

Leggende romagnole, avventure metropolitane, suggestioni dal mondo e altre divagazioni in evoluzione pluriennale.
Non era facile andargli a genio. Beniamino, il custode di Trebbana, era un omone sulla quarantina dai modi ursini, con alle spalle una vita da camionista. Dalla finestra dell’antica abbazia che aveva accettato di custodire per poche lire, salutava i viandanti con un urlo poco rassicurante: “mooostriiii” ululava rompendo il silenzio di quei tramonti con le nuvole a forma di cuore. Pochi gli andavano veramente a genio e ciò spiegava la sua scelta eremitica. Era come un animale selvatico: schivo, pauroso, a tratti terrificante.
Giacca di panno, capelli spettinati e barba incolta, il ragazzo percorse la solita via del centro che ospitava la libreria più fornita della città. Si fermò di fronte alla vetrina per guardare una volta in più il nuovo libro che lo incuriosiva. Di fronte alla copertina, i pensieri furono i soliti. E' interessante, costa abbastanza, lo potrei prendere più avanti, forse è meglio recuperarlo in biblioteca o forse c'è un titolo migliore sullo stesso argomento.
Uno sguardo al monitor per controllare l'ultima posa del satellite e poi uno sguardo alle mappe del cosmo già noto. Gli occhi fanno avanti e indietro nervosamente alla ricerca del dettaglio che può far pensare a qualcosa di nuovo: una supernova, un ammasso globulare o forse solo un banale oggetto del sistema solare. Non importa, almeno nel primo momento, nell’estasi dell’avvistamento. Le rare volte in cui il satellite cattura una macchia estranea alle carte, l'astrofilo dilettante trova l’anelato sollievo dalla sua vaga, malcelata e mal espressa tristezza di vivere. Se quella macchia si rivelasse una supernova, il suo nome resterebbe impresso negli archivi internazionali contenenti l'anagrafica di tutti i corpi dell'universo e dei loro scopritori.
Tra le letture degli ultimi giorni si è creato un inusuale incrocio di destini. Dal libro di un teologo è uscito un messaggio rivoluzionario, mentre dal blog di un sessantottino è nato un appello alla misura e al buon senso.
Chiara, clown di corsia per professione e clown di giornata per vocazione, parlava mentre il sentiero tra Monte Fuso e Bocconi si arrotolava in due strette curve all'altezza di Pian di Gattoni. Un toponimo dal sapore di coincidenza in una giornata trascorsa sotto le plastiche forme di una maschera da gatto. L'aveva portata con sé Sandra, preferendola alla maschera di cavallo. Non c'era alcun motivo apparente dietro a questa scelta, né dietro alla presenza stessa della maschera durante l'escursione, ma il “gatto di plastica” faceva sentire la sua presenza invocando un ruolo da protagonista. A ogni sosta finiva sulla faccia di qualcuno e Sandra faceva scattare più e più volte la sua reflex. Anche il resto del gruppo invero cedeva spessp alla tentazione di fotografare quell'inconsueto connubio tra colori da carnevale e bosco autunnale.
Il ritorno di Giambardo a Pianbaruzzoli, ovvero la ricongiunzione tra il fondatore e la sua comune autogestita nella valle dell'Acquacheta, risale ormai a più di un anno fa: era il novembre 2006. Tanto è passato dal giorno in cui l'uomo tornò alla sua vecchia casa per farne una fondazione e portare a termine il suo sogno di bene collettivo.
Non fu certo per necessità interiore che Jacopo 617 mise mano alla penna il 17 aprile del 2005. Probabilmente fu solo per noia. Quel giorno, come tanti altri in precedenza, era salito da solo fino al bivacco di Sassello (immagini). Si sentiva a suo agio in quella casa a metà: perfettamente integra a nord, monca a sud, dove i tedeschi, nel corso di un rastrellamento, avevano appiccato un incendio. Jacopo era arrivato fin lassù senza alcun proposito, attraversando boschi e pascoli solo per la voglia di andare avanti fino a una meta, fino a un posto come un altro. Scelse Sassello perché era il posto più vicino alla sua rotta e perché ormai rivedere quella stanza con il grande camino, il tavolo in legno al centro e la scala per il soppalco, era un po’ come rivedere casa. Quando Jacopo finì la marcia e varcò la soglia si sentì però a corto di senso: non sapeva come riempire il suo tempo lì tra piante colorate dai primi accenni di fioritura.