mercoledì, febbraio 23, 2011

La fatica di correggere

Sul tavolo c'erano già alcuni bicchieri vuoti, quando Andrea chiese a Filippo se aveva letto Oceano mare di Baricco. Era la classica domanda che Andrea, fisico col vizio della letteratura contemporanea, amava fare più spesso a Filippo, l'amico storico con gusti letterari più ottocenteschi.
“Ricordi – domandò – il personaggio che rimane tutto il tempo seduto sulla spiaggia per studiare dove finisce il mare? E' uno dei mie personaggi preferiti: è come se lo vedessi di fronte alle onde che vanno e che vengono, a testimoniare quanto c'è di romantico nel misurare”.
“Lo ricordo molto bene” rispose Filippo, rompendo il copione che lo voleva impreparato sulle uscite più recenti del Novecento. “Non è il solo personaggio intrigante: l'intera trama lo è. Mi sono annotato il punto in cui uno dei personaggi osserva che con la razionalità si fanno spesso scelte che poi diventano spine pungenti ai sussulti dell'istinto”.

Andrea e Filippo sedevano a un tavolo lontano da casa. Le voci spagnole attorno al caffè del barrio gotico di Barcellona erano per entrambi piacevolmente estranee. Erano parentesi che sentivano la necessità di ritagliare dai loro mondi imperfetti. Non sbagliati, solo imperfetti. Era una questione di aspetti: un contesto sociale un po' troppo chiuso per l'uno, un'eredità sentimentale ingombrante per l'altro.

“Io credo che tu debba cambiare luogo” diceva Andrea a Filippo.
“E io credo che tu debba aprirti ad altre persone” suggeriva Filippo ad Andrea.
Entrambi potevano tramutare in realtà quei desideri molto sensati. Entrambi però tardavano a farlo. Per natura il loro tempo, già invaso dal senso del dovere, era conteso dal piacere del conversare, del leggere, dello scrivere, del viaggiare, dalla curiosità di conoscere un'altra persona e perdersi nei meandri della sua mente e, a volte, del suo corpo.

“Secondo me – disse Andrea – la nostra vita si esprime in una frase. Non siamo nati artisti, non siamo sufficientemente colti per diventare critici, ma ormai abbiamo fatto troppa strada per poterci accontentare di essere pubblico”.

“Qualcosa di simile deve averlo detto anche un critico - confabulò Filippo – ma non credo che stia qui il punto. Dimenarsi con quanto si ha per non morire da pubblico prima del tempo forse è già molto più di niente, anche se non si è nati artisti, anche non si è diventati critici. Il fatto vero è un altro. E' che gli errori sono romantici. Non sono mai sbagliati del tutto. Le scelte sbagliate, è vero, a volte ti sbalzano lungo percorsi che non senti per niente tuoi. Ma, percorrendoli, alcuni luoghi, alcune persone diventano tuoi. E allora cambiare direzione non è più una decisione che riguarda solo te. Tocca anche loro e la fitta trama di rapporti che ormai ti avvolge”.

martedì, febbraio 22, 2011

Il simbolo della vespa rossa

Aveva solo quindici anni quando, con i risparmi del primo anno di lavoro, si comprò una vespa usata. La volle rossa. Era l'unico colore che poteva immaginare: lui, famiglia operaia, già operaio a sua volta, poteva viaggiare solo su quel colore. Aveva visto suo padre scioperare per un aumento contrattuale e aveva già scioperato anche lui per una pausa più lunga a metà turno. Lo sentiva come un dovere e lo viveva come un piacere: era il modo più bello per stare insieme, un'intera fetta di paese, unita, conscia di se stessa, fronte unico di fronte al padrone. La fabbrica cresceva: produceva sempre più mattonelle, era una potenza economica che in quel paese di quattromila persone aveva il peso di una multinazionale. Generava i suoi ricchi. A loro spettavano le loro battaglie e la lotta per una porzione di privilegio.

La vespa rossa era ancora la stessa, ma oggi, venticinque anni dopo, la fabbrica era solo un guscio vuoto circondato da una vegetazione anonima: erbacce tra le crepe dell'asfalto nel parcheggio, grumi di terra rappresa sulle grondaie, qualche spino e le prime robinie sotto una tettoia di eternit verdognola. Massimo Cairoli era seduto lì di fronte allo scheletro di fabbrica come un vecchio ragazzo del muretto. I capelli, venati di bianco erano ancora lunghi e acconciati come ai tempi della protesta. Il foulard, anche, era lo stesso di anni prima: bianco e nero, i colori della jihad. Lui, in gran parte era lo stesso di allora: sognava di ritrovare i colleghi fuori dell'ingresso, fare una battuta sulla macchina del capo, partire per una protesta.

Solo che ora non sapeva più esattamente per cosa e contro chi protestare. Non era mai successo che la fabbrica chiudesse. Suo nonno, suo babbo, lui avevano imparato a difendere la loro fetta. Poi non si ricordava neppure come, le sue maniere si erano estinte. I compagni lo ascoltavano alla macchinetta, ma poi il giorno dopo non erano con lui sul piazzale: uno aveva un aumento da difendere, un altro un figlio piccolo da crescere, un altro un contratto a breve termine da rinnovare, un altro, semplicemente, non voleva rischiare di suo. Erano ancora in fabbrica, ma non più uniti. E poi, chi parlava con loro, non invitava più a lottare per una fetta della torta, ma suggeriva di rinunciare a una briciola per evitare che un intero fianco si sgretolasse. Le ragioni erano varie, ampie, ramificate. Inutile parlarne.

Massimo Cairoli non voleva smettere di essere di sinistra. Gli era piaciuto esserlo: era stato operaio, con la certezza di essere diverso dal nemico storico, ma in mezzo a una quotidianità semplice, quasi rituale, si era concesso di imparare da un film che la carta bruciava a 451 gradi Fahreneit. E su quelle scene di Truffaut se l'era giocata anche con chi aveva studiato in città. Li aspettava al bar e gli pagava da bere per umiliarli della loro lacuna.

Ora non poteva consumare più nessuna vendetta. La gente non riconosceva la sua citazione, ma non si sentiva neppure in colpa per non conoscerla. Gli rispondevano che il Berlusca non stava a perdere tempo con quelle storie. E lui allora replicava ma senza troppa forza. In fondo, quel presidente che sembrava credere ancora al pericolo comunista era l'unica cosa che, per contrasto, lo faceva sentire ancora di sinistra. Per il resto aveva solo dubbi.

In quell'incertezza si era bevuto molto, compreso la famiglia. E ora era solo, senza più classe. Quella era rimasta solo alla sua vespa rossa. Un pezzo grosso del Rotary Club gliela avrebbe pagata più di seimila euro, anche solo per il telaio. Era ancora un simbolo. Ma per un altro mondo.

giovedì, febbraio 17, 2011

L'imprevedibile danza del desiderio

Cinquant'anni, ricercatore affermato, amministratore desiderato, Giulio portava la sua esperienza con responsabilità e autoironia. Sapeva che la fitta trama di relazioni sociali in cui era inserito aveva una consistenza reale: anzi, esistenzialista nel profondo, sentiva come un dovere la necessità di impegnarsi duramente per modificare quanto più il sistema di forze di cui era parte. Aveva sempre pensato che Sarte avesse ragione: il piacere della vita stava nella fatica di decidere costantemente la propria posizione, senza mai tirarsi indietro, senza mai lasciare scorrere gli eventi. Però, e per questo si sentiva orgoglioso, in qualche modo migliore di altri, guardava alla partita di Risiko della sua vita con distacco autentico. Il gioco poteva fare a meno di lui. Certo, se fosse scomparso, forse si sarebbe saltato un turno nel decidere a chi toccava proseguire dopo, ma poi si sarebbero riscritte le regole e la partita sarebbe continuata rigenerando se stessa eternamente. Già perché chiunque alla fine la vinca, in quei pochi casi che si arriva a un vincitore chiaro, poi si crea un nemico per ingannare la noia e continuare.

Giulio si definiva sotto voce un esistenzialista epicureo. Mica poco, pensava. E proprio per questo si sentiva profondamente irritato quando di fronte alle decisioni da prendere, sentiva l'agitazione salire. “Ancora?” si chiedeva contrariato.

Non doveva essere così. Si ricordava ancora quando ormai trentacinque anni prima si era seduto sui banchi della prima liceo. L'insegnante gli aveva chiesto se aveva paura del percorso di studi che l'attendeva e dell'esame finale che avrebbe dovuto superare per il diploma. Lui rispose che aveva paura dell'inizio, ma non della fine. I ragazzi di quinta erano già grandi e all'epoca per lui essere grandi significava dispensare certezze: i grandi conoscevano le strade, sapevano pagare le bollette, non avevano paura del buio, non avevano problemi a scrivere o a far di conto. Dunque era chiaro: un ragazzo grande sapeva come prepararsi a un esame e, conosciuta la ricetta infallibile, si trattava solo di eseguirla passo a passo per un successo assicurato.

All'esame di maturità, quando impiegò un'ora a impostare l'integrale per il calcolo del volume del prisma oggetto del problema, le sue certezze avevano già subito alcuni colpi. In geometria ogni linea tracciata era una lama nelle sue sicurezze e, a ben vedere, anche di fronte al foglio bianco del tema c'erano varie incognite: chi gli garantiva che le sue idee potessero interessare a qualcuno o che tutti le potessero comprendere agevolmente attraverso la propria esposizione?

Ora, è vero, quei problemi non lo assillavano più. Riempiva pagine, moduli, discorsi con l'agilità di una lunga esperienza. Però bastava essere un po' stanchi per restare sorpresi di fronte a una domanda: ne arrivavano in continuazione e solo la risposta giusta era accettata. Ma quale era a volte la risposta giusta? E, ancora, c'era altro che non aveva compreso: essere esistenzialisti come lui si professava significava vivere il proprio tempo bagnandosi ogni giorno nell'urgenza delle scelte quotidiane o era restare al di fuori dei giochi, guardare il Risiko degli altri e diventare sapienti studiandone le regole?

In vero c'era poi una domanda ancora più basilare che lo tormentava. Se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto vivere in pace. Se lo poteva permettere. E allora perché non accettare la quiete?
“Che domande stupide ti fai ancora?” si schernì. Se c'era una cosa che nel suo essere epicureo esistenzialista aveva imparato era proprio la risposta a questa domanda. Nella quiete può restare solo chi non l'ha mai abbandonata. Chi l'ha lasciata anche solo una volta, poi, la potrà abbracciare intensamente solo per poche ore, prima di abbandonarla e cercarla altrove nell'imprevedibile danza del desiderio.

mercoledì, febbraio 09, 2011

Le pizze al taglio e le altre invasioni

Giovanni e Umberto lavoravano insieme saltuariamente da diverso tempo all'organizzazione di percorsi espositivi nel cuore della Romagna. Giovanni, più giovane, seguiva gli aspetti organizzativi, senza lesinare alzate di voce per il rispetto delle scadenze, mentre Umberto, il decano del settore in quella fetta di territorio, metteva più attenzione ai contenuti, sempre fedele nell'abbigliamento e nelle scelte al metodico e sistematico approccio marxista alla cultura. In un continuo negoziato tra limiti di spesa, estetica e rigorosità, i due lottavano fianco a fianco per non perdere mai la fiducia nelle proprie illusioni e il termine ultimo per dare l'ok si stampi al nuovo catalogo.

Costume caro a entrambi era quello di dirottare in silenziose caffetterie del centro di Cesena gli incontri meno operativi, quelli in cui si scandiva il calendario, si sceglievano gli artisti, si ipotizzavano le collaborazioni istituzionali. Così tra un'incombenza e l'altra capitava anche di fare due passi in compagnia, fino alla fermata dell'autobus dell'uno o fino all'auto dell'altro.

Fu in uno di queste occasioni conviviali, che a tutti e due davano la piacevole sensazione di un incontro redazionale vecchio stile, che il giovane e il decano si incontrarono di fronte alla Barriera di Cesena.
“Qui – esclamò Umberto – aprirono la prima pizzeria al taglio della città. Scoppiò proprio un casino: te l'immagini? La pizza nel tempio della piadina, il commercio che invadeva la tradizione?”
Giovanni sorrise e guardando di sfuggita il cappello di Umberto scommise di conoscere da che parte della barricata l'amico si era schierato.
“Fu – proseguì Umberto – come quando aprirono il primo McDonald's a Bologna, che era ancora rossa, in fondo a via Indipendenza. Sui giornali c'era solo un tema!”.

Il decano parlava dei suoi ricordi con visibile stupore, quasi incredulo di fronte al nulla, all'assoluta normalità che quei dibattiti avevano lasciato. Mentre Giovanni ascoltava e quasi in colpa guardava il compagno come un oggetto di studio: cercava di capire, senza fare male a sogni troppo preziosi per essere sfiorati, quanto Umberto fosse simile oggi al ragazzo che aveva vissuto come protagonista quei fatti. Allora, ne era sicuro, Umberto doveva aver difeso prima i piadinari dall'invasione della pizza e poi i pizzaioli dall'invasione del fast food: la sua doveva essere stata una difesa senza incertezze, rossa nell'ispirazione, ma cattolica per intransigenza e dogmatismo.

“E ora?” si chiedeva Giovanni. Umberto era ancora lì, fermo, o aveva accettato un dialogo più aperto con il mondo? Ora che anche lui mangiava tranquillamente pizzette al taglio restava fedele alla sua battaglia o si sentiva un po' bigotto come quelli che al tempo, da altro fronte, avevano detto no al divorzio o all'aborto?
E ora con che occhi guardava le stranezze del mondo? Il piccolo pizzaiolo, nel frattempo diventato custode della tradizione, deve barcamenarsi nelle incertezze dell'economia con contratti capestro ai dipendenti e ingredienti di seconda fascia. McDonald's, invece, prende quasi in giro le sue origini con ricette leggere, cibi doc, etica della salute.

Giovanni tenne per sé queste domande. Ancora vive nella mente, scelse di portarsele a cercare una risposta a pochi chilometri da lì. Avrebbe sfruttato la quiete del parco fluviale, prima di rientrare in ufficio, per pensarci un po' camminando. Da solo, lungo il fiume, le idee avrebbero sicuramente la linfa necessaria. In pochi minuti fu a fianco del corso d'acqua, ma invece di pensare a Umberto sorrise calciando una pietruzza. Se lui era lì, era principalmente perché i poeti inglesi, i filosofi tedeschi e una vasta schiera di romantici parolieri aveva creato il mito della natura vergine come luogo di raccoglimento e contemplazione. Umberto non era solo. Anche lui aveva già una memoria culturale sufficientemente lunga per usarla come lente di ingrandimento di fronte a ogni granello di presente.

venerdì, gennaio 21, 2011

La lettera e le radici

La sera prima, un venerdì, aveva tirato un po' a tardi, ma non troppo, come d'abitudine. Due chiacchiere, una birra, qualche aneddoto sul passato, qualche idea strampalata di viaggio per il futuro e qualche piano d'azione più concreto per il breve medio periodo. All'una era a letto. Alle due o poco più doveva aver spento la luce, trovando anche il tempo per un po' d'amore e la pagina della staffa. Ora erano le dieci di sabato. Era tempo del suo rituale: due passi fino in centro, un salto all'edicola e poi al bar, in mezzo alla gente ma in un tavolo in disparte e poco rumoroso. Lì avrebbe sfogliato le pagine di Repubblica: uno sguardo veloce ai titoli di politica interna, uno sguardo più attento a costume e cultura e poi la terza dello sport. Era il suo settimanale sorso di epica contemporanea. O almeno così giustificava il tempo che gli dedicava.

Quando arrivò al bar si atteggiò al solito modo. Una vaga aria da telefilm, una certa verve poetica e un fare riflessivo. In realtà però riflessivo lo era solo in parte: molto nel suo fare quotidiano, dal lavoro al tempo libero, poco o nulla nelle sue scelte più profonde scelte che procedevano per lunghe pause e improvvisi slanci. In realtà poi non si sentiva neppure con la vaga aria da telefilm e la verve poetica. Era che lì in un paese dove già Bologna era lontana, bastava poco per avere quell'etichetta. E poi lui si chiamava Maicol, scritto proprio così: pensava che solo chi lo voleva far sembrare lontano da dov'era senza sapere dove mandarlo esattamente poteva dargli un nome di quel genere.

Comunque quel mattino Maicol si sentiva più vicino alle etichette che gli avevano dato di molti altri giorni. Prese il caffè, lo portò al suo tavolo isolato, lo aprì al centro, dove d'abitudine si soffermava di più, e poi, sopra all'esile carta stampata, aggiunse un foglio portato da casa. La ragazza che aveva lasciato ormai un anno prima, di certo più matura ed esperta di lui, gli aveva scritto una lunga riflessione sulla mancanza di poetica nel suo gesto d'addio. A lui così teatrale, retorico ed enfatico veniva rinfacciato un commiato sobrio, sintetico, minimalista. Troppo poco, diceva la lettera. Bisognava ripetere la rappresentazione: non l'intera storia, ma il suo atto conclusivo. Era stata una comunicazione aziendale, mentre dioveva essere una corrida, elegante e drammatica.

Maicol aveva ascoltato storie simili anni prima, ma non era mai stato lui il protagonista. E, come un attore alle prime armi, non riusciva a concentrarsi sul suo copione facendo nel contempo attenzione al resto della scena. Non sapeva se dall'altra parte, chi aveva scritto, era animata da odio, rancore, dolore, senso d'abbandono, volontà di recidere o desiderio di rielaborare. La lettera tra l'altro lo accusava proprio di manifesta incapacità a pensare al rapporto come gioco a due e non come situazione aggiuntiva del proprio io.

Per una volta ancora si sarebbe rassegnato al suo difetto, se tale era: si sarebbe concentrato su se stesso Mentre il caffè si raffreddava e il giornale rimaneva sulla stessa pagina, Maicol sorrise alle proprie radici. Ne aveva di famigliari, di geografiche, di linguistiche e, ora che poteva ricordarsi di dieci anni prima riguardandosi allora già come una persona adulta, aveva anche radici culturali e professionali. Ora quella lettera aggiungeva anche (altre) radici sentimentali. Il suo apparato radicale era sempre più vasto, composito e ramificato. Era come se la sua vita assomigliasse all'albero che per gioco gli avevano fatto disegnare un paio di anni prima.
“Disegna un albero velocemente, senza pensarci troppo” gli avevano detto.
Lui aveva tratteggiato profonde radici, un tronco esile e diritto e una chioma folta e ramificata.
La diagnosi era stata chiara: forte peso del passato, sviluppo senza traumi ma ancora notevole indecisione sul futuro.
Se continuava ad aggiungere altre radici, c'era il serio rischio di diventare un bonsai.

Bevve il caffè freddo e ne ordinò un altro. Non era tempo di speculare sui vizi: ci voleva lucidità. Di certo non avrebbe raccolto l'invito a rivistare le proprie radici sentimentali. Se ogni radice avesse preteso la propria revisione, il proprio futuro sarebbe vissuto con la sola compagnia del passato. Gli serviva piuttostop un luogo. Doveva scegliersi il proprio, più al centro della propria ricca rete di amicizie, più in centro in generale forse. Trasferirsi lì con il suo lavoro, che quello non poteva essere cambiato, perché troppo bello per essere tradito. E solo una volta lì invitare a raccolta le radici vecchie e nuove. Già perché quando ci si muove, si tende a essere più disponibili verso la meta, a volte troppo disponibili, fino al punto di tradirsi per compiacenza. Gli serviva un luogo suo, dove non aver paura di mostrare le proprie quotidiane debolezze.

giovedì, gennaio 13, 2011

Tre critiche e la presunzione per accettarle

Tic, tic, tic. Guardo la tastiera e mi immagino il tintinnio veloce dei tasti quando si scrive. Penso a quanto volte ho fatto correre le dita e mi domando quante volte ciò che ne è uscito aveva un senso. Lì per lì lo ha sempre, ma poi il tempo passa e a volte porta con sé giudizi meno pietosi nei propri confronti. Riguardo alcune pagine del passato e le sento vuote o assemblate nella forma sbagliata, qui troppa asciutta, là troppo retorica.

Oggi mi perdo in questi giri di parole, di certo con nessuna originalità, perché, come in concerto senza direttore, più persone, nello stesso tempo, mi hanno invitato a fare di più. Secondo alcuni, anzi, anche ora, scrivendo queste parole qui, starei sprecando energie inutili: energie in banali esercizi di stile per riempire un contenitore virtuale di racconti troppo brevi per avere un'anima. Le mie storie possono offendere perché sono fotografie troppo aderenti di ritagli di realtà troppo piccoli e chi ne è protagonista vi si riconosce raffigurato in modo parziale e impoverito. Le mie storie sarebbero troppo “giornalistiche”: racconti di fatti nella loro meccanica successione, con personaggi spogli della profondità in cui i loro gesti assumono ragion d'essere e umanità. Le mie storie finiscono troppo nitide, come fossero parabole, senza avere nella credibilità del narratore una fiamma sufficiente per scaldare il messaggio.

Il problema non è avere l'umiltà di raccogliere queste critiche. Io stesso, nella lucidità del tempo che si deposita, posso vedere quanto di vero esse contengono. Il problema è avere la capacità per elaborarle senza cadere in una semplice e molto diffusa presunzione. Ciò che le critiche di questi giorni invitano a fare si delinea sempre più nitido: personaggi realistici che creino la loro storia, ispirata dal mondo ma originale rispetto a esso; trame che si sviluppino nell'evolvere dei loro protagonisti, con uomini coerenti o in contraddizione con il loro passato e il loro presente, raccontati con la partecipazione emotiva, la vicinanza o la lontananza, che si riserva a se stessi, a chi si vuol bene o a chi si odia; e ancora conclusioni senza massime, ovvie per i fatti che le hanno precedute o indecifrabili per l'impossibilità di ricondurre a un ordine la materia trattata, nonostante tutti gli sforzi fatti per esplorarla.

Tutto questo in fondo è fare lo scrittore. E allora capirete bene il piccolo tormento del protagonista di questa storia. Ignorare le critiche e proseguire come se nulla fosse. O ascoltarle e pretendere da se stesso di essere uno scrittore, con il rischio della delusione, resa ancora più dolorosa dall'alterigia dimostrata nella propria pretesa iniziale.

Qui è il caso di chiudere la parentesi. Scrivere può essere un ottimo modo per fare ordine nelle proprie idee, ivi compresa l'idea dello scrivere. Però poi bisogna chiudere le porte. Quando si scrive, si scrive soli. Tic, tic, tic.

martedì, gennaio 11, 2011

Con la vista di un Dio un attimo prima del sonno

Vorrei vivere 24 ore al giorno con la lucidità del momento che anticipa il sonno. Sono sicuro che sia capitato anche a voi: d'inverno, con le coperte che sembrano proteggervi dal mondo intero, scivolare piano piano verso il sonno pieno e, pochi attimi prima di cedere a esso, rivivere gli eventi vicini e lontani e vedere di fronte a voi, nitide, le cose che dovete fare per comporre al meglio, per voi e per gli altri, il mosaico dei vostri giorni a venire. Al momento sembra tutto così ovvio e, in onestà, credo davvero che lo sia: uno, due, tre e il gioco è fatto. Solo che lì per lì il sonno ormai vi attanaglia: allora, soddisfatti per l'intuizione appena avuta, rimandate tutto al giorno dopo. “Appena mi sveglio – vi ri-promettete – mi annoto tutto”. Ma il giorno dopo, nulla, niente, vi tormentate le meningi per recuperare quei pochi, semplici pensieri, ma invano: andati, persi, intrappolati chissà dove. Secondo me quei bastardi riemergeranno tutti in una volta solo alla fine, per farci ripercorrere, con il canonico amaro in bocca, tutto quello che sarebbe dovuto essere, ma, per colpa nostra e nulla più, non è stato.

Ieri sera, per esempio. Ricordo, già un po' sonnacchioso, di aver chiuso le pagine di Jorge Amado, perché i miei pensieri mi sembravano infinitamente più interessanti. E non perché Amado fosse noioso, ma perché proprio mi pareva di aver trovato la quadratura del cerchio, la grande teoria in cui avrei potuto ricondurre in un unico affresco amori abbandonati, amanti renitenti, parenti trascurati, colleghi delusi, amici offesi e tanto, tanto altro ancora. Ero assolutamente sicuro di raccontarmi tutta la verità, senza nessuna autocensura a fin di bene per la mia coscienza, e che la verità, amichevole come non mai, mi spiegasse, tra una birra e un peperoncino farcito, il sentiero da tenere per imboccare la retta via.

Figuratevi che avevo trovato anche le battute giuste per restare vicino all'amore del momento. Era come se mi ci vedessi sotto le coperte di quel recente pomeriggio di inverno: io, il simpatico cagnetto e, appunto, l'amore del momento. Da un lato, il mio lato, la voglia di dare, ricevere, pretendere e ricambiare, ma non promettere: per evitare, nel dubbio, il bivio tra il tutto e il niente a cui le promesse portano. Dall'altro lato, il lato dell'amore del momento, la curiosità ritrovata e una profondità appena sfiorata e tutta da esplorare, ma anche il desiderio di essere venerato, unico e perfetto, in un futuro certo e senza fine.
Tra quegli sguardi d'intesa che chiedevano rinunce senza rimpianti, il dialogo, scarno, diceva tutto.
“Andrai a camminare domani?”.
“Sì”.
“Davvero? Non me l'avevi detto. Pensavo di aprirmi. E allora non lo farò”.

Pochi giorni dopo quel momento, lì nel letto, solo, prima di addormentarmi, ero sicuro di aver trovato il proseguimento ideale di quel dialogo. Scorreva così bene e dopo di esso tutto era così fluido. Io volavo leggero, senza il peso delle promesse. E l'amore del momento mi seguiva per aria volteggiando con me senza paura di precipitare nel baratro di un futuro troncato.

Con le palpebre che scendevano e il libro di Amado che dondolava nelle mani mi dissi, questa volta sicuro al cento per cento, che il giorno dopo, appena sveglio, mi sarei annotato quelle parole brillanti che, come la vista di Dio, richiudevano passato e futuro nella perfezione di un attimo eterno. Il giorno dopo fui di parola. Apriii le virgolette sul bloc notes come chi si appresta a riportare la frase esatta di un discorso seguito senza interferenze. Ma la penna si fermò lì come al solito, le parole udite la sera prima del sonno non c'erano più.

Non ci diedi neppure troppo peso. Come i giorni prima, come molte altre persone, come forse tutte, iniziai la mia giornata così come avevo iniziato la precendente: con qualche dubbio, un po' di senso di colpa e alcune speranze.

martedì, dicembre 14, 2010

Solo, sull'isola, l'uomo che accelerava il tempo

Per una volta, ho ringraziato fino in fondo di essere ciò che sono.
Difficilmente, altrimenti, sarei stato lì ad ascoltare.


Un colpo di tosse sporco accentuò il tono di rimprovero di Marcello verso l'amico. Italo non poteva essere davvero quello che rispondeva prima al cane che a lui, non era possibile, non era accettabile. Un cane, per giunta stupido, non poteva stare lì tra i piedi, non poteva continuare a essere il centro di quel tavolo dove si parlava di Mozart, di etica, e di Aarus, lo sconosciuto scrittore svedese che Marcello aveva incontrato da ragazzo, quando pensava di leggere in ordine alfabetico tutta la biblioteca di Venezia. Quel cane era davvero troppo. Non un animale ma l'abiura della libertà dopo una vita trascorsa a impersonarla.
“No, Italo, il posto del cane è là fuori in terrazza” disse Marcello ancora una volta la sera a nordest prima di partire per l'isola greca di Milos.
Italo versò allora all'amico un altro bicchiere di grappa, l'ultimo prima di un saluto dal sapore definitivo. Non aveva problemi ad accettare Marcello per chi era diventato, ma non poteva accettare che Marcello non facesse altrettanto con lui. L'avrebbe salutato presto, dunque, lasciato salpare solo, in compagnia dei suoi fantasmi, verso l'isola in cui lui, anni prima, era arrivato con un giorno di ritardo. Un giorno che ancora non si perdonava.

Italo e Marcello erano amici da sempre. Pordenonese il primo, veneziano il secondo, erano entrambi rimasti nella provincia senza perdere mai contatto con le idee del centro. La politica, le biblioteche, i circoli letterari, le scelte individuali li avevano visti protagonisti. Le loro strade si erano però unite principalmente per lei, Sonia, moglie di Marcello, amica più cara di Italo. Persona speciale – eclettica ma comprensiva, intelligente ma sensibile – Sonia era stata anche colei che aveva avvicinato per la prima volta Marcello a Milos. L'avevano sfiorata più volte in anni di navigazione fianco a fianco nel Mediterraneo e fu sull'isola che la donna scelse di ritirarsi assieme all'uomo che amava per allontanarlo dall'alcool. Gli disse di rifugiarsi su quel lembo di terra in mezzo al mare, lontano da tutto. Gli sarebbe rimasta vicino lei, a patto che lui smettesse di bere. La forza dell'amore, costruito giorno dopo giorno per trent'anni, ebbe la meglio sulla resistenza del vizio. Marcello, lì da solo sull'isola, con la sua donna di sempre, smise di bere.

Assieme alla pace, però, arrivò anche il male. Un tumore rapace che in Sonia, là da sola sull'isola, con Marcello, trovò lo spazio per correre ancora più forte. L'uomo ebbe poco tempo per pensare. Chiamò Italo per la paura di affrontare da solo l'agonia. L'amico rispose: sette giorni dopo, chiuso l'ufficio elettorale, sarebbe stato lì da lui. Il settimo giorno fu di troppo. Marcello chiamò di nuovo Italo. Questi corse di fretta all'aeroporto, senza più speranza di fuggire al proprio senso di colpa. L'altro invece corse solo alla bottiglia: ne esplorò il fondo per dire all'amico a cui aveva regalato un tormento senza data di scadenza che era stato lui ad accelerare il tempo, perché da solo quel dolore non poteva essere sopportato oltre.

Finì la bottiglia, disse questo all'amico e poi scoprì la passione. La trovò sul continente in uno dei viaggi di ritorno: una piccola imprenditrice, una “partita Iva veneta”, che in una sola notte di amore scatenato riuscì a regalare a Marcello più orgasmi di una vita intera a fianco dell'amore davvero amato. La partita Iva, che aveva sempre preferito le imprese alle biblioteche, in fondo si affezionò davvero all'uomo che aveva letto Aarus credendo di poter esplorare tutti gli autori della biblioteca di Venezia dalla A alla Z. Vi si affezionò così tanto da accettare anche lei un esilio sull'isola greca. Fece come Sonia: disse a Marcello che si sarebbe fermata con lui se avesse smesso di bere. Lui lo fece, ma nascose in credenza l'ultima bottiglia. All'amore senza sesso ci si può dare integralmente, ma al sesso senza amore occorre invece una via di fuga. La partita Iva tornò allora a fare impresa, legandosi a un uomo più giovane che in vero le regalava anche più piacere. Marcello invece rimase sull'isola. Solo, senza più amore, senza più passione, senza alcuna ragione per tornare, ma senza neppure alcuna vera ragione per rimanere.

Il suo unico legame con il mondo era Italo.

Quell'ultima sera a nordest, quando gli disse di odiare il cane che a suo parere gli toglieva lucidità, Marcello sapeva di poter perdere anche quell'ultimo appiglio. Ma non poteva fare diversamente. Voleva solo essere coerente. Era stato coerente nella cultura fino a sognarsi enciclopedico. Era stato coerente nell'amore, fino ad ucciderlo per arrestarne il dolore. Era stato coerente con la passione, evitando di riconoscerle la fedeltà che aveva riconosciuto all'amore vero. Ora sarebbe stato coerente con le proprie idee, anche al costo di perdere l'unico amico rimasto.

Marcello non si sentiva coraggioso. Solo non credeva di doversi tradire per paura del futuro. L'aveva già accelerato una volta per amore di una donna. L'avrebbe fatto di nuovo per amore9 di se stesso.

giovedì, dicembre 09, 2010

Il bar di Genova

E' giovedì 9 dicembre. Sul porto di Genova torna il traffico di un giorno di lavoro e la luce di un sole estivo. Uomini con i volti scavati da vicoli stretti e da orizzonti larghi fumano sigarette attorno a piccoli tavoli tondi. Dentro, un uomo di colore, forse alto due metri, beve il suo caffè.

Il barista, carne albina e accento ligure, chiude il rubinetto e si volta verso le sue donne: la moglie creola, forse caraibica, e la figlia meticcia che riassetta la cucina assieme al compagno cinese. "Ragazze - chiede -, ma il marocchino è passato a pagare?".

giovedì, novembre 18, 2010

Marocco: spazi

Tangeri, appartamento n. zero
Tangeri, appartamento n. zero
Taza National Park
Taza National Park
Tetouan, cimitero ebraico
Tetouan, cimitero ebraico
Capo Spartel, casa sull'Atlantico
<br />Capo Spartel, casa sull'Atlantico

Marocco: prospettive

Tetouan: cimitero ebraico
Tetouan: cimitero ebraico
Tetouan: cimitero ebraico
Tetouan: cimitero ebraico
Fes: vicolo nel quartiere degli artigiani

Capo Spartel, la terra tra il mare e l'oceano
Capo Spartel, la terra tra il mare e l'oceano

Marocco: forme

Tangeri: scalinata della medina orientale
Tangeri: scalinata della medina orientale
Tangeri: minareto della città nuova
Tangeri: minareto della città nuova
Tetouan: cimitero ebraico
Tetouan: cimitero ebraico
Fes, piazza interna della medina

Marocco: colori

Tetouan
Tetouan
Tetouan
Tetouan
Fes
Fes

Marocco: angoli (di medina)

Tetouan
Tetouan
Fes: mercato nella medina
Fes: mercato nella medina
Fes, ragazzi sulla porta di ingresso occidentale
Fes, ragazzi sulla porta di ingresso occidentale
Fes: lavoratore alle concerie
<br />Fes: lavoratore alle concerie

mercoledì, novembre 03, 2010

Via dall'Appennino attorno a un bicchiere di rum

C'era una volta un tempo in cui ogni sabato, ogni domenica, ogni giorno libero salivo in Appennino, nelle montagne di casa mia, per vivere l'eccitazione della scoperta. Ricordo quanto succedeva, sempre lo stesso, sempre emozionante. Rientravo in tarda serata da Bologna, per me allora il luogo del lavoro, della responsabilità e dell'inquietudine sociale, e mi fermavo nelle città della Romagna per bagnare in una birra i progetti per la camminata del giorno successivo. Eravamo in tre o quattro, sempre gli stessi, restii ad aprire le porte ad altri, perché in quell'alta collina che non è ancora montagna vedevamo un territorio elitario composto da un codice che solo noi potevamo interpretare, che solo noi potevamo meritare appieno. Esausto, la notte prima di dormire, chiudevo nello zaino il simulacro di casa con cui il giorno dopo avrei affrontato la mia avventura di scoperta: il minimo indispensabile per non avere paura del meteo, che noi, allora, ignoravamo. Poi al mattino suonava la sveglia, si saliva in auto, ci si fermava al bar per la seconda colazione, quella del piacere dopo quella della necessità. E infine si lasciava il mondo alle spalle. Ci si avvicinava al crinale, ci si scambiava qualche battuta per sancire una volta di più quel patrimonio di simboli e di confidenze che ci teneva uniti e poi si cominciava a camminare e parlare, parlare e camminare. Camminavamo e parlavamo per ore, perché per noi quella ero il luogo del sogno, delle utopie, delle possibilità senza limiti, un paesaggio dolce, privo di elementi troppo invadenti, dove noi riversavamo le identità creative coltivate segretamente nei giorni cittadini. E poi c'era lo stupore. Anni di studio, al liceo o all'università, non mi avevano mai raccontato niente sulle montagne di casa mia ed entrare in esse mi dava l'ebbrezza della scoperta. Nei brevi dialoghi di un incontro fortuito leggevo le punte di un universo di saperi e costumi rimasto inalterato. Nel nome di un luogo vedevo lo spunto per avviare una ricerca bibliografica. Nell'interpretazione di un bivio vivevo il piacere di ritrovare quello spazio su di una cartina e di ricomporlo attraverso di essa alle altre esperienze di cammino mio e dei mie compagni di marcia.

Ora che, con fermezza e cocciutaggine, ho trasformato quei monti nel mio luogo di lavoro, il paesaggio dello stupore si è trasformato nel territorio dell'ansia. Avevo sognato che il mio mondo d'Appennino fosse popolato da una società di persone tutte simili a quelle quattro o cinque con cui ne avevo iniziato la scoperta. E invece quelle quattro cinque persone erano un'isola e, ci rifletto solo oggi, nessuna di esse era cresciuta in Appennino, rispettandone in via esclusiva abitudini e aspettative. Avevo pensato che un casolare isolato potesse essere la cornice ideale per una sperimentazione sociale e culturale, mentre, proprio per il suo isolamento, esso soffre dello scetticismo dei pochi che lo circondano da vicino e della lontananza di chi lo potrebbe interpretare secondo la tua stessa utopia. E, infine, ci sono io, che sono diverso. Non più un viandante, con il privilegio dell'anonimato, ma una persona nota, investita anche di un certo potere simbolico. Una persona così non si ascolta. A una persona così si chiede. Si chiedono risposte precise: soluzioni razionali che rendano il desiderio di chi chiede sostenibile dalla comunità che lo deve accogliere.

Dopo alcuni giorni a casa, nessuno dei quali trascorso camminando in Appennino, tra poche ore partirò per il Marocco. E, nell'attesa di un luogo che mi riconsegni il privilegio dell'anonimato e dell'ignoranza, sorrido alle coincidenze. Poche settimane fa, in una giornata mantovana nata per caso, vidi un amico acquistare Tristi Tropici di Levy Strauss. Dopo pochi giorni (e diversi anni lontano dall'antropologia) l'ho acquistato anch'io e ora parto con la sua domanda, elaborata in Brasile attorno a un bicchiere di rum. “Come può l'etnografo salvarsi dalle contraddizione che risulta dalle circostanze della sua scelta? Egli ha sotto gli occhi, e a sua disposizione, una società, la sua; perché decide di ripudiarla e di dedicare ad altre società – scelte fra le più lontane e le più diverse – una pazienza e una devozione che la sua decisione nega ai suoi concittadini?”.

martedì, ottobre 19, 2010

Castel d'Alfero: alcuni passi, qualche chilometro, come se non esistesse

La strada, già stretta, si restringe ancora. Sale conficcata tra le lastre di arenaria, seguendo le curve della montagna. Tutto attorno alberi e campi che, a ottobre, la sera, si confondono in una nebbia appiattente. Un cartello scritto a mano sulla sinistra indica Quarto. Forse la valle è vicina, ma così non appare. A fianco di un campanile, poco di fronte a me, un signore cammina con il suo cane: veste stivali di plastica, pantaloni sporchi, maglione grosso. Ha un aspetto più balcanico che romagnolo. Non è romagnolo. E' di lì, di quella terra in mezzo ai monti, poche case, molti orizzonti.
“Castel d'Alfero è più indietro?”, domando. “Per caso lì dove c'era un cartello giallo con la scritta santuario?”.
“Quello è Castel d'Alfero” risponde lui. Non aggiunge altro e prosegue verso un recinto semi aperto.
Giro l'auto: di nuovo non ho la sensazione di lasciarmi indietro la Romagna orientale ma la Serbia centrale. Ritorno sui mie passi, vicino al cane che guarda ma non abbaia.
Parcheggio qualche chilometro oltre, a fianco di una catasta di porfido. Lì sulla sinistra vedo finalmente Castel d'Alfero. Lascio l'auto e imbocco la mulattiera che si insinua tra il vecchio borgo diroccato, un enclave di Sarsina nel vergheretino. Nei capitelli intravedo i simboli delle maestranze del cinquecento che eressero quei muri in pietra. Se sono lì è soprattutto perché ho sentito parlare di loro: mi hanno incuriosito.
Contro il tempo che avanza trascinato dall'oscurità continuo a camminare tra le spettro di case che furono. La strada è già un po' lontana. Alfero a qualche chilometro. Il resto, lì, è come se non esistesse.

lunedì, ottobre 11, 2010

Il massaggio

Ascolto, raccolto, i piacevoli segnali che mi inviano i miei piedi e le mie caviglie, mentre mani amorevoli seguono vuoti e protuberanze delle articolazioni, cuscinetti di carne e spigoli ossei. Ogni cellula del mio corpo sembra accogliere con gioia quel movimento particolare che nasce senza sforzo, perché la fatica di produrlo è tutta nelle mani di chi con i suoi movimenti si accolla lo sforzo di scrollare dalla mente le sue preoccupazioni.

Scivolo silenzioso nel nocciolo dei miei pensieri e, preda del mio non perdonabile solipsismo, cerco di risolvere in un monologo le alchimie policentriche che regolano l'amore tra due persone, un dialogo per eccellenza. Quello che ricevo è un dono: un flusso che non pretende ritorno, di affetto, desiderio, tenerezza, passione, tatto, calore e, soprattutto, di tempo, scelto di vivere al mio fianco anche lì in quel momento qualunque in cui sono solo uno panno stropicciato dalle fatiche del giorno.

E' questo dono che si chiama amore? E da dove viene, da una generazione spontanea dell'inconscio o da una costruzione quotidiana? Può solo nascere perfetto nel suo primo giorno o è una forma che si plasma con piccoli ritocchi giorno dopo giorno? E se così è, se ci vuole un impegno costante, si può ritenere un amore puro solo quello che è frutto di un impegno sempre piacevole o è lecita anche la tenacia che aggira le difficoltà?

Mentre le mani di chi mi ama continuano a iniettarmi la vita, penso piano, per non disturbare, per non offendere. Forse infatti quelle mani che non chiedono nulla, non sarebbero felici di essere oggetto di tante domande. Sono un dono e un dono desidera solo essere accettato come un'aggiunta che nulla toglie.

martedì, settembre 21, 2010

La trance, l'obbiettivo e il resto del mondo tutto attorno

Continuo a cercare casa e nessuna mi sembra capace di diventare veramente mia. O è troppo lontana, o è troppo vicina, o è troppo costosa in rapporto a quello che dà o non è pronta nel momento in cui serve. Sono certo però che muri e divani sono innocenti. Non è colpa loro se non riesce a nascere l'amore tra di noi. Sono io che non mi sento pronto a una storia con loro. E' un po' come se mi sentissi l'amante fedifrago, buono per una toccata e fuga ma non per mettere le radici, non per trovare casa. Nessuna forma entra nella mia idea ideale perché la mia idea ideale in questo momento non ha forma: non trovo la mia casa ideale perché non so qual è e anche quando la riesco a immaginare perfetta in un altrove ideale mi chiedo se lo è veramente o se invece quel sogno lontano è solo un rifugio di comodo per rifuggire in una dimensione estranea alla prova dei fatti.

Solo quando si ha la certezza di ciò che si cerca si raggiunge il proprio obiettivo, casa o non casa che sia. Anch'io credo di poterlo confermare: anche l'improbabile diventa possibile quando lo punti con la certezza e la freddezza di un arciere che scaglia la sua freccia senza tremori. Ma a volte non basta. Quando la mela che hai colpito cade e ti risvegli dal trance in cui ti eri isolato per seguire nella tua mente un unico tracciato, quello tra te e lei, rischi un senso di smarrimento. Alla gioia dell'obbiettivo colpito, sopraggiunge il timore di aver puntato quello sbagliato e di dover mirare al successivo con più esperienza certo ma anche più stanchezza. E un dubbio. Quello di non raggiungere più quello stato di trance e di grazia sprecato invano quando di fronte si avrà l'obbiettivo vero. Sempre sperando sia veramente quello giusto e non un'altra chimera scelta per ignoranza del resto del mondo tutto attorno.

domenica, settembre 19, 2010

Lontano da lì

(nota autore: righe ispirate da luoghi reali ma con vicende immaginarie)


Oltre ottanta anni prima era nata sotto la Torre dei Vigiacli a Bocconi. C'era vita, tanta vita, la sua vita tra la via che correva tra le case del paese e i sentieri che si allontanavano su verso la chiesa e giù verso il fiume. E lì aveva fatto tutto ciò che si sentiva in dovere di fare, tutto ciò che aveva sempre desiderato fare. Era cresciuta in fretta imparando a governare casa dall'esempio della madre e della nonna ed era diventata donna scegliendo l'uomo con cui costruire la propria casa, la propria famiglia. Era stata una rivoluzione quando lei, donna, era passata per la prima volta dietro al banco del caffè dove suo marito, l'uomo, dava da bere agli uomini che si ritrovavano lì per brindare alla chiusura di un affare o alla decisione del sindaco sul futuro della comunità. La prima volta quei volti dai baffi curati l'avevano squadrata con sospetto, col dubbio che qualcosa di improprio, di innaturale si stesse compiendo, perché erano sicuri che naturale non fosse ciò che poteva essere ma solo ciò che era sempre stato. Lei però resistette. A lungo. Mentre gli uomini coi baffi e le giacche eleganti scomparivano, morti di vecchiaia o rapiti dalla pianura, lei rimaneva lì donna dietro il banco a fianco del suo uomo.

Era lì da una vita intera quando entrò un automobilista un po' sudato che veniva da lontano. L'uomo era entrato un po' di soppiatto. “E' aperto?” aveva chiesto, reso scettico dalle luci basse che lasciavano la vetrina buia, dal silenzio non interrotto da nessuna radio. “Venga pure” le aveva detto lei alzandosi dalla sedia dove riempiva il tempo assorta tra un cliente un altro, tra un caffè e un bicchiere di rosso. L'uomo bevve: non c'era l'aranciata e prese la Coca-Cola, in bottiglia con il collo ondulato. L'uomo mangiò: non c'erano toast e ricevette due fette di pane grosse e non salate con un tocco di prosciutto nostrano. Stava già per uscire quando chiese alla signora, silenziosa sulla sedia a fianco al banco, se non si sentisse un po' sola lì lontana da tutto.

“No” aveva risposto lei, senza aggiungere altro. Non voleva essere scorbutica, solo non capiva da cosa potesse essere lontano. Lì ascoltava l'avventura di chi tornava dalla caccia al cinghiale sulla cima della montagna. Lì misurava lo scorrere del tempo nella perdita di un amico di infanzia e nel saluto al nipote di un vicino. Lì c'era tutto – memoria, relazione, dovere, piacere – ciò che un uomo poteva sognare nel mondo e lei, il mondo, l'aveva anche visto negli occhi, perché andando dietro il banco di fronte agli uomini con i baffi e le giacche, l'aveva sfidato e cambiato. Lontano da cosa?

lunedì, agosto 30, 2010

Muta, neanche fosse un Dio

E' tutto all'aperto, così vicino al mare che se ne immagina il rumore. Ma è coperto dall'odore intenso della folla che beve, balla e va oltre sulla marina. E' un mondo ad alto volume che non sento mio e vi rimango ai margini, quasi con un senso di colpa. Che sento ma non so spiegare: forse è lì perché in quell'attimo tocco una fetta di tempo scappare via inutilmente (per me, intendo); forse perché non mi piace avere tutta questa capacità di giudizio che mi tiene lontano dalla vita sporca; forse perché è una capacità di giudizio solo ipocrita che ha paura del giudizio altrui il giorno dopo.

“Guarda, racconta, qui c'è la vita vera” mi dicono a me che ho il blog e l'etichetta dell'intellettuale che racconta. Io guardo ma non trovo nulla da raccontare. Cosa dovrei raccontare? Due ragazzi che si baciano, un trans che batte, una ragazza ubriaca che balla sopra il tettuccio di un'auto? Io sono solo lì ai margini di quel mondo. Per raccontare davvero dovrei scendere agli inferi, ma è proprio qui che è la mia trappola. Quelli sono inferi per me: io non farei un'esperienza, ma cercherei solo conferma al mio giudizio. E questo non interessa a nessuno: non più di quello di un prete, di un vecchio opinionista logorroico o di un ubriaco al bar. Vi metterei certo molti riferimenti letterari in più – di libri, quelli sì, ne ho letti molti – ma la sostanza non cambierebbe: sotto la retorica delle citazioni non resterebbe nulla.

L'unico mio racconto vero di quell'universo di eccessi sulle sponde del Tirreno è questo: in mezzo a tutto quel casino il mio racconto è un dialogo riservato con la coscienza. O meglio, un interrogatorio in cui io faccio le domande e lei resta lì muta neanche fosse un Dio. Chissà se varrebbe la pena attraversare quella linea di trasgressione per aggiungere un'esperienza reale? Chissà se quell'esperienza sarebbe davvero sporca come la mia prospettiva la fa apparire dal di fuori? Chissà se immergendosi in essa resterebbe poi il tempo, la voglia, la capacità per raccogliere le parole in grado di raccontarla? E resterebbe poi il tempo per navigare tra le esperienze letterarie, per svegliarsi presto al mattino e salire sulle creste più arcigne del pianeta? Chissà se sono più coglioni quelli che muoiono di coma etilico su quella riviera o quelli che precipitano tra le montagne del Nepal volando verso Lukla? O chissà se il furbo è quello che non fa né uno né l'altro, riservandosi di leggere la deficienza di entrambi i gruppi il giorno dopo sul giornale? Sì lui è furbo, però poi tanto crepa pure quello e allora forse il deficiente vero è proprio lui, no? O forse il vero eroe è chi ha avuto una vita così strozzata dalla necessità da non potersi mai soffermare a perdere tempo su ieri o domani, con la certezza che, se lui fosse stato dall'altra parte, quella baciata dalla dea fortuna intendo, non avrebbe avuto un problema mai al mondo, pasciuto e soddisfatto dal proprio benessere.

Comunque sia, vi assicuro, rilassarsi così è stressante. Alla prossima occasione mi getterò in mezzo alla folla come uno qualunque, quale in effetti sono, così sarò come tutti gli altri esperienza pura senza nulla da scrivere o raccontare. Però mi domando. E se alla fine di tutto invece mi ritrovassi con una bella storia a tinte forti. Mi viene quasi il dubbio che la mia capacità di giudizio nel racconto di quanto successo sarebbe ancora più difficile da gestire che nell'immaginazione di quanto sarebbe potuto accadere. Come vedete miei cari, non è nulla semplice.

martedì, luglio 27, 2010

Gonna rise, find my direction magnetically

Non c'è il silenzio che voglio quando scrivo. Non voglio il silenzio che cerco quando scrivo. Sento il rumore delle note, la voce che si mescola alla chitarra, la mente, la penna che salta da un punto all'altro in una deriva casuale ma non del tutto. Oggi mi diverte così. Vedo immagini, ma non sono solo immagini. Sì, credo che siamo cose vere, credo che lo siano davvero. No, non si toccano, ma ti toccano, circondano il pensiero, l'orientano, lo traducono, lo svuotano, lo proiettano, lo fanno ripartire.

Ricordo, certo, ricordo. Mi sembra di essere in viaggio verso l'Abruzzo, l'odore della Spagna, del Camino che ti viene incontro: manca poco alla partenza vera, quel viaggio la anticipa, la sottolinea, ne fa crescere la voglia. Sento il sole che batte sul braccio sinistro, sento il rumore del motore che tiene la velocità mentre la strada attraversa l'Umbria. E' campagna, voglia di birra, voglia di parole che fuggano dalla forbice del tempo, di idee che respirino e ti facciano respirare, di utopie che gonfino l'orgoglio, di prospettive che ti facciano ringraziare il tempo passato per costruirle.

Immagino, forse, forse immagino anche. Sto così bene con il mio pensiero che non ho paura di liberarlo, di seguirlo docile dove si scaglia improvviso. Mi piace quello che mi porta a vedere, mi piace cavalcarlo come fosse una jeep in fuga dalla nube di polvere che alza, a cavallo dell'orizzonte che divora e che apre. Vedo della sabbia che finisce in mare, grande spazio alle spalle, grande spazio di fronte. Non ci sono ancora, ma vedo, immagino, creo. Odo una voce straniera, non la capisco, mi parla, mi fa gesti, si avvicina. La guardo e sorrido. Non capisco cosa possa pensare, potrebbe forse anche pensare male, essere aggressivo, ma sorrido. Odo la voce, ma vedo già il tè che sarà versato per rinfrescarla quando i gesti avranno tolto il mistero delle parole incomprensibili. Aiuto a spingere il carrello fuori dalla sabbia e prendo il tè che sapevo sarebbe arrivato.

Avrei quasi voglia di ballare, alzare il volume e seguire il ritmo delle cellule che vibrano, ma resto qui. Chiudo il video sulla tastiera per lasciare alla musica anche quell'attenzione che mi rubava la creazione delle parole. Ancora più rumore di note e di voce che si mescola alla chitarra, solo musica, solo parole.... gonna rise, find my direction magnetically. Non so più se ricordo o immagino, ma vedo, ed è troppo piacevole vedere con la certezza di essere l'unico in quel posto a farlo, l'unico che lo potrà mai fare. Se non ve lo racconto, scusatemi, sono sicuro che mi potrete perdonare. Ascoltate.

martedì, luglio 13, 2010

L'orizzonte improbabile e il suo costante inizio

Alla fine mi ha detto: è bello. E quello che mi pare bello soprattutto è che parli di tuo nonno, della tua storia personale. Non sei semplicemente venuto a prendere la nostra sventura, haio portato la tua. Questo mi piace.
(E. Carrer - La vita come un romanzo russo)


Intrappolata per mesi nel labirinto di certezze e responsabilità di una rispettabile vita stanziale, è riemersa la voglia di viaggiare, di andare, di stendermi su letti diversi, di raccogliermi in lettura dentro bagni inesplorati, di scendere per scale ripide, di pestare pavimenti scricchiolanti. Adoro correre via leggero con una mano sul volante: a bassa velocità, così che la strada non è una linea da tracciare ma uno spazio ampio, curvo e comodo in cui danzare al ritmo di musica. Ne risulto euforico: sono così sincero che la gente, ebbra di verità, pensa alla fantasia.

Di fronte a una grappa scura come il legno, profumata come il bosco dopo la pioggia, Francesca, che mi ha conosciuto a lungo, mi ha perso per molto e mi ha infine trovato cambiato quasi mi rimbrotta: “Silvio – mi dice – non siamo in un romanzo. Qui la verità non vince sempre”. Lo so, lo so, non c'è bisogno di ricordarmelo. Anche se sono ottimista, anche se, con un po' di fortuna e di tenacia, credo che alcuni degli orizzonti di un ragazzo di belle speranze possano diventare traguardi a portata di mano, anche se sono convinto di tutto questo, so che tanti progetti sono solo illusioni che non lascio morire, mondi impalpabili che hanno come unico aggancio la tenacia delle mie convinzioni.

Ma non è proprio questo ciò che affascina, ciò che, nel momento giusto, rende un bicchiere di grappa in mia compagnia leggermente più alcolico, più stordente, più gustoso di quanto non lo sia in compagnia di tanti altri? Chi ha la certezza di ciò che possiede e la completa fattibilità di ciò che desidera costruisce un mondo che prima o poi finirà. Chi invece dubita di cos'ha e si prefigura un orizzonte improbabile va incontro a un un mondo che ora e sempre starà per iniziare.

“Non pretendo un romanzo a lieto fine, Francesca, questo no, almeno tutte le parole per scriverne uno mio, questo sì, davvero lo esigo”.

lunedì, luglio 05, 2010

Il personaggio che mi invidiano

Cerca per un po' la parola e infine la trova, nella mia lingua: “Sono invidiosa – dice – invidio la tua vita”. Sorrido interrogativo e cerco l'errore, ma non c'è. E' la parola giusta: la donna venuta dalla Germania per rivedere l'uomo conosciuto in fretta due anni prima vuole dire esattamente ciò che dice a me, nella mia lingua, l'altra sera nelle colline di Firenze.

So che è così, so che è vero, perché non è la prima volta che mi capita di sentirmi intensamente vicino a una persona molto lontana. E so che è così perché non si raccontano i fatti più intimi della propria vita togliendo loro tutte le illusioni che li rendono sopportabili, spiegabili, familiari, presentabili a chi si vuole solo intrattenere in un'attesa casuale. Si racconta chi si è e non chi ci si racconta di essere solo a chi si vuole lasciare un'eredità, un vincolo di responsabilità, un legame che disegna l'unicità di una conoscenza. E' come se quella donna mi avesse lasciato un pezzo di sé per farlo vivere nel mio mondo, per lei così più grande del suo: “Sono solo quello che ti ho detto ora non ciò mi racconto ogni sera senza credermi, senza prendere sonno: sono solo quello, però se lasci aperta una porta del tuo mondo, ho la sensazione vera di poter essere molto altro”.

Ti lascio volentieri una porta aperta. Forse così il mio mondo sarà davvero e sempre perfetto e stimolante come credi tu, senza cedere cedere ai momenti qualunque e lasciarsi imperfetto, superficiale, abulico, improduttivo, chiuso. Perché da vicino anche il mio mondo a volte denuncia qualche crepa: non è così facile ricevere le storie da chi ti sta vicino ogni giorno, non è così facile regalare la propria. Un racconto lontano è come un libro: può essere e non essere allo stesso tempo. Un racconto vicino, invece, è, è un fatto e si dipinge nella sua invadente presenza: diventa, traccia, eco, binario, orizzonte. E non sempre si ha la voglia, la forza o la capacità di raccogliere o lasciare un'eredità così pesante e precisa.

Comunque la porta rimarrà aperta. Tra un capitolo e l'altro, cercherò sempre di trame degne del personaggio che tu addirittura senti di invidiare.