martedì, dicembre 08, 2009

Il consulente paroliere e l’ansia del desiderio e del dovere

Serata insonne. E’ una di quelle che capita quando l’ansia di svegliarsi presto il mattino successivo ruba anche le poche ore a disposizione. Ogni forma di tempo ti sottrae un po’ di forze: il giorno passato che è finito solo molto tardi; il presente irrequieto che non ti fa riposare; e il giorno che viene, con la minaccia di non farti nessuno sconto sulle fatiche che non hai smaltito. Passato, presente e futuro come in un unico blocco che dondola nella testa ogni volta che cambi posizione sul letto.

E’ allora che mi arrivano i pensieri più vivaci e assurdi – dissi al mio consulente paroliere – quelli a cui non riesco a dare forma scritta anche se la meriterebbero più di altri”. Il consulente paroliere rispose conciliante come suo solito: “Eh, beh, certo, è così, è normale che sia così. E’ nel limbo dell’inconscio che emergono le verità più vere, ma anche più difficili da raccontare”.

Ascoltai quelle parole con il solito piacere. Non avevo ancora esattamente capito perché quel professorino mi avesse preso in custodia filosofica-esistenzial-letteraria – per paternità surrogata, vocazione didattica insaziabile, semplice simpatia o altro – certo era che avere uno specchio in cui riflettere in maniera mediata il mio gomitolo di pensieri e di racconti mi faceva un gran piacere. Srotolare quel gomitolo e darlo in pasto alle orecchie altrui mi dava l’ebbrezza di provare le sensazioni di uno scrittore vero o, almeno, di qualcosa di molto simile.

Conclusi quel lungo filo di considerazioni molto rapidamente, quasi stupendomi della mole di idee e contro-idee, al limite del machiavellico, che riuscivo a stipare negli istanti morti delle conversazioni. Era un micro-mondo che una volta ignoravo e ora mi era diventato strategicamente familiare. Uscii da quel mondo e aggiunsi: “Credo anche, in verità, di iniziare a conoscere ciò che separa la storia perfetta che sfioro nel dormiveglia da quelle un po’ monche che riverso sulla carta”.

Non ebbi risposta dal mio consulente paroliere e per un attimo mi fermai, di fronte al solito bivio: esternare una sentenza “clamorosa” che ti poteva far passare o per una sottile mente profonda o per un grosso e piatto presuntuoso. Cincischiai per qualche istante e poi, scimmiottando la sicurezza che in realtà non avevo, cercai di proseguire attivando l’opzione uno: “sottile mente profonda”.

Credo – aggiunsi – che nel mio inconscio segua solo la fantasia e il desiderio, mentre sulla carta finiscono anche il realismo e il senso del dovere. Di notte, nell’insonnia, parlo, o vaneggio, solo per me, mentre di giorno, sulla carta, scrivo, o ragiono, per tutti i “me” che gli altri credono e pretendono che io sia”.

Il mio consulente paroliere interruppe il suo cammino, infilò una mano nell’abbottonatura del giubbotto e, serio, mi chiese se avevo già studiato qualcosa per ripulire la carta dalle interferenze del dovere e della società. Il consulente insomma aveva seguito e capito le mie parole e non sembrava minimamente aver pensato alla opzione due: “grosso e piatto presuntuoso”. E, dunque, se tutto quello che avevo detto aveva un senso, dovevo assolutamente andare oltre, perché forse, anzi probabilmente, ero nella direzione giusta.

Solo che – maledizione! – sapevo muovermi ben poco oltre. “Non ci ho ancora pensato” risposi trafelato. “E’ che è un po’ come dice Ann Deveria… non si può ripulire il desiderio dal dovere senza farsi male”.

Non dissi altro, ma ci avrei lavorato su, nelle notti insonni, quando l’ansia di ciò che avrei scritto sarebbe stata ancora maggiore dell’ansia di doversi svegliare presto.

domenica, novembre 22, 2009

Il ponte tra Ravenna e Santa Caterina

Alzai lo sguardo verso l’alto, verso la volta musiva della basilica di San Vitale a Ravenna. Non per la prima volta in assoluto, questo no, ma per la prima volta alla ricerca di un frammento di me stesso dal recente passato. Fissai gli occhi del Cristo e la memoria fece riaffiorare le parole che l’egittologo John mi aveva detto al Cairo la sera prima della mia partenza per il Monastero di Santa Caterina nel Sinai. “Le icone – mi disse John allora con un Macintosh surrealmente adagiato di fronte al piatto – non sono fatte per essere guardate, ma per guardare. Sono lì ferme, immobili, stilizzate: completamente irrealistiche ma altrettanto penetranti. Finché sono sole non dicono nulla, ma, prova a guardarle, prova a fissare il loro sguardo che non si abbassa mai, e allora diventeranno porte per un viaggio infinito. Le icone non dovevano decorare; dovevano dialogare, essere specchio dell’anima e finestra sulla perfezione del divino”.

Rimasi immobile sotto quegli occhi costantemente aperti e mi chiesi come fosse possibile che non l’avessi mai notato prima. Ma fu solo il disappunto di un momento. Ero stato lontano, avevo ascoltate parole straniere e ora ero lì, a pochi passi da casa mia, e la compagnia di quei ricordi si fondeva con la conoscenza di me e della mia terra.

Sentii l’inevitabile piacere di qualcosa che si univa. Era come se lo vedessi: due ricordi destinati a perdersi erano ora uniti da un ponte che li avrebbe sorretti entrambi. Prima erano deboli e solinghi; ora erano forti e spavaldi. Semplice, efficace, immensamente piacevole.

Abbassai gli occhi sulla persona che stava in piedi con me sotto la cupola.
“Ti è venuto in mente qualche lunga storia da scrivere?” mi chiese con il tono di chi ha voglia di piacere e sa come farlo.
“Non esattamente” risposi un po’ furbetto, con il tono di chi finge di conoscere le regole del gioco, ma ha in realtà tanta voglia di starci, al gioco, e di scoprire le sue carte al mondo intero.

“Non esattamente” ripresi. Poi, appesantito dal mistero, ma anche conscio del suo fascino, risposi sibillino: “In realtà, sì, avrei voglia di scrivere come non mai, ma solo una storia non semplice, la storia che unirebbe me e il mondo come il ponte tra i mosaici di Ravenna e di Santa Caterina”.

martedì, novembre 03, 2009

Passaggio di fronte al rudere dalla memoria roca

C’è un rudere nascosto in una corona di colori autunnali di un bosco dalle tinte orride. E ci sono gruppi di persone che sfiorano quelle pietre dalla memoria ormai roca, incapace di farsi sentire forte. E ci sei tu che, volontariamente seduto più lontano, osservi i gruppi che passano e i loro occhi che guardano il rudere e la sua memoria roca.

Passa il gruppetto dei ragazzi che corrono verso il futuro. Lo portano scritto negli abiti all’ultimo grido, nella tecnologia che li lascia mai veramente dove sono. Li vedi, i loro sguardi. Sono di sfida e compassione. Dicono che loro da quel rudere pietoso non torneranno più: se ne andranno più lontani possibile.

Passa il gruppetto che segue la donna con la bandierina che parla al microfono senza guardarsi indietro. Loro, il rudere, non lo vedono. Vedono solo ciò che la guida dice loro di vedere. “Salite su quella pietra: di lassù le foto vengono bellissime”.

Passa poi il gruppetto che viene dalla città vicina. Lo senti prima che arrivi, dall’accento familiare ma non troppo. Nessuno ci ha mai vissuto nel rudere o nei suoi fratelli ormai macerie né nessuno lo farà mai, ma puntuale qualcuno vagheggia di trasferirvisi.

L’attendi, infine, ma non passa il residente. Poco lontano dal rudere ci vive, ma non ci va mai. Troppo vicino per raccontare un viaggio che qualcuno ascolti, troppo lontano per essere raggiunto con la passeggiata della sera.

E poi ci sei tu che guardi tutti i gruppi che passano. Non solo senza un sottile e tagliente sarcasmo. Tu hai già studiato tutti quei comportamenti superficiali. Hai letto le parole di chi li ha descritti e hai anche ascoltato chi ha suggerito il modo giusto per riappropriarsi di quel rudere e del suo paesaggio in modo concreto e simbolico. Per questo ti sei messo seduto più lontano e hai lasciato corda libera alla deriva dei significati del luogo e delle letture che li hanno alimentati.

Passa però uno spazio così ampio tra il mondo e i simboli con cui lo leggi che ti chiedi se in realtà anch’essi non siano finti e artificiosi, se anch’essi servano a qualcosa o a nessuno, né a te che vi rimani intrappolato, né ai gruppetti di passaggio che non li comprendono, né al rudere la cui memoria rimane roca.

venerdì, ottobre 23, 2009

L’antica Tebe e il cellulare del marinaio Hacmed

Il sole che tramonta spinge gli ultimi raggi sull’antica Tebe e le colonne del tempio di Luxor intrecciano le loro ombre, sempre più lunghe. Mi siedo su una panchina nella sponda orientale del Nilo e con il teleobiettivo cerco il volto di un bambino che tiene in mano le redini di un calesse, di un ragazzo che corre tra le rovine del tempio di un vecchio che urla dal finestrino di un minibus.

Cerco di isolarmi in uno spazio tutto mio, ma non si è mai veramente soli nelle sponde del Nilo.
“Hello my friend” mi dice una voce da dietro le spalle. E’ un ragazzo, anzi no ha qualche capello bianco che lo fa già uomo. Ha i sandali, l’abito lungo, la carnagione scura. E’ un marinaio. “Un giro in feluca nel Nilo, un’ora, non costa quasi nulla”.
“Tra poco parto” gli dico nascondendomi dietro l’obiettivo.
“Allora una mezz’ora, per dire arrivederci al fiume della vita”.
“Non mi va di correre”.
Silenzio. Strano. In Egitto la contrattazione non si ferma mai.
“Sono stanco signore” mi dice mentre lo credevo già lontano. “E’ da troppo che parlo con i turisti. Ho bisogno di un tè. Vuoi essere ospite della mia barca?”.
“Ti ho detto che non farò un giro in barca” gli rispondo ancora, questa volta guardandolo in faccia.
“Solo per il tè, un tè sul Nilo” ripete lui.
Resto scettico. “Sicuro che non insisterai tutto il tempo per vendermi un giro?” lo incalzo.
“Sicuro. Solo un tè. Io non modificherò l’accordo. Se lo farai tu, ne sarò felice, la mia famiglia te ne sarà grata. Ma io non modificherò l’accordo”.
“Mi chiamo Hacmed” dice lui allungando la mano.
“Silvio” gli rispondo ricambiando il gesto.

La feluca di Hacmed è ormeggiata a pochi passi, in una giungla di corde e alberi maestri, di giovani apprendisti marinai che corrono su stretti passaggi in legno che scricchiolano senza però cedere. Mi siedo a poppa tra piccoli tappeti umidi. Hacmed invece si inginocchia a prua: è lì, in una piccola coperta, che si trova la cucina. Un fornello a gas, qualche fiammifero, una giumella deformata dal calore e un sacchetto di fiori rossi, fiori di ibisco. Hacmed tuffa la giumella nel Nilo: “L’acqua bollirà – mi dice – non ti farà niente”.

Poco dopo una bevanda rossiccia dondola in bicchieri trasparenti seguendo le onde del Nilo. Hacmed dice che la sua barca può contenere fino a otto persone per una crociera sul Nilo. Ha alcune assi che lo aiutano a costruire un unico piano, dove la notte si può dormire tra il verde delle acque e il nero del cielo. “C’è un unico pericolo” racconta. “Alcuni pescatori la notte si avvicinano alla feluca e derubano i turisti dei loro piccoli oggetti”. “Per questo – aggiunge – io la notte non dormo mai”.

E’ già buio quando Hacmed finisce di descrivermi la sua famiglia. Una sorella giovanissima, ancora da sposare. Una sorella più grande, con tre figli, lasciata sola dal marito, ma in grado di mantenersi da sola con piccoli oggetti di sartoria che vende al bazar. Il fratello maggiore, per un lui un padre, ma ormai lontano, in Norvegia, con la moglie.
“Per me è ora di rientrare” gli dico.
“In che hotel alloggi?” mi chiede lui.
“Al piccolo El Gezira – rispondo – sulla sponda occidentale”.
Sorride. “Lo conosco bene – racconta -. E’ stato il primo hotel di quella sponda. Vivo proprio lì dietro. E’ come se fossimo vicini di casa. Come rientri?”.
“Col traghetto. Recupero la bici e poi attraverso il Nilo in traghetto”.
“Allora possiamo rientrare assieme. Così ti aiuto a far scendere la bici fino alle sponde del Nilo”.

La sponda ovest dell’antica Tebe resta ancora un villaggio. Sopra l’attracco del traghetto c’è un campo da calcetto, dove i giovani abitanti di Luxor rincorrono il pallone fino a notte fonda. Un’unica strada penetra nei campi coltivati fino a raggiungere i giganti di Memnone e le tombe della Valle dei Re. Ai bordi della carreggiata, una miriade di basse abitazioni in terra che disegnano intricate geometrie di viottoli e cortili. Hacmed abita con le sue sorelle e i suoi nipoti in una delle abitazioni più grandi: “Mia madre – spiega – non ha mai voluto vendere. Qui il terreno costa caro e molti lo volevano, ma lei si è sempre rifiutata. Diceva che questo sarebbe stato il cortile per i suoi figli e i suoi nipoti”. Da quel cortile Hacmed esce ogni mattina per approdare alla sponda orientale e cercare di sovrastare con la sua voce la voce degli altri marinai di feluca. Torna per il pranzo e poi di nuovo via a gridare fino a sera. Quando fa tardi alla notte rimane a casa, ma lo fa poche volte. “Mi piace attraversare il fiume e immergermi nel caos. Anche quando non raccolgo nulla, mi sento utile per la mia famiglia e mi sento vivo. Bisogna vedere un po’ di vita per sentirsi vivi”.
Si rivolge alla sorella in arabo e questa porta tre limonate fresche con lo zucchero. Una per Hacmed, una per me e una per la bambina più piccola. La spremuta è quasi cremosa. “Mia sorella la prepara come nessun altro”.

Tutti sediamo su panchine in legno, tra muri bassi e rovinati. C’è poca luce e poca acqua. Ma i cellulari brillano in quel mondo come e più che altrove. Mi mostra il suo, con un grande schermo, e mi invita a guardare la danza frenetica della festa in occasione del matrimonio della cugina. “Se vuoi te lo invio” mi chiede.
“Il mio cellulare non consente di vedere i video” gli rispondo.

Il muezzin chiama alla preghiera dalla vetta del Minareto. Hacmed si dirige verso la moschea, io verso il volo che mi riporterà tra i ventiquattro milioni di abitanti del Cairo.

Hacmed non hai mai fatto quel volo e forse non lo farà mai come tanti altri abitanti dell’antica Tebe. Ma con lui c’è quel cellulare supertecnologico. Il marinaio Hacmed lo guarda come il soldato di Buzzati guarda il deserto e aspetta che lì, sul grande monitor, si affaccino i Tartari. Il cellulare è legato alla grande rete, al tutto. Da lì forse un giorno uscirà una voce e la sua vita cambierà per sempre.

Cairo: per le strade di Khan Al-Khalili

Cairo: per le strade di Khan Al-Khalili
Cairo: per le strade di Khan Al-Khalili
Cairo: per le strade di Khan Al-Khalili
Cairo: per le strade di Khan Al-Khalili

Cairo: sfingi e piramidi

Menfi:sfinge
Giza: sfinge
Giza: piramidi

Cairo: la Moschea di Mohammed Ali

cairo: moschea di Mohammed Ali
cairo: moschea di Mohammed Ali

Antica Tebe: vita sulle sponde del Nilo

Nilo: tramonto sull'antica Tebe
Nilo: giovane calessiere
Nilo: feluche ormeggiate al tramonto

Antica Tebe: templi di Karmak e Hatshepsut

Tempio di deir Hatshepsut
Tempio di Karmak: sala ipostila
Tempio di Karmak: sala ipostila
Tempio di Karmak: ingresso

Deserto del Sinai: montagne e cammellieri

Deserto del Sinai
Deserto del Sinai: cammelliere
Deserto del Sinai: cammelliere

domenica, ottobre 11, 2009

Il cubo nel diario segreto

Per essere del tutto sincera, Ada lo scrisse solo sul diario segreto. Si tirò la coperta fin sulle orecchie e, su pagine che affondavano nel materasso, portò sulla carta i pensieri che erano sbocciati nel dormiveglia.

Non ne era ancora sicura, ma, nel torpore dell’alba, le era sembrato di rivedere la scatola nera dai contorni scivolosi. Era lo spettro con cui le si facevano incontro le situazioni più difficili: i dilemmi irrisolvibili, le scelte di fronte a cui si trovava del tutto sola, senza mai avere la possibilità di sfogare la tensione nella comprensione altrui. Ada vedeva la scatola scura: lei dentro, le pareti scivolose, il nero più nero della notte, la fine profonda come l’abisso, il respiro affannoso di chi perde la lucidità.

C’era già finita due volte, la ragazza, dentro a quel cubo. Un po’ per i casi della vita, un po’ per la sua vita, dove ogni tanto succedevano cose che si sentiva a disagio a condividere. Le sembrava che fuori da se stessa potesse trovare solo ostilità e allora spegneva le ultime luci e si trovava dentro la scatola. E del resto era solo lì, nel fondo e nel buio più totale, che riusciva infine a iniziare la risalita dall’unico, stretto, ripido e accidentato, sentiero che conduceva al rifugio desiderato.

Seminò questi suoi pensieri in appunti sparsi, poi abbozzò il disegno di un cubo e scrisse in caratteri eleganti il nome di Eschilo, perché le sembrava di essere la protagonista di una tragedia greca, stupidamente intrappolata in due realtà inconciliabili. In una pagina bianca tracciò ancora qualche scarabocchio. Infine chiuse il tutto e, accennando un sorriso, scacciò le coperte. Lì sotto si poteva vedere meglio, ma non era lì, nel loro ipocrita abbraccio, che partiva il sentiero che usciva dal cubo.

domenica, settembre 27, 2009

Il ritardo

Resto appoggiato per un po’ al palo di un’insegna stradale. Mentre aspetto il gruppo a cui mi unirò per la serata, scorro casualmente i numeri della rubrica sul cellulare. Non me ne interessa nessuno in particolare in quel momento, ma mi sento in dovere di impegnarmi in qualcosa. Si osserva sempre con sospetto una persona ferma in uno spazio pubblico senza ragione. Meglio non apparire tali, meglio non dimostrarsi troppo a proprio agio e dare adito ad ancora maggiori sospetti. Meglio maneggiare il cellulare e rendere evidente l’attesa di qualcosa e l’inquietudine per il suo ritardo.

Pochi minuti il gruppo arriva. Il telefono può tornare in tasca e la spalla può allontanarsi dal palo. E’ tutto a posto, ora, non serve più nessun aggancio per sostenere la propria presenza lì.

Quando è già tutto un vociare e un rumore di sportelli che si aprono e si chiudono, ripenso agli attimi precedenti. Forse tutte le elucubrazioni fatte per giustificare la mia sosta vicino al cartello erano un po’ eccessive. A chi poteva interessare in fondo? Solo io dovevo avere quei pensieri in testa, nessun altro. Alla prossima occasione – mi riprometto – siederò più tranquillo, alzando gli occhi per curiosare tra la gente della via. Ma sono dubbioso sulla bontà dei miei propositi. So già che quelle stupidi inquietudini sociali sono proprio quanto a cui non mi decido mai a mettere mano.