lunedì, maggio 10, 2010

Di fronte al rudere (il pensiero) come un lupo

"Nella maggior parte dei casi, il motivo della nostra felicità e infelicità è il significato che diamo alla vita piuttosto che la vita stessa"
(Orhan Pamuk - La valigia di mio padre)


E’ sicuramente un bel momento. Me lo dicono due piccoli, non futili, particolari: quando esprimo il meglio di me – ho molte occasioni per farlo, non ricevo invidia, ma desiderio di partecipazione ed emulazione; e quando esprimo le mie debolezze – già è un fatto che me lo conceda – non ricevo sarcasmo ma sostegno. E’ come un circolo virtuoso: la libertà di esprimere le mie ombre rende più vivide le luci del mio essere, che naviga libero, diventa carisma quando arriva agli altri e coraggio quando ritorna a me, sciogliendo le paure come la rugiada il sole al mattino.

Quando è così mi piace sostare un poco di fronte alla rovina di un casolare ai margini di un campo con l’erba incolta. Nello spazio vuoto che mi circonda sembro fermo ma in realtà apparecchio la tavola come un alacre maggiordomo delle mie idee: metto una frase detta qui, una lettera ricevuta qua, un sms simpatico laggiù. A quel punto il mondo mi sembra infinitamente vicino e malleabile: rimetto tutto in ordine e torno a valle pieno di propositi, pieno di idee che presto diventeranno azioni. Con il ritmo di un grande respiro mi tuffo nel mondo degli altri per trovare stimoli a fare meglio ciò che ho pensato ritirandomi nel mio.

Quando riesco a ridere attorno a un rudere che in sé mette una tristezza unica è davvero un buon segno e allora mi affaccio anche alla finestra che dà sui ricordi dei momenti bui. Li guardo e vedo che lì succede tutto il contrario. I pensieri non ne vogliono sapere più di uscire e lasciarsi mettere in ordine nella mia tavola. Restano dentro, si avvinghiano appiccicosi come la tela di un ragno. Uno dopo l’altro fino a costruire un gomitolo-gabbia attorno alla mente. Dovresti scrivere una lettera, ma non ti sembra di avere le parole giuste. E poi sulla lettera dovrebbe esserci il parere di quello là che ti manca e che dovresti contattare prima. Ma sai che non ti risponderà o che se lo farà tu sarai poco convincente e lui si dimenticherà subito di ciò che gli chiedi. E comunque se anche accettasse, ci vorrebbe tempo e tu di tempo non ne hai. Hai fretta, fretta di conferme che non arrivano. Nessuno te le darà: un po’ tutti ti sono contro e, ne sei certo, ridono anche un po’ di te, felici della tua sventura.

Di fronte al rudere, il pensiero è come un lupo. Se può correre libero, suscita il fascino di un grande predatore. Se resta in trappola, diventa un cane rabbioso che addenta il suo padrone.

lunedì, aprile 19, 2010

“Come eravamo”, ovvero l’insofferenza verso il lato nostalgico della memoria

In un momento qualunque di un pomeriggio qualsiasi, di fronte a un bicchiere di vino senza nome, si può sentire parlare in un bar d’Appennino un signore seduto in maniera abbondante su una sedia di legno. L’uomo, con la schiena curva e la pancia proterva, parla del tempo mitico in cui era giovane, del tempo in cui gli bastava l’ombra di un albero lontano per scatenare il piacere della contadina vicina. Ottavio – potrebbe essere questo il nome del signore che parla – ricorda il tempo in cui con gli amici beveva sino a sentirsi un Dio in grado di gridare nudo contro il cielo per fare tremare le stelle solo con la voce. Ottavio parla a fianco della porta del bar: sul vetro, poco dietro alle sue spalle, una foto in bianco e nero rimanda a una mostra che racconta “come eravamo”.

Ovunque si parla del tempo in cui eravamo. A cento chilometri dalla via Emilia, così come a cento dal Vesuvio. E non si racconta né della via Emilia né del Vesuvio, né quelli di oggi né quelli di ieri, perché tutti gli Ottavio del mondo parlano solo del loro tempo che non c’è più. Si erano sentiti davvero degli dei allora. I loro corpi erano giovani e le loro menti estranee alla responsabilità: conoscevano la legge, ma solo come amplificatore del gusto della violazione. Non avevano bisogno né di libri, né di sapere: la fatica del giorno ancora non rubava loro la notte, il tempo in cui si potevano mostrare sufficienti a loro stessi nella forza del gesto estremo di provocazione e nell’orgasmo goduto con una seduzione che sapeva di conquista.

Ottavio avrà quasi settanta anni, ma non è l’età che conta. Di come eravamo parla con una persona molto più giovane, che si potrebbe chiamare Gianluca, perché quando era nata le famiglie erano già troppo esigue per numerare i figli. Gianluca ha poco più di trent’anni ma preferisce il ricordo al progetto. I suoi ricordi vivono più a valle di quelli di Ottaviano, viaggiano a cavallo di un motore a scoppio anziché di un asino smagrito, ma si ancorano allo stesso sogno di onnipotenza svanito d’improvviso chissà dove, in un pomeriggio dimenticato tra l’adolescenza e la maturità.

Forse c’è un po’ troppa gente che ricorda com’era. Dicono di fare memoria, ma la memoria è una nuova prospettiva per vivere un luogo in cui si è felici di essere o desiderosi di andare, mentre quelle frasi sul “come eravamo” hanno il sapore amaro di un racconto che nasce per riempire con le azioni di allora la noia di oggi. E’ un anno che passa producendo solo il ricordo di un anno passato.

Ottaviano e Gianluca parlano di com’erano, ma ignorano dove sono. Se fosse per loro, i luoghi dove erano stati non sarebbero più, resterebbero muti e abbandonati. Zitti, zitti, però, quei luoghi restano là. Fanno sentire la voce a persone diverse. Persone un po’ problematiche che il delirio di onnipotenza non l’hanno vissuto mai, perché, ancora piccoli piccoli, hanno incontrato saperi artigianali, numeri, parole, equazioni e frasi che avevano un sentore sinistro e un significato irraggiungibile. Anche per quelle persone il corpo era forte e la mente era libera, ma lo stesso certi nodi restavano a dare loro il senso del limite e della difficoltà. Ma anche il desiderio di superarlo. E in quel desiderio, prima inconscio e poi gradatamente più cosciente, il tempo è un alleato: col tempo saperi artigianali, numeri, parole, equazioni e frasi una volta sinistri esplodono il loro significato in un nuovo reticolo di senso. Da un luogo nasce il desiderio di aprire un libro, dal libro una mappa, da una mappa di tornare al luogo, da un luogo a un altro luogo, da un altro a un altro ancora, e poi di nuovo alla mappa e dalla mappa al libro. Niente più rimpianto, ma ricordo di ciò che si era stati per diventare quel che si è, ricordo di un anno passato per vivere più in profondità l’anno presente.

domenica, aprile 11, 2010

Trame in fuga e altre ragioni per una pausa

Qualche giorno di pausa. Nei giorni scorsi questo è stato un diario muto. Senza cercarne altri, questo è già un fatto. Può essere casuale, forse lo è, a molto non c’è spiegazione. Ma io sono un uomo e gli uomini fanno solo una cosa dall’inizio alla fine: scovano le ragioni più nascoste delle cose che a loro succedono e si raccontano storie per spiegarli. Inutile sfuggire a questa tentazione.

Di certo non è successo poco. Anzi direi proprio il contrario. Le ore sembravano abbracciarsi fino a fondersi tanto ciò che sarebbe successo dopo incombeva su quanto era in corso. Ma la mancanza di tempo non è mai una ragione accettabile per una frase non scritta. Il desiderio di raccontare e raccontarsi è un’emergenza e proprio nelle emergenze si scrive di più: le pause servono per studiare, mentre per scrivere va bene anche un blocco note stropicciato appoggiato su un cuscino nei cinque minuti che si rubano al sonno che pesa sulle palpebre. In quella calligrafia incerta finiranno le frasi migliori, quelle che devono uscire dalla mente per poter avere il riposo vero.

Uno dei problemi è un altro. Quando una rete di piaceri ti abbraccia ammiccante sera dopo sera e dopo giorno, la tua distanza critica tende un po’ ad ammollirsi. In gran parte il piacere sta proprio lì: si vive nel momento, ci si lascia assorbire da esso in un unico respiro come un maestro di yoga: il tempo della riflessione produce memoria che si sente il dovere di raccontare, mentre il tempo del piacere produce un presente che si può solo vivere.

Poi c’è una forma di rispetto e di pudore. Un gruppo che si diverte è come se avesse firmato un segreto accordo, una fratellanza del silenzio. Il calice che si alza per brindare all’abbattimento delle barriere interne è al contempo un vessillo che tiene lontani coloro che non sono lì in quell’attimo. Chi ti è attorno si rivela a te, ti sceglie come un privilegiato, ti regala un dono e ti investe della responsabilità di renderlo esclusivo. Lo puoi schiudere, se vuoi, ma solo di fronte a un rito simile a quello che l’ha generato. Nell’eternità della parole scritta, invece, il dono rivelato assume le forme di un tradimento inaspettato: chi del gruppo legge le tue parole sente forte il desiderio di misconoscerle, non per la loro distanza dal vero ma per la loro inaspettata esistenza.

E infine c’è un altro ostacolo, forse più alto di quelli precedenti. Nel mercato degli incontri come voci da una bancarella decine di trame si dipanano. Ti sembra di seguirle con la consistenza e la nitidezza di una strada di asfalto in mezzo alla sabbia del deserto. E in effetti sono dirompenti e, quando qualcosa di nuovo ti accade, esse ritornano, abbracciano il nuovo fatto, rendono il senso del racconto più ricco e sfaccettato. Ma non puoi trattare quel senso con troppa fermezza: se di imperio ti fermi e decidi di metterlo su carta, il senso scompare. Ti sfugge l’inizio della frase a cui sorridente avevi ammiccato. Ogni trama vola via come un aquilone reciso.

E allora resti inerte. Osservi le creature fragili che la tua fantasia costruisce attorno alla tua vita e aspetti da esse un segnale per capire quando saranno sufficientemente mature per incontrare la tua coscienza senza fuggire pudiche e timorose.

giovedì, aprile 01, 2010

Ammirati, nei luoghi sacri di poteri estinti

Sfogliando il giornale mi fermai in una delle pagine centrali. Una grande foto, a doppia facciata, ritraeva un piccolo fiore sullo sfondo delle fondamenta di un grande palazzo alla periferia di Shangai. Guardando quell'immagine era così facile stare dalla parte del fiore, immaginare la povera famiglia di contadini che una volta lavorava il campo dove ora sorgevano le fondamenta.

Mi misi alla ricerca dei segnali che ci rendevano diversi da quella foto, rispettosi del fiore solitario. Camminai per le vie di Bologna: quei portici erano così autenticamente medioevali Noi non avevamo dimenticato il passato: ci prendevamo ancora dell'architettura vera, quella che creava spazi per le persone e non posti letto per le industrie.

Ci appoggiai la mano su una di quelle colonne alla base del portico. Volevo scavare nella memoria di una società che non aveva ancora dimenticato. Ma ne rimasi deluso. Lungo il braccio corse solo un dubbio. Quei mattoni mi sembrarono improvvisamente come persone: da lodare perché morte, come in un necrologio di circostanza alla scomparsa di un grande attore. Anche quei portici erano figli di un'economia che forse era cresciuta cancellando un fiore caro a un contadino dimenticato. Ma quel contadino era dimenticato appunto, troppo lontano, lontano come il potere che aveva causato lo scempio. E in quella lontananza l'ostentazione perdeva le colpe dell'ideologia che l'aveva generata e diventava buona architettura, solo buona architettura.

Sorrisi. L'ostentazione di un potere che nasceva generava paura e accusa. L'ostentazione di un potere che era morto tanto tempo fa generava un'estatica contemplazione. Forse il turismo culturale era un po' anche questo o forse solo questo: una sorte di pellegrinaggio, vagamente ipocrita, fatto da persone ostili al potere verso l'innocenza presunta dei luoghi sacri dei poteri estinti.

mercoledì, marzo 24, 2010

Quotidiane vicissitudini di un ego liquido

Supera la periferia e accelera, supera i camion, supera le auto, supera i treni, gli altri quelli normali. Sul binario rettilineo steso in mezzo a una pianura senza punti di riferimento, la velocità si perde in un sibilo che ti lascia immaginare senza prove relative. Avevi camminato mezz'ora per raggiungere la vicina stazione, attraversando i corsi ortogonali di Torino, fai appena in tempo a sistemarti prima di scendere tra gli angoli acuti e ottusi dei portici di Bologna. Finalmente a bordo della Freccia ti apri al tempo che corre e ti godi il tuo personalissimo delirio neofuturista. Attorno, utenti del mondo primario della rete rimangono impassibili, mentre i loro corpi si spostano da un punto all'altro del loro secondario contesto fisico: postano e dunque sono, dove e quando importa solo fin quando offre loro uno spunto alle rispettive narrazioni digitali.

Tutto elettrizzato dai virtuosismi del perenne contatto con la rete Internet, con la massa alleggerita dalla velocità che cresce ancora sui binari della rete fisica, mi sorprende quasi l'eco di un bisogno antico. Spingo il bottone per ritirarmi il minimo necessario a ciò che rimane del mio vetero ego biologico, ma non succede nulla. Cazzo, cazzo, la porta del bagno è rotta e il mio essere liquido in una società fluida diventa d'un tratto difficile da gestire senza un tubo fisico in cui farlo scorrere.

martedì, marzo 09, 2010

La piccola percentuale di penna adulta e mente bambina

Ricordo la mattina nell’aula di via Centotrecento a Bologna in cui lo studente più artista di noi professò la sua fede per la narrativa libera e il suo scarso interesse per le gabbie argomentative del saggio. La docente lo guardò senza stupore, probabilmente già abituata dall’esperienza a maneggiare quel cocktail di alcol e ormoni in sovrappiù nascosto in abiti dalla simbologia pop: “Il rapporto tra narrativa e saggistica può essere più articolato di quanto tu credi – gli disse – Eco per esempio spiega di scrivere romanzi ogni qualvolta ha un’idea troppo imprecisa per dare forma a un saggio. Racconta quell’idea nel tentativo di chiarirla strada facendo, dando vita a una trama di cui lui stesso, all’inizio, non conosce l’epilogo”.

Non è forse così per tutti, per tutti coloro, anche i molti che non lo ammettono, che si prendono la briga di raccontare se stessi e il mondo nelle pagine di un diario? Lì ci finisce quello che è di troppo attorno a un tavolo, sui seggiolini di un’auto o di fronte a un camino. Lì ci finisce lo spirito letterario – nel senso di analitico, critico e trasparente – che ognuno ha. Ognuna di quelle pagine è il germe di un libro, l’abbozzo di una storia che meriterebbe di essere raccontata. Solo che nella maggior parte dei casi soccombe a se stessa, a un io troppo debole per essere immune al resto del gruppo anche quando fisicamente è ben nascosto e protetto. Provate a raccontare voi stessi e la vostra visione del mondo con assoluta onestà e trasparenza, senza alcuno sconto, senza alcuna concessione all’io o alla visione del mondo più conveniente o a quello che lo sarebbe. Anche in mezzo a parole a cui non vorrete mai dare circolo, vi troverete a combattere con una serie di maglie di cui neanche sospettavate l’esistenza: ciò che vi sembrerebbe così astruso e cerebrale leggendo Durkheim e Goffman d’un tratto vi parrebbe più solido e concreto di un cancello o un muro di cemento.

Siamo allo svincolo chiave tra uno qualunque e uno scrittore, non credete? La maggior parte racconterà qualcosa di ovvio e scontato, qualcosa che chiunque senza fatica potrebbe immaginare. Una piccola percentuale invece butterà qualche parola al di là dei solchi che il mondo prepara per incanalarle. In quella piccola percentuale di persone è come se nella tecnica di una penna adulta di inserissero la voce di una mente libera e bambina. Ed è allora che chi leggerà sentirà l’eco di uno schiaffo o di una carezza e, con la matita, sentirà il desiderio di sottolineare le parole in cui ciò che aveva sempre pensato senza avere mai il modo di ammettere ha infine trovato voce.

domenica, febbraio 21, 2010

In cammino, nudo di eroismo e romanticismo

Quando a buio inoltrato ti avvii su per la montagna più alta di Romagna e ti ritrovi circondato da una tormenta di neve, qualche domanda ti sovviene. Almeno a me, ieri, è sovvenuta e non mi pare onesto liquidarla sotto silenzio, avvolta dalla retorica del ritorno. Già migliaia di persone hanno raccontato qualcosa che potrebbe suonare così: “La nebbia scendeva sempre più fitta e nascondeva anche i rumori: nell’aria solo vento e respiro ed eco di passi, incerti sulla direzione da prendere. Nella testa una lotta silenziosa tra il panico e l’auto-controllo alla ricerca della scelta giusta, dell’indizio che ti tiene sulla via del ritorno. Chiusi gli occhi per proteggermi dalle frecciate di ghiaccio lanciate dalla tempesta e nel buio ripercorsi il sentiero con la memoria fino a trovare la casa sul bivio dei prati della burraia e di lì il cunicolo nella neve che riportava alla Calla”.

Va bene, siccome sono qui che scrivo, la nebbia e la neve sono alle spalle, felicemente domate e io potrei decantare la solidità fisica e morale dei quattro che ieri notte hanno fatto l’impresa. Però non sono dell’idea. Quella critica d’arte molto critica, al secolo Rebecca Solnit (già citata), ha sezionato questa letteratura eroica come il cuore di un topolino in un centro di ricerca. Ma non solo. La perfida si è anche divertita ad andare oltre e a smontare la pretesa naturalezza dell’amore per gli spazi naturali. Tu vai pure su per le salite, pensando di consumare un’originale protesta contro la società di massa, ma sei invece figlio di un chiaro processo storico culturale che infatti il marketing ha studiato e messo a profitto. Tu sali lassù, in quei luoghi orridi che i contadini della zona battezzavano come inutili e inospitali, perché una schiera di aristocratici e poeti, passando attraverso i giardini francesi e quelli inglesi, si è alla fine convinta che la natura selvaggia fosse un oggetto d’arte e che saperla contemplare e apprezzare fosse oggetto di vanto, insomma che “facesse abbastanza fico”. E così schiere di emuli lettori hanno iniziato a calcare le medesime vie fino a diventare un gruppo che il mercato ha preso a blandire con foto di ragazzetti vesti alla Rambo issati su cime che farebbero rabbrividire qualsiasi mamma dai sani principi.

Coi resti dell’analisi anatomica fatta alla mia fase “naturale crepuscolare” del cammino, non posso certo lasciarmi andare a frasi del genere
: “Mentre il bianco della neve e il grigio della nebbia isolava il ritmo del respiro, ritrovai la congiunzione dell’io con il tutto, l’estasi di vivere le braccia come rami e i piedi come radici”. Bah, pensate a cosa direbbe un faggio secolare, piantato su radici rugose e imponenti, se scoprisse di dover ergersi per altri cento anni sulle vostre radici-piede? Capite che il discorso non tiene: lasciamo dunque perdere la storia dei piedi radice e le altre consimili naturalizzazioni forzate di arti e istinti umani...

E allora. Qualcuno, suppongo con una certa soddisfazione, potrebbe dire: “Vedi, pirla, che alla fine avevo ragione io: tanto andare non serve a nulla, specie quando una nutrita serie di ritrovi cittadini offre alternative baccanali di ben altra portata, da espletare senza appendici ai piedi per non scivolare sui ghiacci”. A parte che, con la giusta compagnia, so già apprezzare anche i luoghi suddetti, dove - vi assicuro, con assoluto stupore - ho capito addirittura di aver un palato sufficientemente sensibile per poter bagnarsi di gioia in un pregiato whisky scozzese.

Ma non è questo il punto. Perdere l’animosità dello spirito eroico delle riviste patinate o la verve crepuscolare della letteratura romantica non significa perdere tutto, svuotare un gesto di ogni significato. E’ tutto l’opposto. Significa che tutta quella strada percorsa non è passata inutilmente ma lasciando un’eredità: luoghi, persone, immagini, cartine, libri che, come tanti scalpellini, hanno rimodellato la geografia dei tuoi dubbi, delle tue certezze della tua capacità di dialogo. E non solo in quelle poche ore in cui cammini, ma anche in tutto il resto: quando viaggi, baci, scrivi, leggi, brindi, condividi una foto online o rispondi all’email di un amico. In tutto insomma. E se è vero che questo dialogo con il passato e con gli altri fa sembrare vagamente stupide e ripetitive tante delle cose che hai fatto è però vero che isola quel poco, spesso un frammentino nascosto, che invece, nonostante tutte le analisi del mondo, resta originale e dunque unico e prezioso, non solo per te, ma soprattutto per gli altri che, impegnati in un percorso affine, sono alla ricerca di punto di incontro e di scambio per viaggiare, baciare, scrivere, leggere, brindare, condividere una foto online o rispondere all’email di un amico.

Nudo di eroismo e romanticismo, nel prossimo cammino, ci penserò ancora.

venerdì, gennaio 29, 2010

Silenzio, fino alla prossima puntata

Tra madre e figlio, seduti ai due lati del salotto, si inseriva il rumore della fiamma scoppiettante della stufa in ghisa. Per il resto, silenzio. Ovvero un accorgimento per lasciare ancora un po' le cose come erano sempre state.

L'una vi leggeva lontananza e un poco di alterigia. L'altro una forma di protezione e un vago senso di colpa. Una differenza di conoscenza li separava e li riuniva solo nel rammarico di quel momento.

Ma non sarebbe durato a lungo. Quel silenzio sentiva già l'affanno dell'emozione che l'avrebbe travolto. Lo sapevano entrambi. In questo erano di nuovi uniti. Ma poi la madre e il figlio si separavano di nuovo. L'una si chiedeva se avrebbe mai riavuto quello che aveva sempre amato. L'altro si chiedeva se avrebbe mai accettato quello che non era ancora mai stato.

Alla prossima puntata per la descrizione dei fatti. Più chiari, come sempre lo sono rispetto ai presentimenti che li circondano.

mercoledì, gennaio 27, 2010

Per scendere infine in mezzo agli altri

Sentiva quella voce forte e chiaro: “Dì, dì tutto: qualunque cosa sia, dilla, sarà meglio, comunque meglio del silenzio”.

Fu allora che la guardò negli occhi, mentre le mani, lievi, scendevano sulle sue braccia. L'accarezzò a lungo, cercando di lasciarle sulla pelle le ultime tracce di un affetto incompleto ma sincero. Lei gli aveva regalato la calma che lo rendeva capace di godere appieno di ogni momento, capace di vedere ogni gesto come la tappa di un percorso, capace di trasformare ogni conquista in un traguardo da condividere, capace di rendere ogni luogo quello perfetto per quel momento. Aveva avuto il privilegio unico di entrare fino a in fondo a lui e lì aveva preso le sue paure più nascoste e, come una madre, più di una madre, le aveva fatte sembrare piccole piccole.

Solo che ora il coraggio di lei era anche il coraggio di lui. E in quel coraggio non trovava più spazio la debolezza del compromesso, neppure di quello che, incantevole fatalità, aveva portato all'incontro di lei.

In cima a quel picco di sincerità aveva già posto il suo vessillo il rimpianto, ma solo affrontandolo e trasformandolo avrebbe trovato lo spazio per riscendere in mezzo agli altri e trovare tra di loro il piacere troppo spesso fuggito.

lunedì, gennaio 25, 2010

A chi mi domanda… (alcune risposte a domande frequenti, loro e mie)

A chi mi domanda perché passo tutto quel tempo in compagnia di pochi e scelti amici a spasso per i luoghi più ameni e inospitali, rispondo citando Storia del Camminare: “Continuavo a ripercorrere questo itinerario per concedere una tregua al lavoro, ma anche per alimentarlo, perché, in una cultura orientata alla produzione, pensare è generalmente come fare niente, e il fare niente è difficile da fare. La via migliore per realizzarlo è di mascherarlo nel “fare qualcosa”, e ciò che più si avvicina al fare niente è il camminare”. Lo scrive, bene, Rebecca Solnit, ma giuro che lo pensavo, forse peggio, già da tempo io stesso. Del resto, come dice Proust, si legge per imparare cose nuove, ma, principalmente, per trovare conferma alle proprie idee. Quindi, se ho letto Solnit è perché pensavo di trovare nelle sue parole conferma alle mie idee. Lapalissiano.

A chi mi domanda perché, con costanza quasi autarchica, mi ostino a camminare nel mio Appennino, rispondo con un poco di buon senso e un tocco d’amor proprio. L’Appennino è lì, così vicino che un’idea è già un cammino, senza progetti a lungo termine che non partono quasi mai. E poi è una ragione di orgoglio. Per una vita la casa in collina è stata quasi una colpa e un oggetto di scherno. Oggi invece è un vanto, forse addirittura una vena di fascino. La conosco così bene, vi calo con così tanta naturalezza alcune delle parti migliori di me, che in colpa si sente, a volte, colui che non c’è mai stato, colui che ignora un luogo geografico e sente la mancanza di un terreno così fertile per, apparentemente, molte cose da cui risulta escluso.

A chi mi domanda se non ci sia un po’ di presunzione in questo, dico che sì, a volte potrebbe esserci, ma ho passato così tanto tempo a nascondere le mie idee perché gli altri già sapevano di latino o teatro mentre io ero più naif da non ritenere opportuno sprecarne oltre. Preferisco confrontarmi talvolta partendo da presupposti sbagliati o incompleti, piuttosto che non farlo per non svelare quell’errore o quell’incompletezza.

E a chi mi domanda quanto siano grandi queste lacune e quando vi porrò rimedio, rispondo che almeno quel complesso ho la presunzione di averlo superato. Sono pronto a divorare tutto, spesso lo faccio, – da Goncarov a Larson, passando da Ammaniti e Severgnini – ma solo quando ha un senso per me. Sono loro – Goncarov, Larson, Ammaniti & co. – a dover essere utili a me, non io a dover, per forza, ricordare tutto quanto hanno scritto. Sensi di colpa sociali, insomma, “meno uno”: leggere serve per emanciparsi, anche dallo stesso rapporto coatto con la lettura.

E presto me ne libererò da altri. Non prima però di aver fatto qualche altra, inutile, passeggiata.