Leggende romagnole, avventure metropolitane, suggestioni dal mondo e altre divagazioni in evoluzione pluriennale.
sabato, aprile 28, 2007
Lietchfield National Park
giovedì, aprile 26, 2007
I tormenti del giovane ingegnere aerospaziale
I coccodrilli di acqua salata continuano a uccidere con statistica regolarita'. Le mosche dominano le ore del giorno. Le zanzare regnano nella notte. Le foreste di eucalipto si divertono a prendere in giro la tecnologia cellulare. E, a qualche centinaio di km da Darwin, frutta e verdura scompaiono dalle tavole. Nel top end dell'Australia la vita resta ancora una lotta per la sopravvivenza senza un vincitore charo.
Darwin, oggi, non e' certo piu' il pionieristico porto militare che fu pensato all'inizio. I grattacieli che ne dominano la baia, anzi, spingono a credere che un centinaio di anni siano stati sufficienti a trasformare una caserma in una Florida australe. Ma e' solo un'istantanea che scompare pochi Km dopo le ultime case di periferia. Li', lontano dall'aria condizionata, il clima regna ancora padrone e la stagione delle piogge inonda miglia di ettari per mesi e mesi. Il cosiddetto "wet" finisce ufficialmente a fine marzo, ma vaste aree, grandi ognuna come una nazione europea, restano inaccessibili fino a maggio, talvolta fino a giugno. In quelle terre manca l'uomo, ma spopolano centinaia di altre forme di vita: insetti di ogni genere, coccodrilli, serpenti e uccelli dai colori tropicali. Tra le specie piu' curiose c'e' il rock wallaby che sono anche riuscito a fotografare: e' cosi' riservato che gli etologi non sanno ancora quasi nulla del suo comportamento. E poi ci sono le magneto termiti, facilmente visibili perche', per sfuggire alle inondazioni stagionali, costruiscono massicce colonne che svettano per metri sopra le lagune o si mimitezzano tra i tronchi di eucalipto.
Quando l'umidita', gli insetti e le distanze concedono una tregua questa terra inospitale diventa un non-luogo confortevole per chiacchierate serali. Cosi', sotto un barlume di luce stellare e sopra il fruscio di una cascata, Federico ha proseguito il suo bilancio esistenziale. O, piu' semplicemente, il suo bilancio accademico. Al momento, la differenza tra i due e' flebile. Quella laurea in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano si agita in lui indomita, come un vangelo laico a cui sia stata tributata un'eccessiva fedelta'. La religiosa pergamena e' materia recente. I volti di amici e parenti alla proclamazione sono ancora archiviti nella macchina fotografica. "Era il 21 dicembre", spiega lui indicando i cappelli da babbo natale nello schermo.
Dall'alto dei sui 25 anni, il ragazzo di Verona che ha studiato a Milano, lega a quella data un grosso rimpianto. Un leggero ritardo su un bando dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea. "Sarebbe stato l'unico luogo dove avrei potuto fare cio' che volevo", lamenta.
Il suo risentimento traspare in gesti e parole. "Lo scopo di un'Universita', in fondo, non dovrebbe essere quello di produrre gente in grado di dare un contributo originale alla materia studiata? Non dovrebbe essere la palestra della creativita'? E invece, invece trascorri gli anni forse piu' creativi della tua vita senza alcun margine di liberta' per creare qualcosa di tuo".
Nel bilancio di questa liberta' rubata piove di tutto. Il pianoforte, abbandonato dopo dieci anni di studio. La letteratura, amata e relegata alla notte. Percorsi personali nella materia. E poi il sonno, perso lungo la via, come se spegnersi fosse una colpa imperdonabile lungo la crociata per la conoscenza.
"Questo viaggio - prosegue - doveva essere il riscatto delle mie velleita' artistiche, ma lasciamo perdere. Sono cosi' esausto che non riesco neppure piu' a scrivere una mail... E poi quando arrivi qui e ti confronti con la gente degli altri paesi, che e' piu' giovane di te, che ha gia' girato il mondo e che magari ha gia' laurea e dottorato, ti chiedi come sia possibile che tutto questo ti sia accaduto, come sia possibile che un'istituzione abbia preteso cosi' tanto e cosi' a lungo da te.
Non so Silvio, forse per te e' stato diverso. Ho sempre pensato che facolta' come la tua, in genere tutte quelle umanistiche, siano luoghi dove conta piu' quello che sei che quello che sai".
"Decisamente vero, ma il risultato non cambia poi molto. Quando capisci che un manuale di semiotia o un saggio di economia non rappresentano per te nulla di distintivo ne' a livello culturale ne' a livello professionale, la smania di andare oltre e costruiri percorsi paralleli ti invade divorando il tempo. A me quella smania arrivo' il quarto anno e in breve si materializzo' in fenesia, perche' come al solito mi sentii in ritardo. Mi sembrava di essere tornato agli inizi delle superiori, quando, sbarcato in "citta'" dal mio piccolo paese, mi trovai tra gente che aveva gia' studiato il latino e masticava gia' l'inglese. Come allora, ero di nuovo indietro. Nell'ambiente di Comunicazione, dove il test di ingresso aveva fatto filtrare solo eccellenti voti di maturita', c'era chi frequentava corsi di teatro, chi scriveva da anni in giornali di provincia e chi era gia' all'avanguardia con i codici del web. Io, invece, avevo solamente letto tonnellate di romanzi ottocenteschi, professionalmente irrilevanti, e macinato centinai di Km in bicicletta, quasi una colpa.
Fu uno shock e ci misi quasi due anni ad allinearmi agli altri e magari a superarne molti di slancio. Ci misi giusto il tempo per arenare la mente nella palude della tesi. Sono ancora orgoglioso delle 200 pagine che alla fine produssi e della catena di avvenimenti che ne e' conseguita, ma lo stesso il concepimento di quell'opera resta un buco nero a cui non mi piace guardare. Per orgoglio personale, per pressioni esterne contingenti, per spirito di emulazione, mi rifiutavo di limitarmi a qualcosa di interamente banale. Ma nel contempo ero vittima della passivita' che, come tu hai notato ancora piu' di me, l'universita' ti instilla per cinque lunghi anni. Ero ormai un metronomo nel riportare le teorie altrui, ma non avevo la benche' minima idea sul come partorine una mia: mi sembrava che nulla nella mia testa fosse sufficientemente originale per imbrattare la carta come presunta novita'. Fu il vuoto: passai giorni in camera senza leggere una riga, senza produrne alcuna, patendo ogni secondo di orologio come un anno buttato. E di secondi, ti assicuro, ne ho patiti molti, perche' li contavo tutti, senza dormire, senza fermarmi a tavola, senza uscire, senza pause se si eccettuano quelle che mi impose mia madre trascinandomi fuori di casa come uno zombi".
"E questo per quanto e' durato?".
"Forse tre mesi, forse un po' meno. Piu' tardi, l'inizio del lavoro statistico mi concentro' la mente su qualcosa che non fosse la mia inadeguatezza al ruolo e dopo mi trovai a scrivere, esausto ma di nuovo possibilista".
"Tre mesi, praticamente nulla. Tu non sai quello che vuol dire essere veramente sotto pressione. Perdere il sonno per continuare a pensare".
"Onestamente spero di continuare a no capirti. E credo anche che tu sia piuttosto grave e che sia tempo di recidere con quel passato".
"Ma non e' facile. Dopo sei anni passati come una crociata per ottenere un lavoro, non e' facile fermarsi qui e ignorare il tempo".
"Sai, forse sei venuto troppo presto. Avresti dovuto lavorare un po' prima di partire. Avresti sicuramente avuto un bagaglio di illusioni e speranze meno gravoso".
"Puo' darsi. E' il tuo caso? Disgustato dal lavoro?".
"Non e' la parola giusta. In piu' di un'occasione cio' che ho fatto e' stato anche piacevole. Considera pero' che, lavorando in un ambiente accademico, gli abusi di potere che tu hai sperimentato da studente cambiano forma, ma si protraggono, riducendoti spesso piu' a un esecutore di ordini non negoziabili che a un analista di una materia conosciuta. E poi c'e' il tempo. Dopo tre anni credo che qualsiasi contesto tradisca una certa ripetitivita'. Mi siedevo alle conferenze stampa e sapevo gia' cosa sarebbe stato detto e come l'avrei potuto scrivere. Urgeva una pausa e forse un break dal giornalismo nel suoi insieme, che, stando a indiscrezioni raccolte, tradisce un forte malessere anche in sfere piu' altolocate".
"Hai mai riflettuto su cosa vorresti scrivere tu?".
"Di preciso non mi e' chiaro. So solo che mi entusiasmano di piu' le piccole porzioni di storia dagli esiti imprevedibili che le grandi questioni dove alla fine l'esito e' scontato. Ti sembra comparabile il fascino di un algerino abbandonato dalla moglie a Sydney con il fascino di qualsiasi ministro che ribadisce la necessita' della ricerca. Ed eppure, di cento giornali che aprirai, cento riporteranno il corsivo del ministro, che a quel punto sembrera' davvero una persona dotata di potere, e nessuno lascera' mai lo spazio al resto".
Copiosi richiami letterari e sterminate distese di eucalipti hanno fatto da sfondo a questi discorsi, sempre a meta' tra il passato italiano e il presente australiano. Il loro fluire aveva un certo alone artistico. Non per la qualita' delle riflessioni prodotte - quelle possono essere anche banali e di scarso interesse -, ma per il contesto in cui si alimentavano. In quel frangente avevamo un grado di liberta' insolito. Senza identita' passate troppo forti, senza traguardi futuri troppo nitidi, senza impellenze materiali veramente pressanti, senza legami personali veramente sedimentati, e senza i rituali quotidiani di una vita sanziale, la vita era pura creazione del momento. Appunto, vagamente artistica.
Il confronto, tra lunghi spostamenti e nuotate fluviali, e' proseguito sino all'aeroporto di Darwin, dove l'ingegnere ha preso il primo volo sulla rotta per la Nuova Zelanda. "Silvio - mi ha detto scherzando Federico - trova la via di casa prima o poi, che in questo paese ti stai trovando troppo bene".
"D'accordo, ma tu vedi di non ritrovarla troppo presto!".
"Si' ma se poi questa cosa mi iniziasse a piacere troppo?".
Darwin, oggi, non e' certo piu' il pionieristico porto militare che fu pensato all'inizio. I grattacieli che ne dominano la baia, anzi, spingono a credere che un centinaio di anni siano stati sufficienti a trasformare una caserma in una Florida australe. Ma e' solo un'istantanea che scompare pochi Km dopo le ultime case di periferia. Li', lontano dall'aria condizionata, il clima regna ancora padrone e la stagione delle piogge inonda miglia di ettari per mesi e mesi. Il cosiddetto "wet" finisce ufficialmente a fine marzo, ma vaste aree, grandi ognuna come una nazione europea, restano inaccessibili fino a maggio, talvolta fino a giugno. In quelle terre manca l'uomo, ma spopolano centinaia di altre forme di vita: insetti di ogni genere, coccodrilli, serpenti e uccelli dai colori tropicali. Tra le specie piu' curiose c'e' il rock wallaby che sono anche riuscito a fotografare: e' cosi' riservato che gli etologi non sanno ancora quasi nulla del suo comportamento. E poi ci sono le magneto termiti, facilmente visibili perche', per sfuggire alle inondazioni stagionali, costruiscono massicce colonne che svettano per metri sopra le lagune o si mimitezzano tra i tronchi di eucalipto.
Quando l'umidita', gli insetti e le distanze concedono una tregua questa terra inospitale diventa un non-luogo confortevole per chiacchierate serali. Cosi', sotto un barlume di luce stellare e sopra il fruscio di una cascata, Federico ha proseguito il suo bilancio esistenziale. O, piu' semplicemente, il suo bilancio accademico. Al momento, la differenza tra i due e' flebile. Quella laurea in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano si agita in lui indomita, come un vangelo laico a cui sia stata tributata un'eccessiva fedelta'. La religiosa pergamena e' materia recente. I volti di amici e parenti alla proclamazione sono ancora archiviti nella macchina fotografica. "Era il 21 dicembre", spiega lui indicando i cappelli da babbo natale nello schermo.
Dall'alto dei sui 25 anni, il ragazzo di Verona che ha studiato a Milano, lega a quella data un grosso rimpianto. Un leggero ritardo su un bando dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea. "Sarebbe stato l'unico luogo dove avrei potuto fare cio' che volevo", lamenta.
Il suo risentimento traspare in gesti e parole. "Lo scopo di un'Universita', in fondo, non dovrebbe essere quello di produrre gente in grado di dare un contributo originale alla materia studiata? Non dovrebbe essere la palestra della creativita'? E invece, invece trascorri gli anni forse piu' creativi della tua vita senza alcun margine di liberta' per creare qualcosa di tuo".
Nel bilancio di questa liberta' rubata piove di tutto. Il pianoforte, abbandonato dopo dieci anni di studio. La letteratura, amata e relegata alla notte. Percorsi personali nella materia. E poi il sonno, perso lungo la via, come se spegnersi fosse una colpa imperdonabile lungo la crociata per la conoscenza.
"Questo viaggio - prosegue - doveva essere il riscatto delle mie velleita' artistiche, ma lasciamo perdere. Sono cosi' esausto che non riesco neppure piu' a scrivere una mail... E poi quando arrivi qui e ti confronti con la gente degli altri paesi, che e' piu' giovane di te, che ha gia' girato il mondo e che magari ha gia' laurea e dottorato, ti chiedi come sia possibile che tutto questo ti sia accaduto, come sia possibile che un'istituzione abbia preteso cosi' tanto e cosi' a lungo da te.
Non so Silvio, forse per te e' stato diverso. Ho sempre pensato che facolta' come la tua, in genere tutte quelle umanistiche, siano luoghi dove conta piu' quello che sei che quello che sai".
"Decisamente vero, ma il risultato non cambia poi molto. Quando capisci che un manuale di semiotia o un saggio di economia non rappresentano per te nulla di distintivo ne' a livello culturale ne' a livello professionale, la smania di andare oltre e costruiri percorsi paralleli ti invade divorando il tempo. A me quella smania arrivo' il quarto anno e in breve si materializzo' in fenesia, perche' come al solito mi sentii in ritardo. Mi sembrava di essere tornato agli inizi delle superiori, quando, sbarcato in "citta'" dal mio piccolo paese, mi trovai tra gente che aveva gia' studiato il latino e masticava gia' l'inglese. Come allora, ero di nuovo indietro. Nell'ambiente di Comunicazione, dove il test di ingresso aveva fatto filtrare solo eccellenti voti di maturita', c'era chi frequentava corsi di teatro, chi scriveva da anni in giornali di provincia e chi era gia' all'avanguardia con i codici del web. Io, invece, avevo solamente letto tonnellate di romanzi ottocenteschi, professionalmente irrilevanti, e macinato centinai di Km in bicicletta, quasi una colpa.
Fu uno shock e ci misi quasi due anni ad allinearmi agli altri e magari a superarne molti di slancio. Ci misi giusto il tempo per arenare la mente nella palude della tesi. Sono ancora orgoglioso delle 200 pagine che alla fine produssi e della catena di avvenimenti che ne e' conseguita, ma lo stesso il concepimento di quell'opera resta un buco nero a cui non mi piace guardare. Per orgoglio personale, per pressioni esterne contingenti, per spirito di emulazione, mi rifiutavo di limitarmi a qualcosa di interamente banale. Ma nel contempo ero vittima della passivita' che, come tu hai notato ancora piu' di me, l'universita' ti instilla per cinque lunghi anni. Ero ormai un metronomo nel riportare le teorie altrui, ma non avevo la benche' minima idea sul come partorine una mia: mi sembrava che nulla nella mia testa fosse sufficientemente originale per imbrattare la carta come presunta novita'. Fu il vuoto: passai giorni in camera senza leggere una riga, senza produrne alcuna, patendo ogni secondo di orologio come un anno buttato. E di secondi, ti assicuro, ne ho patiti molti, perche' li contavo tutti, senza dormire, senza fermarmi a tavola, senza uscire, senza pause se si eccettuano quelle che mi impose mia madre trascinandomi fuori di casa come uno zombi".
"E questo per quanto e' durato?".
"Forse tre mesi, forse un po' meno. Piu' tardi, l'inizio del lavoro statistico mi concentro' la mente su qualcosa che non fosse la mia inadeguatezza al ruolo e dopo mi trovai a scrivere, esausto ma di nuovo possibilista".
"Tre mesi, praticamente nulla. Tu non sai quello che vuol dire essere veramente sotto pressione. Perdere il sonno per continuare a pensare".
"Onestamente spero di continuare a no capirti. E credo anche che tu sia piuttosto grave e che sia tempo di recidere con quel passato".
"Ma non e' facile. Dopo sei anni passati come una crociata per ottenere un lavoro, non e' facile fermarsi qui e ignorare il tempo".
"Sai, forse sei venuto troppo presto. Avresti dovuto lavorare un po' prima di partire. Avresti sicuramente avuto un bagaglio di illusioni e speranze meno gravoso".
"Puo' darsi. E' il tuo caso? Disgustato dal lavoro?".
"Non e' la parola giusta. In piu' di un'occasione cio' che ho fatto e' stato anche piacevole. Considera pero' che, lavorando in un ambiente accademico, gli abusi di potere che tu hai sperimentato da studente cambiano forma, ma si protraggono, riducendoti spesso piu' a un esecutore di ordini non negoziabili che a un analista di una materia conosciuta. E poi c'e' il tempo. Dopo tre anni credo che qualsiasi contesto tradisca una certa ripetitivita'. Mi siedevo alle conferenze stampa e sapevo gia' cosa sarebbe stato detto e come l'avrei potuto scrivere. Urgeva una pausa e forse un break dal giornalismo nel suoi insieme, che, stando a indiscrezioni raccolte, tradisce un forte malessere anche in sfere piu' altolocate".
"Hai mai riflettuto su cosa vorresti scrivere tu?".
"Di preciso non mi e' chiaro. So solo che mi entusiasmano di piu' le piccole porzioni di storia dagli esiti imprevedibili che le grandi questioni dove alla fine l'esito e' scontato. Ti sembra comparabile il fascino di un algerino abbandonato dalla moglie a Sydney con il fascino di qualsiasi ministro che ribadisce la necessita' della ricerca. Ed eppure, di cento giornali che aprirai, cento riporteranno il corsivo del ministro, che a quel punto sembrera' davvero una persona dotata di potere, e nessuno lascera' mai lo spazio al resto".
Copiosi richiami letterari e sterminate distese di eucalipti hanno fatto da sfondo a questi discorsi, sempre a meta' tra il passato italiano e il presente australiano. Il loro fluire aveva un certo alone artistico. Non per la qualita' delle riflessioni prodotte - quelle possono essere anche banali e di scarso interesse -, ma per il contesto in cui si alimentavano. In quel frangente avevamo un grado di liberta' insolito. Senza identita' passate troppo forti, senza traguardi futuri troppo nitidi, senza impellenze materiali veramente pressanti, senza legami personali veramente sedimentati, e senza i rituali quotidiani di una vita sanziale, la vita era pura creazione del momento. Appunto, vagamente artistica.
Il confronto, tra lunghi spostamenti e nuotate fluviali, e' proseguito sino all'aeroporto di Darwin, dove l'ingegnere ha preso il primo volo sulla rotta per la Nuova Zelanda. "Silvio - mi ha detto scherzando Federico - trova la via di casa prima o poi, che in questo paese ti stai trovando troppo bene".
"D'accordo, ma tu vedi di non ritrovarla troppo presto!".
"Si' ma se poi questa cosa mi iniziasse a piacere troppo?".
giovedì, aprile 19, 2007
mercoledì, aprile 18, 2007
Neanche a Uluru
Puo' sembrare una bestemmia, ma sono convinto che alcuni dimenticati borghi appenninici siano piu' mistici di Uluru. In alcuni di essi rimbomba una solitudine densa di passato, mentre nell'Ayers Rock di oggi ci sono troppi turisti (non solo giapponesi), troppi bus e troppi cartelli che ti dicono cosa devi e cosa non devi fare. Uluru e' il bush in formato McDonald's: rapido, semplice e accessibile a tutti. C'e' anche un aeroporto nella vicina localita' di Yulara, cosi' ci si puo' volare diretti tra una colazione a Sydney e un aperitivo a Melbourne, tralasciando qualche migliaio di Km di viaggio.
E invece sulla rotta verso Uluru, tra il profondo sud di Adelaide e il top end di Darwin, la strada e' davvero quello che conta. Sembra di vivere tra le pagine della beat generation. Le vie di comunicazione sono desolate linee che il sole illumina come infiniti corsi d'acqua distesi su un mare che la luna si e' dimenticata di increspare. In questo luogo, cosi' denso di terra, la religiosita' non ha mai avuto bisogno del cielo per pensare all'infinito. Gli aborigeni hanno sempre fatto camminare i loro antenati del tempo del sogno, su un suolo che e' piu' grande dell'atmosfera che lo circonda. Ogni punto, lungo una superficie uniformemente piatta, e' utile per osservare tutta la marcia del sole, dalle ombre dell'alba verso ovest alle ombre del tramonto verso est, attraversando il mezzogiorno quando la palla di fuoco e' cosi' alta all'orizzonte da sembrare sul punto di scomparire.
Carcasse di canguri e scheletri di vacche selvatiche scandiscono i Km sul ciglio della strada. Alcuni cammelli, i discendenti inselvatichiti dei leggendari animali importati dagli Afghani per attraversare il continente, pascolano muovendo stancamente le loro grasse labbra. E qua e la', nel cielo senza nuvole, un avvoltoio si libra in circolo, come nelle migliori pellicole Western. Una carcassa, un cammello, un avvoltoio. La serie si ripete piu' e piu' volte fuori dal finestrino di una Land Cruiser che alla guida da' un delirio di onnipotenza. Ci sono pochi avvicendamenti di paesaggio nei 1200 Km di strade asfaltate e mulattiere sabbiose che collegano Alice Spring a Uluru e a King's Canion, anche se col tempo l'occhio impara a riconoscere alcune piccole sfumature: il colore della sabbia, l'altezza degli arbusti e le depressioni dove, durante i temporali, l'acqua si riversa tempestosa e corrosiva.
Un graduale cambio di luce segnala infine l'approssimarsi del crepuscolo. Tutto si spegne a terra. Anche gli sparuti automobilisti che si salutano a vicenda a ogni incrocio si fermano: guidare e' troppo pericoloso mentre gli animali del bush entrano in azione. Cala allora il silenzio. Si stende la Swag (una sorta di materasso richiudibile) sul terreno e da li' si attende l'arrivo delle stelle, per una notte sotto il brulichio cosmico della via lattea.
Il bush non e' luogo di incontri. Forse lo era, quando gli aborigeni erano ancora liberi dalla schiavitu' dell'alcool e della benzina. Ma ora non lo e' piu'. Gli unici esseri umani che si incontrano sono i turisti accatastati sulle pendici di Uluru. "Nicole - urla un babbo inferocito - torna giu'. L'acqua e' nel mio zaino e tu non puoi salire se non salgo io. Se tu vai avanti e non bevi, ti verra' un colpo di calore, perche' e' cosi' che il corpo umano funzione". "Torna giu'", ripete ancora l'uomo, ormai madido di sudore, goffamente arroccato alla catena che aiuta la scalata alla vetta. Mentre Nicole, ormai in lacrime, prosegue rabbiosa la sua marcia solitaria verso l'alto, poco piu' in basso il quadro familiare si completa. "Sei stato fino in cima?", mi chiede la mamma.
"Si', e mi ci sono anche fermato per un po'".
"Sono posti che ti entrano dentro vero?".
"Colpisce la dimensione. Anche se li hai gia' visti in foto, non puoi capire quanto sono grandi, ne' quanto sono lontani da tutto il resto".
"Goditeli tutti, tu che puoi".
"Problemi familiari poco piu' in su?".
"Niente di grave in fondo. Solo il solito. Non capisce che i suoi figli sono piu' snelli e prestanti di lui".
"Nicole!!!", rimbomba ancora un urlo poco piu' in alto.
"Credo sia meglio che salga a dare un'occhiata", riprende la donna. "Ma intanto non servira' a molto. Quello non capisce, neanche qui".
Neanche a Uluru.
E invece sulla rotta verso Uluru, tra il profondo sud di Adelaide e il top end di Darwin, la strada e' davvero quello che conta. Sembra di vivere tra le pagine della beat generation. Le vie di comunicazione sono desolate linee che il sole illumina come infiniti corsi d'acqua distesi su un mare che la luna si e' dimenticata di increspare. In questo luogo, cosi' denso di terra, la religiosita' non ha mai avuto bisogno del cielo per pensare all'infinito. Gli aborigeni hanno sempre fatto camminare i loro antenati del tempo del sogno, su un suolo che e' piu' grande dell'atmosfera che lo circonda. Ogni punto, lungo una superficie uniformemente piatta, e' utile per osservare tutta la marcia del sole, dalle ombre dell'alba verso ovest alle ombre del tramonto verso est, attraversando il mezzogiorno quando la palla di fuoco e' cosi' alta all'orizzonte da sembrare sul punto di scomparire.
Carcasse di canguri e scheletri di vacche selvatiche scandiscono i Km sul ciglio della strada. Alcuni cammelli, i discendenti inselvatichiti dei leggendari animali importati dagli Afghani per attraversare il continente, pascolano muovendo stancamente le loro grasse labbra. E qua e la', nel cielo senza nuvole, un avvoltoio si libra in circolo, come nelle migliori pellicole Western. Una carcassa, un cammello, un avvoltoio. La serie si ripete piu' e piu' volte fuori dal finestrino di una Land Cruiser che alla guida da' un delirio di onnipotenza. Ci sono pochi avvicendamenti di paesaggio nei 1200 Km di strade asfaltate e mulattiere sabbiose che collegano Alice Spring a Uluru e a King's Canion, anche se col tempo l'occhio impara a riconoscere alcune piccole sfumature: il colore della sabbia, l'altezza degli arbusti e le depressioni dove, durante i temporali, l'acqua si riversa tempestosa e corrosiva.
Un graduale cambio di luce segnala infine l'approssimarsi del crepuscolo. Tutto si spegne a terra. Anche gli sparuti automobilisti che si salutano a vicenda a ogni incrocio si fermano: guidare e' troppo pericoloso mentre gli animali del bush entrano in azione. Cala allora il silenzio. Si stende la Swag (una sorta di materasso richiudibile) sul terreno e da li' si attende l'arrivo delle stelle, per una notte sotto il brulichio cosmico della via lattea.
Il bush non e' luogo di incontri. Forse lo era, quando gli aborigeni erano ancora liberi dalla schiavitu' dell'alcool e della benzina. Ma ora non lo e' piu'. Gli unici esseri umani che si incontrano sono i turisti accatastati sulle pendici di Uluru. "Nicole - urla un babbo inferocito - torna giu'. L'acqua e' nel mio zaino e tu non puoi salire se non salgo io. Se tu vai avanti e non bevi, ti verra' un colpo di calore, perche' e' cosi' che il corpo umano funzione". "Torna giu'", ripete ancora l'uomo, ormai madido di sudore, goffamente arroccato alla catena che aiuta la scalata alla vetta. Mentre Nicole, ormai in lacrime, prosegue rabbiosa la sua marcia solitaria verso l'alto, poco piu' in basso il quadro familiare si completa. "Sei stato fino in cima?", mi chiede la mamma.
"Si', e mi ci sono anche fermato per un po'".
"Sono posti che ti entrano dentro vero?".
"Colpisce la dimensione. Anche se li hai gia' visti in foto, non puoi capire quanto sono grandi, ne' quanto sono lontani da tutto il resto".
"Goditeli tutti, tu che puoi".
"Problemi familiari poco piu' in su?".
"Niente di grave in fondo. Solo il solito. Non capisce che i suoi figli sono piu' snelli e prestanti di lui".
"Nicole!!!", rimbomba ancora un urlo poco piu' in alto.
"Credo sia meglio che salga a dare un'occhiata", riprende la donna. "Ma intanto non servira' a molto. Quello non capisce, neanche qui".
Neanche a Uluru.
martedì, aprile 10, 2007
Le pianure del Sud Australia
Fig. 1
Red Gum di fronte a Yallum Park, una delle piu' grandi dimore coloniali del Sud Australia. Il Red Gum e' una specie di eucalipto contraddistinta da un legno rosso all'interno utile per ricavare della gomma.

Fig. 2
Penola Old Cemetery. E' cio' che rimane del vecchio cimitero cittadino. Poche lapidi consumate dal tempo che si confondono con la sabbia.

Fig. 3
Port McDonnell. E' l'oceano povero dell'Australia, lontano dalle spiagge piu' famose. Un vecchio scalo commerciale, testimone di innumerevoli tragedie navali.

Fig. 4
Rymmil Estate. E' una delle grandi aziende vinicole che coprono di interminabili vigneti i 100 Km tra Naaracorte e Penola nella regione nota come Limestone Coast. Due cantine hanno nomi e origini italiane: Zema e Di Giorgio.

Red Gum di fronte a Yallum Park, una delle piu' grandi dimore coloniali del Sud Australia. Il Red Gum e' una specie di eucalipto contraddistinta da un legno rosso all'interno utile per ricavare della gomma.
Fig. 2
Penola Old Cemetery. E' cio' che rimane del vecchio cimitero cittadino. Poche lapidi consumate dal tempo che si confondono con la sabbia.
Fig. 3
Port McDonnell. E' l'oceano povero dell'Australia, lontano dalle spiagge piu' famose. Un vecchio scalo commerciale, testimone di innumerevoli tragedie navali.
Fig. 4
Rymmil Estate. E' una delle grandi aziende vinicole che coprono di interminabili vigneti i 100 Km tra Naaracorte e Penola nella regione nota come Limestone Coast. Due cantine hanno nomi e origini italiane: Zema e Di Giorgio.
martedì, aprile 03, 2007
Una vita di caffe' freddo e sigarette
I neon viola illuminano una decina di vecchie confezioni di Iced Coffe sparse qua e la' dietro i seggiolini posteriori dell'auto. Waine ne beve sempre tre o quattro nelle sue lunghe giornate sulle piantagioni di patate nell'Australia del Sud. Due litri circa di caffe' che l'accompagnano dalle sette del mattino alle sette della sera, dal lunedi' al sabato, dodici mesi l'anno. Non mangia altro. "Iced coffe and cigarettes. The recipe for a long life here in Penola. Ah, ah, ah", strascica al mattino con il suo inglese dove la "o" suona come una "u" e la "a" come una "r".
"Ah, ah, ah", ride ancora sotto gli occhiali scuri che gli coprono sempre gli occhi. "L'altra settimana - racconta eccitato - stavo guidando sulla strada principale tra Adelaide e Mount Gambier. Ero a palla. 150/160 Km/h quando ho imboccato la strada sulla mia destra, la terza fuori citta'. C'e' macato poco. Una fottuta donna stava guidando nella strada interna e ha attraversato la mia proprio mentre passavo. Ci siamo sfiorati, capisci, ho sentito il rumore delle lamiere. Pochi centimentri e smash eravamo morti tutti e due. Ma si e' risolto tutto con un rigo. Ah, ah, ah".
Waine attraversa sempre le sterrate strade del Sud Australia a velocita' folli. "Forse - soggiunge Sophie, una delle ragazze francesi che lavora qui - e' per cancellare l'apatia di un'intera vita tra le patate. Deve provocare qualcosa per sfuggire al nulla".
"Un po' come se fosse il James Dean di Penola?".
"No, direi che il fascino non e' quello. Waine e' solo un po' bruciato. Troppe sigarette, troppo iced coffe, troppe patate e troppe birre".
Waine e Steve, un omaccione barbuto che ricorda fortemente Bud Spencer, sono stati il contorno di un'interminabile settimana di raccolta patate. Dieci, dodici ore al giorno su un enorme scavatore a separare i frutti della terra dalle rocce in esubero e a frenare i voli pindarici che la mente produce in vuoti cosi' prolungati".
La campagna australiana sa pero' anche farsi voler bene. Sabato scorso, per esempio, la piccola Penola si e' vestita con i migliori aromi del barbecue. Lindsey, il macellaio del paese, ha sgozzato un agnello arrostito per un intero pomeriggio su un ciclopico spiedo che gli Australiani chiamano "speed rost". Risultato: carne a tonnellate, bagnata con il celebre Cabernet Shiraz del Coonawara e con un bianco passito. "Good aussie lamb, good aussie wines, good aussie spuds (slang locale per patate) and good aussie friends. You can't ask for more!", ha detto chiamando il brindisi.
Waine era tra la trentina di persone di Penola presenti all'avento. Al vino ha aggiunto qualche decina di birre e tra una pinta e l'altra ha infrottuosamente cercato di imparare gli intricati nomi della comunita' internazionale approdata qui per i lavori stagionali: Silvio, Silvayn, Tsegun, Marc, Freda, Julien, Derrin... "Se dovessi imparare i nomi di tutti i backpackers che passano di qui, nella mia testa non rimarebbe spazio per nient'altro".
Sei giorni dopo il fatidico barbecue e' di nuovo tempo di fine settimana. La strada di Waine e la mia si separareanno per sempre. Lui con le sue patate, io negli infiniti vigneti coltivati da un gaudente fattore di origine greca, che si fa ben volere grazie a un sontuoso caffe' alla turca. E' dunque tempo di saluti. "Domani - gli dico - ti puoi finalmente godere un giorno di liberta'".
"Yeah - risponde lui, sempre dietro i suoi occhiali scuri - I can get pissed. Iced coffe and cigarettes in the week, and barbe and beers in the weekend. This is the recipe for a long life in Penola. Ah, ah, ah".
"Ah, ah, ah", ride ancora sotto gli occhiali scuri che gli coprono sempre gli occhi. "L'altra settimana - racconta eccitato - stavo guidando sulla strada principale tra Adelaide e Mount Gambier. Ero a palla. 150/160 Km/h quando ho imboccato la strada sulla mia destra, la terza fuori citta'. C'e' macato poco. Una fottuta donna stava guidando nella strada interna e ha attraversato la mia proprio mentre passavo. Ci siamo sfiorati, capisci, ho sentito il rumore delle lamiere. Pochi centimentri e smash eravamo morti tutti e due. Ma si e' risolto tutto con un rigo. Ah, ah, ah".
Waine attraversa sempre le sterrate strade del Sud Australia a velocita' folli. "Forse - soggiunge Sophie, una delle ragazze francesi che lavora qui - e' per cancellare l'apatia di un'intera vita tra le patate. Deve provocare qualcosa per sfuggire al nulla".
"Un po' come se fosse il James Dean di Penola?".
"No, direi che il fascino non e' quello. Waine e' solo un po' bruciato. Troppe sigarette, troppo iced coffe, troppe patate e troppe birre".
Waine e Steve, un omaccione barbuto che ricorda fortemente Bud Spencer, sono stati il contorno di un'interminabile settimana di raccolta patate. Dieci, dodici ore al giorno su un enorme scavatore a separare i frutti della terra dalle rocce in esubero e a frenare i voli pindarici che la mente produce in vuoti cosi' prolungati".
La campagna australiana sa pero' anche farsi voler bene. Sabato scorso, per esempio, la piccola Penola si e' vestita con i migliori aromi del barbecue. Lindsey, il macellaio del paese, ha sgozzato un agnello arrostito per un intero pomeriggio su un ciclopico spiedo che gli Australiani chiamano "speed rost". Risultato: carne a tonnellate, bagnata con il celebre Cabernet Shiraz del Coonawara e con un bianco passito. "Good aussie lamb, good aussie wines, good aussie spuds (slang locale per patate) and good aussie friends. You can't ask for more!", ha detto chiamando il brindisi.
Waine era tra la trentina di persone di Penola presenti all'avento. Al vino ha aggiunto qualche decina di birre e tra una pinta e l'altra ha infrottuosamente cercato di imparare gli intricati nomi della comunita' internazionale approdata qui per i lavori stagionali: Silvio, Silvayn, Tsegun, Marc, Freda, Julien, Derrin... "Se dovessi imparare i nomi di tutti i backpackers che passano di qui, nella mia testa non rimarebbe spazio per nient'altro".
Sei giorni dopo il fatidico barbecue e' di nuovo tempo di fine settimana. La strada di Waine e la mia si separareanno per sempre. Lui con le sue patate, io negli infiniti vigneti coltivati da un gaudente fattore di origine greca, che si fa ben volere grazie a un sontuoso caffe' alla turca. E' dunque tempo di saluti. "Domani - gli dico - ti puoi finalmente godere un giorno di liberta'".
"Yeah - risponde lui, sempre dietro i suoi occhiali scuri - I can get pissed. Iced coffe and cigarettes in the week, and barbe and beers in the weekend. This is the recipe for a long life in Penola. Ah, ah, ah".
giovedì, marzo 22, 2007
Solo una canapa tra la terra e il sole
Il museo ferroviario di Broken Hill stupisce per la storia recente di cui parla. Alle pareti in legno scricchiolanti sono appesi fotografie in bianco e nero e ritagli di giornale che raccontano una storia drammaticamente prossima ai nostri giorni. Drammaticamente perche' il soggetto del narrare sono comunita' sottratte all'isolamento, incidenti in miniera e oiccole innovazioni tecnologiche. E' degli anni '60, per esempio, la notizia della prima locomotiva diesel sulla rete ferroviaria nazionale. E di pochi anni prima e' il lungo articolo dedicato alla gite ad Adelaide che la locale compagnia ferroviaria concedette ai propri dipendenti per le festivita' natalizie del Secondo Dopoguerra. Nelle 2000 battute circa che compongono l'articolo il cronista plaude all'organizzazione, che ha fatto arrivare il treno a destinazione senza intoppi, e al comune di Adelaide che rispetto all'anno precedente ha irrobustito la propria rete urbana di strade asfaltate.
Il pezzo piu' antico di tutto il museo e' sicuramente il portiere. Figura magra, scarna, con sandali da francescano e occhiali tondi e spessi. La sua sagoma appare d'improvviso poco dopo la soglia d'ingresso, appena percepibile dalla feritoia che collega il suo ufficio al corridoio. Non c'e' nessun altro turista a cui chiedere i modesti due dollari per il biglietto e cosi' il dialogo nasce spontaneo, come ovunque in questa cittadina dove incontrarsi per strada a piedi e' gia' un po' una notizia.
"Sono nato qui e ho sempre vissuto qui", comincia dopo un rapido convenevole che non contempla lo scambio dei nomi. "Pero' per qualche anno - prosegue - sono stato molto lontano. Nel '43 mi sono arruolato nella marina e mi sono imbarcato nel Pacifico. C'erano i Giapponesi da combattere".
"Ho letto qualche pagina di storia in proposito", rispondo timidamente. "So che all'epoca e' stata forte la delusione degli Australiani nel vedere il disinteresse britannico verso la propria colonia, con Churchill che richiamava le truppe sui fronti a lui piu' cari".
"Brutti giorni davvero quelli. L'Australia ha veramente rischiato l'invasione", chiosa il vecchio che intanto ha preso in mano un piccolo quadernino. Dentro ci sono tutte le tappe storiche della citta', della ferrovia e quindi anche della sua vita.
"Tu dove vai?"' mi domanda con un occhio alla carta e uno a me. Gli spiego del pass che per 690$ mi permette di viaggiare sei mesi sull'Overland, la linea tra Adelaide e Melbourne, sull'Indian Pacific, la linea tra Sydney e Perth, e la Ghan, la rotta nord-sud tra Adelaide e Darwin.
"Costa di piu' di una volta - commenta - ma una volta era anche un'altra cosa. Sai quante volte dovevi cambiare treno a causa della diversita' dei binari nel viaggio tra il Pacifico e l'Oceano indiano? Beh, non lo ricordo neanch'io, ma un'infinita'".
"E poi la Ghan!", sospira. "Una volta il treno si fermava ad Alice Spring. Dopo si proseguiva con quello che loro chiamavano "bus". In realta' era un rimorchio. Era tutto aperto e i seggiolini erano incavi nelle lamiere. Si viaggiava sotto il sole, per giorni, protetti solo da una canapa".
Mentre bevo il mio caffe' sulla collina di detriti che domina Broken Hill e il suo sterminato outback, mi chido chi viaggiasse in maniera piu' confortevole. Gli Afghani coi cammelli, i pionieri del deserto che hanno dato il nome alla linea (Ghan e' l'abbreviazione di Afghan)? O i passeggieri su un rimorchio rovente?
Il pezzo piu' antico di tutto il museo e' sicuramente il portiere. Figura magra, scarna, con sandali da francescano e occhiali tondi e spessi. La sua sagoma appare d'improvviso poco dopo la soglia d'ingresso, appena percepibile dalla feritoia che collega il suo ufficio al corridoio. Non c'e' nessun altro turista a cui chiedere i modesti due dollari per il biglietto e cosi' il dialogo nasce spontaneo, come ovunque in questa cittadina dove incontrarsi per strada a piedi e' gia' un po' una notizia.
"Sono nato qui e ho sempre vissuto qui", comincia dopo un rapido convenevole che non contempla lo scambio dei nomi. "Pero' per qualche anno - prosegue - sono stato molto lontano. Nel '43 mi sono arruolato nella marina e mi sono imbarcato nel Pacifico. C'erano i Giapponesi da combattere".
"Ho letto qualche pagina di storia in proposito", rispondo timidamente. "So che all'epoca e' stata forte la delusione degli Australiani nel vedere il disinteresse britannico verso la propria colonia, con Churchill che richiamava le truppe sui fronti a lui piu' cari".
"Brutti giorni davvero quelli. L'Australia ha veramente rischiato l'invasione", chiosa il vecchio che intanto ha preso in mano un piccolo quadernino. Dentro ci sono tutte le tappe storiche della citta', della ferrovia e quindi anche della sua vita.
"Tu dove vai?"' mi domanda con un occhio alla carta e uno a me. Gli spiego del pass che per 690$ mi permette di viaggiare sei mesi sull'Overland, la linea tra Adelaide e Melbourne, sull'Indian Pacific, la linea tra Sydney e Perth, e la Ghan, la rotta nord-sud tra Adelaide e Darwin.
"Costa di piu' di una volta - commenta - ma una volta era anche un'altra cosa. Sai quante volte dovevi cambiare treno a causa della diversita' dei binari nel viaggio tra il Pacifico e l'Oceano indiano? Beh, non lo ricordo neanch'io, ma un'infinita'".
"E poi la Ghan!", sospira. "Una volta il treno si fermava ad Alice Spring. Dopo si proseguiva con quello che loro chiamavano "bus". In realta' era un rimorchio. Era tutto aperto e i seggiolini erano incavi nelle lamiere. Si viaggiava sotto il sole, per giorni, protetti solo da una canapa".
Mentre bevo il mio caffe' sulla collina di detriti che domina Broken Hill e il suo sterminato outback, mi chido chi viaggiasse in maniera piu' confortevole. Gli Afghani coi cammelli, i pionieri del deserto che hanno dato il nome alla linea (Ghan e' l'abbreviazione di Afghan)? O i passeggieri su un rimorchio rovente?
martedì, marzo 20, 2007
Champagne sotto le stelle tra Silverton e Broken Hill
L'unico vero problema sono le mosche. Nei 25 Km di outback che separano Broken Hill da Silverton pedalare sarebbe un piacere se non ci fossero miriadi di piccole mosche australiane. Pero' ci sono e la loro presenza incide pesantemente sulla carica introspettiva del paesaggio. "Cercano l'acqua", mi spiega un vecchietto sulla jeep alle porte di Silverton. "Per questo si insinuano sotto gli occhiali, ai bordi della bocca e nelle orecchie. Li' fiutano l'umidita'".
Il signore, dall'eta' indecifrabile, si era fermato per controllare che non ci fossero problemi. E problemi non ce n'erano. Io ero fermo per scattare una foto e lui poteva quindi proseguire per l'incrocio successivo dove una vacca la notte prima era stata fatalmente investita. Stavo per ringraziare l'uomo per la cortesia, quando quello si ferma per un ultimo consiglio: "Nella galleria d'arte Horizon, sulla tua destra di fronte al Silverton Hotel lavora una signora di nome Amanda. Ha vissuto 28 anni in Italia con il marito. Credo sarebbe felice di scambiare quattro chiacchiere con te".
"Lo faro' sicuramente",. rispondo stringendogli la mano.
Poche centinania di metri dopo ero nel cuore di Silverton, la citta' fantasma originata dal borgo minerario eretto a partire dal 1883. Al suo massimo splendore Siloverton ospito' circa 3000 anime, ma i filoni minerari piu' pregiati rinvenuti a Broken Hill la posero presto sulla via del declino. Solo pochi edifici sono sopravvissuti all'abbandono. Una decina in tutto, tra cui la vecchia sede del comune, la chiesa metodista, il carcere e il cimitero. Pochi tetti nel nulla, che hanno pero' saputo redimersi dall'oblio reinventandosi con l'arte. Silverton oggi e' sede di 3 gallerie d'arte, che la rendono la capitale della pittura nel Far West, e i suoi ruderi sono stati il set di alcuni film di culto. Su tutti Mad Max, con il giovane Mel Gibson nel 1981. Il Silverton Hotel sfoggia lussurioso le immagini di allora e all'entrata e' parcheggiata l'aggressiva auto sportiva cara al protagonista.
Tempo di un drink e un sandwich per ristorarmi dalla pedalata e sono da Amanda. Amanda e' una signora sulla sessantina, amante della quiete e del bel vestire. In Italia ha ancora una figlia, che lavora a Monza, non lontano da Milano, dove lei ha vissuto. "Ci sono stata poco tempo fa - racconta - ma ormai il mio posto e' qui. Anche mia figlia si e' accorta che ero stanca. Le ho mentito, dicendo che ero felice di esserle vicino, ma in realta' contavo i giorni che mancavano al mio ritorno tra Wallaby ed Emu".
"Penso di poter capire", rispondo. "Il contrasto tra Milano e Silverton e' evidente. Forse persino troppo. Quante persone abitano qui?".
"48 per l'esattezza. Coppie per lo piu'. Pittori per la maggior parte. Piu' qualche solitario amante dei cavalli o dei cammelli".
"E che fanno nel tempo libero questi solitari spiriti del deserto?".
"Lavorano. Anche sette giorni su sette durante l'estate. E poi fanno festa. Due giorni fa per esempio c'e' stato un party all'Italian Club. Ho sparso un po' la voce e alla fine eravamo piu' di cinquanta, tutte persone conosciute da quando ho preso casa a Broken Hill. Qui le case costano poco e ho potuto permettermi cio' che a Melbourne avrei sognato. E per la mia vecchiaia e' meglio".
"Ma quindi tu abiti a Broken Hill, non a Silverton?".
"Oh si'. A Silverton vengo solo per lavoro. 25 Km non sono poi tanti, a parte in qualche caso particolare. Ieri sera per esempio. La tempesta ha rinvigorito i fossi che attraversano la strada e io sono rimasta bloccata tra due impetuosi corsi d'acqua. Avevo cibo, beveraggi e un buon libro. Ero gia' pronta per una tranquilla serata sotto le stelle insomma. Ma non e' andata cosi'. L'auto che era di fronte a me ha fatto marcia indietro, si e' avvicinata e dallo sportello si e' affacciata un'altra signora con una bottiglia di champagne. "Party?", mi ha chiesto. E cosi' e' stato. Un po' di musica dall'auto radio e un telone tra le due auto per proteggergi dalla pioggia".
"Stento a crederci", dico salutandola.
"Alla prossima", diciamo poi all'unisono in italiano. E' improbabile, ma, considerato il luogo, sono quasi certo che accadra'. Non sarebbe certo la cosa piu' strana successa nei paraggi. Qui, nel capodanno del 1915, due turchi - un gelataio e un macellaio - hanno dato origine allo scontro piu' acerrimo mai registrato nella nazione. Protetti da un carretto per gelati, hanno attaccato un treno carico di famiglie dirette verso il pic-nic: due morti e qualche ferito ricordati ovunque, dal museo ferroviario alla White Cliff Reserve dove c'e' addirittura una riproduzione del fatididico carretto.
Sempre qui, inoltre, e' stato eretto un monumento alla memoria di Wollace Hartley, il pianista del Titanic, quello che suono' sino alla fine del naufragio. Avete letto bene, si', ma non chiedetemi perche' una comunita' che muore di sete nel deserto si sente in dovere verso un transatlantico affondato da un iceberg.
Senza ambire a tanta saggezza, ieri sera ho provato piu' modestamente a chiedere a Sheila, la signora che gestisce l'ostello, cosa stiano a significare la coppia di leoni che campeggia di fronte a molti ingressi di edifici pubblici e privati di Broken Hill. "Un significato l'hanno", mi ha risposto lei confabulando con la collega per avere notizie piu' dettagliate. "Di preciso non so - ha ripreso dopo una pausa - ma certamente hanno un significato protettivo. Si', direi proprio che proteggono la casa di fronte a cui stazionano".
"Ma perche' proprio dei leoni? Non mi sembrano gli animali piu' rappresentativi del luogo!".
"Oopps", ha sobbalzato lei inarcando le spalle e coprendosi timidamente il volto sorridente. "Strange things do really happen in Broken Hill...".
Il signore, dall'eta' indecifrabile, si era fermato per controllare che non ci fossero problemi. E problemi non ce n'erano. Io ero fermo per scattare una foto e lui poteva quindi proseguire per l'incrocio successivo dove una vacca la notte prima era stata fatalmente investita. Stavo per ringraziare l'uomo per la cortesia, quando quello si ferma per un ultimo consiglio: "Nella galleria d'arte Horizon, sulla tua destra di fronte al Silverton Hotel lavora una signora di nome Amanda. Ha vissuto 28 anni in Italia con il marito. Credo sarebbe felice di scambiare quattro chiacchiere con te".
"Lo faro' sicuramente",. rispondo stringendogli la mano.
Poche centinania di metri dopo ero nel cuore di Silverton, la citta' fantasma originata dal borgo minerario eretto a partire dal 1883. Al suo massimo splendore Siloverton ospito' circa 3000 anime, ma i filoni minerari piu' pregiati rinvenuti a Broken Hill la posero presto sulla via del declino. Solo pochi edifici sono sopravvissuti all'abbandono. Una decina in tutto, tra cui la vecchia sede del comune, la chiesa metodista, il carcere e il cimitero. Pochi tetti nel nulla, che hanno pero' saputo redimersi dall'oblio reinventandosi con l'arte. Silverton oggi e' sede di 3 gallerie d'arte, che la rendono la capitale della pittura nel Far West, e i suoi ruderi sono stati il set di alcuni film di culto. Su tutti Mad Max, con il giovane Mel Gibson nel 1981. Il Silverton Hotel sfoggia lussurioso le immagini di allora e all'entrata e' parcheggiata l'aggressiva auto sportiva cara al protagonista.
Tempo di un drink e un sandwich per ristorarmi dalla pedalata e sono da Amanda. Amanda e' una signora sulla sessantina, amante della quiete e del bel vestire. In Italia ha ancora una figlia, che lavora a Monza, non lontano da Milano, dove lei ha vissuto. "Ci sono stata poco tempo fa - racconta - ma ormai il mio posto e' qui. Anche mia figlia si e' accorta che ero stanca. Le ho mentito, dicendo che ero felice di esserle vicino, ma in realta' contavo i giorni che mancavano al mio ritorno tra Wallaby ed Emu".
"Penso di poter capire", rispondo. "Il contrasto tra Milano e Silverton e' evidente. Forse persino troppo. Quante persone abitano qui?".
"48 per l'esattezza. Coppie per lo piu'. Pittori per la maggior parte. Piu' qualche solitario amante dei cavalli o dei cammelli".
"E che fanno nel tempo libero questi solitari spiriti del deserto?".
"Lavorano. Anche sette giorni su sette durante l'estate. E poi fanno festa. Due giorni fa per esempio c'e' stato un party all'Italian Club. Ho sparso un po' la voce e alla fine eravamo piu' di cinquanta, tutte persone conosciute da quando ho preso casa a Broken Hill. Qui le case costano poco e ho potuto permettermi cio' che a Melbourne avrei sognato. E per la mia vecchiaia e' meglio".
"Ma quindi tu abiti a Broken Hill, non a Silverton?".
"Oh si'. A Silverton vengo solo per lavoro. 25 Km non sono poi tanti, a parte in qualche caso particolare. Ieri sera per esempio. La tempesta ha rinvigorito i fossi che attraversano la strada e io sono rimasta bloccata tra due impetuosi corsi d'acqua. Avevo cibo, beveraggi e un buon libro. Ero gia' pronta per una tranquilla serata sotto le stelle insomma. Ma non e' andata cosi'. L'auto che era di fronte a me ha fatto marcia indietro, si e' avvicinata e dallo sportello si e' affacciata un'altra signora con una bottiglia di champagne. "Party?", mi ha chiesto. E cosi' e' stato. Un po' di musica dall'auto radio e un telone tra le due auto per proteggergi dalla pioggia".
"Stento a crederci", dico salutandola.
"Alla prossima", diciamo poi all'unisono in italiano. E' improbabile, ma, considerato il luogo, sono quasi certo che accadra'. Non sarebbe certo la cosa piu' strana successa nei paraggi. Qui, nel capodanno del 1915, due turchi - un gelataio e un macellaio - hanno dato origine allo scontro piu' acerrimo mai registrato nella nazione. Protetti da un carretto per gelati, hanno attaccato un treno carico di famiglie dirette verso il pic-nic: due morti e qualche ferito ricordati ovunque, dal museo ferroviario alla White Cliff Reserve dove c'e' addirittura una riproduzione del fatididico carretto.
Sempre qui, inoltre, e' stato eretto un monumento alla memoria di Wollace Hartley, il pianista del Titanic, quello che suono' sino alla fine del naufragio. Avete letto bene, si', ma non chiedetemi perche' una comunita' che muore di sete nel deserto si sente in dovere verso un transatlantico affondato da un iceberg.
Senza ambire a tanta saggezza, ieri sera ho provato piu' modestamente a chiedere a Sheila, la signora che gestisce l'ostello, cosa stiano a significare la coppia di leoni che campeggia di fronte a molti ingressi di edifici pubblici e privati di Broken Hill. "Un significato l'hanno", mi ha risposto lei confabulando con la collega per avere notizie piu' dettagliate. "Di preciso non so - ha ripreso dopo una pausa - ma certamente hanno un significato protettivo. Si', direi proprio che proteggono la casa di fronte a cui stazionano".
"Ma perche' proprio dei leoni? Non mi sembrano gli animali piu' rappresentativi del luogo!".
"Oopps", ha sobbalzato lei inarcando le spalle e coprendosi timidamente il volto sorridente. "Strange things do really happen in Broken Hill...".
Dal bordello al business e via sull'Indian Pacific
"E' la tua ultima serata a Sydney", mi chiede la biondissima e inglesissima Kelly al mattino. "Allora devi assolutamente fare festa. Una pazza festa".
La pazzia non e' mai stata un terreno a me troppo congeniale e con un semplice spirito investigativo avevo messo in tasca qualche free drink da consumare in diversi locali del centro. Avevo in mente una lunga passeggiata a dorso di birra insomma.
Sulla mia strada ho pero' incontrato una carta di credito. Alan, broker londinese trasferitosi a Sydney per lavoro, l'ha mostrata con sfacciataggine all'uscita dell'ostello aggregandosi a me e Federico senza troppi indugi. "Ho cash e dove non arriva quello ho questa", ha detto beffardamente. Plausibile dal momento che i suoi deliri finanziari gli fruttano 300 mila dollari all'anno.
"This evenening guys, I want to make you drunk". Ha proseguito cosi' con la fermezza di un manager che fissa gli obiettivi annuali dell'azienda. Poi ci ha preso a braccetto e, con il ghigno di chi la sa lunga e per una sera e' disposto a dispensare la sua saggezza, ha aggiunto: "Avete mai visto uno spogliarello qui a Sydney?".
E' cosi' che ho varcato le soglie di Porky's, una delle peggiori bettole del peggiore quartiere di Sydney. Un tempio del vizio seppellito in un tenebroso sotterraneo, a cui si accede scendendo in maniera coincitata la gradinata che separa il mondo dove si parla inglese dal mondo dove strisciano le carte di credito. Denaro sporco che Alan ha fatto scorrere copiosamente imponendo extra alle spogliarelliste e ordinando raffiche di birre e tequila sale e limone. Non per il gusto di bere, quanto per quello di possedere e nebulizzare la realta'.
In viaggio verso Broken Hill, gia' a 200 Km da Sydney lungo l'infinita linea ferroviaria che collega il Pacifico all'Oceano indiano, Alan appare in tutta la sua solitudine. Le infinite praterie ondulate che si estendono a ovest della Great Dividing Range rendono forte il contrasto con l'affarista che la notte prima e' stramazzato sul pavimento dell'ostello, dopo aver pisciato per strada e dopo aver rincorso nudo per la cucina una brasiliana piu' ubriaca di lui. Bisogna essere soli per guadagnare 300 mila dollari all'anno e vivere in un ostello per riuscire a parlare con qualcuno dopo dieci ore di grafici azionari. E bisogna essere soli per cercare in un night club quello che questa citta' offre ovunque. Gratuitamente, almeno a coloro che riescono a interagire senza l'interfaccia di una carta di credito.
Comunque Alan sara' presto a 1000 Km. Tanto dista Broken Hill da Sydney. E' un borgo minerario di circa 15.000 anime nel centro del deserto. Mi ha affascinato la descrizione fattane da Bill Bryson in Down Under e ho deciso di soggiornarvi nella mia lenta marcia verso ovest. Vi restero' tre rilassanti giorni, sino al passaggio del prossimo Indian Pacific, con cui mi dirigero' ad Adelaide e da li' a sud per 400 Km fino a Penola, dove ho gia' arrangiato un lavoretto di raccolta mele per la prossima settimana.
"E' una regione incantevole", mi ha detto Rob, un australiano sulla cinquantina titolare di una grossa impresa di costruzioni. "Assomiglia alla Toscana", aggiunge poi raccontandomi del suo matrimonio con una donna italiana di origini abruzzesi.
"Di italiani - prosegue - ne incontrerai molti laggiu'. Sono stati i primi a impiantare le viti e ad avviare nel sud Australia una fiorente produzione vinicola".
"Mi hanno gia' acccennato qualcosa in proposito, ma non vorrei tanti italiani intorno a dire il vero".
"E qui sbagli. Se incontri degli italiani laggiu', fatti coinvolgere nel loro ambiente. Non sono come gli italiani che hai mente tu. Quelli sono persone con valori forti e possono aprirti a un mondo che qui a Sydney non esiste. Un mondo che probabilmente non esiste in nessun altra parte del pianeta".
Sia Rob, sia la sua business partner Janet, sono persone molto colte, probabilmente le piu' raffinate tra quelle incontrate sino a ora. Cosi', mentro pianto i piccoli germogli che tra due anni daranno vita a una siepe che portera' il mio nome, "Silvio's hedge" (ne vado sinceramente orgoglioso), continuiamo a parlare del piu' o del meno. Rob smonta senza pieta' il sistema giornalistico internazionale e le restrittive politiche immigratorie dell''Europa, su cui sa molto piu' di me. E Janet si diletta a raccontare le sue avventurose vacanze italiane con l'ex marito tedesco. "Entrambe le volte - soggiunge facendo l'occhiolino - siamo passati alla frontiera del Brennero con la paura di essere inseguiti dalla polizia". All'origine del tutto, scopro, ci sono due venali infrazioni legate a una cena non pagata.
Alla fine della giornata, sulla via per la stazione di Pennant Hill, c'e' addirittura spazio per una parentesi d'affari. "Sto costruendo ostelli in tutti i piu' bei posti del paese e ho gia' preso contatti con alcune compagnie aeree. Voglio costruire dei pacchetti di 3/4 settimane tutto compreso per 4/5mila dollari, circa 3mila euro. Credo che ci sia un mercato inesplorato, quello di chi vuole di piu' dei backpackers, ma meno degli alberghi a 5 stelle. Intendo il popolo dei giovani professionisti. Pensi ci siano alcune persone di questo tipo in Italia?".
"Beh, i giovani professionisti italiani che possono spendere 3mila euro per una vacanza non sono probabilmente piu' tanto giovani, ma con qualche ritocco al ribasso su tempo e spesa qualcuno potrebbe essere coinvolto".
"Che intendi?".
"Business. Ti sto proponendo un business. Mi sembri sveglio e magari se ne puo' riparlare piu' avanti. Chiamami quando ritorni a Sydney: alla peggio ci vediamo da me e mia moglie per un po' di Prosciutto di Parma".
"Perche' no, terro' a mente".
"E ora buon viaggio. Te lo dico di nuovo. Quella e' una regione incantevole, un mondo che qui a Sydney non esiste".
La pazzia non e' mai stata un terreno a me troppo congeniale e con un semplice spirito investigativo avevo messo in tasca qualche free drink da consumare in diversi locali del centro. Avevo in mente una lunga passeggiata a dorso di birra insomma.
Sulla mia strada ho pero' incontrato una carta di credito. Alan, broker londinese trasferitosi a Sydney per lavoro, l'ha mostrata con sfacciataggine all'uscita dell'ostello aggregandosi a me e Federico senza troppi indugi. "Ho cash e dove non arriva quello ho questa", ha detto beffardamente. Plausibile dal momento che i suoi deliri finanziari gli fruttano 300 mila dollari all'anno.
"This evenening guys, I want to make you drunk". Ha proseguito cosi' con la fermezza di un manager che fissa gli obiettivi annuali dell'azienda. Poi ci ha preso a braccetto e, con il ghigno di chi la sa lunga e per una sera e' disposto a dispensare la sua saggezza, ha aggiunto: "Avete mai visto uno spogliarello qui a Sydney?".
E' cosi' che ho varcato le soglie di Porky's, una delle peggiori bettole del peggiore quartiere di Sydney. Un tempio del vizio seppellito in un tenebroso sotterraneo, a cui si accede scendendo in maniera coincitata la gradinata che separa il mondo dove si parla inglese dal mondo dove strisciano le carte di credito. Denaro sporco che Alan ha fatto scorrere copiosamente imponendo extra alle spogliarelliste e ordinando raffiche di birre e tequila sale e limone. Non per il gusto di bere, quanto per quello di possedere e nebulizzare la realta'.
In viaggio verso Broken Hill, gia' a 200 Km da Sydney lungo l'infinita linea ferroviaria che collega il Pacifico all'Oceano indiano, Alan appare in tutta la sua solitudine. Le infinite praterie ondulate che si estendono a ovest della Great Dividing Range rendono forte il contrasto con l'affarista che la notte prima e' stramazzato sul pavimento dell'ostello, dopo aver pisciato per strada e dopo aver rincorso nudo per la cucina una brasiliana piu' ubriaca di lui. Bisogna essere soli per guadagnare 300 mila dollari all'anno e vivere in un ostello per riuscire a parlare con qualcuno dopo dieci ore di grafici azionari. E bisogna essere soli per cercare in un night club quello che questa citta' offre ovunque. Gratuitamente, almeno a coloro che riescono a interagire senza l'interfaccia di una carta di credito.
Comunque Alan sara' presto a 1000 Km. Tanto dista Broken Hill da Sydney. E' un borgo minerario di circa 15.000 anime nel centro del deserto. Mi ha affascinato la descrizione fattane da Bill Bryson in Down Under e ho deciso di soggiornarvi nella mia lenta marcia verso ovest. Vi restero' tre rilassanti giorni, sino al passaggio del prossimo Indian Pacific, con cui mi dirigero' ad Adelaide e da li' a sud per 400 Km fino a Penola, dove ho gia' arrangiato un lavoretto di raccolta mele per la prossima settimana.
"E' una regione incantevole", mi ha detto Rob, un australiano sulla cinquantina titolare di una grossa impresa di costruzioni. "Assomiglia alla Toscana", aggiunge poi raccontandomi del suo matrimonio con una donna italiana di origini abruzzesi.
"Di italiani - prosegue - ne incontrerai molti laggiu'. Sono stati i primi a impiantare le viti e ad avviare nel sud Australia una fiorente produzione vinicola".
"Mi hanno gia' acccennato qualcosa in proposito, ma non vorrei tanti italiani intorno a dire il vero".
"E qui sbagli. Se incontri degli italiani laggiu', fatti coinvolgere nel loro ambiente. Non sono come gli italiani che hai mente tu. Quelli sono persone con valori forti e possono aprirti a un mondo che qui a Sydney non esiste. Un mondo che probabilmente non esiste in nessun altra parte del pianeta".
Sia Rob, sia la sua business partner Janet, sono persone molto colte, probabilmente le piu' raffinate tra quelle incontrate sino a ora. Cosi', mentro pianto i piccoli germogli che tra due anni daranno vita a una siepe che portera' il mio nome, "Silvio's hedge" (ne vado sinceramente orgoglioso), continuiamo a parlare del piu' o del meno. Rob smonta senza pieta' il sistema giornalistico internazionale e le restrittive politiche immigratorie dell''Europa, su cui sa molto piu' di me. E Janet si diletta a raccontare le sue avventurose vacanze italiane con l'ex marito tedesco. "Entrambe le volte - soggiunge facendo l'occhiolino - siamo passati alla frontiera del Brennero con la paura di essere inseguiti dalla polizia". All'origine del tutto, scopro, ci sono due venali infrazioni legate a una cena non pagata.
Alla fine della giornata, sulla via per la stazione di Pennant Hill, c'e' addirittura spazio per una parentesi d'affari. "Sto costruendo ostelli in tutti i piu' bei posti del paese e ho gia' preso contatti con alcune compagnie aeree. Voglio costruire dei pacchetti di 3/4 settimane tutto compreso per 4/5mila dollari, circa 3mila euro. Credo che ci sia un mercato inesplorato, quello di chi vuole di piu' dei backpackers, ma meno degli alberghi a 5 stelle. Intendo il popolo dei giovani professionisti. Pensi ci siano alcune persone di questo tipo in Italia?".
"Beh, i giovani professionisti italiani che possono spendere 3mila euro per una vacanza non sono probabilmente piu' tanto giovani, ma con qualche ritocco al ribasso su tempo e spesa qualcuno potrebbe essere coinvolto".
"Che intendi?".
"Business. Ti sto proponendo un business. Mi sembri sveglio e magari se ne puo' riparlare piu' avanti. Chiamami quando ritorni a Sydney: alla peggio ci vediamo da me e mia moglie per un po' di Prosciutto di Parma".
"Perche' no, terro' a mente".
"E ora buon viaggio. Te lo dico di nuovo. Quella e' una regione incantevole, un mondo che qui a Sydney non esiste".
mercoledì, marzo 14, 2007
martedì, marzo 13, 2007
Malu, un cabilo a Sydney
Ricordo la Cabilia come una regione montagnosa, arcigna e selvaggia. Situata a piu' di cento chilometri di Algeri e puntellata da piccoli villaggi inaccessibili alle auto. Tra le case rimbombano i ragli degli asini e qua e la' per la strada gruppetti di capre rallentano le poche macchine in circolazione.
Malu e' originario di quella terra sperduta dove sono transitato lo scorso aprile. E' nato a Tizi Ozu poco piu' di quarant'anni fa ed e' arrivato in Australia circa quindici anni addietro, al termine di un lungo viaggio a caccia di fortuna partito dall'Italia. "Non posso credere che tu abbia visto l'Algeria e la Cabilia", mi dice appena gli spiego che mia sorella abita la' da anni ormai. "Sei il primo italiano ad averlo fatto che incontro", continua evidentemente felice di avere di fronte una faccia con cui condividere ricordi seppelliti a migliaia di chilometri di distanza.
"Gli italiani - spiega Malu - sono stati cosi' ospitali. Si', su al nord, su a Ventimiglia, c'e' stato qualche carabiniere razzista che mi ha dato del marocchino, ma giu' al sud il mio boss mi diceva: "Chiamami babbo, chiamami babbo". Ah, la Sicilia. Era cosi' vicina all'Algeria che non sentivo mai la mancanza di casa".
La nostalgia di Malu, invece, ora e' molto forte. Due settimane fa ha divorziato dalla moglie australiana che l'ha legato qui cosi' a lungo e ora non ha piu' nessuno. Nemmeno la figlia di sette anni che, per decisione del tribunale, puo' sentire solo per telefono. ""Are you still smoking daddy", mi chiede ogni volta. Mi vuole bene e non vuole che fumi, ma ora non posso smettere. Bevo quattro o cinque birre ogni sera come un fottuto australiano. Bevo perche' scappare dalla realta' e' l'unica cosa che mi da' piacere al momento".
"Qualche volta - prosegue - l'Algeria mi manca cosi' tanto che vorrei mandare tutto all'aria e partire subito". E cosi' parte a raccontare, a meta' tra l'infuriato e il rassegnato, del coinquilino gay che gli e' finito in camera, dell'affitto troppo alto, della jeep che deve vendere e di tutti gli altri piccoli accidenti che lo legano ancora a un paese che non sopporta piu'. "Cosa posso fare ancora qui da solo? E' a casa che devo tornare, dove vivono tutti gli altri mie fratelli e sorelle. Proprio la settimana scorsa, la mia sorella piu' anziana, che ora ha quasi settant'anni, mi ha telefonato per dirmi che le servono dei soldi. Non l'aveva mai fatto prima e forse prima non l'avrei neppure ascoltata, ma ora, ora tutto e' diverso. Lavorero' duro ancora un po' e poi andro' la' e costruiro' una casa. Posso farlo anche da solo".
Mentre contribuiamo assieme a smaltire i pezzi di un albero il cui solo tronco pesava sette tonnellate, Malu mi riserva un ultimo consiglio: "Stai attento alle donne australiane. Lasciale perdere. This country is fucking far!".
Malu e' originario di quella terra sperduta dove sono transitato lo scorso aprile. E' nato a Tizi Ozu poco piu' di quarant'anni fa ed e' arrivato in Australia circa quindici anni addietro, al termine di un lungo viaggio a caccia di fortuna partito dall'Italia. "Non posso credere che tu abbia visto l'Algeria e la Cabilia", mi dice appena gli spiego che mia sorella abita la' da anni ormai. "Sei il primo italiano ad averlo fatto che incontro", continua evidentemente felice di avere di fronte una faccia con cui condividere ricordi seppelliti a migliaia di chilometri di distanza.
"Gli italiani - spiega Malu - sono stati cosi' ospitali. Si', su al nord, su a Ventimiglia, c'e' stato qualche carabiniere razzista che mi ha dato del marocchino, ma giu' al sud il mio boss mi diceva: "Chiamami babbo, chiamami babbo". Ah, la Sicilia. Era cosi' vicina all'Algeria che non sentivo mai la mancanza di casa".
La nostalgia di Malu, invece, ora e' molto forte. Due settimane fa ha divorziato dalla moglie australiana che l'ha legato qui cosi' a lungo e ora non ha piu' nessuno. Nemmeno la figlia di sette anni che, per decisione del tribunale, puo' sentire solo per telefono. ""Are you still smoking daddy", mi chiede ogni volta. Mi vuole bene e non vuole che fumi, ma ora non posso smettere. Bevo quattro o cinque birre ogni sera come un fottuto australiano. Bevo perche' scappare dalla realta' e' l'unica cosa che mi da' piacere al momento".
"Qualche volta - prosegue - l'Algeria mi manca cosi' tanto che vorrei mandare tutto all'aria e partire subito". E cosi' parte a raccontare, a meta' tra l'infuriato e il rassegnato, del coinquilino gay che gli e' finito in camera, dell'affitto troppo alto, della jeep che deve vendere e di tutti gli altri piccoli accidenti che lo legano ancora a un paese che non sopporta piu'. "Cosa posso fare ancora qui da solo? E' a casa che devo tornare, dove vivono tutti gli altri mie fratelli e sorelle. Proprio la settimana scorsa, la mia sorella piu' anziana, che ora ha quasi settant'anni, mi ha telefonato per dirmi che le servono dei soldi. Non l'aveva mai fatto prima e forse prima non l'avrei neppure ascoltata, ma ora, ora tutto e' diverso. Lavorero' duro ancora un po' e poi andro' la' e costruiro' una casa. Posso farlo anche da solo".
Mentre contribuiamo assieme a smaltire i pezzi di un albero il cui solo tronco pesava sette tonnellate, Malu mi riserva un ultimo consiglio: "Stai attento alle donne australiane. Lasciale perdere. This country is fucking far!".
martedì, marzo 06, 2007
It's only a fucking job
"Ho un piccolo problema", esordisco a a cena. "Poco fa ho chiamato Vince, il boss del ristorante, per dirgli che avrei lasciato il lavoro. Gli ho spiegato la situazione e mi sono offerto di recuperargli un altro e di fargli il training, ma niente, non ne ha voluto sapere. "I want you to be here tomorrow, I want you to be here tomorrow", continuava a dirmi. Un po' ragione ce l'ha: non ci ho potuto fare niente ma il preavviso e' stato nullo... Che faccio? Vado?"
"Ma da quanto lavori li'?", mi chiede lo svedese Salo.
"Tre settimane e mezza, part time".
"Ma che ti frega allora?! Io ho lavorato per tre anni come pizzaiolo e quando mi sono rotto ho chiuso la porta e non mi sono fatto piu' vedere".
"Non ci andare e basta - mi dice anche la tedesca Sara - E' normale. Qui succede sempre. Credo ci sia una specie di tacito accordo. Ti pagano meno perche' sanno che puoi scomparire da un momento all'altro. Non ci andare piu' comunque e non ci pensare: e' un loro problema".
"E' un po' anche il mio - torno a dire - Anche se i tre turni erano in momenti infelici, avevo ormai fatto amicizia con i cuochi. Sai, una partita a marafone, una pizza extra, un biglietto della lotteria. Mi dispiace tirare loro un pacco imprevisto...".
"Silvio - mi dice Federico - e' un lavoro. Non dovresti legarti alle persone". "It's only a fucking job - conclude Salo - sei li' per i soldi. Hai trovato di meglio e basta".
Questa mattina non sono andato. E, mi sembra, il mondo gira ancora perfettamente.
"Ma da quanto lavori li'?", mi chiede lo svedese Salo.
"Tre settimane e mezza, part time".
"Ma che ti frega allora?! Io ho lavorato per tre anni come pizzaiolo e quando mi sono rotto ho chiuso la porta e non mi sono fatto piu' vedere".
"Non ci andare e basta - mi dice anche la tedesca Sara - E' normale. Qui succede sempre. Credo ci sia una specie di tacito accordo. Ti pagano meno perche' sanno che puoi scomparire da un momento all'altro. Non ci andare piu' comunque e non ci pensare: e' un loro problema".
"E' un po' anche il mio - torno a dire - Anche se i tre turni erano in momenti infelici, avevo ormai fatto amicizia con i cuochi. Sai, una partita a marafone, una pizza extra, un biglietto della lotteria. Mi dispiace tirare loro un pacco imprevisto...".
"Silvio - mi dice Federico - e' un lavoro. Non dovresti legarti alle persone". "It's only a fucking job - conclude Salo - sei li' per i soldi. Hai trovato di meglio e basta".
Questa mattina non sono andato. E, mi sembra, il mondo gira ancora perfettamente.
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