me l’avevano detto del resto. “E’ uno dei sentieri più belli del nostro Appennino, ma l’eremita no, l’eremita mi sta sulle palle”. Riascolto quelle parole e le sento pienamente mie. Anche troppo forse e mentre cammino già verso Cella, mi viene il dubbio di essere stato vittima di un pregiudizio e di aver ignorato l’eremita senza mai aver provato ad ascoltarlo davvero.

lunedì, luglio 06, 2009

La foglia del temporale

La pioggia violenta del 5 luglio 2009 mi chiuse all’improvviso l’orizzonte lungo il crinale del sentiero 303 sopra Fiumicello. Nubi veloci nel cielo oscurarono il sole e coprirono le vette. Tuoni con l’eco tutto attorno mi fecero piccolo piccolo. La cima, il passo, il crinale furono dimenticati. Sotto l’ombrello, rannicchiato, con l’udito intorpidito dal cappuccio, mi rannicchiai tra le frasche. Il campo visivo era strettissimo: di fronte a me vedevo solo pochi germogli di faggio che ondulavano e sulla vetta di uno di questi una foglia ingiallita.

Era una foglia giovane, ma invecchiata in fretta. Aveva perso la linfa e l’acqua la scuoteva senza pietà rendendo evidenti le ferite che già segnavano la sua superficie. La guardai con lo stupore che evoca il dettaglio che si staglia su un orizzonte sterminato: se non avesse iniziato a piovere, non l’avrei mai notata, se non mi fossi nascosto tra quelle frasche non l’avrei neppure percepita e invece ora lei esauriva il mio mondo. Tuoni e lampi proseguivano minacciosi e violenti e allora guardavo la foglia con ancor più attenzione: un po’ di sfortuna e quella fogliolina sarebbe stata il mio ultimo incontro. Le ancorai una fitta rete di pensieri: le mie prospettive escursionistiche che non contemplavano temporali così violenti; la promessa di eliminare in futuro progetti troppo temerari; il pensiero dell’auto sicura a fondovalle; il riferimento agli animali, chissà quanti nei paraggi, che sotto frasche simili alle mie avevano fermato il loro vagare a causa del temporale.

Spiovve dopo pochi lunghi minuti
. Un raggio di sole, il primo ad avventurarsi tra le nuvole, trapassò la mia fogliolina trasformando in oro il giallo opaco di pochi istanti prima. Una cortina di vapore si alzò dalla lettiera di humus del terreno e qualche goccia riverberò nel bosco come una lucciola nella notte. Ero asciutto, nessun fulmine mi aveva toccato e gli ultimi tuoni suonavano ormai lontani già proiettati verso il Monte Falco.

Uscii dalla mia nicchia e godetti il sole che aspirava da me l’umidità residua della tempesta. Il vecchio sentiero aveva quasi il gusto di una novità assoluta. Avevo rischiato di perderlo per sempre, ma ora potevo festeggiarne un dettaglio in più, forse noto solo a me: quella fogliolina che non riuscivo a capire quanto, poco o tanto, avesse arricchito la mia esperienza di quel luogo e del mondo tutto.

sabato, luglio 04, 2009

Un protagonista ancora sconosciuto

La guerra nelle montagne di Berceto era durata esattamente quattro anni, nove mesi e venti giorni. Alfio non ricordava chi gli avesse dato un'informazione così precisa. Alfio si doveva fidare: era nato a ostilità avviate, troppo tardi anche per vedere suo padre, tra i primi chiamati al fronte. Si abituò a fare come se non esistesse, come se non dovesse tornare mai più, destino frequente, anche se al fine suo padre tornò.

Quando accadde Alfio era a scuola. La maestra, sempre molto rigida, quel giorno si sciolse. Ruppe il protocollo della lezione, rivolse un sorriso al ragazzo e lo lasciò libero di andare senza ulteriori indugi. La notizia era nell’aria, ma Alfio la accolse lo stesso impreparato. Mentre correva a perdifiato lungo la strada sterrata che portava a casa sua, in testa i numeri delle tabellone contendevano ancora lo spazio all’emozione dell’incontro che gli si stava facendo innanzi. Come sarebbe stato l’uomo che gli aveva dato la vita? Ancora simile all’unica foto sbiadita e tagliuzzata che gli avevano sempre fatto vedere? Oppure sarebbe stato un mutilato come tanti altri reduci? Avrebbe sentito verso quell’uomo qualcosa di particolare, qualcosa di paragonabile all’attaccamento viscerale che aveva verso la madre, o avrebbe dovuto solo fingere verso un estraneo? Era smanioso di raggiungere il finale di una storia che aveva sempre immaginato, ma sentiva anche la paura di toccare una realtà che poi non avrebbe più potuto modificare.

Alfio spalancò la porta di casa, saltò due a due i gradini della scala, scartò con un salto nel corridoio e, ancora ansimante, si buttò addosso all’uomo in divisa che era in piedi in salotto. Ci fu un attimo di silenzio, poi sua madre sorrise, lo prese per mano e gli indicò un uomo all’angolo destro della stanza.

Questa volta timidamente, il ragazzo camminò verso il nuovo sconosciuto protagonista della sua vita
.

domenica, maggio 24, 2009

Metti avanti il calendario che così stai bene per un po’

BiforcoBiforco, comune di Chiusi La Verna, provincia di Arezzo, due di auto da Firenze, un paio d’ore scarse a piedi dal valico di Passo Serra lungo la Valle Santa. Biforco conta una decina di case in pietra, un circolo e 45 anime residenti. Sabato sera erano tutte in piazza: per la politica, come una volta, come nei film. Il circolo di Fiorella, il cuore del paese, il metronomo dei suoi abitanti, ospitava il comizio della lista “Gente nuova per Chiusi”. “E io non scherzo mai nella politica e nelle carte” mi dice la signora, che ora ha una speranza. E’ una massicciata vecchia di secoli che sale su da Bagno e scende giù verso la Toscana proprio passando in mezzo al suo circolo. Si chiama via dei Romei e la gente, dopo anni di oblio, sembra averla riscoperta. Ai lati della massicciata ci sono le frecce verdi e bianche del Cammino di Assisi e i cartelli intarsiati del Sentiero delle Foreste Sacre. Sulle lastre di arenaria incastonata nel terreno nuovi pellegrini hanno incominciato a transitare. “Anche gruppi di trenta mi telefonano – dice Fiorella – e una volta anche un Giapponese. Chi parte da Dovadola, chi da Bagno, chi arriva ad Assisi, chi si ferma a Chiusi”.

Il circolo di Fiorella è la salvezza di Biforco. I cammini religiosi lungo la via dei romei sono la speranza di salvezza del circolo di Fiorella. Ma la storia può sempre cambiare, specie sotto le elezioni. E allora è meglio stare attenti. Sarna e Corezzo non sono troppo lontani dalla via e sono più forti di Biforco. “Si sa mai che non ci freghino anche la via” ride Silvia, figlia di Fiorella.

Sono quasi le sette di sera. La sagoma del versante sud del Monte Falco si affievolisce. Il trattorino che portava l’erba ai conigli si spegne, la signora che prendeva il sole nel giardino della porta accanto si ritira. Silvia taglia il cacio, versa il vino e affetta il prosciutto. Non porta piatti. “La roba non manca, ma l’organizzazione non si sa neppure dove sta di casa”. Il vino è rosso, nel fiasco; l’acqua è poca: dicono non sia mai andata troppo.

“Ma perché valle Santa?” chiedo ai presenti.
Mi risponde prima la voce più esperta accorsa per il comizio. “E’ dai tempi Francesco”.
“No, da prima - precisa Silvia, che ha studiato ad Arezzo – non so esattamente da quando, ma è da prima di Francesco di sicuro. L’ho visto citato in libri più vecchi”.
“Per la religione?”.
“Sì, per La Verna, credo. I pellegrini salivano fin lassù perché gli era garantita una settimana di vitto e alloggio. Erano buoni Cristiani, anche se qua il Cristianesimo si è sempre mischiato con le abitudini pagane”.
“Luogo di streghe?”.
“Quante ne vuoi. Non si contano le storie sul monte qui sopra, monte Fatucchio”.

La notte di politica si trascina a lungo. La mattina dopo il paese tace: alle nove il circolo di Fiorella è ancora a porte chiuse. Alcune signore cominciano a bussare alla porta per prendere il cacio e il pepe, ma Fiorella non si vede.
“A che ora vi aveva dato appuntamento?” chiedono a me e a mio fratello che la aspettiamo per la colazione.
“Eravamo rimasti per le nove meno venti”.
“Bene – dice uno – siamo già a una mezz’ora di ritardo. Date retta a un bischero. Quella in un supermercato non la prendevano nemmeno a fare una prova. Appena vedevano come la camminava, la cacciavano”.
“Orsù Gianni, non rompere e mandala a chiamare!”
“C’ho già mandato Pietro, che ti credi!”.

Fiorella arriva di lì a poco, sveglia da niente, con la sigaretta in mano di sempre. Biforco si rianima alla sua presenza. Chi entra e chi esce, chi resta e chi va. Una signora di Firenze sposta il giornale vecchio di due giorni e si sofferma sul calendario.
“L’è ancora fermo a febbraio” dice col sorriso.
“E che è – risponde Fiorella tra un cappuccino e un formaggio – qui il tempo non corre mica come a Firenze: non ci scappa mai via”.
“Lo fanno per rimanere giovani” ci dice ammiccante la fiorentina. Poi prende il calendario e apre la pagina di giugno: “Lo porto un po’ avanti così stanno bene per un po’”.

Ridiamo tutti. Poi pago, con calma, quando sono già più delle dieci. E’ tutto in ritardo a Biforco, anche il comizio dell’altra lista in lizza per le comunali. Fiorella scrive tutto, ma in totale non costa quasi niente: una notte, una cena, una colazione e un pranzo per il nuovo giorno vengono meno di una pizza.

Ci salutiamo.
“Tornate ora che abbiamo fatto amicizia?”.
“Le porterò quanta più gente potrò”.
“Ecco sì, bravo, che così facciamo una festa e magari vi faccio anche trovare il libro degli ospiti”.

Lasciamo Biforco e proseguiamo sul selciato della via dei romei. La Verna dista solo tre ore: il Monte Penna è sempre all’orizzonte. “Quella donna è la salvezza del paese” mi dice mio fratello. “Tutti si fermano lì a chiedere cosa succede. Se lei chiudesse, non succederebbe più nulla”."

lunedì, aprile 13, 2009

Chi viene e chi resta e nel mezzo una grappa

C’era un signore che era solito bere solo grappa Nardini, la migliore per lui. Il distillato era la sua acqua, l’inseparabile compagna di ogni giorno. Ne beveva così tanta che prese a ordinarla direttamente dallo stabilimento di produzione. Quando morì, l’agente commerciale della Nardini chiamò nel comune di residenza del vecchio per sapere quale bar aveva chiuso: tale era il calo di vendite registrato.

Raccontai questa storia di Romagna da poco udita a una giovane coppia napoletana. Loro mi guardarono con lo sguardo stupito e sornione di chi si stava convincendo di aver intrapreso il viaggio giusto, nel posto giusto, nell’alloggio giusto. Giusto per portare a casa qualcosa che gli altri non si sarebbero mai portati indietro, giusto per sentirsi orgogliosi di essere stati veramente ospiti di un luogo per un giorno.

Lo sguardo stupito e sornione della giovane coppia napoletana assomigliava molto allo sguardo delle persone che salutavo in Australia. Avevano appena raccontato le loro storie: cacce a granchi giganti, sbornie di fronte al barbecue, colpi di scalpello in un cavallo a dondolo di legno. Si sentivano più orgogliosi del solito di appartenere a quella terra, sentivano di aver fatto la scelta giusta a essere rimasti a vivere lì se qualcuno da così lontano usava il suo tempo per ascoltarli.

Il racconto è il punto di incontro tra chi resta e chi va, tra lo stanziale e il nomade. Invita il primo a rimanere per approfondire e il secondo a partire per sfiorare. Ma invita anche il primo a partire per udire del nuovo e il secondo a fermarsi per provare il gusto di dare il benvenuto.

lunedì, marzo 30, 2009

In Campana sul Minuetto

Seggiolini in Minuetto circondano come un guscio protettivo un corridoio a forma di cuore. Tra i piedi, quasi timida, una serie di modeste prese elettriche, che sembrano porte verso un futuro che tarderà ad arrivare. Grandi spazi in trasparenza lasciano filtrare luce in abbondanza da un mondo che inizia subito a salire. A salire e salire fino a quando scompare in buio alterno e quasi ritmico, interrotto qua e là da nuovi scorci di luce, da tagli di roccia incrinati, ostili alla vegetazione ma costretti, loro malgrado, a ospitarla qua e là.

Faenza è alle spalle. Firenze è alle porte dopo un’ora e cinquanta
. Nel mezzo vi avrei potuto anche solo parlare di un treno, dei suoi vagoni, dei suoni finestrini e delle sue gallerie. Ma sono i luoghi di Dino Campana e del pazzo a bordo che forse gli somigliava.

mercoledì, febbraio 11, 2009

La memoria sotto le luci della scuola

Le luci al piano superiore della scuola elementare sono sempre accese. Illuminavano le grandi finestre sull’esterno anche l’altra sera, mentre vi camminavo di fronte sotto una pioggia fine, che a stento bagnava.

Il ricordo di quel luogo sa poco di passato e molto di presente. Conservo solo sprazzi del tempo in cui ci entravo ogni giorno: più azioni che dettagli. Ricordo la forma quadrata e ampia delle aule dove ogni tanto il maestro ci coinvolgeva nel gioco della canna: lui, in ginocchio al centro, faceva roteare a terra una canna di bambù e noi, in cerchio tutto attorno, la saltavamo. Chi, vittima del cambio di ritmo, ne era toccato, veniva eliminato dal gioco, fino a che non ne rimaneva soltanto uno in lizza, il vincitore. Ricordo quei momenti di svago, come la consegna della merenda da parte del bidello un po’ zoppo ma bonario che raccoglieva gli ordini di tutti gli studenti e andava al forno prima dell’intervallo. Però non ricordo quante scale salivano al piano di sopra; anzi, non ricordo neppure di esservi mai salito al piano di sopra. C’era la segreteria? La presidenza? Chissà? All’epoca quei nomi avevano un alone di mistero: erano una sorta di certezza metafisica che non osavo mettere in dubbio.

I pezzi dimenticati dei ricordi di allora non hanno però lasciato un vuoto. Sono pieni dei ricordi successivi, della coscienza del luogo che non potevo avere quando lo frequentavo. L’altra sera ho ritagliato nell’oscurità i contorni delle lettere di cemento che portano impresso il nome della scuola: “Licinio Cappelli”. Allora era solo un nome, oggi è legato a un paio d’ore della mia vita: ne ho raccontato la storia personale tra i fatti di resistenza della vallata e per prepararmi a farlo sono sceso fino ai dettagli della stampa dei fogli clandestini e carbonari che i Cappelli diffondevano in Romagna durante i moti indipendentisti.

Mi chiedo cosa ne sarà del ricordo in futuro
: forse continuerò a vedervi lati ancora inesplorati o forse, piano piano, il presente cesserà di mettere in discussione il passato e la memoria da ruvido albergo di passaggio per visitatori in carriera diventerà intimo ritrovo per pochi ospiti abituali.

--> Storia della Cappelli Editore

lunedì, giugno 02, 2008

La rivoluzione può attendere

La persona più anziana del gruppo attendeva la moglie sotto l’ombra del pioppo. Con la voce piena di entusiasmo, si rivolse al più giovane discepolo per assicurarsi che gli avvenimenti di giornata fossero opportunamente immortalati. “Ci vorrebbe una lapide” disse allacciandosi la maglia alla cinta e prendendo lentamente la via della valle.
“Ci sono i ragazzi dell’istituto d’arte – rispose il discepolo, a sua volta più prossimo alla mezza età che all’adolescenza – Penseranno a tutto loro sicuramente”.
“Mi raccomando – concluse l’anziano – questo è un evento storico”.

L’uomo prese a scendere che già il pomeriggio era inoltrato. Tra i rivoluzionari convenuti in mezzo al bosco per far dialogare la natura con il loro senso artistico era già accaduto tutto o quasi. Le istallazioni pendevano qua e là dai rami degli alberi più imponenti. Attendevano il vento per animarsi, ma restavano esanimi sotto il cielo umido e immobile. Pochi le guardavano davvero. Un ragazzo coi rasta cantava Bob Marley, un signore con la barba stonava Bella ciao.

I leader del gruppo sedevano in disparte, accovacciati su una coperta. Recitavano la loro parte attenti a non tradirla. Mai una parola ovvia, mai un pensiero quotidiano, mai un anelito di ottimismo. “E’ ovvio che il decadentismo del sistema continua a irretire le menti impedendo il risveglio delle coscienze” disse a un certo punto l’accademico sollevando i grossi e spessi occhiali neri in tinta con la camicia e in contrasto con i pantaloni bianchi.
“Certo – rispose il pittore – e la decadenza dell’essere potrebbe perpetrasi per altri due o tre secoli. Non vedo alcun gesto di emancipazione in divenire”. Il pittore era più giovanile: aveva anche il conforto di una donna creola, che l’ascoltava silenziosa in estatica contemplazione del profondo pensiero rivoluzionario che le scorreva al fianco.

Più in là una signora sedeva sola sulla radice di un albero. Più lontano sui ruderi di un’antica parrocchia si tagliava prosciutto e si serviva vino. In fondo alla strada, nonostante l’ora tarda, qualcuno continuava ad arrivare.
“E’ tardi?” chiedevano questi con un vago senso di colpa accelerando il passo.
“No – rispondeva il presente di turno – c’è ancora da bere e da mangiare”.

Qualcuno invece cominciava a discendere come il vecchio poco prima. Una donna rimproverava il marito cinquantenne di non essersi ancora cambiato la maglia sudata. Un madre continuava a rimproverare i figli perché non avevano ancora preso il loro panino. E un bambino spargeva bolle di sapone di fronte al padre che suonava la cornamusa. Poco convinto dei suoi gesti, il ragazzetto lasciò andare la fantasia: i genitori gli avevano parlato di congiure, rivolte e ribellioni, ma lui per un attimo si immaginò imperatore, dalla parte di Cesare e Nerone. In cuor suo pensò che non avrebbe corso grandi pericoli.

mercoledì, maggio 28, 2008

Beniamino, l'omone che custodiva Trebbana

"Questo è Beniamino, o meglio, era Beniamino a Trebbana. Non potevo non informarti dell'esistenza di Beniamino, perchè per me Trebbana era anche lui!"
(Valeria, brillante commentatrice di questo blog)


TrebbanaNon era facile andargli a genio. Beniamino, il custode di Trebbana, era un omone sulla quarantina dai modi ursini, con alle spalle una vita da camionista. Dalla finestra dell’antica abbazia che aveva accettato di custodire per poche lire, salutava i viandanti con un urlo poco rassicurante: “mooostriiii” ululava rompendo il silenzio di quei tramonti con le nuvole a forma di cuore. Pochi gli andavano veramente a genio e ciò spiegava la sua scelta eremitica. Era come un animale selvatico: schivo, pauroso, a tratti terrificante.

Però ad alcuni, baciati da un’alchimia personalissima, riservava un’ospitalità focosa. Quando il padrone dava il suo assenso tutti gli animale del cortile scodinzolavano a festa. Era un’orchestra che accompagnava l’eletto di turno fino alla porta di casa per scoprire il lato dolce del losco figuro: un mondo di vino e di cibarie protetto da una porta privata sul lato destro dell’ingresso. Beniamino serviva le sue scorte con il condimento della filosofia che nutriva rubando parole alle frequenze di radio rai e ai libri che leggeva in abbondanza.

Fu proprio per restituire un libro preso a prestito che la giovane musicista venuta dalla pianura scoprì che Beniamino non abitava più a Trebbana. Se n’era andato. I più dicevano che era tornato tra i civili, rubato al suo eremitaggio dal richiamo di una donzella di Grisignano.

A Valeria rimase il libro e la nostalgia per l'omone che le rendeva ancora più magico quel luogo.

lunedì, maggio 26, 2008

La sera prima della partenza a casa del mago

Al piano inferiore della casa, sotto una volta in pietra dal colore grigio e dalla superficie grezza, c’è il solco delle vecchie fognature. Il mago dice che in quella parte sotterranea e nascosta della sua casa c’è il cuore del paese, la sua anima più povera e antica. Sotto la volta in pietra lui, bambino, e i suoi familiari più grandi vi trovarono anche riparo nelle notti buie dei bombardamenti: quelle pietre salvarono le vite a tutti quanti, anche se una notte alcune donne rimasero ferite da alcune schegge. Lo scoppio era avvenuto proprio lì vicino.

Sopra la volta protettiva ci sono altri tre piani. Densi, tutti abitati, tutti decorati, personalizzati nel dettaglio: la sala, la cucina, il camino, il terrazzo, le camera e la finestra sul fiume. L’aria ha il sapore che si respira nei luoghi della stagionatura: c’è un profumo intenso, rafforzato dal tempo, che passa leggero, come se fuori ci fossero ancora le botteghe del macellaio e dell’arrotino.

Quella notte a casa del mago fervevano i preparativi. La moglie era in partenza: una breve visita a casa. “Una giornata di libertà” spiegava il mago romagnolo all’ospite australiano che era nato in Olanda e lavorava in Italia.
“E’ sempre così romantico?” chiese allora questi alla signora, che con leggerezza riempiva il suo piccolo bagaglio, rendendolo compatto ed elegante.
“Non si è mai dimenticato uno solo anno – alzò lo sguardo lei – di salutare l’inizio del mio nuovo anno scolastico da insegnante con un biglietto d’auguri. Ogni anno diverso e più poetico del precedente”.

Poi la signora si accomiatò, salì le scale per andare a riposare. La porta al pian terreno si aprì per far uscire i quattro cagnini. E un bicchiere di laurino fu versato per celebrare l’ennesima quotidiana occasione speciale.

sabato, maggio 17, 2008

Casa del cuculo: echi balcanici nella terrazza di Romagna

Parte la musica e sotto la torcia della grande madre, al secolo Debora, venti candele illuminano un volto corrugato. E’ un quadro appeso al ramo di una quercia nell’aia della Casa del cuculo. Ce ne sono tanti nell’arco di pochi metri. Sono uno dei segni della festa. C’è gente – forse un’ottantina di anime al festival degli artisti immergenti – nell’arida collina che una polverosa carrareccia recide dal resto del mondo: dalle luci della riviera, dalle sacre forme della Pieve di Polenta, dai rinnovati lussi delle Terme della Fratta. C’è Bertinoro, la terrazza di Romagna, poco lontano, ma su alla Casa del Cuculo c’è un altro mondo: ci sono gli echi dei Balcani.

Sul palco principale, un prato reso più confortevole da travi imbottite, tamburi, violini, fisarmoniche e fiati insinuano tra pini, roverelle e biancospini suoni gitani. Le parole che introducono i brani sono confuse, quelle delle liriche incomprensibili. Resta l’atmosfera: prevale il lamento, ma c’è spazio per accordi solari, accelerate d’allegria. Il bosco dietro al palco è in penose condizioni, ma nel buio i rami sono la più ancestrale delle scenografie. I suonatori per lo più sono dilettanti, ma le loro imperfezioni scompaiono nell’armonia dell’insieme creata in lunghe prove nel tempo libero della disoccupazione.

Le candele, i quadri i concerti rimarranno accessi per tre notti nella collina della Casa del cuculo. Il “paperoga” continuerà a portare su e giù gente dalla valle, il “bar-collante” continuerà a annaffiare le gole dei presenti. Poi nella casa resteranno solo le cinque persone che vi abitano e, senza il rumore del pubblico ad applaudirle, torneranno a vivere serenamente o, forse, a chiedersi se lo stanno facendo veramente o se ne stanno solo illudendo temporaneamente, in attesa di trasformarsi, tra vent’anni, in un rudere sopravvissuto a sé stesso (Pianbaruzzoli, il relitto sopravvissuto a se stesso).

mercoledì, maggio 14, 2008

Romagna, from a different point of view

Sono passati più di due anni dal primo post interamente dedicato alle leggende di Romagna. Da quel mix di storielle raccolte in una notte a Pian del Grado sino a oggi, 26 piccoli scampoli di testo sono stati dedicati alle colline della Romagna Toscana e agli strani figuri che talvolta mi è capitato di incontrarvi.

In tutto questo tempo, però, non ho mai pensato di descrivere la Romagna come la terra di un romanzo di Peter Mayle, che fino a pochi istanti fa mi era completamente ignoto. Lo ha fatto invece Neeraja, poco dopo essere uscita dall'ombra della quercia di Montalto.

Insomma, ecco come "gli altri" vedono la Romagna.

martedì, aprile 29, 2008

50 anni dopo: appuntamento con gli sconosciuti del giornale

Ben visibile in mezzo al pascolo c’era la capanna dove la ragazza consumava la maggior parte delle ore lavorative. Un incrocio di assi povero e incompleto, che poco o nulla sembrava rispetto al grande albero lì vicino. Dentro lo stanzino in legno, sudicio e pieno di spifferi, c’erano poche galline smagrite e un’accozzaglia di badili e zappe dai manici contorti e dalle lame arrotondate e arrugginite.

La giovane donna passava così tante ore attorno a quel capanno affaticata dal lavoro, che subito, appena poteva, se ne allontanava. Non esisteva pausa o tregua, se non lontano da lì. Però il destino volle che proprio lì vicino finisse per trascorre i momenti più emozionanti della sua vita. Poco più sopra c’era infatti il grande albero: era il più maestoso, l’unico in grado di offrire con i suoi rami riparo dal sole e con il suo tronco riparo dagli occhi indiscreti. Nelle sue vicinanze vi si nascondevano ragazzi per fare giochi da bambini e adolescenti a spingersi un po’ più in là nella vita da adulti.

Anche la giovane donna scelse dunque la quercia per nascondere la sua passione con quel ragazzo della parrocchia vicina: un contadino anche lui, ma dai modi borghesi, con un doppio petto più elegante di quello di tutti gli altri. Il giovane uomo l’aveva sedotta con una storia strana a cui lei non sapeva se credere o no: il contadino borghese le aveva detto che, proprio lì vicino alla sua capanna da lavoro, alcuni secoli prima era passata anche la famosa Caterina Sforza, la signora di Forlì. La giovane donna non aveva mai udito prima quel nome, ma le faceva piacere immaginare di lavorare notte e giorno su una campagna calpestata anche da una dama di città. Aveva preso ad amare quella storia e un poco anche chi gliela aveva raccontata.

Aveva confessato subito il primo amore, mentre tenne a lungo nascosto il secondo. E a nasconderlo, andò sempre dietro la quercia, nell’angolo dove ormai l’erba portava la sua impronta.

Mezzo secolo dopo la donna ormai invecchiata decise di rivelare quel vetusto segreto a un gruppo di sconosciuti: la signora diede loro il benvenuto seduta sotto la sua quercia, attendendo fiduciosa proprio all’ora in cui il giornale del giorno prima ne aveva annunciato il passaggio. Salutò il piccolo manipolo senza dare peso al loro stupore. Si lasciò andare anche a qualche battuta, ma senza avere troppo tempo per andare oltre. Le sue parole furono infatti nascoste da quelle del marito. Era l’amante di allora: ancora riconoscibile dal suo vestir borghese, ancora orgoglioso di raccontare che nel suo comune era passata anche “la Caterina Sforza”, la signora di Forlì.

Fu un incontro tranquillo, senza formalità, senza scambio di nomi. La coppia nata all’ombra della grande quercia si dileguò da dove era venuta, allontanandosi dal suo appuntamento col destino a bordo di una piccola Panda verde come i pascoli ai margini della strada.