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domenica, maggio 26, 2013

Cicloturismo, un secolo di viaggi in bicicletta

(testo curato per Ambiente Informazione, n. 1/2013. 
Introduzione allo speciale sul cicloturismo in italia)

Poesia, business, convinzione di cambiare il mondo. Parlare di cicloturismo significa prendere contatto con questi tre ingredienti e intraprendere una corsa a tappe che unisce, tra continuità e rivoluzioni, le gesta dei ciclo-poeti romagnoli di fine Ottocento (Antonio Panzini, Olindo Guerrini, Alfredo Oriani), gli ambientalisti americani di Critical Mass, e gli indotti dell'industria turistica.

Il cicloturismo è oggi un tema al centro del discorso pubblico. Lo scrive Tino Mantarro su un recente numero della Rivista del Turismo (n.3/2012), la pubblicazione del Centro Studi del Touring Club Italiano, l'associazione che nacque nel 1894 a Milano proprio come club ciclistico e che tra le sue prime azioni, volute dal futuro presidente Luigi Vittorio Bertarelli, promosse la pionieristica pedalata Milano-Roma del 1895. Citando Alberto Fiorillo, autore di No Bici, Mantarro apre lo speciale “In viaggio su due ruote”, scrivendo: “Ci sono tante tribù e lo stesso ciclista può fare trasversalmente parte ora dell'una ora dell'altra. Ci sono i ciclisti da passeggio, quelli che usano il mezzo soltanto la domenica, gli sportivi, gli amatori, i feticisti che la tengono come fosse un quadro, i filosofi della decrescita, i pieghevolisti e alcuni insistenti rompiscatole che sostengono l'impossibilità  di andare semplicemente da una parte all'altra pedalando: bisogna aderire a un manifesto, devi avere una determinata bici, comportarti così, vestirti così”.

Lo speciale sul cicloturismo ospitato su questo numero di Ambiente Informazione contempla in parte tutti questi aspetti: il progetto della ciclabile Venezia-Torino lungo il Po'; la mappa europea di Eurovelo con i suoi dodici itinerari su scala continentale per un totale di 70.000 km; l'attività della FIAB – Federazione Italiana Amanti della Bicicletta – che perora l'impegno italiano a favore delle ciclovie; le donne di Follow the Women che dal 2004 attraversano in bicicletta Libano, Siria, Giordania, Israele e Palestina come forma di sostegno ai diritti civili. E poi ancora piccoli imprenditori e grandi appassionati che raccontano la loro idea di viaggio su due ruote lungo i percorsi della loro terra, dal Veneto alla Puglia.

Tra questi piccoli imprenditori nei primi anni Ottanta c'era anche Luigi Parmeggiani, membro fondatore dell'AIGAE, e titolare di Verde Natura, uno dei primi cinque tour operator italiani del segmento natura per livello di fatturato e ricchezza del catalogo. “Era il 1985 – racconta Luigi – quando feci le mie prime vacanze in bicicletta: due coppie, in treno, ai castelli della Loira. Avevamo bici senza cambio, perché ancora le mountain bike non erano arrivate, caricate una sull'altra separate solo da una coperta. Scoprii così quello che per me era il modo di viaggiare più bello del mondo. E quasi per gioco, mie trekking, orienteering, proposte in ambiente di due giorni con le scuole, soggiorni estivi coi comuni, aggiunsi l'organizzazione di un viaggio in bici in Francia. Feci due gruppi: all'epoca composti da ragazzi tra i venti e i trenta anni con cui pernottavamo in tenda”.

Da lì il via alle operazioni: la collaborazione con il tour operator francese Randonnée Natura-Avventura per promuovere la Francia al pubblico italiano; dal 1998 l'avvio della collaborazione con un'agenzia viaggi di Modena e la nascita della Compagnia della Natura, con un catalogo di viaggi a piedi e in bicicletta che copriva tutto il settore del turismo verde e del turismo attivo; poi l'arrivo di Alpitur, che rileva il marchio ma che nel 2005 decide di chiudere il comparto, e Luigi che dà vita a  un tour operator nuovo. “Oggi – sintetizza Parmeggiani – Verde Natura fattura per il 50% con turisti stranieri e per il 50% con turisti italiani: prevalentemente, i primi coprono il periodo primaverile e autunnale, mentre i secondi la stagione estiva. Il catalogo comprende oltre 150 proposte anche se il 70% del fatturato poggia su pochi itinerari. La clientela di Verde-Natura, per metà individuale, per metà di gruppo, è sempre più raffinata, ha bisogno di percorsi semplici e pianeggianti, lungo i quali la natura sia sempre affiancata alla cultura, a pochi passi dalle città e dai luoghi resi celebri dal cinema, dalla musica e dalla letteratura”.

Il prodotto turistico di Verde Natura – un soggiorno di una settimana in alberghi a tre stelle, con trasporto bagagli e, in alternativa, o guida o road book – sfugge alla crisi. Fino al 2008 il fatturato registrava tassi di crescita del 35% annuo e ancora l'anno scorso il bilancio parlava di un più 15%. Un trend in sintonia con gli indicatori dell'intero settore (vedi Formato Roberto - Cicloturismo: strategie di sviluppo e benefici per le destinazioni turistiche), che quantificano positivamente sia l'indotto dei cicloturisti individuali, sia i margini di profitto degli intermediari. Il cicloturismo, che con la sua presenza determina scelte virtuose nell'ambito delle politiche della salute e della pianificazione ambientale, copre il 60-70% del volume totale di pernottamenti lungo la ciclabile del Danubio, genera un indotto di 120 milioni di sterline in Gran Bretagna e un fatturato di dodici milioni di euro in Germania, dove nel 2008 erano attivi oltre 150 tour operator specializzati per oltre 150 mila pacchetti venduti.

La genesi di questo fenomeno industriale, partita su scala internazionale nei primi anni Novanta, prima con l'ambizione di creare circuiti dedicati, poi sempre più approfittando della viabilità ordinaria in disuso, poggia su alcune dinamiche sociali profonde. “L'uso della bicicletta – scrive ancora il Centro Studi del TCI - è diventato un'espressione efficace, nonché di moda, di un nuovo lifestyle urbano”. Come, lo spiega più in dettaglio Roberta Zardi in Il cicloturismo: un prodotto turistico a sostegno dell'identità soggettiva. L'economista racconta come, dopo la parentesi dei viaggi di massa interamente eterodiretti figli della società industriale, la vacanza sia diventata, all'interno delle economie di beni e servizi, un mezzo per esprimere la propria individualità. E così al vacationer – al viaggiatore per sole, sabbia e sesso – si è affiancato il sightseer, il viaggiatore con l'ambizione di essere autodiretto anche nell'alveo del turismo organizzato, un viaggiatore attratto dalla strada e dal desiderio di sperimentare e sperimentarsi in modelli di vita alternativi al proprio.

Un turista, il sightseer, che spesso ha sposato il viaggio in natura e il viaggio sportivo come metafora di forza, energia e libertà, facendo della sua scelta di vacanza un indice di coscienza ambientale, emancipazione dalla società dei consumi, sostegno alle comunità visitate e un motore di socializzazione. Insomma, chi oggi sale in bicicletta e si unisce a un tour organizzato è una persona in cerca di un'identità più definita, che individua nel tempo libero un recupero della propria creatività: decide di pedalare per testimoniare la propria indipendenza dai grandi circuiti del turismo di massa, ma al contempo lo vuole fare in gruppo perché quel viaggio così ribelle ha un po' il significato di un rito iniziatico per una società tribale e diventa un tesserino di riconoscimento per avvicinarsi con fiducia a persone che condividono il suo anelito ribelle.

Come testimonia l'articolo che qui segue su Follow the Women o il simpatico pamphlet francese Piccolo trattato di ciclosofia7, in cui si parla a più riprese della rivoluzione sulla strada, il valore simbolico del viaggio in bicicletta diventa talora forma di partecipazione politica, pratica di difesa dell'ambiente e della tradizione. In questa cornice è divertente ritornare alle origini, percorrere con il fondatore del TCI Luigi Vittorio Bertarelli,  con gli scrittori romagnoli Alfredo Panzini, Olindo Guerrini, Alfredo Oriani, le strade ancora sterrate di un'Italia nata da pochi decenni, su cui questi intellettuali di cultura e nobile lignaggio iniziarono a forgiare l'epopea del viaggio in bicicletta che oggi sottostà tanto ai tour operator che commercializzano un itinerario, quanto agli ambientalisti che si costituiscono a lobby in difesa della natura. “Il piacere della bicicletta – scrive Oriani nel suo celebre resoconto di inizio Novecento – è quello stesso della libertà, forse meglio di una liberazione. Andarsene ovunque, a ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio, senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in un treno. (…) Non è il viaggio o la sua economia nel compierlo che ci soddisfa, ma la facoltà appunto di interromperlo e di mutarlo, quella poesia istintiva di un'improvvisazione spensierata, mentre una forza orgogliosa ci gonfia il cuore nel sentirci così liberi”. E' sulla scia di queste parole che, spiega lo storico dello sport Sergio Giuntini, “la bicicletta acquista una sua prima connotazione politica e sociale”, trasformandosi in un tramite tra aristocrazia, borghesia e popolo, tra città e campagna, in un volano per l'emancipazione della donna. Ma è però proprio Giuntini che ci ricorda come agli albori questi precursori del pedale e i loro mezzi meccanici fossero in realtà stati etichettati come l'auto ai giorni nostri: minacce alla tradizione, violazioni alla poesia del viaggio a piedi o a cavallo. Matilde Serao definì la bicicletta “l'atroce macchina”, mentre Giosuè Carducci volle stigmatizzare quei nobili dalla vocazione alla pedalata “arrotini arrabbiati”.

Un secolo dopo, la bici è, come leggerete negli articoli di questo speciale “uno strumento lento a misura di sguardo sui luoghi che si attraversano”, “il mezzo adeguato al nostro paesaggio”, “veicolo di pace e uguaglianza”. Tra queste definizioni antitetiche è passato un secolo in cui il turismo ha permeato i valori fondanti della vita moderna. “I turisti – scrive l'antropologo svedese Orvar Lofgreen - hanno inaugurato nuovi modi di guardare il paesaggio, di occupare e reclamare un proprio spazio, alla ricerca di nuove esperienze e nuove conoscenze”, e le imprese turistiche hanno creato “uno strano miscuglio di ostinato tradizionalismo e costante ricerca della novità”.

Questo sistema e il suo protagonista, “l'homo turisticus”, sono attori principali nel nuovo universo della rappresentazione individuale e geografica dei social network. “Dal 2005 – conclude Parmeggiani – non facciamo più fiere, né stampiamo più cataloghi cartacei. Ho delle persone che tre pomeriggi a settimana lavorano su facebook. Abbiamo un blog di Verde Natura e ogni guida che lavora con noi ne ha uno personale in cui pubblica un diario itinerante. Pubblichiamo news sul mondo della bicicletta, sui viaggi e sui libri che ne parlano. Costruiamo il patrimonio di informazioni con cui restiamo vicini ai nostri viaggiatori”.

L'identità della bicicletta che in un secolo è già stato minaccia di progresso, icona ambientalista, motore poetico, elemento di business, strumento di lotta politica, attende dunque il suo nuovo documento di identità dal profilo facebook con più amici. Buona lettura e buona strada.

mercoledì, maggio 30, 2012

Il cammino ritrovato

(pubblicato in AmbienteInFormazione di Maggio 2012)

“Questo cammino ha coinciso con un momento di crisi lavorativa nel campo del restauro e con il corso da guida ambientale escursionistica che, proprio in quel momento, ho deciso di frequentare presso l'istituto Esedra di Lucca, dando seguito a oltre venticinque anni di montagne vissute per passione. Era il momento per fare questo cammino”. Nino Guidi, restauratore di lungo corso, guida di recente abilitazione, motiva così il cammino da Munkathvera a Roma sulle orme dell'abate Bergsson che intraprenderà per cinque mesi, a partire dal prossimo 18 giugno, quando da Bologna volerà verso Keflavik. “Incontrerò il vescovo di Reykjavik – spiega Guidi – e l'associazione degli italiani che risiedono in Islanda, poi, dopo due mini trekking nella zona, mi sposterò a nord, fino ad Akureyri, vicino all'abbazia di Munkathvera, residenza dell'abate Bergsson. Da lì, con un cammino di quindici giorni e 490 km fino al porto di Seyoisfjordur, nel nord-est, inizierò davvero a seguire le orme del pellegrinaggio compiuto nel 1100 dal religioso islandese”.

Il percorso, descritto da Bergsson in un documento latino tradotto in italiano nel 1944 da Magoon, è lacunoso nella parte più a nord: dagli scritti si legge solo che dal porto di Seyoisfjordur, il religioso navigò fino alla cittadina norvegese di Bergen, da cui poi, sempre in nave, raggiunse Hirtshalls in Danimarca. Dalla penisola danese in poi, invece, la descrizione si fa più attenta e puntuale e, seguendo i nomi delle città attraversate, si traccia una linea che attraversa la Danimarca, la Germania occidentale – circa a metà strada tra il percorso francigeno a ovest e quello romeo a est –, la Svizzera fino al Gran San Bernardo. Da questo valico in avanti i passi di Bergsson si uniscono a quelli propri della Francigena fino a Roma, prima meta dell'abate che poi proseguì ancora fino a Gerusalemme. “Mi intriga capire – spiega Guidi – le ragioni che in un tempo così lontano, senza alcun equipaggiamento tecnico, spinsero un uomo a intraprendere un viaggio così lungo. E' anche per questo che, dopo aver utilizzato gli scritti dell'abate Bergsson per preparare il saggio finale del mio corso da guida, ho deciso ripetere personalmente il suo tracciato. Lo seguirò nel segmento islandese, per quanto possibile stante le scarse descrizioni disponibili, e poi lo seguirò di nuovo in maniera più attendibile e completa nei circa 3500 Km che congiungono la Danimarca a Roma, dove conto di arrivare verso la fine di ottobre”.

Sulla strada di Bergsson con Guidi ci saranno per lunghi tratti altri tre compagni di viaggio, conosciuti durante camminate precedenti. Il milanese Giovanni Mercandalli, la romana Lucia Giannotta e la futura guida della regione Marche Patrizio Pacitti. Nel tratto di cammino in Germania, Guidi sarà poi accompagnato dai pellegrini tedeschi afferenti all'Associazione Via Francigena e a quelli dell'Associazione Romweg costituitasi lunga la via Romea di Stade. Dalle tappe danesi fino a Roma, di cui il calendario sarà aggiornato dinamicamente su www.montagnedilegami.it, chiunque potrà mettersi lo zaino in spalla per seguire per qualche tappa del percorso la guida toscana.

I luoghi e le persone conosciuti nei suoi cinque mesi di marcia saranno descritti da Guidi attraverso un blog ospitato dal sito di www.repubblica.it, vetrina nazionale affiancata a quelle toscane offerte da Il Tirreno e da Toscana Oggi. Guidi scatterà poi una selezione di immagini per Scarpa, sponsor tecnico del pellegrinaggio assieme ad Abiogen, Elleffe, Colortecnica. Oltre a queste imprese provate, a sostegno del progetto si è inoltre mossa anche una rete di piccole donazioni recuperate via Web, attraverso il crowd funding, fino a coinvolgere persone residenti in Argentina.

“Da questa esperienza – conclude Nino Guidi – conto di maturare l'esperienza per poter riproporre alcuni segmenti del percorso ad altri camminatori, utilizzando la direttrice come motivazione per conoscere a piedi tutta la zona attraversata. Più in generale, però, vorrei che questo cammino diventasse per altri ciò che è già diventato per me. Un'occasione per rilanciarsi, lasciare chiarire le idee e allontanarsi un po' dai numeri che troppo spesso ci circondano. Penso per esempio a fotografi o disegnatori che magari faticano a trovare un impiego: sulla strada, scattando e disegnando, possono trovare materiale per una mostra, e, senza un obiettivo prefissato, aggiungere un complemento importante alla loro attività canonica”.

lunedì, novembre 14, 2011

Un "filosofo del cammino" in mezzo ai runner

Pubblicato su Spirito Trail (autunno 2011)

Domenica 4 settembre mi sono avvicinato alla linea della partenza del primo Trail della Margherita di Rocca San Casciano con sguardo interrogativo. Ho iniziato a camminare in natura con costanza dal 2006, trovando nei sentieri appenninici del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi lo sfondo ideale per favorire un sorta di contemplazione laica: quattro chiacchiere con gli amici più sinceri, quelli a cui si confidano anche le debolezze, per giocare a rifare il mondo, un po' come se la natura fosse il bar dei quattro amici cantati da Gino Paoli. Da questa mia abitudine ormai consolidata è forte il salto all'atmosfera che ho trovato al nastro di partenza del Parco Gramsci alle nove di mattina di una giornata più calda e umida della media settembrina romagnola. Tra gli atleti impegnati nella gara competitiva, 49,2 Km con oltre duemila metri di dislivello, c'era tensione agonistica: nell'abbigliamento, leggero all'estremo, e nella mente, votata a chiudere nel minor tempo possibile quell'infinito sali scendi tra i 214 m del fondovalle e i 691 metri del Monte Mirabello, cima più alta del percorso. Il gruppo, composto da circa cento atleti, era attraversato da battute e ilarità, ma la sensazione era che l'ironia fosse solo un esorcismo contro la paura di avere una crisi, di soffrire un attacco di crampi per la calura eccessiva, di rimanere trappola dei tratti di percorso più nervosi, rompi ritmo, tecnici.

Al via gli atleti abituati a questo genere di competizione hanno subito scavato il vuoto e così ho posticipato la ricerca delle risposte alla mia curiosità sulle motivazioni delle corse in natura. Libero dai miei punti di domanda, ho regolato il respiro e appoggiato lo sguardo allo scenario del percorso, interamente indicato dal segnavia Cai 431, grazie al lavoro di segnatura compiuto dal gruppo Roccarunner locale con la supervisione tecnica della sezione forlivese del club alpino. Il percorso del Trail della Margherita disegna un fiore attorno all'abitato di Rocca San Casciano, scalandone i crinali che cingono il paese ai quattro punti cardinali. La corsa punta inizialmente verso nord ovest e, circumnavigata una quercia secolare tutelata da apposito decreto della Regione Emilia Romagna, sale fino al Monte Mirabello, una terrazza panoramica tra le vallate del Montone e del Tramazzo-Marzeno, da cui lo sguardo si proietta senza ingombro fino al vicino mare Adriatico e, più a est, verso il Montefeltro, fino alla “Testa del Leone” descritta dal Monte Comero. Da questa cima, il tracciato piega verso sud e, attraversando il borgo di Marzanella, si porta idealmente più vicino alla Toscana, regione che ha governato politicamente, amministrativamente e, per molti aspetti anche culturalmente, questo lembo di Romagna dal 1400 ai secondo decennio del Novecento. L'impronta di questo lungo passaggio storico si nota in diverse peculiarità architettoniche, come le persiane alle finestre o gli archi che fungono da ponte tra i vari nuclei dei borghi rurali. Sul percorso se ne attraversano o sfiorano molti: Marzanella, Santa Maria in Castello, Berleta, Santo Stefano, San Donnino in Soglio. Protagonista assoluta in questi mondi, per lo più abbandonati al loro silenzio dopo la fuga in massa degli abitanti verso le industrie di pianura nel secondo dopo guerra, è la pietra arenaria, raccolta sul posto e forgiata con eleganza per dare forme a case che sfruttano i naturali dislivelli del terreno per elevarsi su più piani.

Tra queste tracce della presenza dell'uomo, campeggia un paesaggio collinare che però è più ruvido di quello toscano. I pendii rocchigiani presentano salite ripide, discese verticali, fondi rocciosi e altri sabbiosi, in una rapida successione su cui il Trail della Margherita si insinua voluttuoso costringendo gli atleti a modificare costantemente il loro ritmo di gara. L'Appennino romagnolo, come testimoniano le parole del bolognese Gino Venturi,è una sfida anche per coloro che sono abituati ai grandi dislivelli alpini: “Prima di correre a Rocca – ha detto il runner – avevo percorso una maratona dolomitica e, pensando che le colline di Rocca fossero morbide come quelle del bolognese, credevo di non aver problemi. Invece il percorso è stato durissimo e solo il piacere di correre per 49 km tutti in natura, lontano da auto e moto, mi ha permesso di tenere duro e arrivare al traguardo”.

Già il traguardo. Per primo, a sorpresa, è stato tagliato da un atleta locale, che non ha dimenticato l'allenamento alla fatica maturato sui pedali della bicicletta. Il vincitore è stato infatti il runner rocchigiano Matteo Lucchese che ha chiuso con un tempo di 4.33.38, lasciandosi alle spalle anche un nome di grido nazionale come Gianluigi Ranieri, giunto a oltre sei minuti di ritardo.

Al suo arrivo Ranieri, fermato ai microfoni degli organizzatori, ha dato una risposta che, una volta udita, mi ha riportato ai pensieri della partenza e alle ragioni che spingono un numero crescente di persone a mettersi alla prova su distanze al limite della resistenza. Ranieri non si è lamentato per l'inattesa sconfitta, né ha difeso la propria prestazione. Ha solo elogiato lo sforzo degli organizzatori che con i loro lavoro di mesi avevano permesso a lui e agli altri di scoprire un paesaggio nuovo e di divertirsi in una domenica impensabile senza la fatica delle squadre di cinghialai disposte ai ristori, della protezione civile impegnata per le emergenze, dell'amministrazione comunale di Rocca San Casciano che ha redatto le mappe del percorso e di tutti coloro che, a vario titolo, hanno pulito il tracciato, scattato le foto, aggiornato il sito internet o girato un video.

Ranieri non ha risposto come un atleta sconfitto, ma come unhttp://www.blogger.com/img/blank.gif corridore contento di aver esplorato di nuovo i propri limiti, in un anfiteatro costruito da uno sforzo collettivo di un'intera comunità. E lui non è il solo ad avere questo atteggiamento molto lontano dal semplice agonismo. Da una rapida ricerca sul web si legge infatti che anche Marco Olmo, sessantenne leggenda della corsa in montagna, parla con filosofia, come se la sua fatica nel correre fosse ciò che è la tela per un pittore o la carta per uno scrittore. “Io – scrive Olmo – sono un vinto nella vita. Corro per vendetta, corro per rifarmi”.

E poi, agonismo o filosofia, alla fine della fatica, il Trail della Margherita si rivela comunque una festa. Accade alla ex colonia dove un esercito di volontari accoglie gli atleti con un piatto di tagliatelle al ragù: perché le salite sono le stesse ovunque, ma le ricompense cambiano e nelle colline romagnole hanno un gusto più saporito. Tanto che Manuela Sabbatini, appena tagliato il traguardo, ha già promesso di ripresentarsi al via l'anno prossimo. Per scoprire quando, basterà connettersi al sito www.rocchigiana.it.

martedì, giugno 21, 2011

Speciale cammini d'Italia: "Il cammino degli angeli"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (
www.aigae.org)

I grandi cammini guidano i pellegrini verso i sepolcri sacri: la Francigena va verso Roma e la tomba di Pietro; Gerusalemme è il sepolcro, vuoto, di Cristo; Santiago il sepolcro di San Giacomo; il Cammino di Olaf va a Trondheim, l’antica Nidaros, alla tomba di Sant’Olaf. Il Cammino degli Angeli invece no. Il percorso di 200 Km tracciato da Marco Fazion collega Roma ad Assisi, è un cammino sulle orme di Francesco, ma non verso la tomba di Francesco: “Francesco – spiega anzi Marco – volle essere seppellito nudo nella nuda terra, nel terreno destinato agli assassini e alle puttane, che si chiamava Colle dell'Inferno. Così, per eseguire le sue ultime volontà hanno comprato il terreno, l'hanno ribattezzato Colle del Paradiso e ci hanno costruito sopra due Basiliche, l'attuale Assisi. Ma noi proseguiamo fino alla Porziuncola, a Santa Maria degli Angeli, la chiesina più amata, quella restaurata con le sue mani, quella dove ordinò Chiara, la chiesa del Primo Capitolo, quella del miracolo del roseto. E, in vero, il Cammino che mi sto sforzando di proporre, se mai riuscirò a completarlo in ogni sua parte, non è neppure una linea ma un anello: il suo più grande valore sarà quello di intersecare tutti i cammini del Centro Italia e, volendo, di creare una sorta di interscambio possibile fra loro”.

Il Cammino degli Angeli, per ora volutamente non tracciato sul terreno, esprime la propria personalità nella guida ufficiale curata da Fazion per la collana “Sotto lo stesso cielo” dell'editrice Montemeru. Un volume che, prima di tabelle cartografiche, schede tecniche sul percorso e approfondimenti storico, artistici e naturalistici sul percorso, saluta il lettore con una presa di posizione, volutamente, marcatamente spirituale. “Quello che vorrei che sapeste – scrive l'autore nella nota introduttiva – è che gli Angeli hanno avuto un ruolo importante nella storia di questo cammino”. “Il mio approccio al Cammino degli Angeli – conferma infatti Fazion – è fortemente spirituale, così come spirituale è da sempre il mio approccio all'escursionismo. Guardandomi indietro, mi rivedo coi sandali, in Umbria, a camminare tra Spello ed Assisi, nella comunità dei Piccoli Fratelli fondata a Spello: si chiamava “l'esperienza del deserto” e si camminava, da soli, con poco cibo, per una giornata, praticando la preghiera esicastica del pellegrino russo. E' stato lì che ho iniziato a praticare la meditazione camminata e, anche quando Messner era il mio idolo e l'alpinismo il mio traguardo, non ho mai perso di vista le lezioni occidentali di Rudatis, Castaneda, e le suggestioni orientali di Thich Nhat Hanh”.

Il Cammino degli Angeli, fedele al suo approccio spirituale, scava nei luoghi della Cristianità cattolica i percorsi meno istituzionali, lasciando sullo sfondo l'Opera Romana Pellegrinaggi e mettendo in primo piano i preti campagna sfuggiti alla globalizzazione: “Come Don Italo – cita a esempio Marco -: ad agosto, con la casa piena di bambini di Chernobyl, ci lascia le chiavi della sua cucina e ci fa stendere i sacchi a pelo in Chiesa. O come Don Enzo che ci ospita a Vasanello nell'asilo chiuso per ferie e ci va a trattare il prezzo con quello della trattoria. O come molti altri ancora per cui l'etichetta di “istituzioni cattoliche”, davvero, è riduttiva”.

Il percorso tra Roma e Assisi lungo le strade del clero di frontiera, oltre a non avere segni al suolo, batte anche vie dure, arcigne, spigolose e talvolta fredde come gli Appennini sanno essere. “So - riflette Fazion – che la mancanza di segnali e la durezza del tracciato limitano fortemente la possibilità di intraprendere il viaggio per la maggioranza delle persone. Però so anche che chi percorre il Cammino nelle condizioni di oggi - guadi e tratti selvaggi inclusi - è un privilegiato e vive un'esperienza unica. E' un Cammino per palati forti, in cui, a tratti, si sente la fragilità della propria condizione di camminatore e, per contro, il piacere di capire lentamente, con le proprie forze, dove si è e in che direzione si procede. Questa mia convinzione traspare anche dal regolamento definito per la concessione dell'Angelana: laddove la Compostelana va a chi ha percorso solo cento chilometri pianeggianti, l'Angelana va a chi ne ha camminati oltre duecento lungo una rotta che difficilmente si trasformerà in una Rimnini itinerante”.

Non Rimini, dunque, né i grandi centri. Il Cammino degli Angeli, pensato come ribellione spirituale individuale alla tendenza sociale alla desacralizzazione di gesti e luoghi, si propone anche come utopia economica. “L'economia del Cammino – dice Marco – è uno dei temi a me più cari. Ci sarà un'economia, ne sono certo, e voglio anche sognare un po'. Le farmacie di paese, che ogni anno rischiano di chiudere, venderanno migliaia di aspirine e cerotti ai pellegrini I magnifici ostelli umbri, la maggior parte in palazzi storici, che ora fanno i salti mortali per stare aperti, dovranno aumentare il loro numero di posti letto. I piccoli empori di paese, sull'orlo del fallimento in tutte le zone montane, venderanno diecimila panini l'anno, lasciando ai vecchini del luogo un'alternativa praticabile alla grande distribuzione. Le parrocchie di campagna ti faranno fare la doccia e ti offriranno una branda: così recupereranno i soldi per mantenere l'oratorio, e, cosa più importante, i ragazzi che giocano a palla sul sagrato incontreranno gente che cammina e, da loro, impareranno che il posto dove vivono non è lo schifo che gli ha insegnato la televisione. E magari, pian piano, gli amministratori capiranno che dove vai a vent'anni col sacco a pelo torni a 40 con il mercedes e che quindi un ostello è importante quanto l'agriturismo a 5 spighe, se non di più. E' questa l'economia che vorrei per il Cammino degli Angeli”.

Questo cammino, che non è una linea ma un circuito in fieri, che non tende a un sepolcro ma a alla diffusione di un modello sociale, che sfiora la Cristianità ma senza i vincoli della sua veste istituzionale, questo cammino nacque in un crepuscolo di inverno durante una passeggiata tra le suggestioni dei paesaggi umbri, fuori, e le inquietudini per una salute incerta, dentro. L'idea maturò in Marco di fronte a una piccola maestà: vista prima con gli occhi della paura, di non rivederla più, e poi ritrovata con gli occhi della convizione, di essere ancora lì, con il proprio socio e e due anziani pellgrini liguri portati chissà come da Internet. Erano i mesi a cavallo tra l'inverno del 2006 e la primavera del 2007. Circa tre anni prima, dunque, della prima stampa della guida “Il Cammino degli Angeli” pubblicata nel giugno 2010. Un passato e un presente individuali, propri di Marco Fazion, che vorrebbero infine diventare qualcosa di condiviso. “Ho davvero molto chiaro – conclude Marco – cosa dovrebbe diventare il Cammino degli Angeli e chi lo dovrebbe percorrere. Questa cosa non è, semplicemente, nelle mie mani. Tanti cammini si contendono il ruolo di una seconda Santiago. Io invece vorrei che il Cammino degli Angeli restasse semplicemente il Cammino degli Angeli, un Cammino speciale, duro, affascinante, completo di suggestioni di ogni genere. Per il resto, esiterà un Cammino degli Angeli differente per ognuno che lo percorre, e io trovo chhttp://www.blogger.com/img/blank.gife questo sia semplicemente fantastico. In questo senso mi calza a pennello quello che diceva uno dei più grandi mistici del secolo appena passato, Teilhard de Chardin: “Non sono, né voglio, né pohttp://www.blogger.com/img/blank.gifsso essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro personale edificio… io non desidero altro che essere gettato nelle fondamenta di qualcosa che cresce”. A me, sinceramente, già questo sembra abbastanza, un gran risultato, quasi troppo, perfino, per la vita di un uomo”.

Gli altri articoli dello speciale:

Speciale cammini d'Italia: "Il cammino francoprovenzal"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (www.aigae.org)

Ci fu un'epoca d'oro per la lingua d'Oc. Risale ormai a oltre mille anni fa, quando le liriche dei trobadori medioevali le diedero una corposa identità letteraria e Dante le diede il nome “Oc”, appunto, da quella parola derivante dal latino “hoc” che gli occitani utilizzavano per dire “sì”. Ma la storia virò presto verso altre direzioni. Nel 1229 Re Luigi estese il proprio dominio politico nel Midi e nel Sud della Francia e con esso impose anche il dominio della propria lingua, l'Oil, il cui impiego fu sancito per legge nel 1539. La Francia diventò uno stato nazione, scrisse la sua versione della storia. L'Occitano invece fu condannato alla sola sopravvivenza: escluso dalla forza della tradizione scritta, messo al bando dal potere centrale, si ritrasse. Il suo riparo più sicuro divenne la montagna: le cime, le creste, i valloni limitarono gli scambi e ciò che fu, più che altrove, rimase ciò che era stato.

L'Occitano, parlato ancora oggi da due milioni di persone e compreso da circa sette, copre la Francia del Sud e sfiora i Pirenei, ma è a ridosso delle Alpi e nelle Valli Piemontesi che vanta la sua roccaforte. “Nelle zone di montagna tutto si conserva meglio” spiega Peyre Anghi Lante, che assieme alla madre, Ines Cavalcanti, cammina da tre anni lungo le strade e i sentieri che uniscono e attraversano le regioni occitane per testimoniare l'uso della lingua occitana, per entrambi prima lingua. Iniziarono la loro marcia nel 2008 con l'Occitania a Pè, per raccogliere, in un viaggio di 1370 Km tra Italia, Francia e Spagna assieme al fotografo Riccardo Carnovalini e alla documentarista Elisa Nicoli, quante più testimonianze possibili per sostanziare il loro appello all'Unesco volto a far riconoscere la lingua occitana come patrimonio immateriale. Proseguirono poi l'anno successivo, il 2009, lungo le valli piemontesi per coinvolgere e stimolare nel cammino tutte le comunità locali che erano interessate a mettere in campo un gesto simbolico a favore della propria lingua. E continuano in questo 2010, in compagnia di Marco Rey che, sulle orme delle positive esperienze precedenti ha tracciato un cammino a cavallo di Italia, Francia e Svizzera, da Susa a Losanna attraverso l'area linguistica Francoprovenzale.

Peyre, Ines, Marco camminano come rappresentanti della sezione culturale di Chambra d'Oc, l'associazione di produttori agricoli occitani che a partire dalla legge 482 del '99 sulle minoranze linguistiche ha stimolato la produzione di cultura e comunicazione a valorizzazione della lingua occitana e francoprovenzale. Peyre, Ines e Marco, dunque, camminano come rappresentanti di un organo istituzionale, ma il messaggio a cui danno voce non contiene istanze nazionalistiche, rivendicazioni di un'identità territoriale fondata sulla propria specificità linguistica. Il loro desiderio è più intimo, è quello di una minoranza che invoca il diritto a non negare se stessa: “Non sono un nazionalista – spiega Peyre – non voglio un'Occitania nazione. Mi piacerebbe solo parlare la mia lingua con le persone che come me l'hanno ricevuta come lingua madre. Vorrei che questa conoscenza mi fosse riconosciuta come elemento di ricchezza e non come bersaglio di denigrazione”.

“E poi – aggiunge Peyre – camminare per la lingua fa bene, fa bene alla gente che incontri”. Il giovane di lingua occitana ha in mente il manipolo di signori incontrati a Bessans il borgo della Maurienne toccato alla fine della seconda tappa. Con loro, in Francoprovenzale, ha ascoltato il racconto di chi nelle valli ha vissuto l'infanzia, la scoperta della guerra, il pendolarismo stagionale da Parigi. Con loro ha scoperto che, oltre alla lingua, in montagna anche la pace si è conservata più a lungo: molto dopo l'inizio della guerra i pastori delle valli, infatti, continuavano ancora i loro commerci di qua e al di là del confine, perché loro non sapevano di essere nemici e non avevano avuto modo di intuirlo.

Lungo il cammino francoprovenzale il paesaggio fa vedere ciò che è e fa ascoltare ciò che è stato. Usciti da Susa si sale verso il Moncenisio, ma la strada, quella moderna, quella voluta da Napoleone, quella che oggi percorrono auto e moto, resta sullo sfondo. Fuori da Susa il cammino francoprovenzale segue le tracce della strada reale, il tracciato precedente che i Savoia avevano individuato per raggiungere la Francia. Era un percorso più ripido che si impennava in corrispondenza della borgata di Novalesa. Lì le carrozze terminavano la loro marcia canonica. Mentre i passeggeri si ristoravano in una delle cinquanta osterie affacciate sulla via principale, le carrozze venivano smontate e trasportate a peso fino al versante francese. Tra le pietre dell'abitato, a tratti decorate da pregevoli affreschi, si sente ancora l'eco di quell'economia scomparsa d'un tratto con l'apertura della nuova via. E lo stesso più su, quando già sullo sfondo si staglia la Gran Croce del Moncenisio. Una galleria scavata nella roccia ricopre lo spirito di una ferrovia mai usata. L'avevano iniziata perché l'altro percorso, quello più breve, avrebbe richiesto anni di lavorazione per essere terminato. Invece arrivarono le macchine e dopo un solo anno la seconda via fu aperta.

“Quando Peyre e Marco hanno tracciato i cammini – spiega Ines a giustificazione di questi continui ricorsi storici – hanno rispettato le esigenze di chi cammina oggi. Il cammino si sviluppa per lunghi tratti su strade sterrate, attraversa le regioni colpite dallo spopolamento, tocca punti cardine della storia – i paesi catari, i borghi natale di premi nobel, centri storici patrimonio dell'Unesco come Carcassone – sfiora alcune delle regioni paesaggisticamente più affascinanti dell'Europa e fa tappa in luoghi che si distinguono per la propria sensibilità verso l'ambiente”. “Lavoriamo per una lingua – aggiunge Marco – ma vogliamo regalare un'esperienza piacevole anche a chi percorre la nostra via senza prerogative linguistiche”.

E proprio da questi punti di forza dell'itinerario percorso camminando settimane e settimane dal 2008 a oggi che prende spunto l'impegno futuro dei camminatori della Chambra d'Oc. “Vorremmo dare visibilità – dice Ines – a un cammino che, nell'insieme, è lungo 2400 Km. Nel 2011, proporremo cinque o sei camminate nel corso dell'anno per svelare gli angoli più suggestivi di altrettante regioni che noi abbiamo imparato a conoscere quest'anno e gli anni passati. Vorremmo ispirarci al modello di proposta veicolato da gruppi come Boscaglia e Tra Terra e Cielo. Partiamo dall'enorme mole di dati raccolta registrando le tracce gps dei sentieri percorsi”.

Funzionerà? “Noi facciamo quanto è necessario, come tradurre in cinque lingue tutti i resoconti di viaggio che produce chi cammina con noi. Poi forse, se il caso ci aiuterà, si sveglierà l'attenzione dei media”.

Gli altri articoli dello speciale:

Speciale cammini d'Italia: "Di qui passò Francesco"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (
www.aigae.org)

Angela Seracchioli, all'inizio degli anni duemila, abita ancora nel piccolo borgo dolomitico dove si era ritirata per seguire la sua passione per la montagna e l'alpinismo dopo una vita intensa che l'aveva portata nel caos di una grande metropoli. Lavora da stagionale, come tanti altri componenti della sua comunità. In autunno, prima della stagione invernale di lavoro, ha dunque alcuni mesi liberi che, nel 2002, decide di sfruttare per camminare verso Santiago. Scrive un diario, che, su richiesta di Luciano Callegari, va online su www.pellegrinando.it. Lì lo legge Miriam Giovanzana, direttrice della casa editrice Terre di Mezzo, che chiede ad Angela informazioni e foto sul “cammino d’inverno” per arricchire la nuova edizione della guida sul Cammino di Santiago. Angela lo fa e non si ferma. Guarda l'editore e le dice che lei ha un altro cammino che meriterebbe una guida. E' un cammino che ancora non esiste ma che Angela ha inventato per se stessa, per soddisfare il proprio desiderio di conoscere meglio Francesco, di leggere le fonti francescane, di camminare lungo i suoi luoghi. L'editore accetta la sfida e nel 2004, “Di qui passò Francesco”, il libro di Angela Seracchioli comincia a trasformare i 350 Km di sentieri appenninici tra La Verna, Gubbio, Assisi, Spoleto fino a Rieti in un cammino.

“Perché – spiega Angela - fra l'escursionismo e il pellegrinaggio c'è un'impalpabile differenza. Ci possono essere momenti alti e profondi in un'escursione o in una scalata, ma in un pellegrinaggio te li aspetti, è come se tu fossi indirizzato verso la profondità che il cammino ha in sé. E' una specie di salto interiore: continui ad alzarti la mattina, mettere insieme le tue poche cose nello zaino, camminare, arrivare stanco e fare la doccia che ti fa rinascere, però con una marcia in più. E poi ogni pellegrino conosce gente e la gente conosce lui. L'idea del cammino crea un solco, una traccia e capita che sconosciuti incontrati per un attimo affidino ai pellegrini una preghiera da portare alla meta e che il pellegrino si senta investito di questo compito, che sia credente o no. C'è un'idea medioevale soggiacente, nata a scopo penitenziale e, oggi, dopo secoli, ritornata in auge come forma di ricerca di sé stessi, del senso della vita, della profondità che si può tradurre con una sola parola, di Dio. Ironia della sorte vuole che questa ricerca riemerga con forza proprio oggi, mentre la Chiesa, miope, lamenta la perdita di sacralità che forse è invece un emergere ”.

Il cammino tracciato da Angela nel 2004 trovò presto compagni di viaggio. A tratti un po' scomodi. “Si sono affiancati – racconta Angela – cammini creati per ragioni che poco hanno a che vedere con il senso del pellegrinaggio, perché forze laiche e religiose hanno scoperto che è “di moda” pellegrinare e che ci si può guadagnare sopra. Si sono inventati nomi come la “Francigena di San Francesco”, quando la vera Francigena non è mai passata di qua, confondendo i pellegrini con una quantità di segnali costosi. All'inizio il fenomeno mi ha rattristato, ma il tempo mi ha dato soddisfazione. I pellegrini riescono a vedere l'imbroglio e si fidano solo di cammini creati con il sudore della fronte e lo zaino in spalla: i cartelli diventeranno ruggine, mentre il Cammino, quello vero, rimarrà. Oggi dunque rimane solo il rammarico per ciò che credo sia miopia dei potenti, ma parliamo d'altro, parliamo di Francesco”.

Anima del cammino desiderato, pensato e tracciato da Angela Seracchioli è infatti il santo di Assisi. Nella guida Angela riporta molti brani relativi alla vita del Santo, che lei definisce nella prefazione “estroverso, creativo, poeta, gioioso, viaggiatore, affabulatore, capace di grandi voli solitari e, nel contempo, amante della condivisione”. “Francesco – aggiunge Angela – è un personaggio che va oltre, oltre i secoli e certamente oltre i confini della Chiesa cattolica: ho conosciuto un maestro hindù che riteneva Francesco un suo ispiratore, e ancora un monaco Scintoista che era venuto dal lontano Giappone solo per Francesco. Francesco era cattolico, ma solo perché non vi era alternativa in quel tempo e tanti come lui finirono sul il rogo per non esserlo. In realtà però era un mistico e, come tutti i mistici, era oltre i confini di un credo. Francesco, poi, era un mistico particolare, con i piedi per terra. Era un poverello di Assisi, portatore di un messaggio universale. Francesco era una persona che si sentiva parte di un tutto e nella sua grandezza riusciva a fare sempre ciò a cui noi proviamo ad avvicinarci con il cammino: rallentare, fare attenzione al dettaglio, lasciarsi attraversare dallo stupore per un fiore solitario che nasce in mezzo all'asfalto, gioire, benedire, lodare, essere vivi e fratelli e sorelle di tutto e di tutti”.

Il libro di Angela è già stato ristampato tre volte in italiano e due in tedesco. L'autrice, seguendo le indicazioni dei pellegrini che utilizzavano la sua guida, è ripassata sul terreno a segnalare meglio il percorso. Le imprecisioni sono ora pressoché annullate e le avventure diminuiscono, ma, per chi si mette in strada tra Toscana, Umbria e Lazio, il caso rimane un piacevole compagno di strada. “Alcuni amici – racconta Seracchioli – si sono persi poco dopo Città di Castello. Si sono fermati a una casa per chiedere delucidazioni sul percorso e vi hanno trovato una festa di nozze a cui sono stati invitati. Quelle persone sono ancora amiche, ancora in contatto”.

Il cammino ispirato dalla lettura delle fonti francescane partito a La Verna sotto i preziosi consigli di Padre Fiorenzo sta oggi per proseguire. Al progetto originario, che terminava a Rieti, e per l'esattezza a Poggio Bustone dove, stando a quanto narra San Bonaventura da Bagnoregio, Francesco ebbe la conferma della bontà della strada da lui intrapresa, se ne aggiungerà a breve un secondo. Angela è infatti al lavoro per completare un nuovo cammino sui luoghi di Francesco e del culto micaelico che da Rieti arriverà alla grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo del Gargano dove il santo si recò come molti pellegrini medioevali. “Quando la nuova guida sarà completata (a maggio sarà nelle librerie con il titolo “Con le ali ai piedi”) – conclude l'autrice – i pellegrini avranno a disposizione circa 900 Km da percorrere in 41 tappe, partendo dal luogo cardine della tradizione francescana, La Verna, e arrivando al luogo cardine della tradizione micaelica, Monte Sant’Angelo”.

Sarà una specie di nuovo inizio. Così come per l'ostello di Angela ad Assisi. Chiuso dai frati francescani, senza motivi acclarati, il rifugio dei pellegrini che aveva accompagnato la crescita del Cammino di Francesco, Angela presto riaprirà una nuova struttura che si chiamerà La Ruah. “E' una parola che in italiano traduciamo con “Spirito” – conclude Angela - ma in realtà è un termine femminile che ha molte più sfumature nella lingua originale, come testimoniano le oltre dieci pagine sul lessema del dizionario italiano-ebraico. Come diceva Gioachino da Fiore, dopo l'età del Padre, padrone che punisce, e quella del Figlio, che ama, stiamo per entrare nell'età dello Spirito, con un rapporto più personale con Dio e il tutto, senza più divisioni. Lo Spirito non ha colore, è il Vento Sottile, la Fonte della Vita che tutto e tutti abbraccia ”.

Gli altri articoli dello speciale:

venerdì, giugno 12, 2009

Sacro, disorientante, identificante, rigenerante. Fenomenologia del cammino contemporaneo

Articolo pubblicato su AmbienteInformazione
Rivista dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche

CorchiaCamminare non basta più. L’ultima edizione di “PassoParola”, il festival del cammino ospitato a Berceto, Cassio e Corchia, nell’Appennino parmense dal 30 maggio al 2 giugno 2009, lancia un messaggio chiaro: camminare, oggi, è, o almeno pretende di essere, qualcosa di più di un esercizio fisico in quota. Camminare, “gridano” in coro i camminatori di professione invitati al festival, è un gesto che ha valenze politiche, religiose, filosofiche, ambientaliste, new age e molto altro ancora. Così come i pittori di fine Ottocento, vittime dell’industrialismo, fuggivano verso mete esotiche per trovare ambienti puri e ispiratori, così, oggi, i neo-camminatori, forse stanchi di decenni contraddistinti da tabelle di marcia e dislivelli altimetrici modello Club Alpino Italiano, sembrano fuggire dallo stereotipo della passeggiata in montagna per, in ordine sparso, sporcarsi le pedule lungo fiumi e pianure, puntare a mete dalla valenza simbolica come chiese e città sacre, seguire rotte anonime a ritmo lento, andare a caccia di echi e suggestioni letterarie o entrare nel paesaggio lungo le vie della geografia, della botanica o della geologia. “Camminare – ha detto in apertura di Festival Italo Testa, docente dell’Università di Parma e coordinatore del seminario Pensieri Viandanti – è una pratica espressiva. Camminare non è solo un modo per leggere il paesaggio, ma anche un modo di scriverlo”.

Se camminare, da solo, non basta più, si può farlo assieme a un asino. E’ il suggerimento lanciato da Massimo Montanari, amante-allevatore di asini che da tempo impiega i suoi quadrupedi per itinerari a piedi, format educativi o sessioni terapeutiche. Il vantaggio? Si va più piano e si osserva meglio ciò che ci circonda. “Quando l’asino si ferma c’è sempre un motivo – spiega Montanari -. E’ un esploratore nato e, con le sue soste, trasforma anche chi è con lui in un esploratore. Chi viaggia con un asino ha sempre qualcosa da raccontare. Anche perché l’asino ti dà un grosso vantaggio emozionale: quando entri con lui in un paese è come arrivare con la carovana del giro d’Italia… tutto il paese ti aspetta!”.

Asino a parte, camminare con mappe e gps non piace neppure all’alpinista Franco Michieli. Al festival presenta il documentario relativo alla sua ultima avventura: una lunga marcia nella costa norvegese, tra guadi, fiordi e ghiacciai, condotta senza alcun strumento di orientamento. Nessuna mappa, nessuna bussola, né, ancor meno, gps o altri orpelli digito-satellitari. “Sono sempre più convinto – racconta Michieli – che i media ci sottraggano spazi e tempi per una libera interpretazione del mondo. Anche il gps è un media, uno strumento che ci anticipa il mondo allontanandoci dai segnali che la natura ci manda. Per questo sono partito senza nulla: per vedere davvero cosa accade nel mondo e provare a interpretare solo con i miei sensi un percorso, un percorso di cui, dopo il mio passaggio, non è rimasta alcuna traccia. Io stesso non saprei ripercorrere i miei passi: probabilmente nuovi indizi mi guiderebbero lungo altre vie”.

Per uno, come Michieli, che cammina per allontanarsi dalle identità dei media, c’è un altro, il sociologo francese Mikail Jakob, che cammina per difendere la sua identità sociale. “Camminare – spiega infatti Jakob – è un fatto culturale che non è comune a tutti. Quando ero in America, per esempio, mi sono reso conto di quanto il cammino fosse estraneo alla cultura locale. Lungo i viali alberati della California la polizia si fermava e mi chiedeva perché stessi camminando con mio figlio. Non capivano il piacere che provavo a farlo. La loro era la cultura dell’auto: tutto è così a misura di auto che una volta ho scovato anche una drive-in church, una chiesa attrezzata per confessarsi senza scendere dalla propria vettura”.

Camminare può poi diventare anche un gesto politico. Lo è per il fotografo camminatore Riccardo Carnovalini. “Ho fatto lunghi viaggi all’estero – spiega Carnovalini che nel 1985 percorse da Trieste a Ventimiglia tutte le coste italiane per animare le sue battaglie ambientaliste – ma per lo più ho camminato in Italia, per mettere sotto le pedule un terreno che sentissi veramente mio. Non è un caso. In una congiuntura storica in cui ogni giorno qualcuno sfascia un altro lembo del nostro paese, credo che camminare, riappropriarsi del territorio, viverlo appieno, sia l’unico vero gesto rivoluzionario. Potremo parlare davvero di turismo sostenibile quando i turisti saranno i residenti, quando gli abitanti di un luogo torneranno a conoscerlo, scoprirlo, capirlo e dunque difenderlo”.

La lentezza degli asini di Montanari, il disorientamento di Michieli, l’orizzonte sociale di Jakob e quello politico di Carnovalini sono però modi di camminare di nicchia rispetto al vero cammino celebrato a Berceto nel 2009: il pellegrinaggio. Berceto è uno dei posti tappa più importanti della via Francigena, la rotta tra Canterbury e Roma, che aspira a diventare una nuova Santiago. Nello spazio fiera si accavallano le guide dedicate agli itinerari religiosi e sul palco si incrociano le ipotesi sul ritorno al cammino sacro. “E’ la voglia di mettersi in comunione con la storia”, spiega Miriam Giovanzana, curatrice per l’editore “Terre di Mezzo” di molte guide dedicate alle rotte di pellegrinaggio. “C’è chi cammina per tracciare nuove vie – spiega Giovanzana – ma altri, come me, che amano percorrere le orme di chi ci ha preceduto. Lungo i pellegrinaggi è più facile sentirsi parte di un unico flusso. Lo vedo su di me anche nei piccoli gesti: ho incontrato un albero di mandorle, ma non ho raccolto tutti i frutti che desideravo, perché ho sentito il bisogno di lasciarne in dote a chi sarebbe passato lì dopo di me”.

A parlare di pellegrinaggi a Berceto c’era anche Enrico Brizzi, lo scrittore bolognese che recentemente ha dedicato al suo cammino lungo la via Francigena il testo di narrativa Il pellegrino dalle braccia di inchiostro. “Se uno è sicuro di sé – ha detto Brizzi – fa il politico. Se uno cammina, invece, è probabile che si stia facendo delle domande. E’ una costante di ogni pellegrinaggio, ma in genere direi di ogni camminatore, dal trekker con scarponi modello replica K2 anni cinquanta a chi naviga a vista con le scarpe da ginnastica acquistate il giorno prima. Penso per esempio al broker fallito che ho incontrato nel nord della Francia. Io all’epoca andavo molto lontano, a Roma, ma lui addirittura non sapeva dove andava. Aveva perso tutto, compreso la moglie che evidentemente non era troppo sportiva in fatto di economia. Se fosse rimasto fermo, avrebbe abusato di psicofarmaci. Camminando invece evitava di pensare. Aveva scelto il nord della Francia perché vi aveva visto dei canali, aveva dedotto quindi che doveva essere una zona di pianura più adatta alle sue gambe poco allenate. Più avanti forse avrebbe fatto rotta verso le Alpi”.

Troppe scelte per capire qual è il vostro camminare? Nel dubbio, potete seguire il consiglio di Brian Eno, citato da Giulio Mozzi nel corso della sua escursione-laboratorio di scrittura: “Di fronte a una doppia opportunità, coglile entrambe!”.

giovedì, aprile 02, 2009

Linee secondarie

Tratto da:
"Sulle linee secondarie del treno della nostalgia"
Rubrica "Colonne d'Ercole" di Qui Touring - aprile 2009
(Toni Capuozzo)

"Avrei potuto scrivere un libro e non lo feci. Così, molti dei luoghi attraversati mi lasciarono il ricordo di una cosa incompiuta, tanto che, come per una coazione a ripetere, tentai di fare la stessa cosa ma in auto. E forse, l'aver giocoforza trattenuto per me il racconto pieno di quel viaggio contribuisce ad alimentare una nostalgia che, quando si affaccia, è resa più forte dal fatto che quell'Italia non c'è più. Non ci sono più neppure molte di quelle linee e di quei treni, e nemmeno giornali disponibili a curiosità insensate".

venerdì, luglio 11, 2008

Riccardo Carnovalini, un ritratto

E' uscito oggi, su Liberazione, il primo dei miei pezzi dedicati a Riccardo Carnovalini, il "camminatore di professione" con cui ho condiviso a inizio settimana due tappe del CamminaMare2008. Dal sito del giornale potete scaricare il pdf della pagina con l'articolo: «Camminare è anche un atto poetico
che può guarire il mondo dai suoi mali».
Vai alla pagina >>


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Alcuni momenti del cammino:

Madonna sul porto di Marina di Carrara
Madonna sul porto di Marina di Carrara
Il pittore Claudio Iacarino
Claudio Iacarino
Tellaro e sullo sfondo Portovenere
Tellaro

Conclusione dell'intervista a Lerici
(foto di Elisa Nicoli)


lunedì, ottobre 01, 2007

Loop informativo: dal blog a Radio2 e ritorno

La ragazza ha parlato al ragazzo del blog dell’amico. La ragazza ha poi parlato all’amico del programma del ragazzo. La sua idea era di far parlare nel programma del ragazzo del blog dell’amico. Ciò è avvenuto: il ragazzo ha intervistato nel suo programma l’amico della ragazza facendogli domande sul blog che scriveva. Ora completo il ciclo, collegando da qui il file audio del programma dell’amico dove abbiamo parlato di questo blog. Insomma, per usare frasi tecniche, un ottimo esempio di loop informativo tra personal media e broadcaster.

Buon ascolto di Versione Beta andato in onda su Radio 2 sabato 29 settembre a partire dalle 10.30
(l'intervista è pochi istanti dopo la sigla iniziale):

giovedì, novembre 16, 2006

Khalida Toumi: “Ecco l’Algeria che non volete vedere”

Apre ad Algeri il primo museo d’arte moderna e contemporanea. La città sarà capitale della cultura araba per il prossimo anno. A colloquio con la ministra della cultura che spiega il valore dell’iniziativa per il suo paese.
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Sono questi il titolo e l’occhiello dell’articolo pubblicato nella pagina cultura di Liberazione venerdì 10 novembre 2006.

--> Pagina 3 di Liberazione del 10/11/06 (pdf)
--> Aricolo sulla versione web di Liberazione

--> Khalida Toumi su Wikipedia (fr)
--> Khalida Toumi su Wikipedia (en)

martedì, settembre 19, 2006

Dall’ossessione per i massmedia del cavalier Berlusconi all’ossessione per i micromedia del senatore Guzzanti

Tra i ricordi che il mio relatore, Fabrizio Tonello, conserva della sua esperienza giornalistica c’è un’esperienza personale dell’ossessione massmediatica di Silvio Berlusconi. L’episodio, raccontatomi circa un anno fa – se ben ricordo -, risale al periodo della scalata alle frequenze televisive. L’allora imprenditore si getta alla conquista di un network francese e l’allora cronista, corrispondente da Parigi per Il Secolo XIX, scrive un editoriale critico sulla strategia della società appena acquisita dal magnate italiano. Berlusconi è già un grande industriale e il Secolo solo un quotidiano locale, ma l’attacco da quelle pagine è sufficiente per indurre il futuro presidente del Consiglio a sollevare personalmente la cornetta e redarguire l’arrogante giornalista.

Tonello confessa tuttora il suo stupore per quella telefonata. Oggi però bastano sassolini ancora più piccoli per risvegliare la reazione del mondo politico e industriale. Oggi un senatore della repubblica, come Paolo Guzzanti, si siede alla tastiera per prendersi gioco di un piccolo blogger e, una volta persa qualche battaglia, esce dal mondo della rete e dei nickname per entrare in quello dei titoli onorifici e dei tribunali. Smette di firmarsi informalmente “Guzz” e minaccia un procedimento giuridico condotto da Paolo Guzzanti, Senatore della Repubblica Italiana.

Guzzanti, ora agli onori della cronaca per le sue altalene politiche e per aver dato i natali a due celebri comici televisivi, fu a lungo inviato del quotidiano La Repubblica in Salvador. Con la sua penna, oltre alla stima del Direttore, Eugenio Scalfari, conquistò addirittura un premio giornalistico. L’articolo che debellò la concorrenza degli altri reporter descriveva decapitazioni sommarie eseguite negli alberghi della capitale: il tono del racconto era duro, epico, denso di dettagli che rimandavano alla presa diretta degli eventi narrati.

Non tutti, però, applaudirono quel reportage. Tra i colleghi, anzi, serpeggiò il dubbio che quelle pagine andassero ascritte al genere della narrativa: belle al loro interno, ma frutto di un falso storico. Frutto cioè di decapitazioni mai capitate o, al massimo, occorse lontano, molto lontano, dai luoghi dove Guzzanti le aveva ambientate.

Le voci contro di allora sono finite recentemente nel retino di Gabriele Paradisi, industriale bolognese di origine romagnola, che, con pazienza e dedizione estranee al mondo redazionale, ha seguito per passione gli echi del passato, scovando vecchi articoli e telefonando ai protagonisti dell’epoca. La sua ricerca ha richiesto settimane, ma alla fine ha prodotto una storia alternativa a quella descritta da Guzzanti e premiata con il Premiolino.

Lo scoop e le indiscrezioni dell’imprenditore col vizio del blogging non sono finite né su Il Corriere della Sera, né sul New York Times. Solo nel suo blog, ma per il senatore della Repubblica che nella rete si firmava Guzz la pubblicazione su un micromedia è stato più che sufficiente a minacciare il ricorso alle vie legali. Il procedimento, tra ritrattazioni e avvicinamenti, è attualmente fermo, ma, nei post e nei commenti restano tutte le feroci parole che la vicenda ha prodotto. E, soprattutto, resta aperta la caccia alle nuove tracce, quelle che potrebbero dire davvero se era vera la storia scritta su Repubblica da Paolo Guzzanti o se invece è vera quella ricostruita da Gabriele Paradisi sul suo blog circa venti anni dopo.

Per chi vuole saperne di più, Paradisi ha riassunto tutta la vicenda in un post del suo blog “Cieli limpidi”. Il post si intitola Senador, periodista, di la verdad! Il giallo storico è servito: buona lettura...

martedì, settembre 12, 2006

La strana convivenza di parole solide e spazi virtuali

Le vecchi civiltà andine hanno scritto su ogni cosa. L’ho scoperto pochi minuti fa, presentando Appunti di campo, un volume dedicato agli studi di antropologia culturale sulle antiche popolazioni americane. Il testo racconta di linguaggi impressi su tessuti e bicchieri. Gli Inca, per esempio, raccontavano la loro storia scegliendo il tipo di tessuto, mentre i peruviani rendevano più chiari i loro messaggi scolpendo in un diverso tipo di legno. Nei loro codici, insomma, la materia non era un supporto, ma un segno. Un disegno da solo significava poco: significava diversamente se cucito nel cotone o se intessuto nella canapa.

Mi è sembrato curioso parlarne: citare quelle parole solide in un blog che a cui non serve nemmeno più la carta. Parole solide in spazi virtuali.

mercoledì, luglio 12, 2006

Zambarducolaggini

Vittorio Zambardino, giornalista di Repubblica, non ha potuto fare a meno di collezionare i soliti luoghi comuni su università e scienze della comunicazione in particolare. Le tesi espresse nel post Ragazzi mie, scienziati della comunicazione immaginari" cominciano a gridare vendetta. Non è possibile che artisti del luogo comune continuino ad avocarsi il diritto di accusare gli altri di pressapochismo.

Sono state molte le reazioni e questa mi è parso doveroso aggiungerne una mia. Riporto anche di seguito il testo depositato tra i commenti del blog di Zambardino:

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Caro Vittorio,

hai ragione da vendere quando dici che un’università non può essere una palestra utile per il giornalismo. Credo infatti che neppure il più scapestrato studente del più scapestrato ateneo nostrano entri nel mondo del lavoro con la capacità di scrivere con leggerezza luoghi comuni paragonabile alla tua.

Mi domando, per esempio, se, quando parli di scienze della comunicazione, sai quante realtà si nascondono sotto questa etichetta? Faresti bene a fare una piccola indagine: scopriresti allora che, prima della riforma del 3+2, scienze della comunicazione era un corso di laurea quinquennale, dove, oltre alle materie umanistiche, si studiava economia, marketing, informatica e inglese. Per arrivare alla laurea occorreva superare 27 esami – più o meno come a ingegneria – e tra i docenti a Bologna c’erano Umberto Eco, Romano Prodi, oltre a figure di primo piano nell’ambito cittadino. Per ritrovare questo glorioso passato, ti basterebbe leggere quello che i tuoi colleghi di Repubblica scrivevano, a metà anni ’90, sui mitici 140 cervelli che ogni anno avevano l’onore di accedere al corso di laurea, superando la concorrenza di altri 2000 candidati. Dubito che tu sappia tutto questo. O forse l’hai rimosso perché uno dei tuoi figliocci ha miseramente fallito l’ingresso, cedendo di fronte alle domande di cultura generale, di inglese, di logica e di comprensione del testo.

Caro Zambardino, è poi il tempo di smettere con questa falsa mitologia dello scienziato che ha in mano le chiavi nel mondo lavorativo. Ho 27 anni e con la mia laurea in comunicazione mi guadagno onorevolmente da vivere lavorando spesso con coetanei provenienti da iter scientifici: matematici, fisici, informatici, economisti. Tributo loro la massima stima dal punto di vista culturale e molti di loro avranno un’utilità sociale indiscutibilmente più alta della mia, ma non mi venire a dire che questo li mette al riparo dalle turbolenze dell’economia attuale. Le difficoltà ci sono: sono probabilmente meno drammatiche di quanto le descriviate voi penne da luogo comune, ma ci sono e sono trasversali ai profili professionali. Se tu non ti accontentassi delle dichiarazioni di un preside blasonato, desideroso di avere più studentelli e quindi più finanziamenti per la sua facoltà scientifica, potresti capire al volo questa situazione. Ma mi rendo conto che anni di copia e incolla dalle agenzie, rendano difficile scrivere una riga al di là del luogo comune.

Ciò che appesta la comunicazione e in generale la vivacità lavorativa, dunque, non è la qualità del percorso formativo seguito, ma l’attaccamento al privilegio di tecnodinosauri come te. Gente cresciuta nel privilegio, ancora attaccata alla mentalità corporativa dell’ordine professionale e ormai appesantita da troppe canizie per progettare un futuro caratterizzato dalla flessibilità. Scusa per lo sgarbo generazionale che colpisce ingiustamente anche molti tuoi coetanei meritevoli, ma, dalle esperienze di cronista avute finora, ti posso dire che il colore dei capelli è uno dei fattori che mi colpisce di più e negativamente a tutte le riunioni programmatiche. C’è gente con troppo passato a bofonchiare sul futuro: gente che si è fatta rimborsare troppe volte l’aperitivo di lusso come spesa lavorativa per arrivare in cattedra e predicare spirito di abnegazione...

venerdì, maggio 12, 2006

Il colonnello Garofano e la pipì in mezzo alla genetica

Un momento della mia intervista al Tenente Colonnello Luciano GarofanoPer la prima volta ho sperimentato anch'io il video-giornalismo: sono entrato insomma nella dimensione che privilegia il rigore formale alla sperimentazione del contenuto.

Mi sono imposto come regola la minimizzazione dell'errore, cercando di fare domande brevi e relativamente semplici per la persona chiamata a rispondere. Ovviamente, però, l'imprevisto è capitato comunque. Di fronte al microfono c'era Luciano Garofano, il tenente colonnello dei carabinieri che dirige i Ris di Parma. In altre parole è colui che supervisiona l'equiovalente italiano di Csi, la polizia scientifica che indaga sulle tracce invisibili a occhio nudo: capelli, frammenti di pelle o altre minime tracce biologiche. Oggetto della discussione erano i massimi sistemi filosofici: tutela della privacy, banche dati biologiche, lotta al crimine. Nulla però è servito a intimidire il custode del Baraccano di Bologna, che, in completa tranquillità, ha strattonato il colonnello dicendogli che, se aveva bisogno del bagno, lui poteva accompagnarlo lungo gli intricati corridoi del vecchio chiostro.

L'imprevisto occorso chiacchierando con il colonnello garofano è stato tagliato, ma la sua intervista e le altre realizzate all'interno della Festa della Musica e della genetica sono online nel sito della manifestazione. Basta cliccare sulla voce Webmagazine.

Buon ascolto e buona visione (solo per chi ha disponibilità di banda...):
Sito della Festa della Musica e della Genetica

giovedì, aprile 27, 2006

In arrivo la prima video intervista

La primavera del 2006 continua a riservarmi novità a ogni angolo. Dopo i primi passi nel mondo della botanica. E dopo la prima trasferta con intenti “documentaristici” in Africa. Ora sembra giunto il tempo anche della prima intervista video. Anzi di più di una. L’occasione sarà la Festa della Musica e della Genetica che si svolgerà a Bologna dal 10 al 22 maggio prossimi. Nel mirino ci sono già diversi personaggi, da Libero Mancuso a Stefano Rodotà. Il più rilevante tra loro è però uno straniero, l’americano Spencer Wells. E’ un genetista, allievo di Luca Cavalli Sforza a Stanford, famoso per aver descritto attraverso libri e film “The greatest ever told”, ovvero la storia delle migrazioni umane dall’Africa. E’ un cacciatore di mutazioni genetiche, che lui ha ricercato nei cromosomi Y e nel Dna mitocondriale, gli unici due segmenti che non si rimescolano nel rimescolamento tra i gameti.

Io vedrò di superare decorosamente questa ennesima prova arrivata un po’ all’improvviso. Chi di vuoi può passi a fare un giro alle varie manifestazioni della festa, così aumentate le presenze e pensano che il mio lavoro sia stato efficace ;-)

Tornando al qui e ora è tempo di rinnovare il rito dell’aperitivo con i colleghi. E’ da qualche tempo che non si consuma e sento che la truppa presto si sparguglierà in altri lidi più o meno lontani da via Acri.

giovedì, aprile 06, 2006

...soprattutto niente giornalisti!

Copertina del libro Soprattutto niente giornalistiSto odiando l’ordine dei giornalisti. Ogni volta che ci passo per perfezionare l’iscrizione ignorano gli articoli e mi commissionano altre 150 pratiche per l’accertamento dei pagamenti. Più che un giornalista mi sembra di dover diventare un fiscalista...

Questa è una delle cause per cui comincio a odiare la professione. E quest’odio forse è la ragione per cui ieri, dopo aver perso il treno, sono stato da Feltrinelli ad acquistare un piccolo pamphlet di Jacques Derrida intitolato “...soprattutto niente giornalisti!”.

E’ una simpatica riflessione su mass media e religione e sul rilancio che la Tv ha dato al religioso. Quest’ultimo sentimento, scrive il filosofo francese, è un atto di fede: la religione dice “credimi!”. Esattamente come fa la Tv, un mezzo che cerca di annientare la propria tecnicità per invitare l’ascoltatore a credere che lo schermo sia uno specchio della realtà. La Tv dice “credimi! Ciò che vedi è ciò che è”.

La simbiosi tra senso religioso e mass media è valida per tutte le religioni, ma per il Cristianesimo lo è di più. I Cristiani sono gli unici ad avere un Dio che si è fatto uomo, quindi un Dio che si vede. Il Papa alza l’osta e dice: “Credimi”. Quando è arrivata non ha fatto altro che dirlo guardando la telecamera.

Interessante giochino, insomma. Due atti di fede consecutivi: dalla Chiesa alla telecamera e dalla telecamera al pubblico. E il gioco funziona così bene che la gente “crede” anche quando il Papa parla di cose che con Dio non c’entrano molto. Ma si sa: se si gioca sulla fede, la ragione ha pochi margini. Credetemi! :-)

martedì, aprile 04, 2006

Cronache alternative e cronache comuniste

Un insegnante ha sottolineato che nel mio articoletto sulla presentazione del libro di Fabio Volo ho sorvolato sulla riflessione che la Iena ha riservato alla scuola. E’ vero. Scrivendo sul sito dell’Università di Bologna ho considerato giusto tralasciare l’invettiva contro il nostro sistema educativo, accusato di essere un esamificio finalizzato alla disoccupazione intellettuale.

Ci sono almeno due cose da notare a proposito dell'intervento dell'insegnante.

La prima è che la riflessione sulla scuola non è stata l’unica a essere dimenticata. Volo ha parlato per più di due ore: se avessi registrato tutto il suo discorso e l’avessi trascritto come un pappagallo, avrei partorito più o meno dieci pagine di robaccia, equivalenti a una ventina di videate sul web... Nessuna cronaca è integrale. Cronaca è sinonimo di sottrazione: si racconta ciò che può essere inserito in una storia con un inizio e una fine e la storia si sceglie in base al proprio punto di vista. Il mio punto di vista, nel caso in questione, era quello dell’Università di Bologna e non prevedeva quindi critiche al sistema scolastico. Ovviamente c’erano altre storie da raccontare e giustamente qualcuno me ne ha fatta notare una. Il caro professore si è limitato ad adottare un punto di vista alternativo. Operazione legittima, almeno fino a che qualcuno non inizia a chiamare le alternative altrui “congiura comunista”.

E veniamo alla seconda considerazione. In realtà, pur adottando il punto di vista dell’Università di Bologna, avrei potuto parlare delle accuse al sistema scolastico italiano. L’avrei fatto se avessi avuto dati alla mano per delegittimarle. Però non mi sono sentito così sicuro di poterlo fare. Ma forse il mio critico avrebbe avuto utili suggerimenti.