venerdì, luglio 01, 2011

Piccolo tempo perso per una fragile spiegazione

"Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile. La mia, per esempio, aveva tutta l'aria di essere una maledizione". (Tiziano Terzani, Un indovino mi disse)

Quando l'aveva conosciuto per la prima volta aveva subito sperimentato le sensazioni che gli indicavano di essere di fronte a una persona da approfondire. Dietro la sintassi di qualche frase, dietro la leggerezza con cui era pronunciata vi aveva subodorato quell'universo di situazioni da attraversare, esplorare e assaporare che era caratteristica comune a tutte le persone a lui più care. Anche nell'incedere caotico di una chiacchierata d'osteria, le parole del maestro Bruno Corei si riuscivano a ritagliare una fisionomia scultorea: c'era la chiarezza di un eloquio allenato, la sagacia maturata nell'impegno politico, l'ironia di una compagnia da osteria e la leggerezza di un equilibrio mai citato ma forse raggiunto per davvero. Su quelle parole Maurizio, aiutato anche da quella stima acritica che si ripone in chi è già chi si sogna di diventare, era salito lasciandosi alle spalle i rumori di sottofondo, chiudendovisi in un rapporto quasi privato, come un cantastorie epico e il suo silenzioso ascoltatore. Seguendo quelle storie su battaglie politiche, piccole scommesse professionali, incroci con la grande storia, ma soprattutto quegli aneddoti che aprivano spiragli su attimi intensi e autentici, si era calato nel suo amato stato di euforia e irrequietudine: da un lato si puntellava al presente come una tenda al terreno per non perdere neanche una sillaba, per attraversare ogni singola frase fino al punto più denso del suo significato; ma dall'altro si sentiva trascinato in una sorta di estasi di esplorazione nel tentativo di anticipare i ribaltamenti di prospettiva che d'un tratto, come in un gioco di illusione, le sue nuove conoscenze gli svelavano. Era lì piccolo piccolo attorno a quel tavolo in mezzo agli altri, ma era anche fuori di sé e, come proiettato in una super coscienza, vedeva se stesso e quel tavolo al centro di un nuovo crocicchio di strade, nuove pianure da colonizzare, nuove salite da scalare e nuove colline da cui affacciarsi.

A fine serata, quando gli altri colleghi stavano già alzandosi, Bruno gli aveva fatto una proposta: “Ultimo giro. Poca quantità, massima qualità: distillato himalayano, disponibile in poche casse all'anno. Una bottiglia è qui e, che io sappia, in nessun altro posto dell'Emilia o del Veneto. Stasera, sai, mi va di aprirmi più del solito e siccome un racconto crea sempre nuovo equilibri, è utile mettere in discussione i precedenti con il profumo di un rum finissimo”.
“Meglio di no” rispose Maurizio troppo velocemente, forse per la paura di far perdere al proprio ascolto la protezione del gruppo. “Meglio di no. Preferisco non tardare oltre e fare qualche bracciata in piscina domani mattina”.
Bruno fu visibilmente irritato da quella fragile spiegazione. Non la contestò, ma, a suo modo, la irrise. “La piscina resta sempre se stessa. Una confidenza invece non sarà mai più la stessa e forse non sarà mai più” buttò lì laconico portandosi la giacca sulle spalle.
Tempo di tornare indietro non ce n'era. “Sarà per la prossima volta” concluse Maurizio per consolarsi. Sapeva già, però, di aver lasciato uno spazio vuoto, di aver buttato al vento una casella di memoria.
Quando, un mese dopo, lesse sui giornali locali l'elogio del collega scomparso prematuramente nella notte, forse per un infarto, forse per un ictus, sentì quel vuoto allargarsi, più e come di quando lontani famigliari avevano portato via l'universo a cui fin da piccolo li aveva associati. Guardò su Youtube il professor Bruno Corei che leggeva alcune sue descrizioni delle città portuali italiane e sentì che una piccola porzione di tempo era andata persa irrimediabilmente. Perché, ne era certo, dentro quel tempo con il rum himalayano non c'era la conoscenza che si può apprendere, ma un pezzettino di quella più preziosa che si può solo ricevere.

giovedì, giugno 30, 2011

Il protagonista della storia che tutti conoscevano

“Siediti” gli disse Giancarlo al telefono appena ne riconobbe la voce.
“Sono già seduto, fratello. - rispose Roberto – Ho pensato di mettermi comodo appena dalla reception dell'albergo mi hanno lasciato il tuo messaggio. Per avermi trovato qui devi aver cercato prima a casa e poi al lavoro. E' strano.
E' morto papà?”
“No, papà sta bene. Ma prima della fine ha pensato di cambiare vita”.
“Ha lasciato la mamma?”
“Neppure. Roberto, abbiamo un'altra sorella. Non siamo quattro in famiglia, ma cinque e Francesca non è la maggiore. Infatti è anche quella tra noi, finora che l'ha presa peggio: è come se si sentisse espropriata di un primato.
La bomba è esplosa. Sei ancora lì? Tutto ok?”.
“Se mi dai un attimo mi accendo una canna: le situazioni troppo affollate non mi piacciono. Preferisco affrontarle con i contorni sfumati: mi sembrano più morbidi e le cose morbide fanno meno male”.
“Fai pure, ma cerca di non andare troppo oltre. Tua moglie ancora non lo sa e credo debba essere tu a dirglielo, in fretta”.
“Lo farò – disse Roberto, aspirando lentamente la prima boccata di fumo, rollato mano in ossequio ai tempi di un rituale più che di un vizio –. Prima però credo di doverne sapere qualcosa in più io, no?”.
“Si sono parlati, intendo nostro padre e nostra sorella, quella nuova. Lei tra poco diventerà madre e lui da tempo non sopportava più il peso del suo silenzio. Aveva scoperto di essere diventato padre dalla sua precedente relazione solo quando era già sposato con mamma e in quel momento non se l'era sentita di mettere a repentaglio tutta la propria esistenza: aveva molto da perdere sia come padre della sua nuova famiglia, sia come notabile della città e non sapeva affatto quanto, mettendo in discussione tutto questo, avrebbe potuto essere d'aiuto alle due donne ereditate dalla sua vita precedente”.
“Ora invece ha pensato di essere troppo vecchio per essere lasciato dalla moglie e già in pensione per essere in pericolo sul lavoro. E così ha detto tutto”.
“Più o meno. Lui non si è sbilanciato più di tanto nel dare delle spiegazioni: probabilmente ha seguito l'impulso di un'emozione forte, come quello del nipotino che sta per nascere, per fare quanto razionalmente gli era stato sempre a disagio a fare e aveva scelto di tenere nascosto. Ma finita l'eccitazione del momento non credo ami soffermarsi sul perché delle sue scelte, specie con noi che siamo i suoi figli. Forse ha parlato in modo diverso con la mamma, ma non saprei dirtelo, neppure lei a caldo è stata troppo loquace. Ora, comunque, dobbiamo capire che fare: la incontriamo o no? Delle nostre due sorelle, la maggiore non ne vuole sapere, mentre l'altra è come me, titubante”.
“Io non sento alcun desiderio di incontrare una nuova sorella. Chi è per entrare nella mia vita? Porta in sé un po' del mio dna, ma nulla più, non abbiamo condiviso nulla. Siamo estranei e per quanto mi riguarda, possiamo anche rimanerlo”.
“Tu quando torni a casa?”
“Non pensavo di farlo prima dell'estate, ma a questo punto cerco di ritagliarmi un fine settimana”.
“Così ne potremo parlare tutti insieme. Stiamo cercando di metterci d'accordo su quando vederci e tu sei quello che abita più lontano”.
“Domani sento al lavoro e ti richiamo in serata”.
“D'accordo. Intanto tu chiama Chiara. Da quando papà ha parlato, la notizia ha iniziato a circolare più veloce del previsto e non vorrei che qualcuno ti precedesse”.
“Lo faccio subito”.
“A domani”.
“A domani”.

“Pronto Chiara, sono io”
“Come mai così presto questa sera. Sei uscito prima dal lavoro?”
“No, però, ho sentito il bisogno di parlarti prima di cenare. Mi ha appena chiamato mia fratello e, non ci crederai, ma mi ha detto che abbiamo una sorella in più”.
“Lo so, la prima figlia di tuo padre”.
“Ma ti ha già telefonato Stefania?”
“No è che al di fuori della tua famiglia lo sapevano tutti da sempre. Solo che nessuno, né in città né in famiglia, ha mai avuto la necessità di condividere queste voci con voi per paura delle reazioni. Ma ero ormai certa che fossero vere: tornavano fuori troppo spesso e da contesti diversi”.
“Ma possibile che non me ne sia mai accorto?”.
“Eri nell'occhio del ciclone, caro. E la tempesta scuote tutto attorno ma spesso risparmia chi ne è al centro”.

martedì, giugno 21, 2011

Speciale cammini d'Italia: "Il cammino degli angeli"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (
www.aigae.org)

I grandi cammini guidano i pellegrini verso i sepolcri sacri: la Francigena va verso Roma e la tomba di Pietro; Gerusalemme è il sepolcro, vuoto, di Cristo; Santiago il sepolcro di San Giacomo; il Cammino di Olaf va a Trondheim, l’antica Nidaros, alla tomba di Sant’Olaf. Il Cammino degli Angeli invece no. Il percorso di 200 Km tracciato da Marco Fazion collega Roma ad Assisi, è un cammino sulle orme di Francesco, ma non verso la tomba di Francesco: “Francesco – spiega anzi Marco – volle essere seppellito nudo nella nuda terra, nel terreno destinato agli assassini e alle puttane, che si chiamava Colle dell'Inferno. Così, per eseguire le sue ultime volontà hanno comprato il terreno, l'hanno ribattezzato Colle del Paradiso e ci hanno costruito sopra due Basiliche, l'attuale Assisi. Ma noi proseguiamo fino alla Porziuncola, a Santa Maria degli Angeli, la chiesina più amata, quella restaurata con le sue mani, quella dove ordinò Chiara, la chiesa del Primo Capitolo, quella del miracolo del roseto. E, in vero, il Cammino che mi sto sforzando di proporre, se mai riuscirò a completarlo in ogni sua parte, non è neppure una linea ma un anello: il suo più grande valore sarà quello di intersecare tutti i cammini del Centro Italia e, volendo, di creare una sorta di interscambio possibile fra loro”.

Il Cammino degli Angeli, per ora volutamente non tracciato sul terreno, esprime la propria personalità nella guida ufficiale curata da Fazion per la collana “Sotto lo stesso cielo” dell'editrice Montemeru. Un volume che, prima di tabelle cartografiche, schede tecniche sul percorso e approfondimenti storico, artistici e naturalistici sul percorso, saluta il lettore con una presa di posizione, volutamente, marcatamente spirituale. “Quello che vorrei che sapeste – scrive l'autore nella nota introduttiva – è che gli Angeli hanno avuto un ruolo importante nella storia di questo cammino”. “Il mio approccio al Cammino degli Angeli – conferma infatti Fazion – è fortemente spirituale, così come spirituale è da sempre il mio approccio all'escursionismo. Guardandomi indietro, mi rivedo coi sandali, in Umbria, a camminare tra Spello ed Assisi, nella comunità dei Piccoli Fratelli fondata a Spello: si chiamava “l'esperienza del deserto” e si camminava, da soli, con poco cibo, per una giornata, praticando la preghiera esicastica del pellegrino russo. E' stato lì che ho iniziato a praticare la meditazione camminata e, anche quando Messner era il mio idolo e l'alpinismo il mio traguardo, non ho mai perso di vista le lezioni occidentali di Rudatis, Castaneda, e le suggestioni orientali di Thich Nhat Hanh”.

Il Cammino degli Angeli, fedele al suo approccio spirituale, scava nei luoghi della Cristianità cattolica i percorsi meno istituzionali, lasciando sullo sfondo l'Opera Romana Pellegrinaggi e mettendo in primo piano i preti campagna sfuggiti alla globalizzazione: “Come Don Italo – cita a esempio Marco -: ad agosto, con la casa piena di bambini di Chernobyl, ci lascia le chiavi della sua cucina e ci fa stendere i sacchi a pelo in Chiesa. O come Don Enzo che ci ospita a Vasanello nell'asilo chiuso per ferie e ci va a trattare il prezzo con quello della trattoria. O come molti altri ancora per cui l'etichetta di “istituzioni cattoliche”, davvero, è riduttiva”.

Il percorso tra Roma e Assisi lungo le strade del clero di frontiera, oltre a non avere segni al suolo, batte anche vie dure, arcigne, spigolose e talvolta fredde come gli Appennini sanno essere. “So - riflette Fazion – che la mancanza di segnali e la durezza del tracciato limitano fortemente la possibilità di intraprendere il viaggio per la maggioranza delle persone. Però so anche che chi percorre il Cammino nelle condizioni di oggi - guadi e tratti selvaggi inclusi - è un privilegiato e vive un'esperienza unica. E' un Cammino per palati forti, in cui, a tratti, si sente la fragilità della propria condizione di camminatore e, per contro, il piacere di capire lentamente, con le proprie forze, dove si è e in che direzione si procede. Questa mia convinzione traspare anche dal regolamento definito per la concessione dell'Angelana: laddove la Compostelana va a chi ha percorso solo cento chilometri pianeggianti, l'Angelana va a chi ne ha camminati oltre duecento lungo una rotta che difficilmente si trasformerà in una Rimnini itinerante”.

Non Rimini, dunque, né i grandi centri. Il Cammino degli Angeli, pensato come ribellione spirituale individuale alla tendenza sociale alla desacralizzazione di gesti e luoghi, si propone anche come utopia economica. “L'economia del Cammino – dice Marco – è uno dei temi a me più cari. Ci sarà un'economia, ne sono certo, e voglio anche sognare un po'. Le farmacie di paese, che ogni anno rischiano di chiudere, venderanno migliaia di aspirine e cerotti ai pellegrini I magnifici ostelli umbri, la maggior parte in palazzi storici, che ora fanno i salti mortali per stare aperti, dovranno aumentare il loro numero di posti letto. I piccoli empori di paese, sull'orlo del fallimento in tutte le zone montane, venderanno diecimila panini l'anno, lasciando ai vecchini del luogo un'alternativa praticabile alla grande distribuzione. Le parrocchie di campagna ti faranno fare la doccia e ti offriranno una branda: così recupereranno i soldi per mantenere l'oratorio, e, cosa più importante, i ragazzi che giocano a palla sul sagrato incontreranno gente che cammina e, da loro, impareranno che il posto dove vivono non è lo schifo che gli ha insegnato la televisione. E magari, pian piano, gli amministratori capiranno che dove vai a vent'anni col sacco a pelo torni a 40 con il mercedes e che quindi un ostello è importante quanto l'agriturismo a 5 spighe, se non di più. E' questa l'economia che vorrei per il Cammino degli Angeli”.

Questo cammino, che non è una linea ma un circuito in fieri, che non tende a un sepolcro ma a alla diffusione di un modello sociale, che sfiora la Cristianità ma senza i vincoli della sua veste istituzionale, questo cammino nacque in un crepuscolo di inverno durante una passeggiata tra le suggestioni dei paesaggi umbri, fuori, e le inquietudini per una salute incerta, dentro. L'idea maturò in Marco di fronte a una piccola maestà: vista prima con gli occhi della paura, di non rivederla più, e poi ritrovata con gli occhi della convizione, di essere ancora lì, con il proprio socio e e due anziani pellgrini liguri portati chissà come da Internet. Erano i mesi a cavallo tra l'inverno del 2006 e la primavera del 2007. Circa tre anni prima, dunque, della prima stampa della guida “Il Cammino degli Angeli” pubblicata nel giugno 2010. Un passato e un presente individuali, propri di Marco Fazion, che vorrebbero infine diventare qualcosa di condiviso. “Ho davvero molto chiaro – conclude Marco – cosa dovrebbe diventare il Cammino degli Angeli e chi lo dovrebbe percorrere. Questa cosa non è, semplicemente, nelle mie mani. Tanti cammini si contendono il ruolo di una seconda Santiago. Io invece vorrei che il Cammino degli Angeli restasse semplicemente il Cammino degli Angeli, un Cammino speciale, duro, affascinante, completo di suggestioni di ogni genere. Per il resto, esiterà un Cammino degli Angeli differente per ognuno che lo percorre, e io trovo chhttp://www.blogger.com/img/blank.gife questo sia semplicemente fantastico. In questo senso mi calza a pennello quello che diceva uno dei più grandi mistici del secolo appena passato, Teilhard de Chardin: “Non sono, né voglio, né pohttp://www.blogger.com/img/blank.gifsso essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro personale edificio… io non desidero altro che essere gettato nelle fondamenta di qualcosa che cresce”. A me, sinceramente, già questo sembra abbastanza, un gran risultato, quasi troppo, perfino, per la vita di un uomo”.

Gli altri articoli dello speciale:

Speciale cammini d'Italia: "Il cammino francoprovenzal"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (www.aigae.org)

Ci fu un'epoca d'oro per la lingua d'Oc. Risale ormai a oltre mille anni fa, quando le liriche dei trobadori medioevali le diedero una corposa identità letteraria e Dante le diede il nome “Oc”, appunto, da quella parola derivante dal latino “hoc” che gli occitani utilizzavano per dire “sì”. Ma la storia virò presto verso altre direzioni. Nel 1229 Re Luigi estese il proprio dominio politico nel Midi e nel Sud della Francia e con esso impose anche il dominio della propria lingua, l'Oil, il cui impiego fu sancito per legge nel 1539. La Francia diventò uno stato nazione, scrisse la sua versione della storia. L'Occitano invece fu condannato alla sola sopravvivenza: escluso dalla forza della tradizione scritta, messo al bando dal potere centrale, si ritrasse. Il suo riparo più sicuro divenne la montagna: le cime, le creste, i valloni limitarono gli scambi e ciò che fu, più che altrove, rimase ciò che era stato.

L'Occitano, parlato ancora oggi da due milioni di persone e compreso da circa sette, copre la Francia del Sud e sfiora i Pirenei, ma è a ridosso delle Alpi e nelle Valli Piemontesi che vanta la sua roccaforte. “Nelle zone di montagna tutto si conserva meglio” spiega Peyre Anghi Lante, che assieme alla madre, Ines Cavalcanti, cammina da tre anni lungo le strade e i sentieri che uniscono e attraversano le regioni occitane per testimoniare l'uso della lingua occitana, per entrambi prima lingua. Iniziarono la loro marcia nel 2008 con l'Occitania a Pè, per raccogliere, in un viaggio di 1370 Km tra Italia, Francia e Spagna assieme al fotografo Riccardo Carnovalini e alla documentarista Elisa Nicoli, quante più testimonianze possibili per sostanziare il loro appello all'Unesco volto a far riconoscere la lingua occitana come patrimonio immateriale. Proseguirono poi l'anno successivo, il 2009, lungo le valli piemontesi per coinvolgere e stimolare nel cammino tutte le comunità locali che erano interessate a mettere in campo un gesto simbolico a favore della propria lingua. E continuano in questo 2010, in compagnia di Marco Rey che, sulle orme delle positive esperienze precedenti ha tracciato un cammino a cavallo di Italia, Francia e Svizzera, da Susa a Losanna attraverso l'area linguistica Francoprovenzale.

Peyre, Ines, Marco camminano come rappresentanti della sezione culturale di Chambra d'Oc, l'associazione di produttori agricoli occitani che a partire dalla legge 482 del '99 sulle minoranze linguistiche ha stimolato la produzione di cultura e comunicazione a valorizzazione della lingua occitana e francoprovenzale. Peyre, Ines e Marco, dunque, camminano come rappresentanti di un organo istituzionale, ma il messaggio a cui danno voce non contiene istanze nazionalistiche, rivendicazioni di un'identità territoriale fondata sulla propria specificità linguistica. Il loro desiderio è più intimo, è quello di una minoranza che invoca il diritto a non negare se stessa: “Non sono un nazionalista – spiega Peyre – non voglio un'Occitania nazione. Mi piacerebbe solo parlare la mia lingua con le persone che come me l'hanno ricevuta come lingua madre. Vorrei che questa conoscenza mi fosse riconosciuta come elemento di ricchezza e non come bersaglio di denigrazione”.

“E poi – aggiunge Peyre – camminare per la lingua fa bene, fa bene alla gente che incontri”. Il giovane di lingua occitana ha in mente il manipolo di signori incontrati a Bessans il borgo della Maurienne toccato alla fine della seconda tappa. Con loro, in Francoprovenzale, ha ascoltato il racconto di chi nelle valli ha vissuto l'infanzia, la scoperta della guerra, il pendolarismo stagionale da Parigi. Con loro ha scoperto che, oltre alla lingua, in montagna anche la pace si è conservata più a lungo: molto dopo l'inizio della guerra i pastori delle valli, infatti, continuavano ancora i loro commerci di qua e al di là del confine, perché loro non sapevano di essere nemici e non avevano avuto modo di intuirlo.

Lungo il cammino francoprovenzale il paesaggio fa vedere ciò che è e fa ascoltare ciò che è stato. Usciti da Susa si sale verso il Moncenisio, ma la strada, quella moderna, quella voluta da Napoleone, quella che oggi percorrono auto e moto, resta sullo sfondo. Fuori da Susa il cammino francoprovenzale segue le tracce della strada reale, il tracciato precedente che i Savoia avevano individuato per raggiungere la Francia. Era un percorso più ripido che si impennava in corrispondenza della borgata di Novalesa. Lì le carrozze terminavano la loro marcia canonica. Mentre i passeggeri si ristoravano in una delle cinquanta osterie affacciate sulla via principale, le carrozze venivano smontate e trasportate a peso fino al versante francese. Tra le pietre dell'abitato, a tratti decorate da pregevoli affreschi, si sente ancora l'eco di quell'economia scomparsa d'un tratto con l'apertura della nuova via. E lo stesso più su, quando già sullo sfondo si staglia la Gran Croce del Moncenisio. Una galleria scavata nella roccia ricopre lo spirito di una ferrovia mai usata. L'avevano iniziata perché l'altro percorso, quello più breve, avrebbe richiesto anni di lavorazione per essere terminato. Invece arrivarono le macchine e dopo un solo anno la seconda via fu aperta.

“Quando Peyre e Marco hanno tracciato i cammini – spiega Ines a giustificazione di questi continui ricorsi storici – hanno rispettato le esigenze di chi cammina oggi. Il cammino si sviluppa per lunghi tratti su strade sterrate, attraversa le regioni colpite dallo spopolamento, tocca punti cardine della storia – i paesi catari, i borghi natale di premi nobel, centri storici patrimonio dell'Unesco come Carcassone – sfiora alcune delle regioni paesaggisticamente più affascinanti dell'Europa e fa tappa in luoghi che si distinguono per la propria sensibilità verso l'ambiente”. “Lavoriamo per una lingua – aggiunge Marco – ma vogliamo regalare un'esperienza piacevole anche a chi percorre la nostra via senza prerogative linguistiche”.

E proprio da questi punti di forza dell'itinerario percorso camminando settimane e settimane dal 2008 a oggi che prende spunto l'impegno futuro dei camminatori della Chambra d'Oc. “Vorremmo dare visibilità – dice Ines – a un cammino che, nell'insieme, è lungo 2400 Km. Nel 2011, proporremo cinque o sei camminate nel corso dell'anno per svelare gli angoli più suggestivi di altrettante regioni che noi abbiamo imparato a conoscere quest'anno e gli anni passati. Vorremmo ispirarci al modello di proposta veicolato da gruppi come Boscaglia e Tra Terra e Cielo. Partiamo dall'enorme mole di dati raccolta registrando le tracce gps dei sentieri percorsi”.

Funzionerà? “Noi facciamo quanto è necessario, come tradurre in cinque lingue tutti i resoconti di viaggio che produce chi cammina con noi. Poi forse, se il caso ci aiuterà, si sveglierà l'attenzione dei media”.

Gli altri articoli dello speciale:

Speciale cammini d'Italia: "Di qui passò Francesco"

pubblicato nel numero di marzo 2011 di Ambiente Informazione
Periodico dell'Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (
www.aigae.org)

Angela Seracchioli, all'inizio degli anni duemila, abita ancora nel piccolo borgo dolomitico dove si era ritirata per seguire la sua passione per la montagna e l'alpinismo dopo una vita intensa che l'aveva portata nel caos di una grande metropoli. Lavora da stagionale, come tanti altri componenti della sua comunità. In autunno, prima della stagione invernale di lavoro, ha dunque alcuni mesi liberi che, nel 2002, decide di sfruttare per camminare verso Santiago. Scrive un diario, che, su richiesta di Luciano Callegari, va online su www.pellegrinando.it. Lì lo legge Miriam Giovanzana, direttrice della casa editrice Terre di Mezzo, che chiede ad Angela informazioni e foto sul “cammino d’inverno” per arricchire la nuova edizione della guida sul Cammino di Santiago. Angela lo fa e non si ferma. Guarda l'editore e le dice che lei ha un altro cammino che meriterebbe una guida. E' un cammino che ancora non esiste ma che Angela ha inventato per se stessa, per soddisfare il proprio desiderio di conoscere meglio Francesco, di leggere le fonti francescane, di camminare lungo i suoi luoghi. L'editore accetta la sfida e nel 2004, “Di qui passò Francesco”, il libro di Angela Seracchioli comincia a trasformare i 350 Km di sentieri appenninici tra La Verna, Gubbio, Assisi, Spoleto fino a Rieti in un cammino.

“Perché – spiega Angela - fra l'escursionismo e il pellegrinaggio c'è un'impalpabile differenza. Ci possono essere momenti alti e profondi in un'escursione o in una scalata, ma in un pellegrinaggio te li aspetti, è come se tu fossi indirizzato verso la profondità che il cammino ha in sé. E' una specie di salto interiore: continui ad alzarti la mattina, mettere insieme le tue poche cose nello zaino, camminare, arrivare stanco e fare la doccia che ti fa rinascere, però con una marcia in più. E poi ogni pellegrino conosce gente e la gente conosce lui. L'idea del cammino crea un solco, una traccia e capita che sconosciuti incontrati per un attimo affidino ai pellegrini una preghiera da portare alla meta e che il pellegrino si senta investito di questo compito, che sia credente o no. C'è un'idea medioevale soggiacente, nata a scopo penitenziale e, oggi, dopo secoli, ritornata in auge come forma di ricerca di sé stessi, del senso della vita, della profondità che si può tradurre con una sola parola, di Dio. Ironia della sorte vuole che questa ricerca riemerga con forza proprio oggi, mentre la Chiesa, miope, lamenta la perdita di sacralità che forse è invece un emergere ”.

Il cammino tracciato da Angela nel 2004 trovò presto compagni di viaggio. A tratti un po' scomodi. “Si sono affiancati – racconta Angela – cammini creati per ragioni che poco hanno a che vedere con il senso del pellegrinaggio, perché forze laiche e religiose hanno scoperto che è “di moda” pellegrinare e che ci si può guadagnare sopra. Si sono inventati nomi come la “Francigena di San Francesco”, quando la vera Francigena non è mai passata di qua, confondendo i pellegrini con una quantità di segnali costosi. All'inizio il fenomeno mi ha rattristato, ma il tempo mi ha dato soddisfazione. I pellegrini riescono a vedere l'imbroglio e si fidano solo di cammini creati con il sudore della fronte e lo zaino in spalla: i cartelli diventeranno ruggine, mentre il Cammino, quello vero, rimarrà. Oggi dunque rimane solo il rammarico per ciò che credo sia miopia dei potenti, ma parliamo d'altro, parliamo di Francesco”.

Anima del cammino desiderato, pensato e tracciato da Angela Seracchioli è infatti il santo di Assisi. Nella guida Angela riporta molti brani relativi alla vita del Santo, che lei definisce nella prefazione “estroverso, creativo, poeta, gioioso, viaggiatore, affabulatore, capace di grandi voli solitari e, nel contempo, amante della condivisione”. “Francesco – aggiunge Angela – è un personaggio che va oltre, oltre i secoli e certamente oltre i confini della Chiesa cattolica: ho conosciuto un maestro hindù che riteneva Francesco un suo ispiratore, e ancora un monaco Scintoista che era venuto dal lontano Giappone solo per Francesco. Francesco era cattolico, ma solo perché non vi era alternativa in quel tempo e tanti come lui finirono sul il rogo per non esserlo. In realtà però era un mistico e, come tutti i mistici, era oltre i confini di un credo. Francesco, poi, era un mistico particolare, con i piedi per terra. Era un poverello di Assisi, portatore di un messaggio universale. Francesco era una persona che si sentiva parte di un tutto e nella sua grandezza riusciva a fare sempre ciò a cui noi proviamo ad avvicinarci con il cammino: rallentare, fare attenzione al dettaglio, lasciarsi attraversare dallo stupore per un fiore solitario che nasce in mezzo all'asfalto, gioire, benedire, lodare, essere vivi e fratelli e sorelle di tutto e di tutti”.

Il libro di Angela è già stato ristampato tre volte in italiano e due in tedesco. L'autrice, seguendo le indicazioni dei pellegrini che utilizzavano la sua guida, è ripassata sul terreno a segnalare meglio il percorso. Le imprecisioni sono ora pressoché annullate e le avventure diminuiscono, ma, per chi si mette in strada tra Toscana, Umbria e Lazio, il caso rimane un piacevole compagno di strada. “Alcuni amici – racconta Seracchioli – si sono persi poco dopo Città di Castello. Si sono fermati a una casa per chiedere delucidazioni sul percorso e vi hanno trovato una festa di nozze a cui sono stati invitati. Quelle persone sono ancora amiche, ancora in contatto”.

Il cammino ispirato dalla lettura delle fonti francescane partito a La Verna sotto i preziosi consigli di Padre Fiorenzo sta oggi per proseguire. Al progetto originario, che terminava a Rieti, e per l'esattezza a Poggio Bustone dove, stando a quanto narra San Bonaventura da Bagnoregio, Francesco ebbe la conferma della bontà della strada da lui intrapresa, se ne aggiungerà a breve un secondo. Angela è infatti al lavoro per completare un nuovo cammino sui luoghi di Francesco e del culto micaelico che da Rieti arriverà alla grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo del Gargano dove il santo si recò come molti pellegrini medioevali. “Quando la nuova guida sarà completata (a maggio sarà nelle librerie con il titolo “Con le ali ai piedi”) – conclude l'autrice – i pellegrini avranno a disposizione circa 900 Km da percorrere in 41 tappe, partendo dal luogo cardine della tradizione francescana, La Verna, e arrivando al luogo cardine della tradizione micaelica, Monte Sant’Angelo”.

Sarà una specie di nuovo inizio. Così come per l'ostello di Angela ad Assisi. Chiuso dai frati francescani, senza motivi acclarati, il rifugio dei pellegrini che aveva accompagnato la crescita del Cammino di Francesco, Angela presto riaprirà una nuova struttura che si chiamerà La Ruah. “E' una parola che in italiano traduciamo con “Spirito” – conclude Angela - ma in realtà è un termine femminile che ha molte più sfumature nella lingua originale, come testimoniano le oltre dieci pagine sul lessema del dizionario italiano-ebraico. Come diceva Gioachino da Fiore, dopo l'età del Padre, padrone che punisce, e quella del Figlio, che ama, stiamo per entrare nell'età dello Spirito, con un rapporto più personale con Dio e il tutto, senza più divisioni. Lo Spirito non ha colore, è il Vento Sottile, la Fonte della Vita che tutto e tutti abbraccia ”.

Gli altri articoli dello speciale:

domenica, maggio 22, 2011

Il foglio con l'avviso

“Siamo a mercoledì e non c'è ancora nessun imprevisto” pensa Francesco. Non gli ha detto nulla il suo capo-reparto, non gli ha detto nulla il suo capo-macchina, non gli ha detto nulla neppure il suo compagno di macchina. Se lo ripete sottovoce ma ormai ne è certo: sabato non si lavora. Sabato poi i figli sono fuori con la scuola tutto il giorno: gli pesa ammetterlo ma a volte lo infastidiscono proprio quelle creature egoiste, invadenti e ribelli. E' come se se ne sentisse schiaffeggiato, irriso nelle sue passioni che rispolvera solo a tarda notte quando nessuno gli ricorda che il liceo è lontano e che ora il dovere di essere prima padre e marito arriva prima che il diritto di essere pienamente se stesso. La notte, quando il sonno non arriva di corsa, apre i suoi testi in grande formato sui tessuti antichi. Li acquista sempre tra l'ironia malcelata delle commesse. L'eviterebbe acquistando in rete, ma online ci sono quindici euro di prezzo di spedizione: meglio un po' di disagio allora.

Sabato, comunque, non si lavora. Giulio ne è sempre più certo. E allora andrà. Senza bambini, senza moglie, salirà in auto, un po' di rock facile, di quello che non ascolta più, e andrà in Toscana tra i suoi mercanti di stoffe. Li conosce già personalmente. Telefonerà loro e chiederà i pezzi pregiati dal costo accessibile. Sa già che lascerà lì i più belli e cari, ma qualcosa di buono nella piazza di Arezzo sarà certamente suo al ritorno. E allora per giorni avrà nuove emozioni. Gli piace la notte tenere tra le mani quelle stoffe antiche, respirarne l'odore, riviverne la storia. Ama in particolare i tessuti di festa scelti dai popolani. In loro rivive il proprio sogno, la ricerca di un attimo eccezionale, il privilegio della forma alla sostanza, almeno per un istante.

Sabato partirà dunque. E' venerdì ormai. Gli mancano solo le ultime ore di lavoro: forse saranno più di otto, ma che importa, il giorno dopo lui partirà. Scherza con il collega vicino al marcatempo. Vi ci si avvicina senza il solito carico di tensioni. Poi, è un attimo, alla porta vede il foglio. Quello che da sempre recita lo stesso messaggio: sintetico, chiaro. “Sabato lavorativo. Per informazioni rivolgersi alla direzione”.

Francesco si ferma di fronte al foglio. Come se una storia di lunghe battaglie collettive fosse scomparsa d'un tratto, si sente solo, completamente. Lui, da un lato, loro dall'altro. Il suo sogno del giorno dopo sta già morendo. Si chiede se qualcuno dei colleghi sta vivendo la stessa sensazione di vuoto, ma non lo sa, non si parla troppo. Si chiede se la direzione si risentirebbe a ricevere un suo no, per un viaggio a Firenze da liceale, ma non lo sa perché non la vede quasi mai. E' solo. “Ma forse va bene così – pensa – ho un lavoro e va bene così”.

mercoledì, maggio 04, 2011

La lettera

“Carissima,

cercherò di essere sobrio e asciutto. Voglio evitare esplosioni di rabbia o accuse troppo forti. Scavano solchi e lasciano tracce indelebili: meglio farne a meno. Io almeno ci provo.

Deduco dal tuo silenzio, che si protrae ormai da oltre due settimane, che è tutto finito, cancellato. Un anno e mezzo cancellato nel giro di poche ore: i tempi lunghi con cui avevamo colmato tutte le nostre distanze spinti verso il passato con la decisione di un attimo. Una decisione tua e di nessun altro: la potevo immaginare, forse, ma non l'ho mai udita.

Il tuo silenzio ora mi pesa, perché non mi toglie solo il futuro, ma è come se mi avesse portato via anche il piacere di tutti i momenti trascorsi assieme. Vedo viaggi, letture, cene condivise con te e vedo dissolversi la luce che li circondava. Io al fianco credevo di avere una persona che voleva costruire un percorso. Invece ne avevo una che pensava solo a come porvi termine. Forse non è stato sempre così, ma ora non vedo che questo.

Proverò comunque a conservare i ricordi più belli. Salverò quelli, i pochi, che il dubbio non avrà scalfito. Ci tengo. Anche perché non vedo quale altra eredità possa lasciarmi una storia finita così: solo con il silenzio.

Ovunque tu sia, ti mando un forte abbraccio per consolarti quando, forse, ti assalirà la nostalgia per quello che hai voluto distruggere in un solo attimo e che poi scoprirai non è così semplice ricostruire.

Buona strada”

Mattia ripiegò il foglio in cui aveva stampato il proprio messaggio di posta elettronica e lo lasciò cadere sul tavolo in mezzo alle birre prima di adagiarsi all'indietro, appoggiato allo schienale della sedia. Alle spalle passavano autobus e motorini, c'era un gran caos. Aveva scelto apposta quel luogo per parlare della sua “fine” con l'amico: i luoghi caotici gli sembravano più familiari, più densi di occasioni e opportunità per ricominciare. Si recava in mezzo al caos anche una decina di anni prima quando da lasciare alle spalle c'era un esame andato male o una bicicletta rubata poche ore dopo il suo acquisto.

“E' arrivata una risposta di qualche tipo?” chiese Marco per riempire il silenzio senza una domanda troppo scomoda. Aveva fatto molti chilometri per essere lì e strada facendo aveva promesso a sé stesso che avrebbe resistito alla tentazione di dare consigli. Avrebbe solamente ascoltato, come era giusto in quei casi.
“Una, quasi immediatamente, laconica. Diceva che la sua versione dei fatti non era esattamente come la mia. Che non avevo saputo o voluto leggere i segnali. Che il mio orgoglio aveva giocato una parte non trascurabile a far crollare tutto. Mi ero fatto sentire lontano, come se lei fosse in basso, molto in basso nella gerarchia delle priorità”.
“Credi che sia un po' così?”
“Ero lontano. Ma per ragioni che lei conosceva fin da subito e che doveva essere ovvio capire”.
“Ne avete mai parlato prima?”
“No, no che ne ricordi. Penso che nel nostro caso il fastidio per i problemi abbia preceduto la coscienza delle cause che li generavano”.
“Già, come in altre tue occasioni, Mattia. Ho la netta sensazione, scusa se te lo dico, che tu sia un formidabile storico, ma un pessimo politico: ricostruisci sempre il passato in modo impeccabile, ma non prendi mai la decisione giusta nell'amministrare il presente”.
“Il passato si riordina. Il presente invece ci mette in gioco. Non credo di essere il solo a gestire meglio il primo del secondo. E poi quando manca il futuro tutto sembra sempre più bello, come quando si giocava da bambini”.

“Sì da bambini – fece Mattia, vedendo l'amico indeciso sul significato delle sue parole. Quando ti veniva a trovare un amico da lontano, si passava tutta la giornata vivacchiando, come se non si riuscisse a trovare l'equilibrio perfetto. Invece quando i genitori dicevano che era ora di andare, arrivava sempre la malinconia: c'era la sensazione di perdere il tempo migliore, che il gioco in corso, scoperto dopo lunghi tentativi, fosse il più bello in assoluto. Non ti è mai capitato?”.
“Ma allora si era bambini”.
“Sì e si pensava che per i grandi fosse diverso, che fossero più sicuri nelle scelte e più liberi nel tempo di farle. Per me invece è cambiato ben poco”.

venerdì, aprile 01, 2011

In cabina di regia

Ho la sensazione che le persone che mi ruotano attorno restino più coerenti con se stesse di quanto lo faccia io. Ricordo un amico di infanzia che si affacciò al mondo dei grandi per primo: fu il primo a bere, a fare l'amore, a ritornare tardi la sera. Ora ha un figlio ed esce qualche volta di meno, ma è sempre lui: il leone esce, beve, tira tardi e pensa alla “gnocca”. Ricordo un amico del liceo che era una spanna su tutti nello sport: ha cambiato discipline più volte, ma alla fine è ancora lì, talvolta anche sul giornale, per le sue performance. E ricordo un'amica di università, la più brillante, la più raffinata a livello teorico: è ancora lei e con la sua voce tenue, educata, mai sopra le righe, insegna alla Sorbona. In quindici o venti anni mi sembra che queste persone non siano cambiate. O meglio l'hanno fatto, sono migliorate o peggiorate, ma nella direzione che per loro era sempre stata ovvia: hanno fatto conoscenze e frequentato luoghi cercati volutamente, scelti in un disegno preciso.

Io non ricordo di aver mai avuto un disegno del genere. O meglio, di nuovo, è radicalmente cambiato nel tempo. Le situazioni mi hanno attraversato con la forza di attrazione di una musa e io ho sempre ceduto al loro richiamo. Ricordo persone così diverse, perché in un tempo della mia vita sono stato con loro, ne ho seguito le orme e le suggestioni: in discoteca con il gel secco sui capelli, in bici con il sudore sulla fronte, in biblioteca con la matita per sottolineare e la penna per riassumere. E nel mezzo, altrettanti interregni, con una vaga malincomia per lo spreco di tempo della parentesi precedente e una smania incontrollabile di recuperare il futuro e farlo mio con un imporvviso cambio di rotta. E' in queste parentesi che mi sono ritrovato e spesso mi ritrovo ancora in labirinti decisionali: in città a sognar campagne, in montagne a sognar città, in ufficio ad anelare a grandi spazi, in natura a vagheggiare la cultura. E' una situazione che permea ogni dialogo, ogni conversazione, con un inevitabile “sì, però”: perché al teorico ricordo il piacere di un corpo in movimento, allo sportivo il gusto di una riflessione più lenta sul proprio gesto, all'edonista della notte la sensazione di benessere della luce del sole, all'integralista della salute il piacere di un whisky nelle luci soffuse di un'osteria.

In vero, credo che tutti, anche gli amici e le amiche di cui sopra, abbiano avuto gli stessi miei dubbi. Ciò che da fuori sembra un percorso lineare, da dentro è probabilmente un continuo crocevia. Però una differenza ci deve essere e, forse, è nell'atteggiamento di fronte ai bivi. I molti che ricordo hanno imboccato le strade ovvie per quello che erano diventati. Io, invece, ho imboccato le strade per ciò che ero in quell'istante, talvolta miope rispetto al futuro, spesso in forte contraddizione con quanto ero in passato.

L'ironia in tutto questo è nell'epilogo delle svolte. La tradizione vuole che chi fa scelte forti sia più autore di altri della propria vita. Io ogni tanto sospetto invece di aver creato personaggi così autonomi da costringermi poi a rimboccarmi le maniche per fare quanto per loro era scontato fare.

E ora linea alla regia. Sono curioso di vedere cosa farà per amalgamare il suo cast eterogeneo.

mercoledì, marzo 23, 2011

La rana nel pozzo di Su Tempiesu

Nel cuore dell'isola arrivò un nuovo allarme. Un altro gruppo di legionari romani era approdato sulle coste orientali. Marciava indisturbato verso l'entroterra, verso le montagne cuore del loro mondo. Il giovane principe della tribù di Su Tempiesu sentiva che la fine era vicina. Lui, che aveva viaggiato nel continente, sapeva che quegli uomini in calzari erano un piccolo manipolo di un grande popolo.

I nuragici si erano rinchiusi nelle montagne al centro dell'isola e lì, pietra dopo pietra, si erano sfidati a vicenda nell'imponenza di forme semplici. I Romani invece si erano spinti verso il mare e là avevano conosciuto le forme nella cui raffinatezza la nuda pietra compariva solo come materiale. I secoli sull'isola erano passati senza lasciare traccia: le tribù dei nuragici, sole in mezzo al mare, avevano combattuto tra di loro. I secoli sulla terra ferma, invece, avevano forgiato delle popolazioni: guerra dopo guerra, le genti italiche erano diventate un unico popolo, un'unica mente, un'unica spada.

Non aveva senso combattere. Non era più possibile costruire in un giorno il popolo che non aveva sentito il desiderio di nascere in millenni. Il giovane principe non poteva più fare nulla per salvare la sua tribù dall'invasione. Si sentiva orfano dell'isolamento millenario che il suo mare gli aveva garantito. Orfano e inconsolabile perché sapeva che le forme di pietra imponenti che le sue tribù avevano perpetrato per secoli stavano per scomparire. E sentiva che, quale che fosse l'eleganza delle nuove forme che sarebbero arrivate sull'isola, la perdita di una tradizione millenaria era qualcosa di doloroso, irreparabile, negativo. Vedeva nei suoi nuraghi la legna e nelle nuove civiltà la fiamma. Quest'ultima avrebbe bruciato i primi con un'esplosione di luce e di energia, ma poi sarebbe rimasta solo cenere, nulla in mezzo ai suoi monti. I loro legni invece erano lì da millenni. E quello era un valore.

Prima di darsi ai Romani, scese un'ultima volta nel tempio di Su Tempiesu. Si immerse nelle acque del pozzetto più grande, come sempre prima di officiare a un rito sacro. Poi, purificato dall'elemento liquido che sempre scorreva, sacrificò una piccola rana e la cosperse degli unguenti con cui solevano rendere impermeabili, durevoli e lucenti i loro trofei di caccia. Lavorò l'animale a lungo per essere certo di renderlo immune al tempo. Poi, riverso, lo gettò in fondo al secondo pozzo del tempio, quello più piccolo e più esterno. Intorno al principe solo montagne deserte e silenziose, come se il mare traditore, portatore dei Romani, non esistesse neppure. E di fronte quell'animale riverso, apparentemente morto nel suo elemento. Quello che infieriva alla rana era un destino crudele come quello del suo popolo, inspiegabilmente domato nella sua stessa terra, la nuda roccia di Sardegna in mezzo al Mediterraneo. Guardò l'animale un'ultima volta e si chiese se qualcuno mai, guardando quella rana, si sarebbe interrogato sulle ragioni della sua misteriosa scomparsa in quelle acque. Forse, se ciò fosse accaduto, quella persona si sarebbe interrogata anche sulla sacralità del luogo e sulla capacità di quel tempio di generare una morte così strana. E forse si sarebbe chiesto anche quale civiltà era stata in grado di costruire quella magia in quell'angolo così remoto. Se tutto questo fosse successo, forse allora qualche traccia della memoria del suo popolo non sarebbe mai scomparsa del tutto.

Così il principe cercò di compiere l'ultimo gesto in favore dei popoli nuragici, prima di scomparire nell'impero.

mercoledì, febbraio 23, 2011

La fatica di correggere

Sul tavolo c'erano già alcuni bicchieri vuoti, quando Andrea chiese a Filippo se aveva letto Oceano mare di Baricco. Era la classica domanda che Andrea, fisico col vizio della letteratura contemporanea, amava fare più spesso a Filippo, l'amico storico con gusti letterari più ottocenteschi.
“Ricordi – domandò – il personaggio che rimane tutto il tempo seduto sulla spiaggia per studiare dove finisce il mare? E' uno dei mie personaggi preferiti: è come se lo vedessi di fronte alle onde che vanno e che vengono, a testimoniare quanto c'è di romantico nel misurare”.
“Lo ricordo molto bene” rispose Filippo, rompendo il copione che lo voleva impreparato sulle uscite più recenti del Novecento. “Non è il solo personaggio intrigante: l'intera trama lo è. Mi sono annotato il punto in cui uno dei personaggi osserva che con la razionalità si fanno spesso scelte che poi diventano spine pungenti ai sussulti dell'istinto”.

Andrea e Filippo sedevano a un tavolo lontano da casa. Le voci spagnole attorno al caffè del barrio gotico di Barcellona erano per entrambi piacevolmente estranee. Erano parentesi che sentivano la necessità di ritagliare dai loro mondi imperfetti. Non sbagliati, solo imperfetti. Era una questione di aspetti: un contesto sociale un po' troppo chiuso per l'uno, un'eredità sentimentale ingombrante per l'altro.

“Io credo che tu debba cambiare luogo” diceva Andrea a Filippo.
“E io credo che tu debba aprirti ad altre persone” suggeriva Filippo ad Andrea.
Entrambi potevano tramutare in realtà quei desideri molto sensati. Entrambi però tardavano a farlo. Per natura il loro tempo, già invaso dal senso del dovere, era conteso dal piacere del conversare, del leggere, dello scrivere, del viaggiare, dalla curiosità di conoscere un'altra persona e perdersi nei meandri della sua mente e, a volte, del suo corpo.

“Secondo me – disse Andrea – la nostra vita si esprime in una frase. Non siamo nati artisti, non siamo sufficientemente colti per diventare critici, ma ormai abbiamo fatto troppa strada per poterci accontentare di essere pubblico”.

“Qualcosa di simile deve averlo detto anche un critico - confabulò Filippo – ma non credo che stia qui il punto. Dimenarsi con quanto si ha per non morire da pubblico prima del tempo forse è già molto più di niente, anche se non si è nati artisti, anche non si è diventati critici. Il fatto vero è un altro. E' che gli errori sono romantici. Non sono mai sbagliati del tutto. Le scelte sbagliate, è vero, a volte ti sbalzano lungo percorsi che non senti per niente tuoi. Ma, percorrendoli, alcuni luoghi, alcune persone diventano tuoi. E allora cambiare direzione non è più una decisione che riguarda solo te. Tocca anche loro e la fitta trama di rapporti che ormai ti avvolge”.

martedì, febbraio 22, 2011

Il simbolo della vespa rossa

Aveva solo quindici anni quando, con i risparmi del primo anno di lavoro, si comprò una vespa usata. La volle rossa. Era l'unico colore che poteva immaginare: lui, famiglia operaia, già operaio a sua volta, poteva viaggiare solo su quel colore. Aveva visto suo padre scioperare per un aumento contrattuale e aveva già scioperato anche lui per una pausa più lunga a metà turno. Lo sentiva come un dovere e lo viveva come un piacere: era il modo più bello per stare insieme, un'intera fetta di paese, unita, conscia di se stessa, fronte unico di fronte al padrone. La fabbrica cresceva: produceva sempre più mattonelle, era una potenza economica che in quel paese di quattromila persone aveva il peso di una multinazionale. Generava i suoi ricchi. A loro spettavano le loro battaglie e la lotta per una porzione di privilegio.

La vespa rossa era ancora la stessa, ma oggi, venticinque anni dopo, la fabbrica era solo un guscio vuoto circondato da una vegetazione anonima: erbacce tra le crepe dell'asfalto nel parcheggio, grumi di terra rappresa sulle grondaie, qualche spino e le prime robinie sotto una tettoia di eternit verdognola. Massimo Cairoli era seduto lì di fronte allo scheletro di fabbrica come un vecchio ragazzo del muretto. I capelli, venati di bianco erano ancora lunghi e acconciati come ai tempi della protesta. Il foulard, anche, era lo stesso di anni prima: bianco e nero, i colori della jihad. Lui, in gran parte era lo stesso di allora: sognava di ritrovare i colleghi fuori dell'ingresso, fare una battuta sulla macchina del capo, partire per una protesta.

Solo che ora non sapeva più esattamente per cosa e contro chi protestare. Non era mai successo che la fabbrica chiudesse. Suo nonno, suo babbo, lui avevano imparato a difendere la loro fetta. Poi non si ricordava neppure come, le sue maniere si erano estinte. I compagni lo ascoltavano alla macchinetta, ma poi il giorno dopo non erano con lui sul piazzale: uno aveva un aumento da difendere, un altro un figlio piccolo da crescere, un altro un contratto a breve termine da rinnovare, un altro, semplicemente, non voleva rischiare di suo. Erano ancora in fabbrica, ma non più uniti. E poi, chi parlava con loro, non invitava più a lottare per una fetta della torta, ma suggeriva di rinunciare a una briciola per evitare che un intero fianco si sgretolasse. Le ragioni erano varie, ampie, ramificate. Inutile parlarne.

Massimo Cairoli non voleva smettere di essere di sinistra. Gli era piaciuto esserlo: era stato operaio, con la certezza di essere diverso dal nemico storico, ma in mezzo a una quotidianità semplice, quasi rituale, si era concesso di imparare da un film che la carta bruciava a 451 gradi Fahreneit. E su quelle scene di Truffaut se l'era giocata anche con chi aveva studiato in città. Li aspettava al bar e gli pagava da bere per umiliarli della loro lacuna.

Ora non poteva consumare più nessuna vendetta. La gente non riconosceva la sua citazione, ma non si sentiva neppure in colpa per non conoscerla. Gli rispondevano che il Berlusca non stava a perdere tempo con quelle storie. E lui allora replicava ma senza troppa forza. In fondo, quel presidente che sembrava credere ancora al pericolo comunista era l'unica cosa che, per contrasto, lo faceva sentire ancora di sinistra. Per il resto aveva solo dubbi.

In quell'incertezza si era bevuto molto, compreso la famiglia. E ora era solo, senza più classe. Quella era rimasta solo alla sua vespa rossa. Un pezzo grosso del Rotary Club gliela avrebbe pagata più di seimila euro, anche solo per il telaio. Era ancora un simbolo. Ma per un altro mondo.

giovedì, febbraio 17, 2011

L'imprevedibile danza del desiderio

Cinquant'anni, ricercatore affermato, amministratore desiderato, Giulio portava la sua esperienza con responsabilità e autoironia. Sapeva che la fitta trama di relazioni sociali in cui era inserito aveva una consistenza reale: anzi, esistenzialista nel profondo, sentiva come un dovere la necessità di impegnarsi duramente per modificare quanto più il sistema di forze di cui era parte. Aveva sempre pensato che Sarte avesse ragione: il piacere della vita stava nella fatica di decidere costantemente la propria posizione, senza mai tirarsi indietro, senza mai lasciare scorrere gli eventi. Però, e per questo si sentiva orgoglioso, in qualche modo migliore di altri, guardava alla partita di Risiko della sua vita con distacco autentico. Il gioco poteva fare a meno di lui. Certo, se fosse scomparso, forse si sarebbe saltato un turno nel decidere a chi toccava proseguire dopo, ma poi si sarebbero riscritte le regole e la partita sarebbe continuata rigenerando se stessa eternamente. Già perché chiunque alla fine la vinca, in quei pochi casi che si arriva a un vincitore chiaro, poi si crea un nemico per ingannare la noia e continuare.

Giulio si definiva sotto voce un esistenzialista epicureo. Mica poco, pensava. E proprio per questo si sentiva profondamente irritato quando di fronte alle decisioni da prendere, sentiva l'agitazione salire. “Ancora?” si chiedeva contrariato.

Non doveva essere così. Si ricordava ancora quando ormai trentacinque anni prima si era seduto sui banchi della prima liceo. L'insegnante gli aveva chiesto se aveva paura del percorso di studi che l'attendeva e dell'esame finale che avrebbe dovuto superare per il diploma. Lui rispose che aveva paura dell'inizio, ma non della fine. I ragazzi di quinta erano già grandi e all'epoca per lui essere grandi significava dispensare certezze: i grandi conoscevano le strade, sapevano pagare le bollette, non avevano paura del buio, non avevano problemi a scrivere o a far di conto. Dunque era chiaro: un ragazzo grande sapeva come prepararsi a un esame e, conosciuta la ricetta infallibile, si trattava solo di eseguirla passo a passo per un successo assicurato.

All'esame di maturità, quando impiegò un'ora a impostare l'integrale per il calcolo del volume del prisma oggetto del problema, le sue certezze avevano già subito alcuni colpi. In geometria ogni linea tracciata era una lama nelle sue sicurezze e, a ben vedere, anche di fronte al foglio bianco del tema c'erano varie incognite: chi gli garantiva che le sue idee potessero interessare a qualcuno o che tutti le potessero comprendere agevolmente attraverso la propria esposizione?

Ora, è vero, quei problemi non lo assillavano più. Riempiva pagine, moduli, discorsi con l'agilità di una lunga esperienza. Però bastava essere un po' stanchi per restare sorpresi di fronte a una domanda: ne arrivavano in continuazione e solo la risposta giusta era accettata. Ma quale era a volte la risposta giusta? E, ancora, c'era altro che non aveva compreso: essere esistenzialisti come lui si professava significava vivere il proprio tempo bagnandosi ogni giorno nell'urgenza delle scelte quotidiane o era restare al di fuori dei giochi, guardare il Risiko degli altri e diventare sapienti studiandone le regole?

In vero c'era poi una domanda ancora più basilare che lo tormentava. Se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto vivere in pace. Se lo poteva permettere. E allora perché non accettare la quiete?
“Che domande stupide ti fai ancora?” si schernì. Se c'era una cosa che nel suo essere epicureo esistenzialista aveva imparato era proprio la risposta a questa domanda. Nella quiete può restare solo chi non l'ha mai abbandonata. Chi l'ha lasciata anche solo una volta, poi, la potrà abbracciare intensamente solo per poche ore, prima di abbandonarla e cercarla altrove nell'imprevedibile danza del desiderio.

mercoledì, febbraio 09, 2011

Le pizze al taglio e le altre invasioni

Giovanni e Umberto lavoravano insieme saltuariamente da diverso tempo all'organizzazione di percorsi espositivi nel cuore della Romagna. Giovanni, più giovane, seguiva gli aspetti organizzativi, senza lesinare alzate di voce per il rispetto delle scadenze, mentre Umberto, il decano del settore in quella fetta di territorio, metteva più attenzione ai contenuti, sempre fedele nell'abbigliamento e nelle scelte al metodico e sistematico approccio marxista alla cultura. In un continuo negoziato tra limiti di spesa, estetica e rigorosità, i due lottavano fianco a fianco per non perdere mai la fiducia nelle proprie illusioni e il termine ultimo per dare l'ok si stampi al nuovo catalogo.

Costume caro a entrambi era quello di dirottare in silenziose caffetterie del centro di Cesena gli incontri meno operativi, quelli in cui si scandiva il calendario, si sceglievano gli artisti, si ipotizzavano le collaborazioni istituzionali. Così tra un'incombenza e l'altra capitava anche di fare due passi in compagnia, fino alla fermata dell'autobus dell'uno o fino all'auto dell'altro.

Fu in uno di queste occasioni conviviali, che a tutti e due davano la piacevole sensazione di un incontro redazionale vecchio stile, che il giovane e il decano si incontrarono di fronte alla Barriera di Cesena.
“Qui – esclamò Umberto – aprirono la prima pizzeria al taglio della città. Scoppiò proprio un casino: te l'immagini? La pizza nel tempio della piadina, il commercio che invadeva la tradizione?”
Giovanni sorrise e guardando di sfuggita il cappello di Umberto scommise di conoscere da che parte della barricata l'amico si era schierato.
“Fu – proseguì Umberto – come quando aprirono il primo McDonald's a Bologna, che era ancora rossa, in fondo a via Indipendenza. Sui giornali c'era solo un tema!”.

Il decano parlava dei suoi ricordi con visibile stupore, quasi incredulo di fronte al nulla, all'assoluta normalità che quei dibattiti avevano lasciato. Mentre Giovanni ascoltava e quasi in colpa guardava il compagno come un oggetto di studio: cercava di capire, senza fare male a sogni troppo preziosi per essere sfiorati, quanto Umberto fosse simile oggi al ragazzo che aveva vissuto come protagonista quei fatti. Allora, ne era sicuro, Umberto doveva aver difeso prima i piadinari dall'invasione della pizza e poi i pizzaioli dall'invasione del fast food: la sua doveva essere stata una difesa senza incertezze, rossa nell'ispirazione, ma cattolica per intransigenza e dogmatismo.

“E ora?” si chiedeva Giovanni. Umberto era ancora lì, fermo, o aveva accettato un dialogo più aperto con il mondo? Ora che anche lui mangiava tranquillamente pizzette al taglio restava fedele alla sua battaglia o si sentiva un po' bigotto come quelli che al tempo, da altro fronte, avevano detto no al divorzio o all'aborto?
E ora con che occhi guardava le stranezze del mondo? Il piccolo pizzaiolo, nel frattempo diventato custode della tradizione, deve barcamenarsi nelle incertezze dell'economia con contratti capestro ai dipendenti e ingredienti di seconda fascia. McDonald's, invece, prende quasi in giro le sue origini con ricette leggere, cibi doc, etica della salute.

Giovanni tenne per sé queste domande. Ancora vive nella mente, scelse di portarsele a cercare una risposta a pochi chilometri da lì. Avrebbe sfruttato la quiete del parco fluviale, prima di rientrare in ufficio, per pensarci un po' camminando. Da solo, lungo il fiume, le idee avrebbero sicuramente la linfa necessaria. In pochi minuti fu a fianco del corso d'acqua, ma invece di pensare a Umberto sorrise calciando una pietruzza. Se lui era lì, era principalmente perché i poeti inglesi, i filosofi tedeschi e una vasta schiera di romantici parolieri aveva creato il mito della natura vergine come luogo di raccoglimento e contemplazione. Umberto non era solo. Anche lui aveva già una memoria culturale sufficientemente lunga per usarla come lente di ingrandimento di fronte a ogni granello di presente.