martedì, novembre 22, 2011

Il pupazzo

Sul fondo di una bancarella dell'usato ho visto un bamboccio molto simile a quello con cui giocavo da bambino. Il giocattolo della bancarella era nudo, nelle sue mutande scolpite sulla plastica, mentre il mio da bambino era sempre vestito per l'occasione che gli costruivo con la mia fantasia: aveva i pantaloni corti di un calciatore fuori-classe, l'abito elegante di una spia d'alto bordo o la giacca invernale di uno sciatore spericolato. Gli abiti erano il solo elemento concreto di un mondo – una partita di calcio, una discesa libera o una missione in incognito – in cui immergevo il bamboccio con assoluto realismo. Lo scenario, anche se non esisteva, era denso, si traduceva nei movimenti del pupazzo, nei suoni che gli facevo produrre.

Non sono cambiato poi molto. Mi piace ancora raccontarmi delle storie. Solo che in esse non immergo più un pupazzo, ma sono io, io stesso, a entrarvi. Mi accendo le luci del palcoscenico, la scenografia attorno e alla realtà del momento – quella vera di una decisione di lavoro, di un aperitivo, dell'inizio di una salita – aggancio una realtà aumentata. Basta qualche pennellata di retorica per trasformare trenta chilometro sull'autostrada in una piccola Odissea.

Nel tempo forse ho lasciato solo qualche speranza di chiarezza. Da piccolo, quando non sapevo come gestire un segreto, come preparare un compito, come raggiungere un luogo, come orientarmi in un altro, guardavo con una invidia rassicurante l'età adulta. Ora guardo all'esperienza, la consulto, ma con il timore infantile che prima o poi finisca, che la debba abbandonare, che sia imperfetta. E allora torno a sentirmi nudo, come una volta e con un corpo più grande da coprire.

Quando sei in mezzo al mondo, accetti di seguirne le regole, le sfide, la competizione, la sensazione di essere nudi cresce ancora di più. Talvolta in modo insostenibile. Come piccole gocce sulla roccia, gli occhi degli altri si posano su di te, scorrendo nei rivoli di debolezza che già conoscevi e aprendo nuovi varchi, nuovi solchi, che neanche immaginavi essere presenti sulla tua superficie. E' allora, credo, che gli adulti ritornano ad avere sogni da bambino. Possono essere anche molto diversi, ma sempre ugualmente semplici. C'è chi sogna la casetta in montagna: una baita di legno circondata dalla margherite e dall'ombra di una cima innevata. E c'è chi sogna un'auto più potente, grossa, attraente, più veloce del pensiero di chi la guida.

Ma non è davvero in quei sogni che ci vogliamo rifugiare. La loro semplicità assoluta è in realtà un modo per esorcizzare la stanchezza per la semplicità già eccessiva che ci intrappola. Non si sogna la casa in mezzo al bosco quando si è stanchi di decidere, ma quando sembrano vani i propri sforzi per decisioni più ampie, più risolutive. O quando il rigore della propria coerenza stritola le sfumature che ci vorrebbero diversi, anche solo per un solo attimo, anche solo per un aspetto, magari pure di nascosto.

E' vero restano i desideri. Si realizzano quasi sempre tra l'altro. Però credo che si divertano a farlo in modo leggermente imperfetto. Forse perché non sempre ciò che è migliore in noi, più efficace, è anche ciò che in noi amiamo di più.

E a quante incoerenze ci obbligano le imperfezioni dei nostri desideri. Per fortuna, nel mio caso non si vedono troppo. Mi sono allenato da piccolo, con il mio pupazzo, a costruire trame variopinte senza bisogno di troppo.

lunedì, novembre 14, 2011

Un "filosofo del cammino" in mezzo ai runner

Pubblicato su Spirito Trail (autunno 2011)

Domenica 4 settembre mi sono avvicinato alla linea della partenza del primo Trail della Margherita di Rocca San Casciano con sguardo interrogativo. Ho iniziato a camminare in natura con costanza dal 2006, trovando nei sentieri appenninici del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi lo sfondo ideale per favorire un sorta di contemplazione laica: quattro chiacchiere con gli amici più sinceri, quelli a cui si confidano anche le debolezze, per giocare a rifare il mondo, un po' come se la natura fosse il bar dei quattro amici cantati da Gino Paoli. Da questa mia abitudine ormai consolidata è forte il salto all'atmosfera che ho trovato al nastro di partenza del Parco Gramsci alle nove di mattina di una giornata più calda e umida della media settembrina romagnola. Tra gli atleti impegnati nella gara competitiva, 49,2 Km con oltre duemila metri di dislivello, c'era tensione agonistica: nell'abbigliamento, leggero all'estremo, e nella mente, votata a chiudere nel minor tempo possibile quell'infinito sali scendi tra i 214 m del fondovalle e i 691 metri del Monte Mirabello, cima più alta del percorso. Il gruppo, composto da circa cento atleti, era attraversato da battute e ilarità, ma la sensazione era che l'ironia fosse solo un esorcismo contro la paura di avere una crisi, di soffrire un attacco di crampi per la calura eccessiva, di rimanere trappola dei tratti di percorso più nervosi, rompi ritmo, tecnici.

Al via gli atleti abituati a questo genere di competizione hanno subito scavato il vuoto e così ho posticipato la ricerca delle risposte alla mia curiosità sulle motivazioni delle corse in natura. Libero dai miei punti di domanda, ho regolato il respiro e appoggiato lo sguardo allo scenario del percorso, interamente indicato dal segnavia Cai 431, grazie al lavoro di segnatura compiuto dal gruppo Roccarunner locale con la supervisione tecnica della sezione forlivese del club alpino. Il percorso del Trail della Margherita disegna un fiore attorno all'abitato di Rocca San Casciano, scalandone i crinali che cingono il paese ai quattro punti cardinali. La corsa punta inizialmente verso nord ovest e, circumnavigata una quercia secolare tutelata da apposito decreto della Regione Emilia Romagna, sale fino al Monte Mirabello, una terrazza panoramica tra le vallate del Montone e del Tramazzo-Marzeno, da cui lo sguardo si proietta senza ingombro fino al vicino mare Adriatico e, più a est, verso il Montefeltro, fino alla “Testa del Leone” descritta dal Monte Comero. Da questa cima, il tracciato piega verso sud e, attraversando il borgo di Marzanella, si porta idealmente più vicino alla Toscana, regione che ha governato politicamente, amministrativamente e, per molti aspetti anche culturalmente, questo lembo di Romagna dal 1400 ai secondo decennio del Novecento. L'impronta di questo lungo passaggio storico si nota in diverse peculiarità architettoniche, come le persiane alle finestre o gli archi che fungono da ponte tra i vari nuclei dei borghi rurali. Sul percorso se ne attraversano o sfiorano molti: Marzanella, Santa Maria in Castello, Berleta, Santo Stefano, San Donnino in Soglio. Protagonista assoluta in questi mondi, per lo più abbandonati al loro silenzio dopo la fuga in massa degli abitanti verso le industrie di pianura nel secondo dopo guerra, è la pietra arenaria, raccolta sul posto e forgiata con eleganza per dare forme a case che sfruttano i naturali dislivelli del terreno per elevarsi su più piani.

Tra queste tracce della presenza dell'uomo, campeggia un paesaggio collinare che però è più ruvido di quello toscano. I pendii rocchigiani presentano salite ripide, discese verticali, fondi rocciosi e altri sabbiosi, in una rapida successione su cui il Trail della Margherita si insinua voluttuoso costringendo gli atleti a modificare costantemente il loro ritmo di gara. L'Appennino romagnolo, come testimoniano le parole del bolognese Gino Venturi,è una sfida anche per coloro che sono abituati ai grandi dislivelli alpini: “Prima di correre a Rocca – ha detto il runner – avevo percorso una maratona dolomitica e, pensando che le colline di Rocca fossero morbide come quelle del bolognese, credevo di non aver problemi. Invece il percorso è stato durissimo e solo il piacere di correre per 49 km tutti in natura, lontano da auto e moto, mi ha permesso di tenere duro e arrivare al traguardo”.

Già il traguardo. Per primo, a sorpresa, è stato tagliato da un atleta locale, che non ha dimenticato l'allenamento alla fatica maturato sui pedali della bicicletta. Il vincitore è stato infatti il runner rocchigiano Matteo Lucchese che ha chiuso con un tempo di 4.33.38, lasciandosi alle spalle anche un nome di grido nazionale come Gianluigi Ranieri, giunto a oltre sei minuti di ritardo.

Al suo arrivo Ranieri, fermato ai microfoni degli organizzatori, ha dato una risposta che, una volta udita, mi ha riportato ai pensieri della partenza e alle ragioni che spingono un numero crescente di persone a mettersi alla prova su distanze al limite della resistenza. Ranieri non si è lamentato per l'inattesa sconfitta, né ha difeso la propria prestazione. Ha solo elogiato lo sforzo degli organizzatori che con i loro lavoro di mesi avevano permesso a lui e agli altri di scoprire un paesaggio nuovo e di divertirsi in una domenica impensabile senza la fatica delle squadre di cinghialai disposte ai ristori, della protezione civile impegnata per le emergenze, dell'amministrazione comunale di Rocca San Casciano che ha redatto le mappe del percorso e di tutti coloro che, a vario titolo, hanno pulito il tracciato, scattato le foto, aggiornato il sito internet o girato un video.

Ranieri non ha risposto come un atleta sconfitto, ma come unhttp://www.blogger.com/img/blank.gif corridore contento di aver esplorato di nuovo i propri limiti, in un anfiteatro costruito da uno sforzo collettivo di un'intera comunità. E lui non è il solo ad avere questo atteggiamento molto lontano dal semplice agonismo. Da una rapida ricerca sul web si legge infatti che anche Marco Olmo, sessantenne leggenda della corsa in montagna, parla con filosofia, come se la sua fatica nel correre fosse ciò che è la tela per un pittore o la carta per uno scrittore. “Io – scrive Olmo – sono un vinto nella vita. Corro per vendetta, corro per rifarmi”.

E poi, agonismo o filosofia, alla fine della fatica, il Trail della Margherita si rivela comunque una festa. Accade alla ex colonia dove un esercito di volontari accoglie gli atleti con un piatto di tagliatelle al ragù: perché le salite sono le stesse ovunque, ma le ricompense cambiano e nelle colline romagnole hanno un gusto più saporito. Tanto che Manuela Sabbatini, appena tagliato il traguardo, ha già promesso di ripresentarsi al via l'anno prossimo. Per scoprire quando, basterà connettersi al sito www.rocchigiana.it.

domenica, novembre 06, 2011

Un risiko tra amici e conoscenti

Stava diventando un cinefilo suo malgrado. Nelle due ultime settimane si era passato in rassegna l'intera produzione di Salvatores, Fellini e Bertolucci. Stare solo di fronte allo schermo del suo computer era l'unica attività che lo faceva sentire veramente al sicuro: per rispetto alla pellicola, si concedeva anche il lusso di spegnere il cellulare, da cui potevano sempre arrivare minacce inaspettate. Fosse per lui avrebbe scelto un film anche per quella serata – i fratelli Cohen era già salvati sul suo pendrive – ma quel venerdì sera sarebbe stato tutto più difficile. Mancavano solo poche ore all'inizio del concerto nell'ex dopo lavoro ferroviario vicino a casa sua e ancora non aveva una scusa utile per defilarsene. Susanna, la sua compagna, era a Torino per la fiera del libro e lo sapevano tutti. Se si fosse dato malato, i colleghi l'avrebbero sicuramente raggiunto a fine concerto per vedere come stava e, fisicamente, stava proprio a posto, neanche l'eco di uno starnuto nel più nascosto degli alveoli. Avrebbe potuto fingere un viaggio, ma, senza Susanna, qualcuno l'avrebbe messo sotto osservazione. No, non poteva funzionare e lo sapeva. Era da giorni che era inquieto e ora quel grafico sulle vendite outbound dell'ultimo trimestre che aveva davanti, sul monitor, gli sembrava una linea insensata. A cosa poteva servire in quel momento quel grafico, se lui non aveva modo di evitare il concerto di quella sera: quello era l'unico problema da risolvere per lui ora; il resto non importava.

Il guaio era nato circa tre settimane prima. Nel suo ultimo viaggio in Germania per lavoro, veloce, senza colleghi, aveva conosciuto Lorella, l'impiegata italiana dell'ufficio vendite di un'azienda tedesca di light designer. Lì, lontano da casa, si era divertito un po' a fare l'uomo di teatro: libro da impegni sentimentali, brillante, aperto a nuove esperienze, loquace, raffinato. Dopo un sorso di Rum delle Barbados, sul cui profumo la sua verve poetica aveva dato il massimo, Lorella l'aveva baciato. Un gesto fugace, solo per rendere irresistibilmente seducente l'invito successivo, a raggiungerla a Napoli. Lei sarebbe rimasta quattro giorni per un appalto legato a un'area uffici vicino al porto; lui poteva raggiungerla nel fine settimana per proseguire la conoscenza con un limoncello sorrentino. Dopo tutto quello che le aveva raccontato, non ce la fece a dire no.

Ma rimanere fedele a quella nuova parte si stava tramutando in un teatro senza fine. A Susanna aveva detto che sarebbe andato con i colleghi a sciare. Ai colleghi, che conoscevano benissimo Susanna, aveva dovuto dire che sarebbe andato a sciare con alcuni amici di università che non vedeva da tempo. E ai genitori, a cui aveva risposto sbadatamente perché impreparato, aveva accennato una terza versione, legata a impegni di lavoro. Si sentiva ormai come un agente segreto braccato: se c'era uno, non poteva esserci l'altro, se c'era l'altro era meglio evitare anche il terzo. La sua vita sociale gli appariva un immenso risiko in cui tutti i giocatori avevano come obiettivo la conquista del suo stato. E, mentre i, suo turno di gioco si avvicinava per l'ennesima volta, lui non aveva una buona strategia a cui ancorare il suo lancio di dadi.

Lasciare perdere il personaggio di una sera e dimenticare Lorella e quel bacio in Germania sarebbe stata la cosa più semplice, ma si era piaciuto troppo di fronte a quella donna per posare la maschera che così naturalmente aveva indossato. Parlare con Susanna era impossibile: cinicamente, a quello stadio embrionale dei propri sentimenti ribelli, non se ne sentiva pronto. Dire tutto a qualcuno per cercare consiglio gli avrebbe dato sollievo, forse, ma non l'avrebbe liberato dalla tela di ragno che gli aveva intrappolato i pensieri. Mancavano solo tre settimane ancora al viaggio verso Napoli con Lorella. Doveva tener duro e stare attento a evitare che Susanna parlasse con i colleghi, che i colleghi si mescolassero agli amici di università e che i genitori parlassero troppo a lungo con chi aveva sentito le altre versioni della storia.

I film lo avevano già salvato quindici giorni. Era stato bravo. Aveva convinto Susanna a scommettere con lui che, un film al giorno, avrebbero scaricato dalla rete e visto tutti i Fellini, i Bertolucci e i Salvatores citati come più importanti da Wikipedia. Era una boutade ispirata ai loro primi incontri e aveva funzionato a meraviglia, salvo la noia di 8 1/2, incomprensibile come alla prima visione. Però, fuori casa, aveva venduto la storia come una scommessa fatta per amore e ora che lei non c'era era difficile giustificare la clausura. Lei, al ritorno da Torino, o forse ancora prima da Facebook, lo sarebbe certamente venuta a sapere e avrebbe chiesto qualcosa. Doveva andare in qualche modo, ma vedeva pericoli ovunque, dappertutto. Nella pedalata di domenica mattina, tra i colleghi, c'era anche il figlio più piccolo di un caro amico del babbo: non si dovevano incontrare e lui non doveva essere tra loro. E quella sera stessa, tra poche ore soltanto, sarebbe stato seduto tra colleghi, amici e, con tutta probabilità, anche vicino a un ex compagno di studi. Non era scontato che gli chiedessero di quello stupido fine settimana lontano quindici giorni, ma, se ne era già finito a parlare con tutti, il rischio di dover ritornarci sopra era concreto.

Sul cellulare, silenzioso, comparve il nome di Lorella. Passando le dita sulle sopracciglia, per distenderle, cercò la giusta concentrazione per uscire dalla sua tela di ragno e rimettere in piedi la scena tedesca. Nello sforzo gli venne da sorridere solo un attimo. Aveva vent'anni in più circa, ma in quel momento si sentiva la stessa sudorazione fredda che aveva al liceo quando i prof scorrevano il registro nei paraggi del suo cognome e lui aveva finito le giustificazioni. Forse era tempo di una nuova maturità.

martedì, ottobre 18, 2011

Il sale e lo zucchero

Prese in mano il piccolo imbuto di carta che gli aveva preparato sua madre. Lo posizionò sul primo sacchetto e versò il sale e lo zucchero: un cucchiaino del primo, scarso, e tre abbondanti del secondo. I caffè lì vicino pagavano molto bene lo zucchero e sua madre, per arrotondare i pochi alimenti che le passava l'assistenza statale, vendeva anche il sale come zucchero. Il lavoro richiedeva un po' di tempo, ma Domenico era felice di contribuire e, due volte al mese, dava a sua madre cinque sacchetti equamente bilanciati e mescolati: era quasi impossibile, anche al gusto, rilevare la truffa.

Domenico amava passare il suo tempo tra il sale e lo zucchero perché gli sembrava l'unico momento in cui riusciva appieno a mescolare qualcosa. Per il resto la sua vita era come ritagliata in una serie di scatolette, che assolutamente non si dovevano rivelare l'una all'altra.

Qualche pomeriggio saliva in casa di Almira. Era una donna della stessa età di sua madre, ancora giovanile. Domenico, privo del padre, la considerava quasi l'altra metà della sua famiglia. Almira era l'unica persona adulta che si fermava qualche volta a giocare con lui: l'anno prima gli aveva anche fatto un regalo, una borsa in pezza, povera nei tessuti ma ricca nei colori. Domenico la usava sempre perché con essa si sentiva più grande e legato a qualcuno. Quando gliela aveva fatta vedere per la prima volta, Almira gli disse: “Questa è il segno della nostra amicizia. La pezza rossa sono io, mentre la pezza bianca sei tu. Sono legate assieme da mille nodi: uno per ognuno dei nostri legami. Siamo una famiglia e non ci tradiremo mai”. E Domenico, infatti, mai al mondo l'avrebbe tradita. Saliva su con lei in casa, il pomeriggio, e quando gli uomini entravano, lui si nascondeva dietro il divano, tappandosi le orecchie per udire il meno possibile. Sentiva lo stesso tutto quello che avveniva nella stanza, ma lo cancellava subito. Quando scendeva di nuovo in strada con Almira, la baciava in fronte e scappava via forte nella strada per non incontrare nessuno e mettere più tempo tra sé e la menzogna che avrebbe dovuto raccontare.

Domenico non raccontava a nessuno di Almira, neppure a sua madre. E neppure di quest'ultima raccontava molto. La donna, la sera, lo addormentava con le sue storie di carovane e viaggi. Spesso gli raccontava la vera storia della sua nascita. Gli parlava del soldato che l'aveva salvata dalle persecuzioni. Della fuga tra le montagne: lui con la divisa, lei con una camicia leggera, uno scialle e una gonna larga. Gli descriveva l'uomo come un principe azzurro: senza paura di orsi e mostri del bosco, imbattibile nei combattimenti con i tedeschi cattivi. Il momento più commovente arrivava quando sua madre raccontava l'ultimo gesto di suo padre, o forse quello che lei aveva inventato per descriverne l'abbandono: una lunga nuotata in un lago freddo al nord per salvare lei già in attesa di Domenico.

Domenico al suo primo giorno di scuola a Rimini aveva provato a raccontare le storie di sua madre agli altri allievi. Ma questi l'avevano guardato sospettosi: ogni luogo citato nel suo racconto era scrutato con troppa curiosità, quella che alla prima occasione è pronta a tradursi in una minaccia. Domenico allora aveva ritrattato. Aveva dichiarato di aver inventato tutto da un libro di fiabe. E al posto dei racconti di sua madre, ne aveva inventato uno lui, in cui era nato nelle colline fuori città ed era venuto in città per studiare solo con sua madre, dopo che il padre era morto per un incidente sul lavoro. Non era vero ma plausibile e nel tempo aveva sempre avuto la prontezza di completare quel racconto fatto per tranquillizzare gli amici con dettagli coerenti ai precedenti.

Non invitava mai nessuno a casa sua, da sua madre e dall'Almira. E a queste donne non raccontava mai nulla delle storie che inventava per gli amici. Quanto a sua madre, poi, essa era sufficientemente abituata per mantenere il massimo riserbo con le insegnanti. Aveva attraversato il mondo da sola con un figlio senza anno di nascita. Le abitudini della società riminese non rappresentavano per lei un ostacolo difficile da maneggiare.

Solo per tutti rimaneva l'obbligo del riservo. E più cresceva, più Domenico sentiva che in questo riservo nasceva una certa artificialità. E quando prendeva coscienza di questo, non riusciva a non invidiare la naturalezza con cui il sale si mescolava allo zucchero.

martedì, settembre 27, 2011

Non è poi così grave, non accorgersi dei maosti

Riflessi sul ghiaccio dello spritz che aveva davanti, vedeva scorrere i ricordi delle montagne nepalesi da cui era da poco rientrato. Erano freschi e i continui racconti che ne era stato invitato a fare li avevano resi ancora più nitidi. Sentiva il suono del vento che creava mulinelli di polvere attorno alla vecchia signora in cammino verso il monastero di Tenboche. Era piccola, vestita con panni di felpa, scura di pelle. Le braccia erano raccolte e le mani aiutavano le spalle a bilanciare la pila di bottiglie vuote di cui era carica. Il carico di plastica, che si alzava ben oltre l'altezza della donna, rimbalzava a ogni passo, attraversato dall'aria.

Il giovane ingegnere aveva alzato la macchina per inquadrare quella donna. Lei, le sue bottiglie, la polvere, i muri in pietra che si avvicinavano, grigi come il cielo ormai povero di luce. Ma poi aveva lasciato perdere. Neppure lì, a migliaia di chilometri dalla prima persona nota, riusciva a concentrarsi appieno sui propri sensi. Sentiva la mente scappare dal puntatore della macchina fotografica, farsi evanescente, seguire mille domande. La più stupida di queste era “perché proprio qui?”, come se esistesse un altro luogo al mondo che avesse più ragioni di quello per essere visitato.

“Daniele – in quel frangente gli disse Chiara, la studentessa di economia, pragmatica e sorridente, che aveva incontrato prima della partenza – hai avuto modo di parlare con i locali della monarchia caduta, dei ribelli maosti, del nuovo governo?”. Chiara aveva sempre confinato le proprie riflessioni sulla politica ai corsi di marxismo della zona universitaria che aveva iniziato a frequentare per dare un tocco un po' più sessantottino alla propria carriera universitaria, ma con Daniele aveva avuto la sensazione che un po' di impegno in più avrebbe contribuito a renderla attraente, a rompere quell'orgoglio ermetico in cui l'ingegnere riusciva amabilmente a nascondersi: era un orgoglio fatto di brillanti considerazioni, alternate a piccoli fastidiosi silenzi, come a dimostrare un'intelligenza raffinata unita a una scarsa propensione a spenderla con lei. Le pesava ammetterlo, ma era una situazione che la irritava. Per questo, dopo un attimo di silenzio, aggiunse a sostanziare la sua domanda: “Ho seguito per diverso la vicenda su Internazionale. Una situazione intricata: la popolazione sembra soffrire la presenza di entrambe le fazioni, monarchica e rivoluzionaria”.

“In realtà credo di non aver percepito nulla” rispose laconico Daniele. “Non sono quasi mai riuscito a staccarmi in modo fruttuoso dai luoghi più turistici. Per tutto il tempo ho avuto la testa imbrigliata in una contraddizione: mi volevo rilassare, fumare una canna su un tetto di Kathmandu come un qualsiasi adolescente inglese ubriaco, ma volevo anche entrare nei ritmi di un monastero buddhista per scattare delle foto come Fosco Maraini. Risultato pessimo: parlavo di Fosco Maraini al ragazzo che mi allungava il fumo e mi faceva malta la testa quando c'era da arrivare in cima alla salita per la luce migliore. Niente maosti comunque”.

Chiara ascoltò la risposta con una sgradevole sensazione di già visto. Quando gli aveva chiesto dei suoi studi universitari, Daniele gli aveva raccontato dell'interferenza negativa dello zio nella scelta. Quando aveva curiosato nel precedente rapporto di lui con un'ex collega, la storia si era impantanata nell'incapacità di questa a capire appieno la complessità del suo essere. E ora Fosco Maraini e l'erba. Del Nepal niente traccia: come tutto il resto, anche l'Himalaya restava sullo sfondo di un interminabile monologo interiore, in cui lei, a ben vedere, serviva per non farlo sembrare completamente pazzo mentre parlava da solo in un locale pubblico.

L'irritazione le cresceva dentro, ma volle stare al gioco, cercare di rimanere vicino a Daniele. Lo doveva conquistare e soprattutto convincere se stessa di non essere diventata troppo intollerante dopo una serie un po' troppo lunga di relazioni deludenti. “Ti capisco – soggiunse allora – Anch'io reagisco male agli stimoli esterni, non li ordino, me ne faccio travolgere. Rientro in casa tre volte perché non riesco mai a concentrarmi su quello che mi devo portare. Arrivo in ritardo perché perdo troppo tempo a pensare a come non rischiare di annoiarmi per un eccessivo anticipo. Riesco solo a disegnare asettiche parentesi graffe nel diario a cui ogni tanto vorrei concedere i miei pensieri più profondi in forma poetica, mentre aggiungo quattro aggettivi romantici completamente inutili nel mio saggio di macroeconomia”.

L'ingegnere lasciò parlare la ragazza fino al termine della lunga riflessione. Chiara lo interpretò come un segnale di contatto. Sorrise: “Non è poi così grave, non accorgersi dei maosti”.

“Ma in realtà non è questo il punto – intervenne lui – La mia non è distrazione. E' più complesso, capisci, la mia è una situazione diversa, ho frequentato dei contesti competitivi che tu hai sempre evitato. Sono quelli che ti cambiano. Tu non puoi capire”.

Chiara si lasciò morire in bocca il suo tentativo di risposta. Lasciò spazio alle parole di Daniele, che, a lungo, continuò a elencare ciò che lo rendeva diverso. In silenzio, la giovane studentessa abbassò gli occhi per guardare sciogliersi il ghiaccio dentro il cocktail che si scaldava tra il chiacchiericcio dei tavoli attorno.

martedì, settembre 20, 2011

mercoledì, settembre 14, 2011

Toccatemi, toccatemi tutti

“Toccatemi – pensava - toccatemi tutti”. Dentro la sala faceva caldo, Walter Mladic, padre slavo, madre romagnola, sentiva quasi mancare l'aria. Il suo corpo maturo, pieno della vita che aveva sempre voluto sedurre, senza preclusioni, ora non lo aiutava: era troppo concentrato a catturare un po' di ossigeno per lasciare spazio al piacere. Sentiva il sudore scorrere sulle tempie, immaginava le sue parole smarrirsi in un intervento senza fiato. Seguiva a fatica i discorsi di chi era con lui al tavolo, due donne e tre uomini che lo introducevano: parlavano troppo a lungo, non gli piaceva. Eppure gli occhi di Mladic restavano vigili, guardavano la gente in sala; e la mente dell'artista raccoglieva le immagini di tutti i presenti e sotto voce recitava e sperava: “toccatemi, toccatemi tutti”.

Quando il respiro trovava il suo ritmo e diventava più leggero Walter Mladic riusciva ad agganciare le parole dei suoi mecenati, dei piccoli potenti che avevano riscoperto la sua pittura. Uno di loro ormai era diventato un padre, lo aveva adottato per la sua arte, per filosofie inaspettatamente in comune, e lo aveva abbracciato, accettando o forse facendo finta di non vedere i suoi difetti, le sue differenze. Era il suo padre adottivo che si rivolgeva al pubblico con il tono della voce incrinato dalla commozione. Parlava della pietas contenuta nelle tele di Mladic, dell'appello che quelle figure e quei volti lanciavano alle coscienze. Se avesse parlato dei Vangeli non avrebbe utilizzato parole diverse.

Walter Mladic però non riusciva a staccarsi dalla materialità dei propri desideri. Guardava la gente in sala e continuava a recitare e sperare: “toccatemi, toccatemi tutti”. Sussurrava come se tra lui e la gente di fronte a lui dovesse nascere un legame erotico. E un po' era così davvero. Perché a lui non interessava la pietà provata di fronte alle sue tele, ma l'attaccamento che esse stimolavano verso il loro creatore. Era quello che Walter Mladic ora fiutava nell'aria: sentiva che la gente lì attorno lo venerava e desiderava trovare conferma alla sua percezione con il calore di una mano sulla propria, di un braccio attorno al collo, di un bacio rituale trascinato un po' più a lungo.

Forse il suo padre adottivo che parlava lì vicino non avrebbe approvato i suoi pensieri. Così materiali, così poco elitari, quasi sporchi. Ma Walter Mladic li pensava lo stesso e ne godeva. Lui non era un piccolo potente, ma un senza terra, né italiano, né slavo: per infinite ironie della sorte, che quasi mai l'avevano fatto ridere davvero, non era stato mai né figlio, né padre, né professionista, né artista. Era stato sempre e solo Walter Mladic, senza nessuno dei ruoli attraverso cui le persone normali si legano, si frequentano, si amano. Ora che aveva il consenso di quella sala, ne voleva dunque approfittare fino in fondo. Forse, anzi, se aveva dipinto, era stato solo ed egoisticamente per creare quel consenso, almeno una volta.

Infine arrivò il suo turno a parlare. Cercò di attrarre a sé tutti i suoi pensieri per trovare le parole giuste, ma vi riuscì solo in parte. Guardò il suo nuovo padre che gli passava il microfono e per prenderlo gli prese la mano. Anche se camminavano per motivi diversi, lo avrebbe seguito fino in fondo al viaggio. Era di nuovo pronto a partire, come oltre sessant'anni prima, quando con lo stesso gesto, allungando la mano, scelse di seguire sua madre fino in fondo alla ricerca del suo padre biologico.

sabato, settembre 03, 2011

Il lato leggero

Sollevandosi dal letto, allungò la mano e direzionò la luce sul comodino dell'albergo. A fianco del biglietto che gli ricordava la città in cui stava per addormentarsi, il maestro vide la sagoma del suo telefono. Mise gli occhiali, trovati a tastoni lì vicino, e prese l'apparecchio in mano. Sentiva che stava scivolando, che la solitudine lo stava rendendo più cattivo. Lo innervosiva ogni dettaglio della vita là fuori: l'insegna luminosa del pub, il semaforo che regolava l'incessante incedere delle auto in ogni direzione, l'eco dei passanti. Era vita, ma non era sua: lì, lontano da casa, non aveva con chi bere una birra, non aveva meta per cui andare in auto, né alcuno con cui fare due passi. Spesso se li concedeva da solo, per meditare, ma già troppe volte aveva abusato dei suoi pensieri come compagnia. Quella sera non avrebbe funzionato. Sentiva il desiderio irrefrenabile dell'attenzione altrui, fino al punto di comprarla. C'era chi cercava la prostituzione per trasgredire. A lui, semplicemente, non restava altro per compatire.

Il maestro guardò il telefono e si concentrò su quanto aveva fatto durante il giorno. Il viaggio in auto da casa fino all'aeroporto di Roma. Il volo fino a Praga. La lezione di fronte agli studenti del conservatorio. E infine le prove con i componenti dell'orchestra sinfonica. Dopo, aveva detto di essere stanco e non era andato con gli altri fuori a cena. Forse non lo era stanco davvero, ma ormai era abituato così, per prudenza: aveva già sofferto troppe volte nel vedere il flusso di parole che correva attorno a lui nelle cene a fine concerto. Tutti sembravano così a loro agio, così aperti, così ricchi di esperienza, così estranei al loro senso di fine. Si sentiva come un servetto a un banchetto reale: fuori luogo, invisibile, oggetto di scherno a ogni sguardo.

Sulla tastiera del telefono iniziò a digitare il racconto della sua giornata. Vi aggiunse anche i dettagli che la sua sensibilità gli aveva fatto notare, ma che la stessa sensibilità gli aveva impedito di condividere, chiudendoli in un silenzio in cui sembravano non essere mai esistiti. Descrisse la ruga sulla fronte dell'uomo che chiedeva monete in aeroporto. Descrisse la voglia di avvicinarsi a lui che aveva riconosciuto in una studentessa presente alla sua conferenza. Dalla povertà del primo e dai sogni di grandezza dell'altra ne ricavò lezioni di vita, evidenziandone il carattere romantico.

Spedì il messaggio, restando in attesa. Trovò la risposta solo la mattina dopo. Poche parole e una domanda: “Tutto bene?”.
Era come se le persone ignorassero il suo lato leggero. O forse lui non sapeva più esprimerlo?

sabato, agosto 20, 2011

La fatine dentro la rete

Gli inserti domenicali del Sole24Ore in cui da oltre dieci anni cercava stimoli per le lezioni di filosofia rivolte ai suoi studenti di quinta liceo giacevano impilati sulla scrivania dello studiolo in un ordine innaturale. Quell'ordine cronologico un po' meccanico in cui si abbandonano i libri che non si è mai letto o l'enciclopedia inutile regalata dalla zia per la prima comunione. La pila di carta svettava a fianco della sedia su cui erano a loro volta abbandonati due o tre libri regalati e mai letti, un paio di biglietti per il teatro mai utilizzati, due riviste di viaggio ancora impacchettate.

Il professor Gianfranco Manaresi si appoggiò allo schienale della sua poltrona e provò a far mente locale per ricordare l'ultima volta in cui si era ritirato con quei suoi amici di carta di lunga data. Dovevano essere almeno tre mesi o forse anche qualcosa in più. Sì, per l'esattezza tre settimane e quattro giorni: aveva sfogliato alcune inserti sulle nuove tecnologie quando aveva preparato il suo intervento al Rotary sulla comunicazione docente-studente nell'era post Gutenberg.

Lui, in quell'era, c'era entrato controvoglia e a età matura due anni prima, spinto dal suo dirigente scolastico che l'aveva scelto per sperimentare nuove forme di comunicazione via social network. Il suo primo profilo, su Myspace, era nato così: una semplice appendice alla cattedra che occupava da anni. L'esperimento – dovette ammetterlo – fu più interessante del previsto: postò un paio di citazioni di autori positivisti e dopo pochi giorni vi trovò decine di commenti, critiche, suggerimenti. Il più brillante era arrivato a domandare se quegli autori, così pronti a celebrare il progresso, avevano avuto il coraggio di preconizzare il loro stesso superamento. Era una domanda che non aveva mai ricevuto in aula, a cui lui stesso non aveva mai pensato. Ne rimase affascinato. E da lì, da quell'infatuazione inattesa, decise di immergersi senza più riserve nella rete.

Quel viaggio, nel tempo, era diventato molto di più che una sperimentazione didattica. Con un po' di enfasi la sua era diventata una sperimentazione esistenziale o meglio ancora esperienziale. La rete, il profilo e poi i profili, gli amici, ciò che loro erano per lui e ciò che lui era per loro, erano diventati parte della sua vita. Nel tempo, anzi erano diventati la parte più importante. Più dell'inserto del Sole24Ore, più della prima a teatro. Quando si connetteva, quando leggeva i commenti dei suoi lettori, provava l'emozione di un rituale di seduzione: in quella galassia di persone già note ma conosciute sotto prospettive mai esplorate al ristorante o di persone che mai altrimenti avrebbe intercettato, si regalava sempre al meglio delle sue possibilità. I luoghi visti, i libri letti, le parole scritte avevano trovato nei suoi contatti digitali un nuovo senso, quello che a lungo gli era sembrato impossibile darvi per mancanza di interlocutori all'altezza.

Quel magico mondo, quella specie di fiaba che aveva iniziato a scrivere in tarda età, gli regalava un tale piacere da rendere drammaticamente forte ogni suo altro incrocio con l'esterno. Gli sembrava noiosa ogni chiacchierata con la moglie, ristrette le vedute dei figli, banali le proposte di svago degli amici, prive del gusto della replica le letture a cui si era dedicato. Nessuno di questi, da tempo, l'aveva più saputo apprezzare per un collegamento tra il logos greco e l'aldilà del Cristianesimo delle origini o per una comparazione estetica tra il razionalismo americano e quello europeo. Nessuno attorno a lui gli regalava più l'ebbrezza di quei dialoghi infiniti nello scantinato di un'osteria a cui si era abituato da studente: a volte introduceva l'argomento nel corso di un barbecue, ma cadeva sempre in una prospettiva sterile, come se quelle fossero chiacchiere così per fare, esercizi di stile privi di reale energia, privi di ogni plausibile ricaduta pratica. Nel suo profilo Facebook invece le parole erano tornate a pesare, a valere di quell'infinito valore che acquisiscono quando le si riferisce a un futuro proprio e collettivo.

Quel mondo da fiaba che in due anni dentro la rete aveva portato alla luce era il suo vanto, ma lentamente anche il suo cruccio. Al di fuori di esso si sentiva come in astinenza. E, davanti allo schermo, ancora una volta, si iniziò a domandare se non fosse giunto il tempo di chiedere alle centinaia di fatine a cui si era legato online la domanda che non aveva mai fatto. Come continuare quella fiaba senza ritornare ogni giorno alla sua vita con la sensazione di essere in una tragedia greca vissuta in modo sbagliato? Le fatine gli avrebbero risposto? O minacciate dallo spettro del mondo avrebbero perso i loro super poteri?

Le dita, un po' sudate, rimanevano incerte sulla tastiera, incerte sul da farsi.

venerdì, luglio 01, 2011

Piccolo tempo perso per una fragile spiegazione

"Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile. La mia, per esempio, aveva tutta l'aria di essere una maledizione". (Tiziano Terzani, Un indovino mi disse)

Quando l'aveva conosciuto per la prima volta aveva subito sperimentato le sensazioni che gli indicavano di essere di fronte a una persona da approfondire. Dietro la sintassi di qualche frase, dietro la leggerezza con cui era pronunciata vi aveva subodorato quell'universo di situazioni da attraversare, esplorare e assaporare che era caratteristica comune a tutte le persone a lui più care. Anche nell'incedere caotico di una chiacchierata d'osteria, le parole del maestro Bruno Corei si riuscivano a ritagliare una fisionomia scultorea: c'era la chiarezza di un eloquio allenato, la sagacia maturata nell'impegno politico, l'ironia di una compagnia da osteria e la leggerezza di un equilibrio mai citato ma forse raggiunto per davvero. Su quelle parole Maurizio, aiutato anche da quella stima acritica che si ripone in chi è già chi si sogna di diventare, era salito lasciandosi alle spalle i rumori di sottofondo, chiudendovisi in un rapporto quasi privato, come un cantastorie epico e il suo silenzioso ascoltatore. Seguendo quelle storie su battaglie politiche, piccole scommesse professionali, incroci con la grande storia, ma soprattutto quegli aneddoti che aprivano spiragli su attimi intensi e autentici, si era calato nel suo amato stato di euforia e irrequietudine: da un lato si puntellava al presente come una tenda al terreno per non perdere neanche una sillaba, per attraversare ogni singola frase fino al punto più denso del suo significato; ma dall'altro si sentiva trascinato in una sorta di estasi di esplorazione nel tentativo di anticipare i ribaltamenti di prospettiva che d'un tratto, come in un gioco di illusione, le sue nuove conoscenze gli svelavano. Era lì piccolo piccolo attorno a quel tavolo in mezzo agli altri, ma era anche fuori di sé e, come proiettato in una super coscienza, vedeva se stesso e quel tavolo al centro di un nuovo crocicchio di strade, nuove pianure da colonizzare, nuove salite da scalare e nuove colline da cui affacciarsi.

A fine serata, quando gli altri colleghi stavano già alzandosi, Bruno gli aveva fatto una proposta: “Ultimo giro. Poca quantità, massima qualità: distillato himalayano, disponibile in poche casse all'anno. Una bottiglia è qui e, che io sappia, in nessun altro posto dell'Emilia o del Veneto. Stasera, sai, mi va di aprirmi più del solito e siccome un racconto crea sempre nuovo equilibri, è utile mettere in discussione i precedenti con il profumo di un rum finissimo”.
“Meglio di no” rispose Maurizio troppo velocemente, forse per la paura di far perdere al proprio ascolto la protezione del gruppo. “Meglio di no. Preferisco non tardare oltre e fare qualche bracciata in piscina domani mattina”.
Bruno fu visibilmente irritato da quella fragile spiegazione. Non la contestò, ma, a suo modo, la irrise. “La piscina resta sempre se stessa. Una confidenza invece non sarà mai più la stessa e forse non sarà mai più” buttò lì laconico portandosi la giacca sulle spalle.
Tempo di tornare indietro non ce n'era. “Sarà per la prossima volta” concluse Maurizio per consolarsi. Sapeva già, però, di aver lasciato uno spazio vuoto, di aver buttato al vento una casella di memoria.
Quando, un mese dopo, lesse sui giornali locali l'elogio del collega scomparso prematuramente nella notte, forse per un infarto, forse per un ictus, sentì quel vuoto allargarsi, più e come di quando lontani famigliari avevano portato via l'universo a cui fin da piccolo li aveva associati. Guardò su Youtube il professor Bruno Corei che leggeva alcune sue descrizioni delle città portuali italiane e sentì che una piccola porzione di tempo era andata persa irrimediabilmente. Perché, ne era certo, dentro quel tempo con il rum himalayano non c'era la conoscenza che si può apprendere, ma un pezzettino di quella più preziosa che si può solo ricevere.