Leggende romagnole, avventure metropolitane, suggestioni dal mondo e altre divagazioni in evoluzione pluriennale.
lunedì, agosto 20, 2007
giovedì, agosto 16, 2007
domenica, agosto 05, 2007
domenica, luglio 22, 2007
I miei primi 180 giorni down under,
un tipo di periferia nella periferia del mondo
Ricordo una chiacchierata di un po' di tempo fa con il mio vecchio compagno di liceo e socio escursionistico Edo. Stavo riflettendo sul fatto, piuttosto curioso, che conoscevo meglio Kathmandu di Roma, che ero stato cinque o sei volte a Pianbaruzzoli ma mai a Napoli. Edo, citando qualcuno che non ricordo piu', mi etichetto' come "tipo di periferia". Era forse scontato quindi che finissi per mettere piede in Australia, il continente piu' periferico del globo, abbandonato a se' stesso nel centro del Pacifico e puntellato da comunita' separate da distanze siderali (Planisferi australiani). Vi sono rimaso per sei mesi in questa mia prima tappa "down under" e in questo periodo relativamente lungo ho cercato di onorare al massimo la lontananza dal resto del mondo che caratterizza il luogo: per 180 giorni non ho letto una riga da un giornale italiano (neppure online) e, non appena l'inglese ha messo ali piu' robuste, ho lasciato la metropoli, Sydney, per esplorare la periferia della perriferia: la piccola comunita' di Batchelor nei Territori del Nord (post 1, 2 e foto 1,2,3), 4) e il mondo a parte di Kangaroo Island (post 1, 2, 3, 4, 5 e foto 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8).Guardando i giardini botanici di Sydney dalle vetrate della New South Wales State Library, da dove scrivo, sono gia' certo che questa periferia mi manchera' presto. Mi manchera' in primo luogo il gioco di "cattura storie" che mi sono piano piano costruito. Era gia' divertente inscenarlo quando per il piccolo mensile La Piazza intervistavo i personaggi "figurine" dei quartieri di Bologna. Ma qui a tratti e' stata l'apoteosi. Muovendo pietre con chi muoveva pietre, cucinando con chi cucinava, tagliando legna con chi tagliava legna e allevando api con chi allevava api, ho avuto il privilegio di recuperare aneddoti sparsi in lunghe chiacchierate informali, piu' sporche di un'intervista ma anche piu' imprevedibili. Senza blocco appunti tra le mani, addobbato come un brutto anatroccolo, mi sono goduto il piacere di ascoltare storie senza fare domande.
L'Australia d'altra parte sembra essere stata pensata per produrre intrecci narrativi. Dato il carattere multietnico del suo tessuto sociale, nove persone su dieci hanno una traiettoria di vita che si ramifica nel mondo, dipanandosi lungo una serie infinita di cambi di direzione. E, dato lo scarso peso della storia nazionale, molti sembrano identificarsi piu' che altrove nella propria storia personale. Una storia che al mondo interessa poco e che quindi scorre a fiumi appena trova un terreno adatto su cui riversarsi. Una storia che, nelle zone rurali, diventa il simbolo del sodalizio tra uno straniero dai vestiti consunti in cerca di ospitalita' e un australiano con una tenuta meravigliosa in cerca di compagnia.
Da questo mondo lontano, dove ogni caffe' puo' dare il via a chiacchierate interminabili, mi manchera' anche la sciettezza dei rapporti lavorativi. Non sempre sono facili. Le relazioni di potere, anzi, qui sono palpabili e scarsamente negoziabili. Il ragionamento e' matematico: sei pagato, agisci. Non c'e' alcun ammortizzatore di "cortesia" nell'ordine. Ma, al contempo, non c'e' neppure il tentativo di spostare la ricompensa sul piano simbolico. I complimenti arrivano, copiosi e calorosi a volte, ma non sono mai dedotti dalla paga: quale che sia il piacere che si condivide nel raggiungere un obiettivo, la soddisfazione resta sempre su un piano parallelo rispetto alla transazione economica.
Nelle relazioni lavorative australiane e' poi stimolante l'approccio all'esperienza. In Italia e' piu' che altro un forte freno: sembra non essere mai sufficiente per andare oltre e la sua presunta carenza e' costantemente ventilata assieme allo spettro dell'errore. In Australia, invece, l'esperienza e' una risorsa rinnovabile: c'e' la costante fiducia nella possibilita' di costruirsela in pochi tentativi e gli errori di percorso sono contemplati con sorridente ottimismo. "Provaci" e' il messaggio.
Il messaggio arriva con il supporto di un sistema economico pensato per provarci. Ottenere credito e' facile. Se manca il capitale, un salto in miniera per un paio di mesi consente di capitalizzare migliaia di dollari (4.000 a settimana circa). E un cottage sulla baia di Sydney costa meno di un cesso-locale tra le pantegane del Navile a Bologna.
Rimanere in Australia per la vita resta pero' una decisione controversa. Il pensiero mi ha attraversato piu' e piu' volte (lo fa tuttora), ma accompagnato dalla dark side di questo continente. Il lato oscuro e' immateriale. Se l'Australia e' una delle nazioni con il piu' alto tasso di suicidi nel mondo, non e' certo perche' manca qualcosa. E' forse il contrario. Il facile accesso a una grande casa, una grande auto e una grande spiaggia droga questo paese di un ipermaterialismo, tanto perfetto quanto noioso. E' un po' come se l'Australia fosse una grande Svizzera.
Questa angoscia sociale e' affiorata per esempio nei quattro giorni trascorsi a Victor Harbor (post 1 e foto 1, 2). La localita' gongola nella ricchezza, vantando consistenti flussi turistici sulla costa e redditizi commerci agricoli nell'interno. Tutte le persone con cui ho parlato nello sporting club erano fottutamente di successo: due o tre proprieta', posti coperti per il golf e fuoristrada oceanici. Ma nessuno e' mai andato oltre il "not so bad", lamentando un fastidio di fondo.
Questo spleen prende una forma ancora piu' chiara tra coloro che sono approdati a queste latitudini in tempi recenti. Pochi giorni fa ho pranzato con Jeanne, la moglie del proprietario del Jolly Swagman, l'ostello in cui alloggio. Ha sposato Matthew dopo averlo conosciuto lungo l'Inca Trail. "Allora - dice - non pensavo ne' alle mie radici ne' alla mia famiglia, ma ora mi accorgo che il mio unico desiderio e' portare in Europa la mia figlioletta di un anno e mezzo. La mia casa e' meravigliosa e i posti che puoi raggiungere da qui - il sud est asiatico e le Fiji - sono meravigliosi, ma sono stanca di spiagge. Vorrei quella sensazione di cultura che qui non c'e': le colline della Toscana, i castelli della Scozia e i caffe' di Parigi. Tutti cosi' vicini in termini australiani, ma cosi' diversi tra loro".
La vecchia Europa resta anche nei pensieri di George. E' un capocantiere sui 35 anni. E' nato in Australia, ma e' cresciuto a Belgrado, dove e' rimasto con la famiglia fino allo scoppio della guerra. Ora e' a Sydney da quasi 15 anni. "Amo questo paese - racconta - alla stessa stregua con cui lo odio. Ti da' tutto, ma ti toglie l'anima. Perdi le tue radici senza la possibilita' di fartene di nuove perche' l'Australia non ne ha. L'anno scorso sono tornato a Belgrado per due mesi: ho ancora una proprieta' da controllare ogni tanto. Quando sono atterrato di nuovo a Sydney, con l'unico pensiero del lavoro, credo di aver pianto per la prima volta nella mia vita".
La fame di Europa di Jeanne e George e' la stessa che Malu' mi manifesto' per l'Algeria e che Surandra ha per l'Asia. Surandra lavora qua e la' per pagarsi i suoi studi in accounting. E' originario di Pockara in Nepal, dove non rientra da quasi due anni. Non edulcolora la miseria della guerra civile che si e' lasciato alle spalle, ma non riescie neppure a sorridere alla sua nuova vita. "Sono confuso - ammette laconico - mi fanno pensare solo ai soldi dopo che per tutta una vita non ne avevo mai parlato".
Questi sentimenti sono probabilmente universali, trasversali a tutti coloro che vivono lontano, ma in Australia la lontananza e' piu' grande. L'altro mondo, quale esso sia, e' a 24 ore di aereo, $2000 di biglietto, due mesi di prenotazione e una valigia che deve fare i conti con le stagioni invertite. Neppure una telefonata con 10 ore di fuso orario di mezzo riescie semplice. Il rischio, insomma, e' di rimanere preda della smania di tornare. Desiderarlo fino al punto di farlo e ritrovarsi poi in un mondo sconosciuto. Mi hanno gia' raccontato un paio di volte per esempio la storia della signora spagnola che tesseva le lodi della sua terra casta e pia. Dopo anni vi torno' per il matrimonio della nipote, che, con una trama degna di Almodovar, si stava sposando con un'altra donna.
Per ora comunque questi tormenti da emigrante mi sono estranei. Lascio un paese con la voglia e la possibilita' di tornarci. Piacevolmente rilassato e, al di la' di ogni nostalgia australe, curioso di rimettere piede nella mia Romagna, che, dopo sei mesi, mi riservera' sicuramente qualche novita'. Le vedro' con calma, concedendomi al piu' presto un lusso tutto italico: prendere l'auto per qualche ora e guidare dagli Appennini al mare, attraversando la pianura e scrutando le Alpi. Probabilmente ci sara' qualche ingorgo a cui non sono piu' abituato, ma cerchero' di non dilapidare la lezione australiana. Che di fatto e' molto semplice: "Easy mate, take it easy".
martedì, luglio 17, 2007
Ritorno alle Blue Mountains
Le Blue Mountains furono il mio bagnato debutto nella natura australiana: scorci di paesaggio tra le nuvole (foto 1 e foto 2) e una chiacchierata con un'anziana signora. A quasi sei mesi da quella prima uscita da Sydney vi ho rimesso piede: nell'aria fresca dell'inverno ma con un cielo finalmente limpido.
mercoledì, luglio 11, 2007
Lungo la Nullarbor Plain basta una faccia sorridente
Deportazioni di detenuti, corsa all'oro, naufragi, scontri con gli aborigeni e scandali finanziari. Nella storia di Perth (foto), che non va oltre il 1820, entrano tutti gli ingredienti della vita pionieristica. Una passeggiata per i corridoi del Western Australia Museum e' il modo piu' semplice per ripercorrere la tormentata evoluzione della capitale di stato piu' isolata al mondo e uscirne con uno spirito di compartecipazione al doloroso destino di coloni strappati alle loro terre d'origine, illusi di una nuova ricchezza con fattorie estese quanto nazioni e poi ricacciati a una vita di stenti da un territorio sterminato, meno fertile del previsto e tagliato fuori dal resto del mondo e dalle piu' "popolose" colonie orientali.
Il Western Australia Museum si affaccia emblematicamente sul Perth Cultural Center, affiancato dalla galleria d'arte moderna e da un istituto culturale dedicato ai nuovi media. Quasi un segnale architettonico per dire che Perth ha voltato pagina: il suo passato, per quanto recente, e' comunque passato, dietro le spalle, all'ombra dei nuovi grattacieli. La corsa all'oro prima e il turismo poi hanno in effetti trasformato un piccolo borgo in una metropoli di un milione e mezzo di abitanti, abbellita da una sky line paragonabile a quella di Sydney e da un parco urbano che da solo ospita piu' specie di orchidee dell'intera Europa.
Perth rimane pero' una citta' con una composizione sociale ancora instabile, ancora pionieristica. Nelle sue camerate, fatto estraneo alle altre citta' australiane, trovano posto eserciti di senza casa e migranti alla ricerca di lavoro nelle mieniere di Kalgorlie. Chi non ha niente e tenta disperatamente di strappare qualcosa al piu' presto sembra cioe' guardare ancora a Perth come meta privilegiata per raggranellare una fortuna. O, piu' spesso, per trovare un po' di compagnia e annegare la sfortuna in una birra e in una chitarra.
E' in questa citta' di grandi distanze, grandi boom e grandi fallimenti che si puo' incontrare piu' facilmente che altrove una donna di mezza eta' tedesca in viaggio verso il suo sogno naturalistico. Non ne so il nome, dimenticato o forse mai detto, ma ne ricordo il profilo professionale. A parlarmi, tra le mura del Governor's Lodge, un vecchio cottage restaurato nel sobborgo di Northbridge, era una geologa arricchita da una passione per la botanica. Era li' con un visto turistico, senza un'idea precisa di dove sistemarsi, ma con la speranza di trovare un lavoro tra le foreste di Jarra del West Australia o le sequioe secolari della Tasmania. Certamente era tesa per il colloquio che era riuscita a procacciarsi per il giorno successivo. E forse aveva voglia di parlare per rendere il suo sogno un po' piu' reale di un mero viaggio cerebrale.
"Hai affrontato la questione aborigena?" mi ha chiesto quasi all'improvviso. "Intendo, hai scambiato qualche battuta con loro?".
"Neanche una" rispondo. "Gli Aborigeni che ho incontrati sono stati solo quelli seduti ai margini delle strade di Alice e Darwin. Ubriachi, storditi dalla benzina e con un aspetto mostruoso. Troppo, troppo ostili".
"Gia', e' capitato lo stesso anche a me scendendo per la costa occidentale. Erano tutti troppo diversi e visibilmente estraniati per provare un approccio". "Pero' - prosegue dopo una pausa - negli ultimi due giorni ho speso la maggior parte del tempo a consultare libri sulla storia dell'Australia alla biblioteca di stato di Perth. Ne ho anche acquistati alcuni" mi dice indicandomi testi datati che le biblioteche mettono in vendita per pochi dollari. "Guarda - prosegue aprendo alcune pagine con raffigurati disegni a matita di meta' Ottocento - guarda come i coloni ritraevano gli aborigeni. Siedono a gruppi ai margini della folla, come oggi. Ma le loro facce sono incredibili: sono volti europei. I coloni cercavano di esorcizzare la paura degli aborigeni rendendoli simili a loro".
La geologa tedesca chiude il testo, lo ripone nella valigia. Poi si china di nuovo ed estrae una pergamena. La srotola sul letto e additandola si rivolge a me una volta ancora. "Guarda anche questi dipinti a sfondo pastorale. Osserva gli alberi, il fiume e le dame sedute all'ombra. Sono dipinti dei coloni australiani, ma sembrano provenire dalla Francia o dalla Gran Bretagna. Tutte le piante d'alto fusto qui in Australia tendono ad avere una chioma molto ampia, proiettata verso l'esterno. Biologicamente e' per loro vitale: i rami offrono alle radici l'ombra necessaria a difenderle dal sole estivo. Ma nei dipinti queste caratteristiche scompaiono. Gli eucalipti di questi disegni hanno la forma degli alberi europei: alti e slanciati alla ricerca della luce".
"Nostalgia - conclude la mia interlocrutrice - L'unico sentimento che i primi pittori australiani riuscivano a proiettare sulla tela era la nostalgia. Non riuscivano a vedere nulla di interessante in questo paese, che anzi suscitava loro un timore viscerale. Io lo trovo invece cosi' unico e affascinante e a ogni passo spero un po' piu' di prima di poterci restare".
Tra me e l'epilogo del sogno della geologa tedesca ci sono ora miglia di chilometri. Forse il giorno successivo ha trovato il suo lavoro nel West o forse dopo poche ore ha ripreso anche lei la via dell'est, facendo rotta attraverso la Nullarbor Plain, la pianura che divide in due il continente separando Adelaide da Perth. Io l'ho attraversata due volte in treno, impiegando ogni volta due giorni e mezzo. La Nullarbor Plain e' una distesa quasi interamente priva di alberi ad alto fusto (da qui il nome), colorata dal verde scuro del salt bush. Fino a dieci milioni di anni fa era un mare, mentre ora e' un deserto salato. L'unico abitato lungo la linea ferroviaria e' Cook (foto), con due soli abitanti. C'e' poi la macchia verde di Forrest, un pugno di alberi piantati in onore di Forrest, il Premier australiano che per primo riusci' a camminare da un lato all'altro della distesa. E infine, ogni tre o quattro ore di viaggio c'e' una jeep di fronte alla quale il treno fa sosta: i fattori dell'outback sono li' per prendere dall'Indian Pacific giornali, provviste e acqua nei periodi piu' secchi.
La Nullarbor Plain ha poco da raccontare, talmente poche sono le voci che riempiono la sua superficie, grande come undici volte il Belgio. Ma nell'ultima colazione a bordo, prima dell'approssimarsi di Perth, la mia attenzione e' stata portata a un grumo di rocce appena visibili all'orizzonte. Al mio tavolo si siede Trevor, night manager dell'Indian Pacific. Si aggancia alla conversazione in corso con gli altri passeggeri, piu' che altro un elenco di consigli di lettura a sfondo australiano. Poi sposta l'accento sulle mie origini italiane. "Forse - mi dice - non hai nemmeno notato i ruderi che abbiamo costeggiato alcune ore fa, ma in qualche modo ti riguardano. Erano un campo di prigionia, un campo di prigionia italiano. Allo scoppio della guerra, alcuni immigrati italiani e forse anche alcuni tedeschi sono stati deportati li' per evitare congiure ai danni dell'esercito australiano alleato agli americani e agli inglesi". La sorpresa alla notizia si legge nelle facce di tutti coloro in ascolto e Trevor prosegue allora difendendo la scelta degli Australiani di allora. "Lo so che sembra un destino crudele e ingiusto. Molti di coloro che sono finiti laggiu' erano qui da tempo, probabilmente estranei al destino del loro paese d'origine, ma tant'e', in periodo di guerra le valutazioni cambiano e perdono in lucidita'".
La conversazione a bordo dell'Indian Pacific e' stata presto interrotta dall'arrivo a Perth, ma da quelle poche battute sono nati quattro giorni, di quelli che piu' riescono a meravigliarmi. Quattro giorni in grembo a un'altra famiglia australiana. Quattro giorni di fugaci e cordiali visite a figli e nipoti. Quattro giorni di sport nel club di Victor Harbor. Quattro giorni tra gamberetti e vino rosso. Quattro giorni tra il verde della Back Valley (foto) e le rocce di Granite Island (foto). Quattro giorni nella fattoria del night manager dell'Indian Pacific, dove Trevor mi ha invitato a fine viaggio, mentre dal binario ero gia' in cammino sulla via di Perth.
I quattro giorni a Victor Harbor, un'ottantina di Km a sud-est di Adelaide, sono quelle meraviglie di percorso che so che presto rimpiangero' dell'Australia. Viaggi nel cuore di nuclei familiari che nascono nel giro di poche parole, di una birra o di un saluto per strada. Una totale condivisione di spazi fisici e sociali fondata su una fiducia assoluta e immediata nel prossimo. Una fiducia a cui non ho ancora trovato spiegazione, se non forse considerarla una sorta di antidoto allo spleen che a volte serpeggia nelle zone piu' abbandonate del continente.
"Perche'?" ho chiesto esplicitamente a Trevor l'ultima sera. "Perche' hai violato la privacy della tua casa e della tua famiglia per ospitarmi qui senza alcun preavviso, senza nulla in cambio, senza sapere con esattezza che diavolo mi poteva frullare in testa?".
La risposta e' stata vaga, come quando si chiede di riflettere su qualcosa che da sempre si da' per scontato. "Non sei stato l'unico viaggiatore a fare sosta qui" ha replicato lui, elencandomi altri quattro o cinque esempi. "E' capitato ogni volta che mi sono goduto una conversazione interessante e ho avuto voglia di saperne di piu'".
"Quattro chiacchiere in piu' - dico - questo e' normale. Ma qui c'e' in gioco molto di piu': la tua casa, il tuo cibo, il tuo vino e tutte le tue relazioni familiari e sociali. Non credo che l'Italia sia un luogo inospitale, ma prima di condividere tutto quanto ho appena elencato credo che ogni italiano pretenda una certa marcia di avvicinamento. Non so quanto lunga, ma certo piu' lunga di uno scambio di battute sul treno".
"E a che pro tutti questi preamboli?" rispode quasi stupito Trevor. "Avevi una faccia sorridente".
Il Western Australia Museum si affaccia emblematicamente sul Perth Cultural Center, affiancato dalla galleria d'arte moderna e da un istituto culturale dedicato ai nuovi media. Quasi un segnale architettonico per dire che Perth ha voltato pagina: il suo passato, per quanto recente, e' comunque passato, dietro le spalle, all'ombra dei nuovi grattacieli. La corsa all'oro prima e il turismo poi hanno in effetti trasformato un piccolo borgo in una metropoli di un milione e mezzo di abitanti, abbellita da una sky line paragonabile a quella di Sydney e da un parco urbano che da solo ospita piu' specie di orchidee dell'intera Europa.
Perth rimane pero' una citta' con una composizione sociale ancora instabile, ancora pionieristica. Nelle sue camerate, fatto estraneo alle altre citta' australiane, trovano posto eserciti di senza casa e migranti alla ricerca di lavoro nelle mieniere di Kalgorlie. Chi non ha niente e tenta disperatamente di strappare qualcosa al piu' presto sembra cioe' guardare ancora a Perth come meta privilegiata per raggranellare una fortuna. O, piu' spesso, per trovare un po' di compagnia e annegare la sfortuna in una birra e in una chitarra.
E' in questa citta' di grandi distanze, grandi boom e grandi fallimenti che si puo' incontrare piu' facilmente che altrove una donna di mezza eta' tedesca in viaggio verso il suo sogno naturalistico. Non ne so il nome, dimenticato o forse mai detto, ma ne ricordo il profilo professionale. A parlarmi, tra le mura del Governor's Lodge, un vecchio cottage restaurato nel sobborgo di Northbridge, era una geologa arricchita da una passione per la botanica. Era li' con un visto turistico, senza un'idea precisa di dove sistemarsi, ma con la speranza di trovare un lavoro tra le foreste di Jarra del West Australia o le sequioe secolari della Tasmania. Certamente era tesa per il colloquio che era riuscita a procacciarsi per il giorno successivo. E forse aveva voglia di parlare per rendere il suo sogno un po' piu' reale di un mero viaggio cerebrale.
"Hai affrontato la questione aborigena?" mi ha chiesto quasi all'improvviso. "Intendo, hai scambiato qualche battuta con loro?".
"Neanche una" rispondo. "Gli Aborigeni che ho incontrati sono stati solo quelli seduti ai margini delle strade di Alice e Darwin. Ubriachi, storditi dalla benzina e con un aspetto mostruoso. Troppo, troppo ostili".
"Gia', e' capitato lo stesso anche a me scendendo per la costa occidentale. Erano tutti troppo diversi e visibilmente estraniati per provare un approccio". "Pero' - prosegue dopo una pausa - negli ultimi due giorni ho speso la maggior parte del tempo a consultare libri sulla storia dell'Australia alla biblioteca di stato di Perth. Ne ho anche acquistati alcuni" mi dice indicandomi testi datati che le biblioteche mettono in vendita per pochi dollari. "Guarda - prosegue aprendo alcune pagine con raffigurati disegni a matita di meta' Ottocento - guarda come i coloni ritraevano gli aborigeni. Siedono a gruppi ai margini della folla, come oggi. Ma le loro facce sono incredibili: sono volti europei. I coloni cercavano di esorcizzare la paura degli aborigeni rendendoli simili a loro".
La geologa tedesca chiude il testo, lo ripone nella valigia. Poi si china di nuovo ed estrae una pergamena. La srotola sul letto e additandola si rivolge a me una volta ancora. "Guarda anche questi dipinti a sfondo pastorale. Osserva gli alberi, il fiume e le dame sedute all'ombra. Sono dipinti dei coloni australiani, ma sembrano provenire dalla Francia o dalla Gran Bretagna. Tutte le piante d'alto fusto qui in Australia tendono ad avere una chioma molto ampia, proiettata verso l'esterno. Biologicamente e' per loro vitale: i rami offrono alle radici l'ombra necessaria a difenderle dal sole estivo. Ma nei dipinti queste caratteristiche scompaiono. Gli eucalipti di questi disegni hanno la forma degli alberi europei: alti e slanciati alla ricerca della luce".
"Nostalgia - conclude la mia interlocrutrice - L'unico sentimento che i primi pittori australiani riuscivano a proiettare sulla tela era la nostalgia. Non riuscivano a vedere nulla di interessante in questo paese, che anzi suscitava loro un timore viscerale. Io lo trovo invece cosi' unico e affascinante e a ogni passo spero un po' piu' di prima di poterci restare".
Tra me e l'epilogo del sogno della geologa tedesca ci sono ora miglia di chilometri. Forse il giorno successivo ha trovato il suo lavoro nel West o forse dopo poche ore ha ripreso anche lei la via dell'est, facendo rotta attraverso la Nullarbor Plain, la pianura che divide in due il continente separando Adelaide da Perth. Io l'ho attraversata due volte in treno, impiegando ogni volta due giorni e mezzo. La Nullarbor Plain e' una distesa quasi interamente priva di alberi ad alto fusto (da qui il nome), colorata dal verde scuro del salt bush. Fino a dieci milioni di anni fa era un mare, mentre ora e' un deserto salato. L'unico abitato lungo la linea ferroviaria e' Cook (foto), con due soli abitanti. C'e' poi la macchia verde di Forrest, un pugno di alberi piantati in onore di Forrest, il Premier australiano che per primo riusci' a camminare da un lato all'altro della distesa. E infine, ogni tre o quattro ore di viaggio c'e' una jeep di fronte alla quale il treno fa sosta: i fattori dell'outback sono li' per prendere dall'Indian Pacific giornali, provviste e acqua nei periodi piu' secchi.
La Nullarbor Plain ha poco da raccontare, talmente poche sono le voci che riempiono la sua superficie, grande come undici volte il Belgio. Ma nell'ultima colazione a bordo, prima dell'approssimarsi di Perth, la mia attenzione e' stata portata a un grumo di rocce appena visibili all'orizzonte. Al mio tavolo si siede Trevor, night manager dell'Indian Pacific. Si aggancia alla conversazione in corso con gli altri passeggeri, piu' che altro un elenco di consigli di lettura a sfondo australiano. Poi sposta l'accento sulle mie origini italiane. "Forse - mi dice - non hai nemmeno notato i ruderi che abbiamo costeggiato alcune ore fa, ma in qualche modo ti riguardano. Erano un campo di prigionia, un campo di prigionia italiano. Allo scoppio della guerra, alcuni immigrati italiani e forse anche alcuni tedeschi sono stati deportati li' per evitare congiure ai danni dell'esercito australiano alleato agli americani e agli inglesi". La sorpresa alla notizia si legge nelle facce di tutti coloro in ascolto e Trevor prosegue allora difendendo la scelta degli Australiani di allora. "Lo so che sembra un destino crudele e ingiusto. Molti di coloro che sono finiti laggiu' erano qui da tempo, probabilmente estranei al destino del loro paese d'origine, ma tant'e', in periodo di guerra le valutazioni cambiano e perdono in lucidita'".
La conversazione a bordo dell'Indian Pacific e' stata presto interrotta dall'arrivo a Perth, ma da quelle poche battute sono nati quattro giorni, di quelli che piu' riescono a meravigliarmi. Quattro giorni in grembo a un'altra famiglia australiana. Quattro giorni di fugaci e cordiali visite a figli e nipoti. Quattro giorni di sport nel club di Victor Harbor. Quattro giorni tra gamberetti e vino rosso. Quattro giorni tra il verde della Back Valley (foto) e le rocce di Granite Island (foto). Quattro giorni nella fattoria del night manager dell'Indian Pacific, dove Trevor mi ha invitato a fine viaggio, mentre dal binario ero gia' in cammino sulla via di Perth.
I quattro giorni a Victor Harbor, un'ottantina di Km a sud-est di Adelaide, sono quelle meraviglie di percorso che so che presto rimpiangero' dell'Australia. Viaggi nel cuore di nuclei familiari che nascono nel giro di poche parole, di una birra o di un saluto per strada. Una totale condivisione di spazi fisici e sociali fondata su una fiducia assoluta e immediata nel prossimo. Una fiducia a cui non ho ancora trovato spiegazione, se non forse considerarla una sorta di antidoto allo spleen che a volte serpeggia nelle zone piu' abbandonate del continente.
"Perche'?" ho chiesto esplicitamente a Trevor l'ultima sera. "Perche' hai violato la privacy della tua casa e della tua famiglia per ospitarmi qui senza alcun preavviso, senza nulla in cambio, senza sapere con esattezza che diavolo mi poteva frullare in testa?".
La risposta e' stata vaga, come quando si chiede di riflettere su qualcosa che da sempre si da' per scontato. "Non sei stato l'unico viaggiatore a fare sosta qui" ha replicato lui, elencandomi altri quattro o cinque esempi. "E' capitato ogni volta che mi sono goduto una conversazione interessante e ho avuto voglia di saperne di piu'".
"Quattro chiacchiere in piu' - dico - questo e' normale. Ma qui c'e' in gioco molto di piu': la tua casa, il tuo cibo, il tuo vino e tutte le tue relazioni familiari e sociali. Non credo che l'Italia sia un luogo inospitale, ma prima di condividere tutto quanto ho appena elencato credo che ogni italiano pretenda una certa marcia di avvicinamento. Non so quanto lunga, ma certo piu' lunga di uno scambio di battute sul treno".
"E a che pro tutti questi preamboli?" rispode quasi stupito Trevor. "Avevi una faccia sorridente".
martedì, luglio 03, 2007
In diretta da Canberra i "ciceroni" del cambiamento climatico
L'Australia si sta avvicinando a un'importante scadenza elettorale. Tra poche settimane l'intero paese sara' chiamato alle urne per il rinnovo del parlamento federale.
Il governo uscente e' quello del conservatore John Howard, al potere da circa un decennio. Un lungo arco di tempo contraddistinto da una costante crescita economica, ma anche da scelte estreme, che sul fronte lavorativo hanno per esempio sancito la messa al bando delle rappresentanze sindacali. Gli Australiani sembrano stanchi di questa lunga maratona produttiva e i sondaggi danno in vantaggio i democratici. In caso di vittoria, manderebbero al governo Kevin Rudd, la cui moglie e' in questi giorni impegnatissima a svendere ogni suo capitale per fugare le accuse di conflitto di interessi lanciate dalla stampa.
La campagna elettorale ha toni epici. Le immagini sembrano in diretta dal Senato dell'Antica Roma. Howard e Rudd si confrontano con ciceroniane battaglie retoriche. Siedono uno di fronte all'altro e ocupano i rispettivi tempi di eloquoi con gesti magniloquenti. A volte richiamano l'attenzione dei propri compagni di partito, compostamente seduti alle spalle. A volte si concentrano sulle statistiche alla base delle loro lunghe argomentazioni. Ma per lo piu' si sfottono in modo quasi infantile alla "pappappero". L'improperio piu' comune, cosi' a primo acchito, e' "pinguino".
Quando, sporadicamente, il confronto esce dalle metafore animalesche, i temi in gioco sono in parte simili a quelli italiani. Su tutti, la precarizzazione della forza lavoro e poi a seguire il taglio dei fondi alla scuola, la preoccupazione per le massiccie percentuali del mercato agricolo conquistate dalla Cina e la questione salute in senso lato, dalle norme anti-fumo (severissime) alle terapie genetiche.
Tra questi temi internazionali si nasconde pero' qualche issue tipicamente australiana. Gli animali ne sono un esempio. Sono costantemente sull'agenda politica. Da una settimana largo s[pazio e' dato per esempio al vertici sulle balene in corso in Alaska, dove gli Australiani stanno infruttuosamente facendo pressione sul Giappone per ridurre il numero degli esemplari uccisi. Poi, novita' dell'ultima ora, sono i flying foxes, ovvero una specie di pipistrello che, sospinta dalla siccita' ha abbandonato il suo habitat naturale nell'outback, per trasferirsi nelle "popolose" rive della east coast.
Il tema australiano per eccellenza e' comunque il cambiamente climatico. Paradossalmente, una delle piu' disabitate lande del pianeta - una nazione di 20 milioni di persone grande come gli Stati Uniti - e' la piu' colpita dalle bizzarrie del clima. Nei tropici si affogano, sino a perdere il conto degli allagamenti. Nel sud muoiono di sete. E nelle ricche citta' di Melbourne e Sydney, una buona fetta della popolazione viene colpita dal tumore alla pelle a causa del buco dell'ozono che sovrasta il polo sud.
Per esorcizzare questi problemi, che, a ben vedere, sono sempre stati connaturati a questo continente naturalisticamente indomabile, il clima e il suo presente cambiamento sono sempre in onda. Cosi' centrali che per essi c'e' addirittura un ministro preposto. Si', il Ministro per il cambiamento climatico. La sua intervista pochi giorni fa e' stata affiancata a quella di uno degli uomini piu' anziani dell'Australia. A novant'anni suonati, qual era il desiderio del vecchietto? Ovviamente, sopravvivere per altri trent'anni in modo da vedere il clima che la sua generazione aveva riservato per quella successiva.
Il governo uscente e' quello del conservatore John Howard, al potere da circa un decennio. Un lungo arco di tempo contraddistinto da una costante crescita economica, ma anche da scelte estreme, che sul fronte lavorativo hanno per esempio sancito la messa al bando delle rappresentanze sindacali. Gli Australiani sembrano stanchi di questa lunga maratona produttiva e i sondaggi danno in vantaggio i democratici. In caso di vittoria, manderebbero al governo Kevin Rudd, la cui moglie e' in questi giorni impegnatissima a svendere ogni suo capitale per fugare le accuse di conflitto di interessi lanciate dalla stampa.
La campagna elettorale ha toni epici. Le immagini sembrano in diretta dal Senato dell'Antica Roma. Howard e Rudd si confrontano con ciceroniane battaglie retoriche. Siedono uno di fronte all'altro e ocupano i rispettivi tempi di eloquoi con gesti magniloquenti. A volte richiamano l'attenzione dei propri compagni di partito, compostamente seduti alle spalle. A volte si concentrano sulle statistiche alla base delle loro lunghe argomentazioni. Ma per lo piu' si sfottono in modo quasi infantile alla "pappappero". L'improperio piu' comune, cosi' a primo acchito, e' "pinguino".
Quando, sporadicamente, il confronto esce dalle metafore animalesche, i temi in gioco sono in parte simili a quelli italiani. Su tutti, la precarizzazione della forza lavoro e poi a seguire il taglio dei fondi alla scuola, la preoccupazione per le massiccie percentuali del mercato agricolo conquistate dalla Cina e la questione salute in senso lato, dalle norme anti-fumo (severissime) alle terapie genetiche.
Tra questi temi internazionali si nasconde pero' qualche issue tipicamente australiana. Gli animali ne sono un esempio. Sono costantemente sull'agenda politica. Da una settimana largo s[pazio e' dato per esempio al vertici sulle balene in corso in Alaska, dove gli Australiani stanno infruttuosamente facendo pressione sul Giappone per ridurre il numero degli esemplari uccisi. Poi, novita' dell'ultima ora, sono i flying foxes, ovvero una specie di pipistrello che, sospinta dalla siccita' ha abbandonato il suo habitat naturale nell'outback, per trasferirsi nelle "popolose" rive della east coast.
Il tema australiano per eccellenza e' comunque il cambiamente climatico. Paradossalmente, una delle piu' disabitate lande del pianeta - una nazione di 20 milioni di persone grande come gli Stati Uniti - e' la piu' colpita dalle bizzarrie del clima. Nei tropici si affogano, sino a perdere il conto degli allagamenti. Nel sud muoiono di sete. E nelle ricche citta' di Melbourne e Sydney, una buona fetta della popolazione viene colpita dal tumore alla pelle a causa del buco dell'ozono che sovrasta il polo sud.
Per esorcizzare questi problemi, che, a ben vedere, sono sempre stati connaturati a questo continente naturalisticamente indomabile, il clima e il suo presente cambiamento sono sempre in onda. Cosi' centrali che per essi c'e' addirittura un ministro preposto. Si', il Ministro per il cambiamento climatico. La sua intervista pochi giorni fa e' stata affiancata a quella di uno degli uomini piu' anziani dell'Australia. A novant'anni suonati, qual era il desiderio del vecchietto? Ovviamente, sopravvivere per altri trent'anni in modo da vedere il clima che la sua generazione aveva riservato per quella successiva.
giovedì, giugno 28, 2007
L'Italian connection di Parndana
Nella mia settimana a Vivonne Bay (foto) l'apicoltore Brenton mi aveva messo al corrente di un evento militarmente surreale. Durante la seconda guerra mondiale, i Capi di Stato Maggiore dell'esercito australiano avevano identificato Kangaroo Island come un obiettivo sensibile: gli strateghi aussie, cioe', si erano convinti che i Giapponesi avrebbero avviato l'invasione dell'Australia partendo da Kangaroo Island. E il punto di sbarco, stando ai loro calcoli, sarebbe stato l'unico punto d'attracco disponibile sulla costa sud: Vivonne Bay, appunto. Fu cosi' che il molo piu' costoso realizzato nel primo dopo guerra fu fatto saltare in aria, letteralmente polverizzato. Ad assistere allo spettacolo ci furono probabilmente solo una manciata di pescatori emaciati. Come me e Brenton si saranno chiesti quale mente "brillante" avesse potuto vedere in un'isola priva d'acqua l'approdo privilegiato per un esercito.
La guerra infatti non entro' mai a Kangaroo Island, ignorandola come qualsiasi altro evento significativo. Pero' qualche isolano fu suo malgrado spedito nel cuore del conflitto su nella remota Europa. In particolare, uno dei vecchi di Parndana, l'abitato nel centro dell'isola, fu a lungo prigioniero dei Tedeschi in Italia, prima di riuscire a fuggire e attraversare le linee nemiche fino a ricongiungersi con gli Alleati su a nord. La sua storia e' ritornata d'attualita' poco tempo addietro, perche' il nipote del soldato di allora e' voluto tornare sulle orme del nonno, ripercorrendo in tempo di pace la rotta tracciata dall'avo in tempo di guerra.
"Come vedi - mi dice Richard, replicando ai miei incontri italiani a Broken Hill - c'e' un'Italian connection anche a Parndana". Rich, geografo impegnato nella mappatura del Flinders Chase Nationa Park, nel remoto West End di Kangaroo Island, si e' trasferito a Parndana cinque anni fa, dopo una parentesi giovanile nella West Coast e un ventennio di landscape survey nell'outback a nord di Port Augusta. Il suo vissuto e' ormai lungo, a sufficienza per comprendere tra i ricordi qualche scampolo di vita assieme agli emigrati italiani del secondo Dopoguerra. "All'ora ero ancora a Sydney con la famiglia - racconta - e ricordo benissimo la numerosa ondata di immigrati italiani sbarcati in New South Wales: qualcuno andava nelle miniere, ma i piu' di davano all'agricoltura e al commercio del frutta e verdura. Ho conosciuto quella gente, perche' ho fatto le scuole elementari con i loro figli. Quasi ogni bambino australiano di allora ne aveva uno straniero da seguire come tutor per facilitare l'apprendimento della lingua. Io ne ho avuti molti italiani. Ci scambiavamo le passioni sportive e cercavamo sempre di dare il massimo, perche' alla fine della settimana i migliori, quelli che avevano progredito di piu' con l'inglese, ricevevano una piccola ricompensa".
Richard e' uno dei circa quaranta membri del walking club di Kangaroo Island a cui mi sono mischiato lo scorso 24 giugno per la mia "grande domenica" con gli abitanti dell'isola. Il club si da' appuntamento una o due volte al mese per un'escursione collettiva di difficolta' variabile, dalle poche ore all'intero fine settimana. "Un modo per riunire gente" dicono i locali, solitari ma orgogliosi di essere parte di qualcosa, uno, due, mille club (ne esistono dieci solo per il football).
L'uscita di domenica aveva come meta il Little Sahara, un pugno di ettari di Nord Africa che la geologia si e' divertita a riprodurre nel sud del mondo. Alte dune si alzano dal bush circostante issando verso il cielo brillanti tonalita' tra il rosso e il il giallo. Solo qualche legno disidratato, apparentemente inerte da tempi preistorici, interrompe sporadicamente l'alternarsi di creste, conche e sbuffi di sabbia al vento. Questo ecosistema, a prima vista estraneo al resto dell'isola, e' in realta' una finestra su un substrato geologico comune a molte zone di Kangaroo ISland. Anche Prospect Hill, una delle colline piu' alte, e' una duna. Solo che quasi ovunque l'arcigna vegetazione del luogo ha avuto la meglio sulla sabbia, fino a ricoprirla interamente. "Qui - mi spiega invece Jeff, la guida di giornata - la guerra non ha avuto un vincitore. Little Sahara e' su un rilievo costantemente spazzato dal vento: qui la sabbia non ha mai requie e neppure le radici del nostro bush riescono a sedimentarla".
L'anello che percorriamo dista pochi chilometri da Vivonne Bay. Dalla cima di Mt. Bloombury, dove e' prevista la sosta per il pranzo, la spiaggia piu' bella d'Australia e' visibile in tutta la sua lunghezza. Dopo cinque settimane sul'isola, vesto cosi' i panni del narratore, citando i folcloristici artisti del legno e della pietra laggiu' incontrati. "Oh quelli sono pazzi davvero - conferma una signora appena rientrata dalla Germania, dove ha insegnato inglese per venti anni. "Sei stato iniziato all'avanguardia - prosegue - ma non siamo tutti cosi'".
"Lo immagino" rispondo allegramente. Ma non ne sono del tutto sicuro. Stacy, l'energetica escursionista che mi siede al fianco e' stata in viaggio di nozze per sette mesi, trascinandosi dal sud dell'India al nord della Svezia. "E solo alla fine - commenta lei - ero veramente convinta di essere con quello giusto".
Quando, un paio di ore dopo, il gruppo raggiunge il parcheggio, sfoglio la ricca selezione di primi piani che un barbuto fotografo locale ha scattato alle orchidee dell'isola. E' uno dei miei ultimi assaggi del luogo, assieme a Road Kill Recipies, un sarcastico libro di cucina che Patricia e Tim Leeuwenburg hanno dedicato al reciclo della fauna isolana vittima di incidenti stradali.
Degli isolani conservo pero' qualche indirizzo di posta sia elettronica che tradizionale. Vorrei quanto meno sapere il destino di uno dei vecchi abitanti dell'isola. Circa tre anni fa i medici gli diagnosticarono un cancro, pronosticando una veloce dipartita. Aspettando di morire il buon uomo penso' di usare il suo tempo per dare una mano ai vicini, costruendo un muro qua e un tetto la'. Aspettando di morire, pochi mesi fa ha iniziato a costruirsi una nuova casa.
La guerra infatti non entro' mai a Kangaroo Island, ignorandola come qualsiasi altro evento significativo. Pero' qualche isolano fu suo malgrado spedito nel cuore del conflitto su nella remota Europa. In particolare, uno dei vecchi di Parndana, l'abitato nel centro dell'isola, fu a lungo prigioniero dei Tedeschi in Italia, prima di riuscire a fuggire e attraversare le linee nemiche fino a ricongiungersi con gli Alleati su a nord. La sua storia e' ritornata d'attualita' poco tempo addietro, perche' il nipote del soldato di allora e' voluto tornare sulle orme del nonno, ripercorrendo in tempo di pace la rotta tracciata dall'avo in tempo di guerra.
"Come vedi - mi dice Richard, replicando ai miei incontri italiani a Broken Hill - c'e' un'Italian connection anche a Parndana". Rich, geografo impegnato nella mappatura del Flinders Chase Nationa Park, nel remoto West End di Kangaroo Island, si e' trasferito a Parndana cinque anni fa, dopo una parentesi giovanile nella West Coast e un ventennio di landscape survey nell'outback a nord di Port Augusta. Il suo vissuto e' ormai lungo, a sufficienza per comprendere tra i ricordi qualche scampolo di vita assieme agli emigrati italiani del secondo Dopoguerra. "All'ora ero ancora a Sydney con la famiglia - racconta - e ricordo benissimo la numerosa ondata di immigrati italiani sbarcati in New South Wales: qualcuno andava nelle miniere, ma i piu' di davano all'agricoltura e al commercio del frutta e verdura. Ho conosciuto quella gente, perche' ho fatto le scuole elementari con i loro figli. Quasi ogni bambino australiano di allora ne aveva uno straniero da seguire come tutor per facilitare l'apprendimento della lingua. Io ne ho avuti molti italiani. Ci scambiavamo le passioni sportive e cercavamo sempre di dare il massimo, perche' alla fine della settimana i migliori, quelli che avevano progredito di piu' con l'inglese, ricevevano una piccola ricompensa".
Richard e' uno dei circa quaranta membri del walking club di Kangaroo Island a cui mi sono mischiato lo scorso 24 giugno per la mia "grande domenica" con gli abitanti dell'isola. Il club si da' appuntamento una o due volte al mese per un'escursione collettiva di difficolta' variabile, dalle poche ore all'intero fine settimana. "Un modo per riunire gente" dicono i locali, solitari ma orgogliosi di essere parte di qualcosa, uno, due, mille club (ne esistono dieci solo per il football).
L'uscita di domenica aveva come meta il Little Sahara, un pugno di ettari di Nord Africa che la geologia si e' divertita a riprodurre nel sud del mondo. Alte dune si alzano dal bush circostante issando verso il cielo brillanti tonalita' tra il rosso e il il giallo. Solo qualche legno disidratato, apparentemente inerte da tempi preistorici, interrompe sporadicamente l'alternarsi di creste, conche e sbuffi di sabbia al vento. Questo ecosistema, a prima vista estraneo al resto dell'isola, e' in realta' una finestra su un substrato geologico comune a molte zone di Kangaroo ISland. Anche Prospect Hill, una delle colline piu' alte, e' una duna. Solo che quasi ovunque l'arcigna vegetazione del luogo ha avuto la meglio sulla sabbia, fino a ricoprirla interamente. "Qui - mi spiega invece Jeff, la guida di giornata - la guerra non ha avuto un vincitore. Little Sahara e' su un rilievo costantemente spazzato dal vento: qui la sabbia non ha mai requie e neppure le radici del nostro bush riescono a sedimentarla".
L'anello che percorriamo dista pochi chilometri da Vivonne Bay. Dalla cima di Mt. Bloombury, dove e' prevista la sosta per il pranzo, la spiaggia piu' bella d'Australia e' visibile in tutta la sua lunghezza. Dopo cinque settimane sul'isola, vesto cosi' i panni del narratore, citando i folcloristici artisti del legno e della pietra laggiu' incontrati. "Oh quelli sono pazzi davvero - conferma una signora appena rientrata dalla Germania, dove ha insegnato inglese per venti anni. "Sei stato iniziato all'avanguardia - prosegue - ma non siamo tutti cosi'".
"Lo immagino" rispondo allegramente. Ma non ne sono del tutto sicuro. Stacy, l'energetica escursionista che mi siede al fianco e' stata in viaggio di nozze per sette mesi, trascinandosi dal sud dell'India al nord della Svezia. "E solo alla fine - commenta lei - ero veramente convinta di essere con quello giusto".
Quando, un paio di ore dopo, il gruppo raggiunge il parcheggio, sfoglio la ricca selezione di primi piani che un barbuto fotografo locale ha scattato alle orchidee dell'isola. E' uno dei miei ultimi assaggi del luogo, assieme a Road Kill Recipies, un sarcastico libro di cucina che Patricia e Tim Leeuwenburg hanno dedicato al reciclo della fauna isolana vittima di incidenti stradali.
Degli isolani conservo pero' qualche indirizzo di posta sia elettronica che tradizionale. Vorrei quanto meno sapere il destino di uno dei vecchi abitanti dell'isola. Circa tre anni fa i medici gli diagnosticarono un cancro, pronosticando una veloce dipartita. Aspettando di morire il buon uomo penso' di usare il suo tempo per dare una mano ai vicini, costruendo un muro qua e un tetto la'. Aspettando di morire, pochi mesi fa ha iniziato a costruirsi una nuova casa.
mercoledì, giugno 20, 2007
The dark side of the Island: citazioni
Fred potrebbe essere un membro del Dudley Writers' Group di Kangaroo Island, un manipolo di scrittori locali che da tempo cerca di racchiudere in storie brevi lo spirito dell'isola. Quando qualche giorno mi ha gentilmente dato un passaggio tra Kingscote e la Pellican Lagoon non ne ha fatto cenno, ma ora ne sono quasi certo.
Lungo tutto il percorso, quaranta minuti abbondanti di auto, ha esplorato le migliori pagine della letteratura australiana. Prima di lasciarmi ha poi finito con un consiglio. Di fronte al cancello di Katherine, ha spento il motore del suo fuoristrada, ha indossato fini occhiali da vista e mi ha lasciato una nota su un brandello di foglio di giornale. "Se ti piace l'isola - mi ha detto - non dovresti perdere Scratching the surface. E' una raccolta di racconti brevi. Da' una prospettiva interessante sul luogo, perche' esplora la dark side dell'isola, quella che i turisti non vedono mai".
Fred mi ha ispirato fiducia. Un tipico uomo che qui definirebbero "down to earth": un po' sognatore, forse un hippy di mezza eta' stando allo scompigliato taglio di capelli, ma profondamente legato ai valori del bush e della terra, onorato dui avere nelle vene il sangue di un nonnno aborigeno. Ho allora conservato il suo post-it e dopo una ricerca alla biblioteca e alla libreria di Kingscote ho messo mano su Scratching the surface, scoprendo che il volume e' tutto frutto di penne locali: gli autori per divertimento del Dudley Writers'Group.
Mi piace pensare che la raccolta sia una conferma alla mia prima impressione sull'isola (vai al post): un paradiso dietro a cui si nasconde un diffuso dolore. Questa e' l'introduzione a Scratching the surface, firmata per il Dudley Writers' Group di Kangaroo Island da John Sabel:
Most people say that Kangaroo Island is a beautiful place, because that;s how it looks. But if you start scratching the surface you may find mysterious things, like a high scream in the wind ora darkness that grows or graves questions in the quiet.
I wish I could say that all the stories in the volume are fiction, but I can't. Just be thankful we've only been scratching not digging.
Divertente, ma un po' inquietante e' poi anche una sorta di preghiera-poesia che ho trovato appesa su un frigorifero:
Lungo tutto il percorso, quaranta minuti abbondanti di auto, ha esplorato le migliori pagine della letteratura australiana. Prima di lasciarmi ha poi finito con un consiglio. Di fronte al cancello di Katherine, ha spento il motore del suo fuoristrada, ha indossato fini occhiali da vista e mi ha lasciato una nota su un brandello di foglio di giornale. "Se ti piace l'isola - mi ha detto - non dovresti perdere Scratching the surface. E' una raccolta di racconti brevi. Da' una prospettiva interessante sul luogo, perche' esplora la dark side dell'isola, quella che i turisti non vedono mai".
Fred mi ha ispirato fiducia. Un tipico uomo che qui definirebbero "down to earth": un po' sognatore, forse un hippy di mezza eta' stando allo scompigliato taglio di capelli, ma profondamente legato ai valori del bush e della terra, onorato dui avere nelle vene il sangue di un nonnno aborigeno. Ho allora conservato il suo post-it e dopo una ricerca alla biblioteca e alla libreria di Kingscote ho messo mano su Scratching the surface, scoprendo che il volume e' tutto frutto di penne locali: gli autori per divertimento del Dudley Writers'Group.
Mi piace pensare che la raccolta sia una conferma alla mia prima impressione sull'isola (vai al post): un paradiso dietro a cui si nasconde un diffuso dolore. Questa e' l'introduzione a Scratching the surface, firmata per il Dudley Writers' Group di Kangaroo Island da John Sabel:
Most people say that Kangaroo Island is a beautiful place, because that;s how it looks. But if you start scratching the surface you may find mysterious things, like a high scream in the wind ora darkness that grows or graves questions in the quiet.
I wish I could say that all the stories in the volume are fiction, but I can't. Just be thankful we've only been scratching not digging.
Divertente, ma un po' inquietante e' poi anche una sorta di preghiera-poesia che ho trovato appesa su un frigorifero:
Lord,
grant me the serenity to accept the things I cannot change,
the courage to change things I can,
and the wisdom to hide the bodies of the people I had to kill because they pissed me off.
grant me the serenity to accept the things I cannot change,
the courage to change things I can,
and the wisdom to hide the bodies of the people I had to kill because they pissed me off.
lunedì, giugno 18, 2007
La Germania, il footy e la lima nel road party di Vivonne Bay
Verso la meta' del secolo scorso, il viaggio dall'Europa all'Australia era un'odissea di sette settimane. Le imbarcazioni raccoglievano gli emigranti da tutti i principali porti europei, poi facevano rotta verso il canale di Suez, circumnavigavano la penisola indiana e approdavano a Fremantle, sulla costa occidentale dell'Australia. Quella piccola localita' vicina a Perth era il primo punto d'attracco del nuovo continente, prima di proseguire per Adelaide, Melbourne e Sydney, costeggiando tutta la costa sud. "Per un bambino come me - racconta Frank, uno dei quaranta abitanti di Vivonne Bay (foto)- era una magica esplorazione". Frank, che ora si avvicina ai settant'anni, allora ne aveva solo una decina, ma il suo ricordo del primo viaggio tra la Germania e il Sud Australia non e' stato scalfito dal tempo. "Ricordo molte cose perfettamente", prosegue. "Ricordo il taxi che mio padre noleggio' per poche lire durante il nostro scalo al Cairo e ricordo l'odore dell'India, cosi' forte che invase il ponte della nave quando ancora eravamo a tre giorni di navigazione dalla riva".
Quando Frank mi parla, a Vivonne Bay, nella costa sud occidentale di Kangaroo Island, e' in corso il rituale che si ripete quasi inalterato ogni fine settimana. E' uno scarno e schietto omaggio allo stare insieme. Alcuni locali lo chiamano "road party", perche' quando la notte avanza si esce di casa per consumare le ultime birre ai margini delle vie sterrate della frazione, alla luce di un fuoco improvvisato dentro un bidone.
La cena di questa meta' di giugno e' ospitata da Jimmy, soprannome del falegname Dean. La sua casa e' uno dei luoghi piu' battuti. Jimmy ha gia' qualche capello bianco e una figlia di due anni che scorrazza tra i giocattoli sparsi sul pavimento, ma la sua casa ha lo stesso la forma di un pub. Di fronte alla cucina c'e' il banco del bar con gli scabelli per gli ospiti; da un lato ci sono le mensole degli alcolici, con una collezione di spirits da tutto il mondo; e, sulla parete opposta, un vecchio giradischi fa ancora gracchiare una copiosa collezione di 33 giri. L'atmosfera creata e' volutamente quella di un rifugio di montagna: tutto e' intagliato in un legno scurissimo, le luci sono soffuse e la sagoma imbalsamata di un orso bruno occupa lo spazio lasciato libero dal mobiglio. Anche il caffe' che serve Becky, ha un'aroma alpina. Alla miscela che esce dalla sua Makita vecchio stile, la donna di casa aggiunge Amaretto di Saronno, panna e un cucchiaio ricoperto di cioccolato, mescolando una bevanda dal sapore caldo, cremoso e leggermente alcolico.
Solo il menu' ricorda che Vivonne Bay e' affacciata sull'oceano, cosi' vicina che le onde si sentono ovunque. Il piatto piu' ricco e' una copiosa teglia di ostriche, ricoperte di pomodoro, formaggio e bacon. Attorno a esso e' riunita una compagnia ristretta, a tratti allargata da un bevitore di passaggio sulla via per un'altra cena. Oltre a Dean e Backy, cognato e sorella di Brenton, l'apicoltore che mi ospita, c'e' lo scalpellino Matthew, il costruttore Dave e appunto Frank con la moglie Sylvia.
L'emigrato tedesco e' quello che mi parla di piu'. Forse perche', con la sua pionieristica esperienza di fattore in tutto il sud, e' quello che piu' ha da raccontarmi sulla storia di un paese a cui ormai appartiene interamente. Il suo racconto parte dal 1901, quando l'Australia si diede l'attuale assetto federale. Il governo approvo' all'epoca una nuova Costituzione, rivoluzionaria anche a livello sociale: per la prima volta la legge bandiva la schiavitu' aborigena. Anche i neri statuiva il documento erano manodopera degna di essere remunerata. "Per i fattori del tempo - narra Frank - fu un duro colpo. Pochi di loro fecero marcia indietro dalle loro posizioni razziste. Molti invece passarono al reclutamento di lavoratori dall'Europa. Fu in quei giorni che parti' la piu' grande ondata migratoria dalla Germania verso l'Australia. I nuovi migranti si insediarono spesso nelle comunita' tedesche gia' esistenti: interi paesi infatti erano stati trapiantati molti decenni prima, quando la Germania non era ancora una nazione e la caduta di un principe poteva costare la terra a tutti i suoi sudditi".
Frank mi versa un bicchiere di vino, un pregiato Shiraz dell'isola. "Sole in bottiglia", mi dice spostando la conversazione sulla partita di football che silenziosamente occupa lo schermo alle nostre spalle. Mi chiede se mi piace il "footy". Capisce che ne so poco e ne apprezzo ancora meno e allora tenta un arringa a difesa di una delle fedi sportive di questa terra. "E' uno sport rude, ti capisco, ma la sua storia e' un tutt'uno con la storia di questa nazione".
Il racconto di Frank parte questa volta dall'India. Nel dominio britannico, i primi coloni inglesi si trovarono a fronteggiare un estate tropicale con temperature intollerabili. Occorreva dunque un passatempo per cancellare la noia dei lunghi giorni afosi: un passatempo lento e poco dispendioso a livello fisico. Nacque cosi' il cricket: un antenato del baseball, dove le partite durano giorni e i giocatori si fermano per il te' piu' e piu' volte durante ogni match. Il gioco all'inizio fu concepito in maniera cosi' rilassata che, per le fasi di corsa, era addirittura previsto il ricorso a uno schiavo.
Il cricket si estese rapidamente a tutte le altre colonie inglesi, compresa la colonia penale piu' grande: l'Australia. I galeotti si trovarono pero' a fronteggiare un nuovo imprevisto climatico: il freddo dei mesi invernali, ostile a uno sport statico. Serviva dunque un palliativo per rimanere in forma tra una stagione e l'altra, uno sport tutta corsa e fiato. Gli Australiani buttarono giu' allora le prime regole del loro football, un gioco senza troppi limiti e ospitato in un campo di dimensioni quasi doppie rispetto a quelle del calcio. "Si stima - mi dice Frank al termine del suo racconto - che un giocatore professionistca corra oggi piu' di 20 Km a ogni incontro".
Quando Frank si allontana, Brenton e altri avventori mi mettono in guardia sull'attendibilita' della storia. Ma ne' per loro, ne' per me e' quello il momento migliore per aprire un libro e cercare conferme. Il road party e' ormai nella sua fase calda. Davanti alla capanna degli attrezzi di Jimmy il fuoco e' gia' acceso e nuovi ospiti sono radunati li' attorno per osservare il padrone di casa e i suoi primi ubriachi colpi al nuovo progetto: un cavallo a dondolo per la veranda. La testa ha gia' quasi una forma compiuta e Jimmy e' ottimista sul proseguio. "Con questo e' tutto un'altra cosa", dice mostrando la sua nuova lima, che passa di mano in mano in chiassosa contemplazione. Il feticismo che gli artigiani dell'isola hanno per i loro "hardware" ha da oggi un nuovo totem.
Quando Frank mi parla, a Vivonne Bay, nella costa sud occidentale di Kangaroo Island, e' in corso il rituale che si ripete quasi inalterato ogni fine settimana. E' uno scarno e schietto omaggio allo stare insieme. Alcuni locali lo chiamano "road party", perche' quando la notte avanza si esce di casa per consumare le ultime birre ai margini delle vie sterrate della frazione, alla luce di un fuoco improvvisato dentro un bidone.
La cena di questa meta' di giugno e' ospitata da Jimmy, soprannome del falegname Dean. La sua casa e' uno dei luoghi piu' battuti. Jimmy ha gia' qualche capello bianco e una figlia di due anni che scorrazza tra i giocattoli sparsi sul pavimento, ma la sua casa ha lo stesso la forma di un pub. Di fronte alla cucina c'e' il banco del bar con gli scabelli per gli ospiti; da un lato ci sono le mensole degli alcolici, con una collezione di spirits da tutto il mondo; e, sulla parete opposta, un vecchio giradischi fa ancora gracchiare una copiosa collezione di 33 giri. L'atmosfera creata e' volutamente quella di un rifugio di montagna: tutto e' intagliato in un legno scurissimo, le luci sono soffuse e la sagoma imbalsamata di un orso bruno occupa lo spazio lasciato libero dal mobiglio. Anche il caffe' che serve Becky, ha un'aroma alpina. Alla miscela che esce dalla sua Makita vecchio stile, la donna di casa aggiunge Amaretto di Saronno, panna e un cucchiaio ricoperto di cioccolato, mescolando una bevanda dal sapore caldo, cremoso e leggermente alcolico.
Solo il menu' ricorda che Vivonne Bay e' affacciata sull'oceano, cosi' vicina che le onde si sentono ovunque. Il piatto piu' ricco e' una copiosa teglia di ostriche, ricoperte di pomodoro, formaggio e bacon. Attorno a esso e' riunita una compagnia ristretta, a tratti allargata da un bevitore di passaggio sulla via per un'altra cena. Oltre a Dean e Backy, cognato e sorella di Brenton, l'apicoltore che mi ospita, c'e' lo scalpellino Matthew, il costruttore Dave e appunto Frank con la moglie Sylvia.
L'emigrato tedesco e' quello che mi parla di piu'. Forse perche', con la sua pionieristica esperienza di fattore in tutto il sud, e' quello che piu' ha da raccontarmi sulla storia di un paese a cui ormai appartiene interamente. Il suo racconto parte dal 1901, quando l'Australia si diede l'attuale assetto federale. Il governo approvo' all'epoca una nuova Costituzione, rivoluzionaria anche a livello sociale: per la prima volta la legge bandiva la schiavitu' aborigena. Anche i neri statuiva il documento erano manodopera degna di essere remunerata. "Per i fattori del tempo - narra Frank - fu un duro colpo. Pochi di loro fecero marcia indietro dalle loro posizioni razziste. Molti invece passarono al reclutamento di lavoratori dall'Europa. Fu in quei giorni che parti' la piu' grande ondata migratoria dalla Germania verso l'Australia. I nuovi migranti si insediarono spesso nelle comunita' tedesche gia' esistenti: interi paesi infatti erano stati trapiantati molti decenni prima, quando la Germania non era ancora una nazione e la caduta di un principe poteva costare la terra a tutti i suoi sudditi".
Frank mi versa un bicchiere di vino, un pregiato Shiraz dell'isola. "Sole in bottiglia", mi dice spostando la conversazione sulla partita di football che silenziosamente occupa lo schermo alle nostre spalle. Mi chiede se mi piace il "footy". Capisce che ne so poco e ne apprezzo ancora meno e allora tenta un arringa a difesa di una delle fedi sportive di questa terra. "E' uno sport rude, ti capisco, ma la sua storia e' un tutt'uno con la storia di questa nazione".
Il racconto di Frank parte questa volta dall'India. Nel dominio britannico, i primi coloni inglesi si trovarono a fronteggiare un estate tropicale con temperature intollerabili. Occorreva dunque un passatempo per cancellare la noia dei lunghi giorni afosi: un passatempo lento e poco dispendioso a livello fisico. Nacque cosi' il cricket: un antenato del baseball, dove le partite durano giorni e i giocatori si fermano per il te' piu' e piu' volte durante ogni match. Il gioco all'inizio fu concepito in maniera cosi' rilassata che, per le fasi di corsa, era addirittura previsto il ricorso a uno schiavo.
Il cricket si estese rapidamente a tutte le altre colonie inglesi, compresa la colonia penale piu' grande: l'Australia. I galeotti si trovarono pero' a fronteggiare un nuovo imprevisto climatico: il freddo dei mesi invernali, ostile a uno sport statico. Serviva dunque un palliativo per rimanere in forma tra una stagione e l'altra, uno sport tutta corsa e fiato. Gli Australiani buttarono giu' allora le prime regole del loro football, un gioco senza troppi limiti e ospitato in un campo di dimensioni quasi doppie rispetto a quelle del calcio. "Si stima - mi dice Frank al termine del suo racconto - che un giocatore professionistca corra oggi piu' di 20 Km a ogni incontro".
Quando Frank si allontana, Brenton e altri avventori mi mettono in guardia sull'attendibilita' della storia. Ma ne' per loro, ne' per me e' quello il momento migliore per aprire un libro e cercare conferme. Il road party e' ormai nella sua fase calda. Davanti alla capanna degli attrezzi di Jimmy il fuoco e' gia' acceso e nuovi ospiti sono radunati li' attorno per osservare il padrone di casa e i suoi primi ubriachi colpi al nuovo progetto: un cavallo a dondolo per la veranda. La testa ha gia' quasi una forma compiuta e Jimmy e' ottimista sul proseguio. "Con questo e' tutto un'altra cosa", dice mostrando la sua nuova lima, che passa di mano in mano in chiassosa contemplazione. Il feticismo che gli artigiani dell'isola hanno per i loro "hardware" ha da oggi un nuovo totem.
Kangaroo Island: Vivonne Bay
Vivonne Bay e' stata dichiarata nel 2003 la spiaggia piu' bella d'Australia. Ogni anno poi si attesta nelle prime posizioni della classifica sulle migliori onde per il surf.
Kathy e la sua tenuta sulla Pellican Lagoon
La tenuta di Katherine

L'alba sulla Pellican Lagoon

L'altalena sulla veranda

Katherine di fronte alle scogliere di Pannington Bay


L'alba sulla Pellican Lagoon

L'altalena sulla veranda

Katherine di fronte alle scogliere di Pannington Bay

Per saperne di piu' su Katherine e Kangaroo Island:
Kangaroo Island. Il passato doloroso degli abitanti del paradiso
Sulle rive del fiume. Cosi' vicino, cosi' lontano
mercoledì, giugno 13, 2007
Sulle rive del fiume. Cosi' vicino, cosi' lontano
Il telefono squilla. Katherine saluta questo sporadico evento con voce cordiale. Alla cornetta c'e' Davis, uno dei decani dell'isola: il suo vino e' un nettare pluripremiato. La conversazione si fa vivace e rispettosamente lascio a essa la privacy che merita. Rientro nella sala da pranzo solo alcuni minuti dopo. Katherine (foto) mi guarda raggiante, spalancando gli occhi come un personaggio dei cartoni animati. Beve una boccata di spremuta di melograna, fa un ruttino e poi lancia la sua offerta. "Perche' Silvio non rimani sull'isola fino al 24? Devis mi ha appena informato che ci sara' l'escursione del walking club. Di solito e' molto divertente e con un po' di fortuna ci saranno anche i vecchi abitanti dell'isola, i veri islanders. Con loro gli animali sul tracciato non passano mai inosservati e poi avranno di certo delle storie da raccontarti".
Katherine mi considera ormai uno di casa. Si diverte perfino a emularmi. Prima di coricarsi, di solito non piu' tardi delle 8 di sera, impugna carta e penna e lascia sul foglio qualche frase sulla giornata trascorsa. "Scrivo col cuore piu' che con la testa. Butto giu' le idee come mi vengono" mi dice alla ricerca di compiacenza. Poi mi mostra il foglio dove ha elencato tutti i lavoretti da me svolti negli ultimi 20 giorni. Le descrizioni piu' lunghe, complete di supporto iconografico, sono quelle per le due porte ricavate da legno reciclato. Mentre le "erigevo" mi ha anche scattato qualche foto con la sua vecchia analogica. "You are a fully licensed bush carpenter" rideva dietro l'obiettivo.
Sullo sfondo di queste tre settimane con Katherine c'e' il lento fluire dell'American River. Un fiume, come nei migliori romanzi di Tim Winton, la penna dell'epopea australiana. Un fiume il cui nome arriva diretto dai leggendari tempi dei balenieri, quando gli Americani scelsero queste rive paludose per allestire un poderoso peschereccio e fare rotta verso il polo sud. L'American River e' un paradiso per la pesca e uno stadio per la canoa, ma la sua acqua e' salata, come quella di tutti i fiumi dell'isola, prepotentemente risaliti dalla marea oceanica.
L'American River e' uno dei quartieri piu' popolosi dell'isola. Quasi sempre si vede un insediamento all'orizzonte, annunciato dai serbatoi ospitati in ogni proprieta'. Nelle vicinanze del fiume ci sono le vigne di Davis, i greggi di Bob e gli alloggi di Dean, che, a 72 anni passati, pilota ancora personalmente l'aereo con cui preleva i turisti ad Adelaide. Lontano dal fiume, affacciato sugli strapiombi di Cave Beach, nella costa sud, c'e' invece un sinistro chimico di mezza eta'. In pochi vi hanno parlato, rispettando l'invito a non farlo affisso sul cancello che delimita la sua proprieta'. Apparentemente, il solitario che riesce a stupire il solitario popolo dell'isola, e' impegnato a sintetizzare solventi di origine vegetale.
Quando Katherine si ferma a guardare il fiume e la sua laguna significa che e' arrivato il tempo del ricordo. Di giorno in giorno piu' intimo, piu' personale. L'ultimo e' stato per il marito, John. "Era cosi' maldestro nelle attivita' di campagna. Una volta provo' a far fermentare delle banane. Esplose tutto e da allora sua madre non riusci' piu' a ripulire il soffitto dai parassiti che vi si riproducevano.". "Chissa' - sospira Kathy - forse se non fosse stato ossessionato dal suo lavoro di preside, sarebbe stato ancora qui. Sarebbe stato meno stressato e avrebbe fumato meno. Chissa'. Pover uomo, ha continuato a rimandare la pensione fino a quando non ha piu' potuto chiederla".
Di fronte al fiume Katherine svela poi la tormentata battaglia psicologica che si consuma in lei ogni volta che apre le porte della sua proprieta' a un nuovo sconosciuto. La noia per chi e' incompatibile. LA paura di ospitarne uno "sbagliato". E la voglia di trattenere quelli giusti, "quelli - dice Katherine - che si divertono a sperimentarsi in panni non propri, quelli che si gustano un'insalata, quelli che accettano la sfida di un lungo cammnino". Dopo tre settimane io rientro probabilmente in quest'ultima categoria. "Perche' - mi chiede ancora - non ti fermi fino al 24? Sono solo 12 giorni e sono convinta che puoi fare anche da qui la richiesta per il recupero delle tasse versate in Australia. E nel frattempo puoi lavorare da altri fattori per esplorare il resto dell'isola".
Mi ritrovo cosi' con il telefono in mano, a caccia di brevi lavoretti in altri lidi di Kangaroo Island. La stagione e' bassa, ma alla quarta telefonata la sorte fa un sorriso piu' ammiccante del solito. Al di la' della cornetta c'e' una giovane coppia israeliana. Il loro recapito mi e' finito tra le mani in via ufficiosa: da loro aveva alloggiato Julien, un ragazzo francese appassionato di storia e fotografia, conosciuto a Penola e reicontrato a Darwin.
"In questo momento - mi risponde una voce femminile - non c'e' proprio nulla da fare". Ma la frase si interrompe e la ragazza mi richiede il nome. "Ah, Silvio! Julien ci ha parlato molto di te, della tua macchina fotografica e del tuo blog". Basito, resto in linea ad ascoltare l'epilogo del piccolo miracolo in corso:"Un amico di Julien - prosegue la voce - e' un nostro amico. Sei dunque il benvenuto tra noi: ci godremo il posto assieme per qualche giorno".
Riattaccando il ricevitore, che subito squilla con altre risposte affermative, penso tra me e me al gioco di coincidenze appena consumatosi, all'intreccio di relazioni che si cominciano a dipanare qua e la' per l'Australia. "Cosi' vicino a una vita normale" mi dico, pronto ad aggiornare l'altro capo del mondo sulla mia piacevole serata a Kangaroo Island.
Sulla rotta verso la giovane mattina romagnola, pero', il mio entusiasmo viene sopito. Dall'altra parte della cornetta c'e' un umore cosi' cosi', retaggio di un lutto relativamente prossimo nel tempo e negli affetti. Lo scopro solo con diversi giorni di ritardo. "Cosi' lontano" sono allora costretto a riflettere, interrogandomi sulla liceita' della mia overdose di fatti propri agli antipodi del mondo.
Katherine mi rincuora. "Tranquillo Silvio. La vita e' una scommessa che tutti perdono, qui e la'. Sorridendo e lottando, pero', si puo' posticipare la sconfitta anche di molto".
Cosi' la marcia continua. Solo un giorno dopo sono sul fuoristrada di Brenton, un apicoltore di Vivonne Bay. L'auto si fa spazio a fatica tra un bush selvaggio, a caccia di macchie di fiori bianchi e di canti di uccelli, i due segnali che indicano un posto adatto a collocare le arnie. Dal finestrino immortalo un koala e penso al venerdi' sera quando mi siedero' tra la piccola comunita' di Vivonne per partecipare al rito della partita di football alla Tv. "Mi dovrete spiegare le regole" dico palesando tutta la mia ignoranza in materia. "Puoi anche non saperle - risponde pero' Brenton - la partita e' sola una scusa per brindare e filosofeggiare".
Katherine mi considera ormai uno di casa. Si diverte perfino a emularmi. Prima di coricarsi, di solito non piu' tardi delle 8 di sera, impugna carta e penna e lascia sul foglio qualche frase sulla giornata trascorsa. "Scrivo col cuore piu' che con la testa. Butto giu' le idee come mi vengono" mi dice alla ricerca di compiacenza. Poi mi mostra il foglio dove ha elencato tutti i lavoretti da me svolti negli ultimi 20 giorni. Le descrizioni piu' lunghe, complete di supporto iconografico, sono quelle per le due porte ricavate da legno reciclato. Mentre le "erigevo" mi ha anche scattato qualche foto con la sua vecchia analogica. "You are a fully licensed bush carpenter" rideva dietro l'obiettivo.
Sullo sfondo di queste tre settimane con Katherine c'e' il lento fluire dell'American River. Un fiume, come nei migliori romanzi di Tim Winton, la penna dell'epopea australiana. Un fiume il cui nome arriva diretto dai leggendari tempi dei balenieri, quando gli Americani scelsero queste rive paludose per allestire un poderoso peschereccio e fare rotta verso il polo sud. L'American River e' un paradiso per la pesca e uno stadio per la canoa, ma la sua acqua e' salata, come quella di tutti i fiumi dell'isola, prepotentemente risaliti dalla marea oceanica.
L'American River e' uno dei quartieri piu' popolosi dell'isola. Quasi sempre si vede un insediamento all'orizzonte, annunciato dai serbatoi ospitati in ogni proprieta'. Nelle vicinanze del fiume ci sono le vigne di Davis, i greggi di Bob e gli alloggi di Dean, che, a 72 anni passati, pilota ancora personalmente l'aereo con cui preleva i turisti ad Adelaide. Lontano dal fiume, affacciato sugli strapiombi di Cave Beach, nella costa sud, c'e' invece un sinistro chimico di mezza eta'. In pochi vi hanno parlato, rispettando l'invito a non farlo affisso sul cancello che delimita la sua proprieta'. Apparentemente, il solitario che riesce a stupire il solitario popolo dell'isola, e' impegnato a sintetizzare solventi di origine vegetale.
Quando Katherine si ferma a guardare il fiume e la sua laguna significa che e' arrivato il tempo del ricordo. Di giorno in giorno piu' intimo, piu' personale. L'ultimo e' stato per il marito, John. "Era cosi' maldestro nelle attivita' di campagna. Una volta provo' a far fermentare delle banane. Esplose tutto e da allora sua madre non riusci' piu' a ripulire il soffitto dai parassiti che vi si riproducevano.". "Chissa' - sospira Kathy - forse se non fosse stato ossessionato dal suo lavoro di preside, sarebbe stato ancora qui. Sarebbe stato meno stressato e avrebbe fumato meno. Chissa'. Pover uomo, ha continuato a rimandare la pensione fino a quando non ha piu' potuto chiederla".
Di fronte al fiume Katherine svela poi la tormentata battaglia psicologica che si consuma in lei ogni volta che apre le porte della sua proprieta' a un nuovo sconosciuto. La noia per chi e' incompatibile. LA paura di ospitarne uno "sbagliato". E la voglia di trattenere quelli giusti, "quelli - dice Katherine - che si divertono a sperimentarsi in panni non propri, quelli che si gustano un'insalata, quelli che accettano la sfida di un lungo cammnino". Dopo tre settimane io rientro probabilmente in quest'ultima categoria. "Perche' - mi chiede ancora - non ti fermi fino al 24? Sono solo 12 giorni e sono convinta che puoi fare anche da qui la richiesta per il recupero delle tasse versate in Australia. E nel frattempo puoi lavorare da altri fattori per esplorare il resto dell'isola".
Mi ritrovo cosi' con il telefono in mano, a caccia di brevi lavoretti in altri lidi di Kangaroo Island. La stagione e' bassa, ma alla quarta telefonata la sorte fa un sorriso piu' ammiccante del solito. Al di la' della cornetta c'e' una giovane coppia israeliana. Il loro recapito mi e' finito tra le mani in via ufficiosa: da loro aveva alloggiato Julien, un ragazzo francese appassionato di storia e fotografia, conosciuto a Penola e reicontrato a Darwin.
"In questo momento - mi risponde una voce femminile - non c'e' proprio nulla da fare". Ma la frase si interrompe e la ragazza mi richiede il nome. "Ah, Silvio! Julien ci ha parlato molto di te, della tua macchina fotografica e del tuo blog". Basito, resto in linea ad ascoltare l'epilogo del piccolo miracolo in corso:"Un amico di Julien - prosegue la voce - e' un nostro amico. Sei dunque il benvenuto tra noi: ci godremo il posto assieme per qualche giorno".
Riattaccando il ricevitore, che subito squilla con altre risposte affermative, penso tra me e me al gioco di coincidenze appena consumatosi, all'intreccio di relazioni che si cominciano a dipanare qua e la' per l'Australia. "Cosi' vicino a una vita normale" mi dico, pronto ad aggiornare l'altro capo del mondo sulla mia piacevole serata a Kangaroo Island.
Sulla rotta verso la giovane mattina romagnola, pero', il mio entusiasmo viene sopito. Dall'altra parte della cornetta c'e' un umore cosi' cosi', retaggio di un lutto relativamente prossimo nel tempo e negli affetti. Lo scopro solo con diversi giorni di ritardo. "Cosi' lontano" sono allora costretto a riflettere, interrogandomi sulla liceita' della mia overdose di fatti propri agli antipodi del mondo.
Katherine mi rincuora. "Tranquillo Silvio. La vita e' una scommessa che tutti perdono, qui e la'. Sorridendo e lottando, pero', si puo' posticipare la sconfitta anche di molto".
Cosi' la marcia continua. Solo un giorno dopo sono sul fuoristrada di Brenton, un apicoltore di Vivonne Bay. L'auto si fa spazio a fatica tra un bush selvaggio, a caccia di macchie di fiori bianchi e di canti di uccelli, i due segnali che indicano un posto adatto a collocare le arnie. Dal finestrino immortalo un koala e penso al venerdi' sera quando mi siedero' tra la piccola comunita' di Vivonne per partecipare al rito della partita di football alla Tv. "Mi dovrete spiegare le regole" dico palesando tutta la mia ignoranza in materia. "Puoi anche non saperle - risponde pero' Brenton - la partita e' sola una scusa per brindare e filosofeggiare".
giovedì, giugno 07, 2007
Kangaroo Island: rocce e piante
Kangaroo Island: wildlife
martedì, giugno 05, 2007
Kangaroo Island. Il passato doloroso degli abitanti del paradiso
Il colore bianco intenso dei capelli e le rughe attorno agli occhi non possono mentire. Katherine (foto) deve avere quasi settanta anni, forse qualcuno meno, forse qualcuno in piu'. Lei, comunque, non lo rivela e prosegue la sua vita solitaria sulle rive della Pellican Lagoon, nella costa orientale di Kangaroo Island. Si sveglia alle quattro del mattino, legge per un paio d'ore, prepara la colazione per se' e per i viaggiatori che ospita e poi aspetta il nuovo giorno, scaldandosi al sole che sorge proprio di fronte alla sua veranda.
Si fa cosi' tempo di lavorare. C'e' da aggiungere qualche roccia ai muriccioli che proteggono gli ortaggi dai canguri. C'e' da riparare qualche maglia nelle reti che proteggono il pollame dalle aquile di mare. C'e' da rinvigorire qualche piantina indebolita dal granitico terreno dell'isola. E, a volte, c'e' qualche cespuglio d'erba da estirpare dal fondo dei catalizzatori della pioggia, per evitare di dissipare la poca acqua dolce di questa arida regione.
Spesso pero' c'e' anche il tempo per prendersi cura di se'. Katherine scende allora fino al bordo della laguna, sceglie una delle sue tre canoe e poi pagaia per quattro o cinque miglia fino al punto in cui l'American River e l'oceano si mescolano. E' uno dei suoi luoghi preferiti. Raggiungendo le acque piu' profonde puo' capitare di remare a fianco di un delfino. Seguendo la frastagliata linea costiera si puo' scovare tra le rocce un piccolo, piatto e ancestrale parente dello squalo. Oppure, campeggiando on una delle decine di calette che si incuneano tra gli scogli, si puo' attraversare il bush sino a incontrare bacini lacustri cinque o sei volte piu' salati del mare.
L'isola dove Kathy ha impiantato la sua fattoria e' considerata uno dei paradisi naturalistici dell'Australia. E' la parte selvaggia del piu' disabitato dei continenti. A causa della mancanza di acqua potabile, neppure gli aborigeni riuscirono a insediarvisi. Vi provarono, perirono e da allora non vi misero piu' piede, tramandando la maledizione dell'isola dei morti. Per circa due millenni, quindi, questa terra 13 Km a sud di Cape Jervis prosegui' indisturbata la sua deriva evoluzionistica. I primi esploratori vi misero piede solo agli inizi dell'800. Tra questi ci fu l'inglese Matthew Flinders che con il suo equipaggio diede il nome all'isola. Appena sbarcato Flinders si trovo' di fronte frotte di canguri mai cacciati e per questo docili come cagnolini. Ne consegui' un lauto banchetto serale, a cui il nome "Kangaroo Island" rende omaggio.
Kangaroo Island e' tutt'oggi un paradiso. L'alba sulle rive della Pellican Lagoon e' di una bellezza imbarazzante. Il silenzio e' assoluto. E il cibo ha il sapore dei tempi andati: le api liguri, importate nel 1885, si sono ambientate benissimo, producendo ogni anno un miele giallo oro; le molt6e pecore al pascolo danno uno dei piu' pregiati mieli d'Australia; e le poche viti presenti un rosso dal costo proibitivo.
Ed eppure molti dei 4000 residenti di quest'isola paradiso sembrano accumunati da trascorsi dolorosi. Bob, uno dei fattori piu' vicini a Katherine (circa 12 Km), ha perso una figlia anni addietro, dispersa in mare in corcostanze confuse. Jeanne, una settantaseienne pittrice naturalistica soffre da lungo tempo di un grave problema alla retina. Dipinge - dice - per osservare da vicino cio' che non puo' piu' vedere da lontanno. Un agente chimico presente nella Margarina le si e' depositato in modo massiccio nei capillari retrostanti all'occhio, alterandole le percezioni visive alla distanza. E Katherine stessa si e' trasferita qui dieci anni addietro portando con se' i pochi frammenti rimasti di un'esistenza frantumata.
La sua vita era in Nuova Zelanda. Lei, che di cognome fa Ford, come il costruttore d'auto Henry Ford di cui e' lontana parente, aveva trascorso la gioventu' nelle montagne del sud, contribuendo con la sua fattoria a produrre il Mainland, il formaggio di mucca che ancora serve orgogliosamente a ogni pasto. La suan passione era l'aria aperta, la sfida diretta agli elementi della natura. Katherine correva, a volte una distanza superiore a quella della maratona. Katherine arrampicava, scalando la roccia d'estate e il ghiaccio d'inverno. Katherine pagaiava, cavalcando le onde dell'oceano o le rapide dei torrenti. Talvolta era sola, talvolta in compagnia dei turisti che istruiva.
Il fumo, pero', le tolse tutto. Dopo anni di intenso tabagismo il marito rimase vittima di un ictus, trascorrendo sulla sedia a rotelle gli ultimi anni della sua vita. E lei, lentamente, vide il suo corpo reagire agli agenti chimici con un crescente numero di allergie. Nel momento piu' duro della malattia fu costretta a ritirarsi in un caravan asettico, lontano da ogni forma di civilta'. Fu allora, alla ricerca di un assoluto isolamento che fece rotta su Kangaroo Island, dove un conoscente vendeva una tenuta.
"Quando arrivai - racconta sorseggiando una delle sue profumate tisane - il mio lavoro era alzarmi, riuscire a stare in piedi per qualche minuto. Ripensando a quei giorni, oggi posso solo stupirmi di me stessa. E' incredibile, mi dico, cio' che la forza di volonta' puo' consertirti. Si butta allora il cappello all'indietro, solleva i rotondi occhiali da sole e con il suo viso lentigginoso fa scorrere lo sguardo sulla sua proprieta', su quello che ha costruito in dieci anni con l'aiuto delle persone che si sone fermate nella sua tenuta per bere un caffe' che all'origine ha ancora la forma di chicco. Le capanne che punteggiano le colline giu' fino alla laguna soffrono del disordine tipicamente australiano, ma, sotto le reti e al di la' dei muriccioli, crescono spezie e piante tanto piccole nelle dimensioni quanto vigorose nel sapore. "Siamo cresciuti assieme io e quest'isola" aggiunge. "Era tutto cosi' indietro qui dieci anni fa. Per molti l'elettricita' era ancora un miraggio e la strada che univa l'est e l'ovest era ancora sterrata. Oggi qualcosa e' cambiato. Il tempo qui scorre piu' lento che altrove, ma lascia comunque qualche segno".
Nei dieci anni sulla Pellican Lagoon, Katherine ha cresciuto anche un copioso bagaglio di storie umane. I nomi, quasi ottocento, delle persone che sono passate di qui sono tutti racchiusi in un grosso volume. Gli italiani sono solo tre, i piu' numerosi sono i tedeschi e la piu' eccentrica e' una piccola giapponese. Arrivo' qui agli inizi, piu' di nove anni fa. Parcheggio' a lungo la sua grande moto nel cortile e prima di ripartire promise di scrivere. Lo ha sempre fatto e sempre da una diversa parte del mondo, perche' non e' piu' rientrata in Giappone. La sua ultima lettera e' stata imbucata al polo nord, dove la piccola giapponese accompagnava i suoi connazionali a osservare l'aurora boreale.
Il polo nord e il resto del mondo sono cosi' lontani da qui. Anche l'Australia sembra lontana. Il continente e' in fermento, intento a celebrare i quaranta anni del referendum (27 maggio '67) con cui gli Australiani decisero di cambiare la costituzione e concedere la cittandinanza agli aborigeni. E' una data epocale a queste latitudini e tutti i canali televisivi trasmettono ricostruzioni storiche di quei giorni. Ma sulle rive della Pellican Lagoon il problema e' un altro. E' un gatto morto. "Mi fa un po' schifo - rifeltte Kathy - conservarlo in freezer".
"E a che scopo, scusa, dovresti surgelare un gatto morto", replico interrogativamente.
"Oh, un conoscente vuole provare a usarne la pelliccia per farne un porta bottiglie, bottiglie di birra intendo".
Deglutisco schifato. Lei se ne accorge e conclude: "Un po' inusuale, me ne rendo conto, ma sempre meglio che buttare".
Si fa cosi' tempo di lavorare. C'e' da aggiungere qualche roccia ai muriccioli che proteggono gli ortaggi dai canguri. C'e' da riparare qualche maglia nelle reti che proteggono il pollame dalle aquile di mare. C'e' da rinvigorire qualche piantina indebolita dal granitico terreno dell'isola. E, a volte, c'e' qualche cespuglio d'erba da estirpare dal fondo dei catalizzatori della pioggia, per evitare di dissipare la poca acqua dolce di questa arida regione.
Spesso pero' c'e' anche il tempo per prendersi cura di se'. Katherine scende allora fino al bordo della laguna, sceglie una delle sue tre canoe e poi pagaia per quattro o cinque miglia fino al punto in cui l'American River e l'oceano si mescolano. E' uno dei suoi luoghi preferiti. Raggiungendo le acque piu' profonde puo' capitare di remare a fianco di un delfino. Seguendo la frastagliata linea costiera si puo' scovare tra le rocce un piccolo, piatto e ancestrale parente dello squalo. Oppure, campeggiando on una delle decine di calette che si incuneano tra gli scogli, si puo' attraversare il bush sino a incontrare bacini lacustri cinque o sei volte piu' salati del mare.
L'isola dove Kathy ha impiantato la sua fattoria e' considerata uno dei paradisi naturalistici dell'Australia. E' la parte selvaggia del piu' disabitato dei continenti. A causa della mancanza di acqua potabile, neppure gli aborigeni riuscirono a insediarvisi. Vi provarono, perirono e da allora non vi misero piu' piede, tramandando la maledizione dell'isola dei morti. Per circa due millenni, quindi, questa terra 13 Km a sud di Cape Jervis prosegui' indisturbata la sua deriva evoluzionistica. I primi esploratori vi misero piede solo agli inizi dell'800. Tra questi ci fu l'inglese Matthew Flinders che con il suo equipaggio diede il nome all'isola. Appena sbarcato Flinders si trovo' di fronte frotte di canguri mai cacciati e per questo docili come cagnolini. Ne consegui' un lauto banchetto serale, a cui il nome "Kangaroo Island" rende omaggio.
Kangaroo Island e' tutt'oggi un paradiso. L'alba sulle rive della Pellican Lagoon e' di una bellezza imbarazzante. Il silenzio e' assoluto. E il cibo ha il sapore dei tempi andati: le api liguri, importate nel 1885, si sono ambientate benissimo, producendo ogni anno un miele giallo oro; le molt6e pecore al pascolo danno uno dei piu' pregiati mieli d'Australia; e le poche viti presenti un rosso dal costo proibitivo.
Ed eppure molti dei 4000 residenti di quest'isola paradiso sembrano accumunati da trascorsi dolorosi. Bob, uno dei fattori piu' vicini a Katherine (circa 12 Km), ha perso una figlia anni addietro, dispersa in mare in corcostanze confuse. Jeanne, una settantaseienne pittrice naturalistica soffre da lungo tempo di un grave problema alla retina. Dipinge - dice - per osservare da vicino cio' che non puo' piu' vedere da lontanno. Un agente chimico presente nella Margarina le si e' depositato in modo massiccio nei capillari retrostanti all'occhio, alterandole le percezioni visive alla distanza. E Katherine stessa si e' trasferita qui dieci anni addietro portando con se' i pochi frammenti rimasti di un'esistenza frantumata.
La sua vita era in Nuova Zelanda. Lei, che di cognome fa Ford, come il costruttore d'auto Henry Ford di cui e' lontana parente, aveva trascorso la gioventu' nelle montagne del sud, contribuendo con la sua fattoria a produrre il Mainland, il formaggio di mucca che ancora serve orgogliosamente a ogni pasto. La suan passione era l'aria aperta, la sfida diretta agli elementi della natura. Katherine correva, a volte una distanza superiore a quella della maratona. Katherine arrampicava, scalando la roccia d'estate e il ghiaccio d'inverno. Katherine pagaiava, cavalcando le onde dell'oceano o le rapide dei torrenti. Talvolta era sola, talvolta in compagnia dei turisti che istruiva.
Il fumo, pero', le tolse tutto. Dopo anni di intenso tabagismo il marito rimase vittima di un ictus, trascorrendo sulla sedia a rotelle gli ultimi anni della sua vita. E lei, lentamente, vide il suo corpo reagire agli agenti chimici con un crescente numero di allergie. Nel momento piu' duro della malattia fu costretta a ritirarsi in un caravan asettico, lontano da ogni forma di civilta'. Fu allora, alla ricerca di un assoluto isolamento che fece rotta su Kangaroo Island, dove un conoscente vendeva una tenuta.
"Quando arrivai - racconta sorseggiando una delle sue profumate tisane - il mio lavoro era alzarmi, riuscire a stare in piedi per qualche minuto. Ripensando a quei giorni, oggi posso solo stupirmi di me stessa. E' incredibile, mi dico, cio' che la forza di volonta' puo' consertirti. Si butta allora il cappello all'indietro, solleva i rotondi occhiali da sole e con il suo viso lentigginoso fa scorrere lo sguardo sulla sua proprieta', su quello che ha costruito in dieci anni con l'aiuto delle persone che si sone fermate nella sua tenuta per bere un caffe' che all'origine ha ancora la forma di chicco. Le capanne che punteggiano le colline giu' fino alla laguna soffrono del disordine tipicamente australiano, ma, sotto le reti e al di la' dei muriccioli, crescono spezie e piante tanto piccole nelle dimensioni quanto vigorose nel sapore. "Siamo cresciuti assieme io e quest'isola" aggiunge. "Era tutto cosi' indietro qui dieci anni fa. Per molti l'elettricita' era ancora un miraggio e la strada che univa l'est e l'ovest era ancora sterrata. Oggi qualcosa e' cambiato. Il tempo qui scorre piu' lento che altrove, ma lascia comunque qualche segno".
Nei dieci anni sulla Pellican Lagoon, Katherine ha cresciuto anche un copioso bagaglio di storie umane. I nomi, quasi ottocento, delle persone che sono passate di qui sono tutti racchiusi in un grosso volume. Gli italiani sono solo tre, i piu' numerosi sono i tedeschi e la piu' eccentrica e' una piccola giapponese. Arrivo' qui agli inizi, piu' di nove anni fa. Parcheggio' a lungo la sua grande moto nel cortile e prima di ripartire promise di scrivere. Lo ha sempre fatto e sempre da una diversa parte del mondo, perche' non e' piu' rientrata in Giappone. La sua ultima lettera e' stata imbucata al polo nord, dove la piccola giapponese accompagnava i suoi connazionali a osservare l'aurora boreale.
Il polo nord e il resto del mondo sono cosi' lontani da qui. Anche l'Australia sembra lontana. Il continente e' in fermento, intento a celebrare i quaranta anni del referendum (27 maggio '67) con cui gli Australiani decisero di cambiare la costituzione e concedere la cittandinanza agli aborigeni. E' una data epocale a queste latitudini e tutti i canali televisivi trasmettono ricostruzioni storiche di quei giorni. Ma sulle rive della Pellican Lagoon il problema e' un altro. E' un gatto morto. "Mi fa un po' schifo - rifeltte Kathy - conservarlo in freezer".
"E a che scopo, scusa, dovresti surgelare un gatto morto", replico interrogativamente.
"Oh, un conoscente vuole provare a usarne la pelliccia per farne un porta bottiglie, bottiglie di birra intendo".
Deglutisco schifato. Lei se ne accorge e conclude: "Un po' inusuale, me ne rendo conto, ma sempre meglio che buttare".
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