mercoledì, novembre 03, 2010

Via dall'Appennino attorno a un bicchiere di rum

C'era una volta un tempo in cui ogni sabato, ogni domenica, ogni giorno libero salivo in Appennino, nelle montagne di casa mia, per vivere l'eccitazione della scoperta. Ricordo quanto succedeva, sempre lo stesso, sempre emozionante. Rientravo in tarda serata da Bologna, per me allora il luogo del lavoro, della responsabilità e dell'inquietudine sociale, e mi fermavo nelle città della Romagna per bagnare in una birra i progetti per la camminata del giorno successivo. Eravamo in tre o quattro, sempre gli stessi, restii ad aprire le porte ad altri, perché in quell'alta collina che non è ancora montagna vedevamo un territorio elitario composto da un codice che solo noi potevamo interpretare, che solo noi potevamo meritare appieno. Esausto, la notte prima di dormire, chiudevo nello zaino il simulacro di casa con cui il giorno dopo avrei affrontato la mia avventura di scoperta: il minimo indispensabile per non avere paura del meteo, che noi, allora, ignoravamo. Poi al mattino suonava la sveglia, si saliva in auto, ci si fermava al bar per la seconda colazione, quella del piacere dopo quella della necessità. E infine si lasciava il mondo alle spalle. Ci si avvicinava al crinale, ci si scambiava qualche battuta per sancire una volta di più quel patrimonio di simboli e di confidenze che ci teneva uniti e poi si cominciava a camminare e parlare, parlare e camminare. Camminavamo e parlavamo per ore, perché per noi quella ero il luogo del sogno, delle utopie, delle possibilità senza limiti, un paesaggio dolce, privo di elementi troppo invadenti, dove noi riversavamo le identità creative coltivate segretamente nei giorni cittadini. E poi c'era lo stupore. Anni di studio, al liceo o all'università, non mi avevano mai raccontato niente sulle montagne di casa mia ed entrare in esse mi dava l'ebbrezza della scoperta. Nei brevi dialoghi di un incontro fortuito leggevo le punte di un universo di saperi e costumi rimasto inalterato. Nel nome di un luogo vedevo lo spunto per avviare una ricerca bibliografica. Nell'interpretazione di un bivio vivevo il piacere di ritrovare quello spazio su di una cartina e di ricomporlo attraverso di essa alle altre esperienze di cammino mio e dei mie compagni di marcia.

Ora che, con fermezza e cocciutaggine, ho trasformato quei monti nel mio luogo di lavoro, il paesaggio dello stupore si è trasformato nel territorio dell'ansia. Avevo sognato che il mio mondo d'Appennino fosse popolato da una società di persone tutte simili a quelle quattro o cinque con cui ne avevo iniziato la scoperta. E invece quelle quattro cinque persone erano un'isola e, ci rifletto solo oggi, nessuna di esse era cresciuta in Appennino, rispettandone in via esclusiva abitudini e aspettative. Avevo pensato che un casolare isolato potesse essere la cornice ideale per una sperimentazione sociale e culturale, mentre, proprio per il suo isolamento, esso soffre dello scetticismo dei pochi che lo circondano da vicino e della lontananza di chi lo potrebbe interpretare secondo la tua stessa utopia. E, infine, ci sono io, che sono diverso. Non più un viandante, con il privilegio dell'anonimato, ma una persona nota, investita anche di un certo potere simbolico. Una persona così non si ascolta. A una persona così si chiede. Si chiedono risposte precise: soluzioni razionali che rendano il desiderio di chi chiede sostenibile dalla comunità che lo deve accogliere.

Dopo alcuni giorni a casa, nessuno dei quali trascorso camminando in Appennino, tra poche ore partirò per il Marocco. E, nell'attesa di un luogo che mi riconsegni il privilegio dell'anonimato e dell'ignoranza, sorrido alle coincidenze. Poche settimane fa, in una giornata mantovana nata per caso, vidi un amico acquistare Tristi Tropici di Levy Strauss. Dopo pochi giorni (e diversi anni lontano dall'antropologia) l'ho acquistato anch'io e ora parto con la sua domanda, elaborata in Brasile attorno a un bicchiere di rum. “Come può l'etnografo salvarsi dalle contraddizione che risulta dalle circostanze della sua scelta? Egli ha sotto gli occhi, e a sua disposizione, una società, la sua; perché decide di ripudiarla e di dedicare ad altre società – scelte fra le più lontane e le più diverse – una pazienza e una devozione che la sua decisione nega ai suoi concittadini?”.

martedì, ottobre 19, 2010

Castel d'Alfero: alcuni passi, qualche chilometro, come se non esistesse

La strada, già stretta, si restringe ancora. Sale conficcata tra le lastre di arenaria, seguendo le curve della montagna. Tutto attorno alberi e campi che, a ottobre, la sera, si confondono in una nebbia appiattente. Un cartello scritto a mano sulla sinistra indica Quarto. Forse la valle è vicina, ma così non appare. A fianco di un campanile, poco di fronte a me, un signore cammina con il suo cane: veste stivali di plastica, pantaloni sporchi, maglione grosso. Ha un aspetto più balcanico che romagnolo. Non è romagnolo. E' di lì, di quella terra in mezzo ai monti, poche case, molti orizzonti.
“Castel d'Alfero è più indietro?”, domando. “Per caso lì dove c'era un cartello giallo con la scritta santuario?”.
“Quello è Castel d'Alfero” risponde lui. Non aggiunge altro e prosegue verso un recinto semi aperto.
Giro l'auto: di nuovo non ho la sensazione di lasciarmi indietro la Romagna orientale ma la Serbia centrale. Ritorno sui mie passi, vicino al cane che guarda ma non abbaia.
Parcheggio qualche chilometro oltre, a fianco di una catasta di porfido. Lì sulla sinistra vedo finalmente Castel d'Alfero. Lascio l'auto e imbocco la mulattiera che si insinua tra il vecchio borgo diroccato, un enclave di Sarsina nel vergheretino. Nei capitelli intravedo i simboli delle maestranze del cinquecento che eressero quei muri in pietra. Se sono lì è soprattutto perché ho sentito parlare di loro: mi hanno incuriosito.
Contro il tempo che avanza trascinato dall'oscurità continuo a camminare tra le spettro di case che furono. La strada è già un po' lontana. Alfero a qualche chilometro. Il resto, lì, è come se non esistesse.

lunedì, ottobre 11, 2010

Il massaggio

Ascolto, raccolto, i piacevoli segnali che mi inviano i miei piedi e le mie caviglie, mentre mani amorevoli seguono vuoti e protuberanze delle articolazioni, cuscinetti di carne e spigoli ossei. Ogni cellula del mio corpo sembra accogliere con gioia quel movimento particolare che nasce senza sforzo, perché la fatica di produrlo è tutta nelle mani di chi con i suoi movimenti si accolla lo sforzo di scrollare dalla mente le sue preoccupazioni.

Scivolo silenzioso nel nocciolo dei miei pensieri e, preda del mio non perdonabile solipsismo, cerco di risolvere in un monologo le alchimie policentriche che regolano l'amore tra due persone, un dialogo per eccellenza. Quello che ricevo è un dono: un flusso che non pretende ritorno, di affetto, desiderio, tenerezza, passione, tatto, calore e, soprattutto, di tempo, scelto di vivere al mio fianco anche lì in quel momento qualunque in cui sono solo uno panno stropicciato dalle fatiche del giorno.

E' questo dono che si chiama amore? E da dove viene, da una generazione spontanea dell'inconscio o da una costruzione quotidiana? Può solo nascere perfetto nel suo primo giorno o è una forma che si plasma con piccoli ritocchi giorno dopo giorno? E se così è, se ci vuole un impegno costante, si può ritenere un amore puro solo quello che è frutto di un impegno sempre piacevole o è lecita anche la tenacia che aggira le difficoltà?

Mentre le mani di chi mi ama continuano a iniettarmi la vita, penso piano, per non disturbare, per non offendere. Forse infatti quelle mani che non chiedono nulla, non sarebbero felici di essere oggetto di tante domande. Sono un dono e un dono desidera solo essere accettato come un'aggiunta che nulla toglie.

martedì, settembre 21, 2010

La trance, l'obbiettivo e il resto del mondo tutto attorno

Continuo a cercare casa e nessuna mi sembra capace di diventare veramente mia. O è troppo lontana, o è troppo vicina, o è troppo costosa in rapporto a quello che dà o non è pronta nel momento in cui serve. Sono certo però che muri e divani sono innocenti. Non è colpa loro se non riesce a nascere l'amore tra di noi. Sono io che non mi sento pronto a una storia con loro. E' un po' come se mi sentissi l'amante fedifrago, buono per una toccata e fuga ma non per mettere le radici, non per trovare casa. Nessuna forma entra nella mia idea ideale perché la mia idea ideale in questo momento non ha forma: non trovo la mia casa ideale perché non so qual è e anche quando la riesco a immaginare perfetta in un altrove ideale mi chiedo se lo è veramente o se invece quel sogno lontano è solo un rifugio di comodo per rifuggire in una dimensione estranea alla prova dei fatti.

Solo quando si ha la certezza di ciò che si cerca si raggiunge il proprio obiettivo, casa o non casa che sia. Anch'io credo di poterlo confermare: anche l'improbabile diventa possibile quando lo punti con la certezza e la freddezza di un arciere che scaglia la sua freccia senza tremori. Ma a volte non basta. Quando la mela che hai colpito cade e ti risvegli dal trance in cui ti eri isolato per seguire nella tua mente un unico tracciato, quello tra te e lei, rischi un senso di smarrimento. Alla gioia dell'obbiettivo colpito, sopraggiunge il timore di aver puntato quello sbagliato e di dover mirare al successivo con più esperienza certo ma anche più stanchezza. E un dubbio. Quello di non raggiungere più quello stato di trance e di grazia sprecato invano quando di fronte si avrà l'obbiettivo vero. Sempre sperando sia veramente quello giusto e non un'altra chimera scelta per ignoranza del resto del mondo tutto attorno.

domenica, settembre 19, 2010

Lontano da lì

(nota autore: righe ispirate da luoghi reali ma con vicende immaginarie)


Oltre ottanta anni prima era nata sotto la Torre dei Vigiacli a Bocconi. C'era vita, tanta vita, la sua vita tra la via che correva tra le case del paese e i sentieri che si allontanavano su verso la chiesa e giù verso il fiume. E lì aveva fatto tutto ciò che si sentiva in dovere di fare, tutto ciò che aveva sempre desiderato fare. Era cresciuta in fretta imparando a governare casa dall'esempio della madre e della nonna ed era diventata donna scegliendo l'uomo con cui costruire la propria casa, la propria famiglia. Era stata una rivoluzione quando lei, donna, era passata per la prima volta dietro al banco del caffè dove suo marito, l'uomo, dava da bere agli uomini che si ritrovavano lì per brindare alla chiusura di un affare o alla decisione del sindaco sul futuro della comunità. La prima volta quei volti dai baffi curati l'avevano squadrata con sospetto, col dubbio che qualcosa di improprio, di innaturale si stesse compiendo, perché erano sicuri che naturale non fosse ciò che poteva essere ma solo ciò che era sempre stato. Lei però resistette. A lungo. Mentre gli uomini coi baffi e le giacche eleganti scomparivano, morti di vecchiaia o rapiti dalla pianura, lei rimaneva lì donna dietro il banco a fianco del suo uomo.

Era lì da una vita intera quando entrò un automobilista un po' sudato che veniva da lontano. L'uomo era entrato un po' di soppiatto. “E' aperto?” aveva chiesto, reso scettico dalle luci basse che lasciavano la vetrina buia, dal silenzio non interrotto da nessuna radio. “Venga pure” le aveva detto lei alzandosi dalla sedia dove riempiva il tempo assorta tra un cliente un altro, tra un caffè e un bicchiere di rosso. L'uomo bevve: non c'era l'aranciata e prese la Coca-Cola, in bottiglia con il collo ondulato. L'uomo mangiò: non c'erano toast e ricevette due fette di pane grosse e non salate con un tocco di prosciutto nostrano. Stava già per uscire quando chiese alla signora, silenziosa sulla sedia a fianco al banco, se non si sentisse un po' sola lì lontana da tutto.

“No” aveva risposto lei, senza aggiungere altro. Non voleva essere scorbutica, solo non capiva da cosa potesse essere lontano. Lì ascoltava l'avventura di chi tornava dalla caccia al cinghiale sulla cima della montagna. Lì misurava lo scorrere del tempo nella perdita di un amico di infanzia e nel saluto al nipote di un vicino. Lì c'era tutto – memoria, relazione, dovere, piacere – ciò che un uomo poteva sognare nel mondo e lei, il mondo, l'aveva anche visto negli occhi, perché andando dietro il banco di fronte agli uomini con i baffi e le giacche, l'aveva sfidato e cambiato. Lontano da cosa?

lunedì, agosto 30, 2010

Muta, neanche fosse un Dio

E' tutto all'aperto, così vicino al mare che se ne immagina il rumore. Ma è coperto dall'odore intenso della folla che beve, balla e va oltre sulla marina. E' un mondo ad alto volume che non sento mio e vi rimango ai margini, quasi con un senso di colpa. Che sento ma non so spiegare: forse è lì perché in quell'attimo tocco una fetta di tempo scappare via inutilmente (per me, intendo); forse perché non mi piace avere tutta questa capacità di giudizio che mi tiene lontano dalla vita sporca; forse perché è una capacità di giudizio solo ipocrita che ha paura del giudizio altrui il giorno dopo.

“Guarda, racconta, qui c'è la vita vera” mi dicono a me che ho il blog e l'etichetta dell'intellettuale che racconta. Io guardo ma non trovo nulla da raccontare. Cosa dovrei raccontare? Due ragazzi che si baciano, un trans che batte, una ragazza ubriaca che balla sopra il tettuccio di un'auto? Io sono solo lì ai margini di quel mondo. Per raccontare davvero dovrei scendere agli inferi, ma è proprio qui che è la mia trappola. Quelli sono inferi per me: io non farei un'esperienza, ma cercherei solo conferma al mio giudizio. E questo non interessa a nessuno: non più di quello di un prete, di un vecchio opinionista logorroico o di un ubriaco al bar. Vi metterei certo molti riferimenti letterari in più – di libri, quelli sì, ne ho letti molti – ma la sostanza non cambierebbe: sotto la retorica delle citazioni non resterebbe nulla.

L'unico mio racconto vero di quell'universo di eccessi sulle sponde del Tirreno è questo: in mezzo a tutto quel casino il mio racconto è un dialogo riservato con la coscienza. O meglio, un interrogatorio in cui io faccio le domande e lei resta lì muta neanche fosse un Dio. Chissà se varrebbe la pena attraversare quella linea di trasgressione per aggiungere un'esperienza reale? Chissà se quell'esperienza sarebbe davvero sporca come la mia prospettiva la fa apparire dal di fuori? Chissà se immergendosi in essa resterebbe poi il tempo, la voglia, la capacità per raccogliere le parole in grado di raccontarla? E resterebbe poi il tempo per navigare tra le esperienze letterarie, per svegliarsi presto al mattino e salire sulle creste più arcigne del pianeta? Chissà se sono più coglioni quelli che muoiono di coma etilico su quella riviera o quelli che precipitano tra le montagne del Nepal volando verso Lukla? O chissà se il furbo è quello che non fa né uno né l'altro, riservandosi di leggere la deficienza di entrambi i gruppi il giorno dopo sul giornale? Sì lui è furbo, però poi tanto crepa pure quello e allora forse il deficiente vero è proprio lui, no? O forse il vero eroe è chi ha avuto una vita così strozzata dalla necessità da non potersi mai soffermare a perdere tempo su ieri o domani, con la certezza che, se lui fosse stato dall'altra parte, quella baciata dalla dea fortuna intendo, non avrebbe avuto un problema mai al mondo, pasciuto e soddisfatto dal proprio benessere.

Comunque sia, vi assicuro, rilassarsi così è stressante. Alla prossima occasione mi getterò in mezzo alla folla come uno qualunque, quale in effetti sono, così sarò come tutti gli altri esperienza pura senza nulla da scrivere o raccontare. Però mi domando. E se alla fine di tutto invece mi ritrovassi con una bella storia a tinte forti. Mi viene quasi il dubbio che la mia capacità di giudizio nel racconto di quanto successo sarebbe ancora più difficile da gestire che nell'immaginazione di quanto sarebbe potuto accadere. Come vedete miei cari, non è nulla semplice.

martedì, luglio 27, 2010

Gonna rise, find my direction magnetically

Non c'è il silenzio che voglio quando scrivo. Non voglio il silenzio che cerco quando scrivo. Sento il rumore delle note, la voce che si mescola alla chitarra, la mente, la penna che salta da un punto all'altro in una deriva casuale ma non del tutto. Oggi mi diverte così. Vedo immagini, ma non sono solo immagini. Sì, credo che siamo cose vere, credo che lo siano davvero. No, non si toccano, ma ti toccano, circondano il pensiero, l'orientano, lo traducono, lo svuotano, lo proiettano, lo fanno ripartire.

Ricordo, certo, ricordo. Mi sembra di essere in viaggio verso l'Abruzzo, l'odore della Spagna, del Camino che ti viene incontro: manca poco alla partenza vera, quel viaggio la anticipa, la sottolinea, ne fa crescere la voglia. Sento il sole che batte sul braccio sinistro, sento il rumore del motore che tiene la velocità mentre la strada attraversa l'Umbria. E' campagna, voglia di birra, voglia di parole che fuggano dalla forbice del tempo, di idee che respirino e ti facciano respirare, di utopie che gonfino l'orgoglio, di prospettive che ti facciano ringraziare il tempo passato per costruirle.

Immagino, forse, forse immagino anche. Sto così bene con il mio pensiero che non ho paura di liberarlo, di seguirlo docile dove si scaglia improvviso. Mi piace quello che mi porta a vedere, mi piace cavalcarlo come fosse una jeep in fuga dalla nube di polvere che alza, a cavallo dell'orizzonte che divora e che apre. Vedo della sabbia che finisce in mare, grande spazio alle spalle, grande spazio di fronte. Non ci sono ancora, ma vedo, immagino, creo. Odo una voce straniera, non la capisco, mi parla, mi fa gesti, si avvicina. La guardo e sorrido. Non capisco cosa possa pensare, potrebbe forse anche pensare male, essere aggressivo, ma sorrido. Odo la voce, ma vedo già il tè che sarà versato per rinfrescarla quando i gesti avranno tolto il mistero delle parole incomprensibili. Aiuto a spingere il carrello fuori dalla sabbia e prendo il tè che sapevo sarebbe arrivato.

Avrei quasi voglia di ballare, alzare il volume e seguire il ritmo delle cellule che vibrano, ma resto qui. Chiudo il video sulla tastiera per lasciare alla musica anche quell'attenzione che mi rubava la creazione delle parole. Ancora più rumore di note e di voce che si mescola alla chitarra, solo musica, solo parole.... gonna rise, find my direction magnetically. Non so più se ricordo o immagino, ma vedo, ed è troppo piacevole vedere con la certezza di essere l'unico in quel posto a farlo, l'unico che lo potrà mai fare. Se non ve lo racconto, scusatemi, sono sicuro che mi potrete perdonare. Ascoltate.

martedì, luglio 13, 2010

L'orizzonte improbabile e il suo costante inizio

Alla fine mi ha detto: è bello. E quello che mi pare bello soprattutto è che parli di tuo nonno, della tua storia personale. Non sei semplicemente venuto a prendere la nostra sventura, haio portato la tua. Questo mi piace.
(E. Carrer - La vita come un romanzo russo)


Intrappolata per mesi nel labirinto di certezze e responsabilità di una rispettabile vita stanziale, è riemersa la voglia di viaggiare, di andare, di stendermi su letti diversi, di raccogliermi in lettura dentro bagni inesplorati, di scendere per scale ripide, di pestare pavimenti scricchiolanti. Adoro correre via leggero con una mano sul volante: a bassa velocità, così che la strada non è una linea da tracciare ma uno spazio ampio, curvo e comodo in cui danzare al ritmo di musica. Ne risulto euforico: sono così sincero che la gente, ebbra di verità, pensa alla fantasia.

Di fronte a una grappa scura come il legno, profumata come il bosco dopo la pioggia, Francesca, che mi ha conosciuto a lungo, mi ha perso per molto e mi ha infine trovato cambiato quasi mi rimbrotta: “Silvio – mi dice – non siamo in un romanzo. Qui la verità non vince sempre”. Lo so, lo so, non c'è bisogno di ricordarmelo. Anche se sono ottimista, anche se, con un po' di fortuna e di tenacia, credo che alcuni degli orizzonti di un ragazzo di belle speranze possano diventare traguardi a portata di mano, anche se sono convinto di tutto questo, so che tanti progetti sono solo illusioni che non lascio morire, mondi impalpabili che hanno come unico aggancio la tenacia delle mie convinzioni.

Ma non è proprio questo ciò che affascina, ciò che, nel momento giusto, rende un bicchiere di grappa in mia compagnia leggermente più alcolico, più stordente, più gustoso di quanto non lo sia in compagnia di tanti altri? Chi ha la certezza di ciò che possiede e la completa fattibilità di ciò che desidera costruisce un mondo che prima o poi finirà. Chi invece dubita di cos'ha e si prefigura un orizzonte improbabile va incontro a un un mondo che ora e sempre starà per iniziare.

“Non pretendo un romanzo a lieto fine, Francesca, questo no, almeno tutte le parole per scriverne uno mio, questo sì, davvero lo esigo”.

lunedì, luglio 05, 2010

Il personaggio che mi invidiano

Cerca per un po' la parola e infine la trova, nella mia lingua: “Sono invidiosa – dice – invidio la tua vita”. Sorrido interrogativo e cerco l'errore, ma non c'è. E' la parola giusta: la donna venuta dalla Germania per rivedere l'uomo conosciuto in fretta due anni prima vuole dire esattamente ciò che dice a me, nella mia lingua, l'altra sera nelle colline di Firenze.

So che è così, so che è vero, perché non è la prima volta che mi capita di sentirmi intensamente vicino a una persona molto lontana. E so che è così perché non si raccontano i fatti più intimi della propria vita togliendo loro tutte le illusioni che li rendono sopportabili, spiegabili, familiari, presentabili a chi si vuole solo intrattenere in un'attesa casuale. Si racconta chi si è e non chi ci si racconta di essere solo a chi si vuole lasciare un'eredità, un vincolo di responsabilità, un legame che disegna l'unicità di una conoscenza. E' come se quella donna mi avesse lasciato un pezzo di sé per farlo vivere nel mio mondo, per lei così più grande del suo: “Sono solo quello che ti ho detto ora non ciò mi racconto ogni sera senza credermi, senza prendere sonno: sono solo quello, però se lasci aperta una porta del tuo mondo, ho la sensazione vera di poter essere molto altro”.

Ti lascio volentieri una porta aperta. Forse così il mio mondo sarà davvero e sempre perfetto e stimolante come credi tu, senza cedere cedere ai momenti qualunque e lasciarsi imperfetto, superficiale, abulico, improduttivo, chiuso. Perché da vicino anche il mio mondo a volte denuncia qualche crepa: non è così facile ricevere le storie da chi ti sta vicino ogni giorno, non è così facile regalare la propria. Un racconto lontano è come un libro: può essere e non essere allo stesso tempo. Un racconto vicino, invece, è, è un fatto e si dipinge nella sua invadente presenza: diventa, traccia, eco, binario, orizzonte. E non sempre si ha la voglia, la forza o la capacità di raccogliere o lasciare un'eredità così pesante e precisa.

Comunque la porta rimarrà aperta. Tra un capitolo e l'altro, cercherò sempre di trame degne del personaggio che tu addirittura senti di invidiare.

domenica, giugno 13, 2010

Dove abito?Breve riflessione su un'unità pluricentrica

Mi sono accorto di recente che non riesco più a rispondere in modo efficace alla domanda dove abito. Non sono un nomade nel senso chatwiniano del termine: non mi muovo verso mete sempre nuove e sempre estranee con uno spirito da antropologo naif. Non faccio nulla di simile, non è per quei viaggi che fatico a dire dove abito. Non ho perso le radici. No, è il contrario: ne ho costruite diverse, numerose, lunghe, talvolta lontane, talvolta perfino troppe, ma tutte equamente fondamentali. Non abito a Bagno, dove lavoro. Non abito a Rocca, dove sono nato. Non abito a Bologna, dove amo. Non abito a Forlì dove ho amato. Non nei monti, dove cammino. Non abito in nessuno di questi luoghi: abito in movimento costante tra di essi, in case che attraverso in punta di piedi senza lasciare tracce forti se non ciò che ogni passaggio tendo a dimenticare, se non ciò che gli altri fanno al posto mio per preparare il nuovo benvenuto. Io non faccio nulla di ciò che abitualmente fa chi abita: io non lavo, io non cucino che poco, io non faccio la spesa, io non decoro. Però contamino: una volta viaggiavo solo tra un luogo e l'altro, ora invece porto con me in ogni dove il luogo che lo ha preceduto e quello che lo procederà. Tante geografie sconosciute, lentamente, a diverse velocità, stanno diventando una geografia unica, un tempo unico, un ritmo uniforme. Nel mio pulviscolo abitativo è come se si fosse formato un nucleo: tante particelle vi convergono, altre forse se ne allontaneranno. Ma la nube ha una forma, forse si potrebbe dire anche un'identità. Sì ce l'ha sicuramente. Lo posso dire perché perché tutte quelle radici, anche se sono difficili da riassumere in una risposta, sono lo stesso l'embrione di una base. E dopo tanto lavoro sotterraneo, mi sento leggero al punto da puntare in alto verso la chioma, prendere il vento e, con i capelli un po' scompigliati, guardare il panorama fin lontano lontano. Forse anche partire, con il desiderio febbricitante di andare e il piacere quieto di tornare.