Ho la sensazione che le persone che mi ruotano attorno restino più coerenti con se stesse di quanto lo faccia io. Ricordo un amico di infanzia che si affacciò al mondo dei grandi per primo: fu il primo a bere, a fare l'amore, a ritornare tardi la sera. Ora ha un figlio ed esce qualche volta di meno, ma è sempre lui: il leone esce, beve, tira tardi e pensa alla “gnocca”. Ricordo un amico del liceo che era una spanna su tutti nello sport: ha cambiato discipline più volte, ma alla fine è ancora lì, talvolta anche sul giornale, per le sue performance. E ricordo un'amica di università, la più brillante, la più raffinata a livello teorico: è ancora lei e con la sua voce tenue, educata, mai sopra le righe, insegna alla Sorbona. In quindici o venti anni mi sembra che queste persone non siano cambiate. O meglio l'hanno fatto, sono migliorate o peggiorate, ma nella direzione che per loro era sempre stata ovvia: hanno fatto conoscenze e frequentato luoghi cercati volutamente, scelti in un disegno preciso.
Io non ricordo di aver mai avuto un disegno del genere. O meglio, di nuovo, è radicalmente cambiato nel tempo. Le situazioni mi hanno attraversato con la forza di attrazione di una musa e io ho sempre ceduto al loro richiamo. Ricordo persone così diverse, perché in un tempo della mia vita sono stato con loro, ne ho seguito le orme e le suggestioni: in discoteca con il gel secco sui capelli, in bici con il sudore sulla fronte, in biblioteca con la matita per sottolineare e la penna per riassumere. E nel mezzo, altrettanti interregni, con una vaga malincomia per lo spreco di tempo della parentesi precedente e una smania incontrollabile di recuperare il futuro e farlo mio con un imporvviso cambio di rotta. E' in queste parentesi che mi sono ritrovato e spesso mi ritrovo ancora in labirinti decisionali: in città a sognar campagne, in montagne a sognar città, in ufficio ad anelare a grandi spazi, in natura a vagheggiare la cultura. E' una situazione che permea ogni dialogo, ogni conversazione, con un inevitabile “sì, però”: perché al teorico ricordo il piacere di un corpo in movimento, allo sportivo il gusto di una riflessione più lenta sul proprio gesto, all'edonista della notte la sensazione di benessere della luce del sole, all'integralista della salute il piacere di un whisky nelle luci soffuse di un'osteria.
In vero, credo che tutti, anche gli amici e le amiche di cui sopra, abbiano avuto gli stessi miei dubbi. Ciò che da fuori sembra un percorso lineare, da dentro è probabilmente un continuo crocevia. Però una differenza ci deve essere e, forse, è nell'atteggiamento di fronte ai bivi. I molti che ricordo hanno imboccato le strade ovvie per quello che erano diventati. Io, invece, ho imboccato le strade per ciò che ero in quell'istante, talvolta miope rispetto al futuro, spesso in forte contraddizione con quanto ero in passato.
L'ironia in tutto questo è nell'epilogo delle svolte. La tradizione vuole che chi fa scelte forti sia più autore di altri della propria vita. Io ogni tanto sospetto invece di aver creato personaggi così autonomi da costringermi poi a rimboccarmi le maniche per fare quanto per loro era scontato fare.
E ora linea alla regia. Sono curioso di vedere cosa farà per amalgamare il suo cast eterogeneo.
Leggende romagnole, avventure metropolitane, suggestioni dal mondo e altre divagazioni in evoluzione pluriennale.
venerdì, aprile 01, 2011
mercoledì, marzo 23, 2011
La rana nel pozzo di Su Tempiesu
Nel cuore dell'isola arrivò un nuovo allarme. Un altro gruppo di legionari romani era approdato sulle coste orientali. Marciava indisturbato verso l'entroterra, verso le montagne cuore del loro mondo. Il giovane principe della tribù di Su Tempiesu sentiva che la fine era vicina. Lui, che aveva viaggiato nel continente, sapeva che quegli uomini in calzari erano un piccolo manipolo di un grande popolo.
I nuragici si erano rinchiusi nelle montagne al centro dell'isola e lì, pietra dopo pietra, si erano sfidati a vicenda nell'imponenza di forme semplici. I Romani invece si erano spinti verso il mare e là avevano conosciuto le forme nella cui raffinatezza la nuda pietra compariva solo come materiale. I secoli sull'isola erano passati senza lasciare traccia: le tribù dei nuragici, sole in mezzo al mare, avevano combattuto tra di loro. I secoli sulla terra ferma, invece, avevano forgiato delle popolazioni: guerra dopo guerra, le genti italiche erano diventate un unico popolo, un'unica mente, un'unica spada.
Non aveva senso combattere. Non era più possibile costruire in un giorno il popolo che non aveva sentito il desiderio di nascere in millenni. Il giovane principe non poteva più fare nulla per salvare la sua tribù dall'invasione. Si sentiva orfano dell'isolamento millenario che il suo mare gli aveva garantito. Orfano e inconsolabile perché sapeva che le forme di pietra imponenti che le sue tribù avevano perpetrato per secoli stavano per scomparire. E sentiva che, quale che fosse l'eleganza delle nuove forme che sarebbero arrivate sull'isola, la perdita di una tradizione millenaria era qualcosa di doloroso, irreparabile, negativo. Vedeva nei suoi nuraghi la legna e nelle nuove civiltà la fiamma. Quest'ultima avrebbe bruciato i primi con un'esplosione di luce e di energia, ma poi sarebbe rimasta solo cenere, nulla in mezzo ai suoi monti. I loro legni invece erano lì da millenni. E quello era un valore.
Prima di darsi ai Romani, scese un'ultima volta nel tempio di Su Tempiesu. Si immerse nelle acque del pozzetto più grande, come sempre prima di officiare a un rito sacro. Poi, purificato dall'elemento liquido che sempre scorreva, sacrificò una piccola rana e la cosperse degli unguenti con cui solevano rendere impermeabili, durevoli e lucenti i loro trofei di caccia. Lavorò l'animale a lungo per essere certo di renderlo immune al tempo. Poi, riverso, lo gettò in fondo al secondo pozzo del tempio, quello più piccolo e più esterno. Intorno al principe solo montagne deserte e silenziose, come se il mare traditore, portatore dei Romani, non esistesse neppure. E di fronte quell'animale riverso, apparentemente morto nel suo elemento. Quello che infieriva alla rana era un destino crudele come quello del suo popolo, inspiegabilmente domato nella sua stessa terra, la nuda roccia di Sardegna in mezzo al Mediterraneo. Guardò l'animale un'ultima volta e si chiese se qualcuno mai, guardando quella rana, si sarebbe interrogato sulle ragioni della sua misteriosa scomparsa in quelle acque. Forse, se ciò fosse accaduto, quella persona si sarebbe interrogata anche sulla sacralità del luogo e sulla capacità di quel tempio di generare una morte così strana. E forse si sarebbe chiesto anche quale civiltà era stata in grado di costruire quella magia in quell'angolo così remoto. Se tutto questo fosse successo, forse allora qualche traccia della memoria del suo popolo non sarebbe mai scomparsa del tutto.
Così il principe cercò di compiere l'ultimo gesto in favore dei popoli nuragici, prima di scomparire nell'impero.
I nuragici si erano rinchiusi nelle montagne al centro dell'isola e lì, pietra dopo pietra, si erano sfidati a vicenda nell'imponenza di forme semplici. I Romani invece si erano spinti verso il mare e là avevano conosciuto le forme nella cui raffinatezza la nuda pietra compariva solo come materiale. I secoli sull'isola erano passati senza lasciare traccia: le tribù dei nuragici, sole in mezzo al mare, avevano combattuto tra di loro. I secoli sulla terra ferma, invece, avevano forgiato delle popolazioni: guerra dopo guerra, le genti italiche erano diventate un unico popolo, un'unica mente, un'unica spada.
Non aveva senso combattere. Non era più possibile costruire in un giorno il popolo che non aveva sentito il desiderio di nascere in millenni. Il giovane principe non poteva più fare nulla per salvare la sua tribù dall'invasione. Si sentiva orfano dell'isolamento millenario che il suo mare gli aveva garantito. Orfano e inconsolabile perché sapeva che le forme di pietra imponenti che le sue tribù avevano perpetrato per secoli stavano per scomparire. E sentiva che, quale che fosse l'eleganza delle nuove forme che sarebbero arrivate sull'isola, la perdita di una tradizione millenaria era qualcosa di doloroso, irreparabile, negativo. Vedeva nei suoi nuraghi la legna e nelle nuove civiltà la fiamma. Quest'ultima avrebbe bruciato i primi con un'esplosione di luce e di energia, ma poi sarebbe rimasta solo cenere, nulla in mezzo ai suoi monti. I loro legni invece erano lì da millenni. E quello era un valore.
Prima di darsi ai Romani, scese un'ultima volta nel tempio di Su Tempiesu. Si immerse nelle acque del pozzetto più grande, come sempre prima di officiare a un rito sacro. Poi, purificato dall'elemento liquido che sempre scorreva, sacrificò una piccola rana e la cosperse degli unguenti con cui solevano rendere impermeabili, durevoli e lucenti i loro trofei di caccia. Lavorò l'animale a lungo per essere certo di renderlo immune al tempo. Poi, riverso, lo gettò in fondo al secondo pozzo del tempio, quello più piccolo e più esterno. Intorno al principe solo montagne deserte e silenziose, come se il mare traditore, portatore dei Romani, non esistesse neppure. E di fronte quell'animale riverso, apparentemente morto nel suo elemento. Quello che infieriva alla rana era un destino crudele come quello del suo popolo, inspiegabilmente domato nella sua stessa terra, la nuda roccia di Sardegna in mezzo al Mediterraneo. Guardò l'animale un'ultima volta e si chiese se qualcuno mai, guardando quella rana, si sarebbe interrogato sulle ragioni della sua misteriosa scomparsa in quelle acque. Forse, se ciò fosse accaduto, quella persona si sarebbe interrogata anche sulla sacralità del luogo e sulla capacità di quel tempio di generare una morte così strana. E forse si sarebbe chiesto anche quale civiltà era stata in grado di costruire quella magia in quell'angolo così remoto. Se tutto questo fosse successo, forse allora qualche traccia della memoria del suo popolo non sarebbe mai scomparsa del tutto.
Così il principe cercò di compiere l'ultimo gesto in favore dei popoli nuragici, prima di scomparire nell'impero.
domenica, marzo 20, 2011
sabato, febbraio 26, 2011
mercoledì, febbraio 23, 2011
La fatica di correggere
Sul tavolo c'erano già alcuni bicchieri vuoti, quando Andrea chiese a Filippo se aveva letto Oceano mare di Baricco. Era la classica domanda che Andrea, fisico col vizio della letteratura contemporanea, amava fare più spesso a Filippo, l'amico storico con gusti letterari più ottocenteschi.
“Ricordi – domandò – il personaggio che rimane tutto il tempo seduto sulla spiaggia per studiare dove finisce il mare? E' uno dei mie personaggi preferiti: è come se lo vedessi di fronte alle onde che vanno e che vengono, a testimoniare quanto c'è di romantico nel misurare”.
“Lo ricordo molto bene” rispose Filippo, rompendo il copione che lo voleva impreparato sulle uscite più recenti del Novecento. “Non è il solo personaggio intrigante: l'intera trama lo è. Mi sono annotato il punto in cui uno dei personaggi osserva che con la razionalità si fanno spesso scelte che poi diventano spine pungenti ai sussulti dell'istinto”.
Andrea e Filippo sedevano a un tavolo lontano da casa. Le voci spagnole attorno al caffè del barrio gotico di Barcellona erano per entrambi piacevolmente estranee. Erano parentesi che sentivano la necessità di ritagliare dai loro mondi imperfetti. Non sbagliati, solo imperfetti. Era una questione di aspetti: un contesto sociale un po' troppo chiuso per l'uno, un'eredità sentimentale ingombrante per l'altro.
“Io credo che tu debba cambiare luogo” diceva Andrea a Filippo.
“E io credo che tu debba aprirti ad altre persone” suggeriva Filippo ad Andrea.
Entrambi potevano tramutare in realtà quei desideri molto sensati. Entrambi però tardavano a farlo. Per natura il loro tempo, già invaso dal senso del dovere, era conteso dal piacere del conversare, del leggere, dello scrivere, del viaggiare, dalla curiosità di conoscere un'altra persona e perdersi nei meandri della sua mente e, a volte, del suo corpo.
“Secondo me – disse Andrea – la nostra vita si esprime in una frase. Non siamo nati artisti, non siamo sufficientemente colti per diventare critici, ma ormai abbiamo fatto troppa strada per poterci accontentare di essere pubblico”.
“Qualcosa di simile deve averlo detto anche un critico - confabulò Filippo – ma non credo che stia qui il punto. Dimenarsi con quanto si ha per non morire da pubblico prima del tempo forse è già molto più di niente, anche se non si è nati artisti, anche non si è diventati critici. Il fatto vero è un altro. E' che gli errori sono romantici. Non sono mai sbagliati del tutto. Le scelte sbagliate, è vero, a volte ti sbalzano lungo percorsi che non senti per niente tuoi. Ma, percorrendoli, alcuni luoghi, alcune persone diventano tuoi. E allora cambiare direzione non è più una decisione che riguarda solo te. Tocca anche loro e la fitta trama di rapporti che ormai ti avvolge”.
“Ricordi – domandò – il personaggio che rimane tutto il tempo seduto sulla spiaggia per studiare dove finisce il mare? E' uno dei mie personaggi preferiti: è come se lo vedessi di fronte alle onde che vanno e che vengono, a testimoniare quanto c'è di romantico nel misurare”.
“Lo ricordo molto bene” rispose Filippo, rompendo il copione che lo voleva impreparato sulle uscite più recenti del Novecento. “Non è il solo personaggio intrigante: l'intera trama lo è. Mi sono annotato il punto in cui uno dei personaggi osserva che con la razionalità si fanno spesso scelte che poi diventano spine pungenti ai sussulti dell'istinto”.
Andrea e Filippo sedevano a un tavolo lontano da casa. Le voci spagnole attorno al caffè del barrio gotico di Barcellona erano per entrambi piacevolmente estranee. Erano parentesi che sentivano la necessità di ritagliare dai loro mondi imperfetti. Non sbagliati, solo imperfetti. Era una questione di aspetti: un contesto sociale un po' troppo chiuso per l'uno, un'eredità sentimentale ingombrante per l'altro.
“Io credo che tu debba cambiare luogo” diceva Andrea a Filippo.
“E io credo che tu debba aprirti ad altre persone” suggeriva Filippo ad Andrea.
Entrambi potevano tramutare in realtà quei desideri molto sensati. Entrambi però tardavano a farlo. Per natura il loro tempo, già invaso dal senso del dovere, era conteso dal piacere del conversare, del leggere, dello scrivere, del viaggiare, dalla curiosità di conoscere un'altra persona e perdersi nei meandri della sua mente e, a volte, del suo corpo.
“Secondo me – disse Andrea – la nostra vita si esprime in una frase. Non siamo nati artisti, non siamo sufficientemente colti per diventare critici, ma ormai abbiamo fatto troppa strada per poterci accontentare di essere pubblico”.
“Qualcosa di simile deve averlo detto anche un critico - confabulò Filippo – ma non credo che stia qui il punto. Dimenarsi con quanto si ha per non morire da pubblico prima del tempo forse è già molto più di niente, anche se non si è nati artisti, anche non si è diventati critici. Il fatto vero è un altro. E' che gli errori sono romantici. Non sono mai sbagliati del tutto. Le scelte sbagliate, è vero, a volte ti sbalzano lungo percorsi che non senti per niente tuoi. Ma, percorrendoli, alcuni luoghi, alcune persone diventano tuoi. E allora cambiare direzione non è più una decisione che riguarda solo te. Tocca anche loro e la fitta trama di rapporti che ormai ti avvolge”.
martedì, febbraio 22, 2011
Il simbolo della vespa rossa
Aveva solo quindici anni quando, con i risparmi del primo anno di lavoro, si comprò una vespa usata. La volle rossa. Era l'unico colore che poteva immaginare: lui, famiglia operaia, già operaio a sua volta, poteva viaggiare solo su quel colore. Aveva visto suo padre scioperare per un aumento contrattuale e aveva già scioperato anche lui per una pausa più lunga a metà turno. Lo sentiva come un dovere e lo viveva come un piacere: era il modo più bello per stare insieme, un'intera fetta di paese, unita, conscia di se stessa, fronte unico di fronte al padrone. La fabbrica cresceva: produceva sempre più mattonelle, era una potenza economica che in quel paese di quattromila persone aveva il peso di una multinazionale. Generava i suoi ricchi. A loro spettavano le loro battaglie e la lotta per una porzione di privilegio.
La vespa rossa era ancora la stessa, ma oggi, venticinque anni dopo, la fabbrica era solo un guscio vuoto circondato da una vegetazione anonima: erbacce tra le crepe dell'asfalto nel parcheggio, grumi di terra rappresa sulle grondaie, qualche spino e le prime robinie sotto una tettoia di eternit verdognola. Massimo Cairoli era seduto lì di fronte allo scheletro di fabbrica come un vecchio ragazzo del muretto. I capelli, venati di bianco erano ancora lunghi e acconciati come ai tempi della protesta. Il foulard, anche, era lo stesso di anni prima: bianco e nero, i colori della jihad. Lui, in gran parte era lo stesso di allora: sognava di ritrovare i colleghi fuori dell'ingresso, fare una battuta sulla macchina del capo, partire per una protesta.
Solo che ora non sapeva più esattamente per cosa e contro chi protestare. Non era mai successo che la fabbrica chiudesse. Suo nonno, suo babbo, lui avevano imparato a difendere la loro fetta. Poi non si ricordava neppure come, le sue maniere si erano estinte. I compagni lo ascoltavano alla macchinetta, ma poi il giorno dopo non erano con lui sul piazzale: uno aveva un aumento da difendere, un altro un figlio piccolo da crescere, un altro un contratto a breve termine da rinnovare, un altro, semplicemente, non voleva rischiare di suo. Erano ancora in fabbrica, ma non più uniti. E poi, chi parlava con loro, non invitava più a lottare per una fetta della torta, ma suggeriva di rinunciare a una briciola per evitare che un intero fianco si sgretolasse. Le ragioni erano varie, ampie, ramificate. Inutile parlarne.
Massimo Cairoli non voleva smettere di essere di sinistra. Gli era piaciuto esserlo: era stato operaio, con la certezza di essere diverso dal nemico storico, ma in mezzo a una quotidianità semplice, quasi rituale, si era concesso di imparare da un film che la carta bruciava a 451 gradi Fahreneit. E su quelle scene di Truffaut se l'era giocata anche con chi aveva studiato in città. Li aspettava al bar e gli pagava da bere per umiliarli della loro lacuna.
Ora non poteva consumare più nessuna vendetta. La gente non riconosceva la sua citazione, ma non si sentiva neppure in colpa per non conoscerla. Gli rispondevano che il Berlusca non stava a perdere tempo con quelle storie. E lui allora replicava ma senza troppa forza. In fondo, quel presidente che sembrava credere ancora al pericolo comunista era l'unica cosa che, per contrasto, lo faceva sentire ancora di sinistra. Per il resto aveva solo dubbi.
In quell'incertezza si era bevuto molto, compreso la famiglia. E ora era solo, senza più classe. Quella era rimasta solo alla sua vespa rossa. Un pezzo grosso del Rotary Club gliela avrebbe pagata più di seimila euro, anche solo per il telaio. Era ancora un simbolo. Ma per un altro mondo.
La vespa rossa era ancora la stessa, ma oggi, venticinque anni dopo, la fabbrica era solo un guscio vuoto circondato da una vegetazione anonima: erbacce tra le crepe dell'asfalto nel parcheggio, grumi di terra rappresa sulle grondaie, qualche spino e le prime robinie sotto una tettoia di eternit verdognola. Massimo Cairoli era seduto lì di fronte allo scheletro di fabbrica come un vecchio ragazzo del muretto. I capelli, venati di bianco erano ancora lunghi e acconciati come ai tempi della protesta. Il foulard, anche, era lo stesso di anni prima: bianco e nero, i colori della jihad. Lui, in gran parte era lo stesso di allora: sognava di ritrovare i colleghi fuori dell'ingresso, fare una battuta sulla macchina del capo, partire per una protesta.
Solo che ora non sapeva più esattamente per cosa e contro chi protestare. Non era mai successo che la fabbrica chiudesse. Suo nonno, suo babbo, lui avevano imparato a difendere la loro fetta. Poi non si ricordava neppure come, le sue maniere si erano estinte. I compagni lo ascoltavano alla macchinetta, ma poi il giorno dopo non erano con lui sul piazzale: uno aveva un aumento da difendere, un altro un figlio piccolo da crescere, un altro un contratto a breve termine da rinnovare, un altro, semplicemente, non voleva rischiare di suo. Erano ancora in fabbrica, ma non più uniti. E poi, chi parlava con loro, non invitava più a lottare per una fetta della torta, ma suggeriva di rinunciare a una briciola per evitare che un intero fianco si sgretolasse. Le ragioni erano varie, ampie, ramificate. Inutile parlarne.
Massimo Cairoli non voleva smettere di essere di sinistra. Gli era piaciuto esserlo: era stato operaio, con la certezza di essere diverso dal nemico storico, ma in mezzo a una quotidianità semplice, quasi rituale, si era concesso di imparare da un film che la carta bruciava a 451 gradi Fahreneit. E su quelle scene di Truffaut se l'era giocata anche con chi aveva studiato in città. Li aspettava al bar e gli pagava da bere per umiliarli della loro lacuna.
Ora non poteva consumare più nessuna vendetta. La gente non riconosceva la sua citazione, ma non si sentiva neppure in colpa per non conoscerla. Gli rispondevano che il Berlusca non stava a perdere tempo con quelle storie. E lui allora replicava ma senza troppa forza. In fondo, quel presidente che sembrava credere ancora al pericolo comunista era l'unica cosa che, per contrasto, lo faceva sentire ancora di sinistra. Per il resto aveva solo dubbi.
In quell'incertezza si era bevuto molto, compreso la famiglia. E ora era solo, senza più classe. Quella era rimasta solo alla sua vespa rossa. Un pezzo grosso del Rotary Club gliela avrebbe pagata più di seimila euro, anche solo per il telaio. Era ancora un simbolo. Ma per un altro mondo.
giovedì, febbraio 17, 2011
L'imprevedibile danza del desiderio
Cinquant'anni, ricercatore affermato, amministratore desiderato, Giulio portava la sua esperienza con responsabilità e autoironia. Sapeva che la fitta trama di relazioni sociali in cui era inserito aveva una consistenza reale: anzi, esistenzialista nel profondo, sentiva come un dovere la necessità di impegnarsi duramente per modificare quanto più il sistema di forze di cui era parte. Aveva sempre pensato che Sarte avesse ragione: il piacere della vita stava nella fatica di decidere costantemente la propria posizione, senza mai tirarsi indietro, senza mai lasciare scorrere gli eventi. Però, e per questo si sentiva orgoglioso, in qualche modo migliore di altri, guardava alla partita di Risiko della sua vita con distacco autentico. Il gioco poteva fare a meno di lui. Certo, se fosse scomparso, forse si sarebbe saltato un turno nel decidere a chi toccava proseguire dopo, ma poi si sarebbero riscritte le regole e la partita sarebbe continuata rigenerando se stessa eternamente. Già perché chiunque alla fine la vinca, in quei pochi casi che si arriva a un vincitore chiaro, poi si crea un nemico per ingannare la noia e continuare.
Giulio si definiva sotto voce un esistenzialista epicureo. Mica poco, pensava. E proprio per questo si sentiva profondamente irritato quando di fronte alle decisioni da prendere, sentiva l'agitazione salire. “Ancora?” si chiedeva contrariato.
Non doveva essere così. Si ricordava ancora quando ormai trentacinque anni prima si era seduto sui banchi della prima liceo. L'insegnante gli aveva chiesto se aveva paura del percorso di studi che l'attendeva e dell'esame finale che avrebbe dovuto superare per il diploma. Lui rispose che aveva paura dell'inizio, ma non della fine. I ragazzi di quinta erano già grandi e all'epoca per lui essere grandi significava dispensare certezze: i grandi conoscevano le strade, sapevano pagare le bollette, non avevano paura del buio, non avevano problemi a scrivere o a far di conto. Dunque era chiaro: un ragazzo grande sapeva come prepararsi a un esame e, conosciuta la ricetta infallibile, si trattava solo di eseguirla passo a passo per un successo assicurato.
All'esame di maturità, quando impiegò un'ora a impostare l'integrale per il calcolo del volume del prisma oggetto del problema, le sue certezze avevano già subito alcuni colpi. In geometria ogni linea tracciata era una lama nelle sue sicurezze e, a ben vedere, anche di fronte al foglio bianco del tema c'erano varie incognite: chi gli garantiva che le sue idee potessero interessare a qualcuno o che tutti le potessero comprendere agevolmente attraverso la propria esposizione?
Ora, è vero, quei problemi non lo assillavano più. Riempiva pagine, moduli, discorsi con l'agilità di una lunga esperienza. Però bastava essere un po' stanchi per restare sorpresi di fronte a una domanda: ne arrivavano in continuazione e solo la risposta giusta era accettata. Ma quale era a volte la risposta giusta? E, ancora, c'era altro che non aveva compreso: essere esistenzialisti come lui si professava significava vivere il proprio tempo bagnandosi ogni giorno nell'urgenza delle scelte quotidiane o era restare al di fuori dei giochi, guardare il Risiko degli altri e diventare sapienti studiandone le regole?
In vero c'era poi una domanda ancora più basilare che lo tormentava. Se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto vivere in pace. Se lo poteva permettere. E allora perché non accettare la quiete?
“Che domande stupide ti fai ancora?” si schernì. Se c'era una cosa che nel suo essere epicureo esistenzialista aveva imparato era proprio la risposta a questa domanda. Nella quiete può restare solo chi non l'ha mai abbandonata. Chi l'ha lasciata anche solo una volta, poi, la potrà abbracciare intensamente solo per poche ore, prima di abbandonarla e cercarla altrove nell'imprevedibile danza del desiderio.
Giulio si definiva sotto voce un esistenzialista epicureo. Mica poco, pensava. E proprio per questo si sentiva profondamente irritato quando di fronte alle decisioni da prendere, sentiva l'agitazione salire. “Ancora?” si chiedeva contrariato.
Non doveva essere così. Si ricordava ancora quando ormai trentacinque anni prima si era seduto sui banchi della prima liceo. L'insegnante gli aveva chiesto se aveva paura del percorso di studi che l'attendeva e dell'esame finale che avrebbe dovuto superare per il diploma. Lui rispose che aveva paura dell'inizio, ma non della fine. I ragazzi di quinta erano già grandi e all'epoca per lui essere grandi significava dispensare certezze: i grandi conoscevano le strade, sapevano pagare le bollette, non avevano paura del buio, non avevano problemi a scrivere o a far di conto. Dunque era chiaro: un ragazzo grande sapeva come prepararsi a un esame e, conosciuta la ricetta infallibile, si trattava solo di eseguirla passo a passo per un successo assicurato.
All'esame di maturità, quando impiegò un'ora a impostare l'integrale per il calcolo del volume del prisma oggetto del problema, le sue certezze avevano già subito alcuni colpi. In geometria ogni linea tracciata era una lama nelle sue sicurezze e, a ben vedere, anche di fronte al foglio bianco del tema c'erano varie incognite: chi gli garantiva che le sue idee potessero interessare a qualcuno o che tutti le potessero comprendere agevolmente attraverso la propria esposizione?
Ora, è vero, quei problemi non lo assillavano più. Riempiva pagine, moduli, discorsi con l'agilità di una lunga esperienza. Però bastava essere un po' stanchi per restare sorpresi di fronte a una domanda: ne arrivavano in continuazione e solo la risposta giusta era accettata. Ma quale era a volte la risposta giusta? E, ancora, c'era altro che non aveva compreso: essere esistenzialisti come lui si professava significava vivere il proprio tempo bagnandosi ogni giorno nell'urgenza delle scelte quotidiane o era restare al di fuori dei giochi, guardare il Risiko degli altri e diventare sapienti studiandone le regole?
In vero c'era poi una domanda ancora più basilare che lo tormentava. Se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto vivere in pace. Se lo poteva permettere. E allora perché non accettare la quiete?
“Che domande stupide ti fai ancora?” si schernì. Se c'era una cosa che nel suo essere epicureo esistenzialista aveva imparato era proprio la risposta a questa domanda. Nella quiete può restare solo chi non l'ha mai abbandonata. Chi l'ha lasciata anche solo una volta, poi, la potrà abbracciare intensamente solo per poche ore, prima di abbandonarla e cercarla altrove nell'imprevedibile danza del desiderio.
domenica, febbraio 13, 2011
mercoledì, febbraio 09, 2011
Le pizze al taglio e le altre invasioni
Giovanni e Umberto lavoravano insieme saltuariamente da diverso tempo all'organizzazione di percorsi espositivi nel cuore della Romagna. Giovanni, più giovane, seguiva gli aspetti organizzativi, senza lesinare alzate di voce per il rispetto delle scadenze, mentre Umberto, il decano del settore in quella fetta di territorio, metteva più attenzione ai contenuti, sempre fedele nell'abbigliamento e nelle scelte al metodico e sistematico approccio marxista alla cultura. In un continuo negoziato tra limiti di spesa, estetica e rigorosità, i due lottavano fianco a fianco per non perdere mai la fiducia nelle proprie illusioni e il termine ultimo per dare l'ok si stampi al nuovo catalogo.
Costume caro a entrambi era quello di dirottare in silenziose caffetterie del centro di Cesena gli incontri meno operativi, quelli in cui si scandiva il calendario, si sceglievano gli artisti, si ipotizzavano le collaborazioni istituzionali. Così tra un'incombenza e l'altra capitava anche di fare due passi in compagnia, fino alla fermata dell'autobus dell'uno o fino all'auto dell'altro.
Fu in uno di queste occasioni conviviali, che a tutti e due davano la piacevole sensazione di un incontro redazionale vecchio stile, che il giovane e il decano si incontrarono di fronte alla Barriera di Cesena.
“Qui – esclamò Umberto – aprirono la prima pizzeria al taglio della città. Scoppiò proprio un casino: te l'immagini? La pizza nel tempio della piadina, il commercio che invadeva la tradizione?”
Giovanni sorrise e guardando di sfuggita il cappello di Umberto scommise di conoscere da che parte della barricata l'amico si era schierato.
“Fu – proseguì Umberto – come quando aprirono il primo McDonald's a Bologna, che era ancora rossa, in fondo a via Indipendenza. Sui giornali c'era solo un tema!”.
Il decano parlava dei suoi ricordi con visibile stupore, quasi incredulo di fronte al nulla, all'assoluta normalità che quei dibattiti avevano lasciato. Mentre Giovanni ascoltava e quasi in colpa guardava il compagno come un oggetto di studio: cercava di capire, senza fare male a sogni troppo preziosi per essere sfiorati, quanto Umberto fosse simile oggi al ragazzo che aveva vissuto come protagonista quei fatti. Allora, ne era sicuro, Umberto doveva aver difeso prima i piadinari dall'invasione della pizza e poi i pizzaioli dall'invasione del fast food: la sua doveva essere stata una difesa senza incertezze, rossa nell'ispirazione, ma cattolica per intransigenza e dogmatismo.
“E ora?” si chiedeva Giovanni. Umberto era ancora lì, fermo, o aveva accettato un dialogo più aperto con il mondo? Ora che anche lui mangiava tranquillamente pizzette al taglio restava fedele alla sua battaglia o si sentiva un po' bigotto come quelli che al tempo, da altro fronte, avevano detto no al divorzio o all'aborto?
E ora con che occhi guardava le stranezze del mondo? Il piccolo pizzaiolo, nel frattempo diventato custode della tradizione, deve barcamenarsi nelle incertezze dell'economia con contratti capestro ai dipendenti e ingredienti di seconda fascia. McDonald's, invece, prende quasi in giro le sue origini con ricette leggere, cibi doc, etica della salute.
Giovanni tenne per sé queste domande. Ancora vive nella mente, scelse di portarsele a cercare una risposta a pochi chilometri da lì. Avrebbe sfruttato la quiete del parco fluviale, prima di rientrare in ufficio, per pensarci un po' camminando. Da solo, lungo il fiume, le idee avrebbero sicuramente la linfa necessaria. In pochi minuti fu a fianco del corso d'acqua, ma invece di pensare a Umberto sorrise calciando una pietruzza. Se lui era lì, era principalmente perché i poeti inglesi, i filosofi tedeschi e una vasta schiera di romantici parolieri aveva creato il mito della natura vergine come luogo di raccoglimento e contemplazione. Umberto non era solo. Anche lui aveva già una memoria culturale sufficientemente lunga per usarla come lente di ingrandimento di fronte a ogni granello di presente.
Costume caro a entrambi era quello di dirottare in silenziose caffetterie del centro di Cesena gli incontri meno operativi, quelli in cui si scandiva il calendario, si sceglievano gli artisti, si ipotizzavano le collaborazioni istituzionali. Così tra un'incombenza e l'altra capitava anche di fare due passi in compagnia, fino alla fermata dell'autobus dell'uno o fino all'auto dell'altro.
Fu in uno di queste occasioni conviviali, che a tutti e due davano la piacevole sensazione di un incontro redazionale vecchio stile, che il giovane e il decano si incontrarono di fronte alla Barriera di Cesena.
“Qui – esclamò Umberto – aprirono la prima pizzeria al taglio della città. Scoppiò proprio un casino: te l'immagini? La pizza nel tempio della piadina, il commercio che invadeva la tradizione?”
Giovanni sorrise e guardando di sfuggita il cappello di Umberto scommise di conoscere da che parte della barricata l'amico si era schierato.
“Fu – proseguì Umberto – come quando aprirono il primo McDonald's a Bologna, che era ancora rossa, in fondo a via Indipendenza. Sui giornali c'era solo un tema!”.
Il decano parlava dei suoi ricordi con visibile stupore, quasi incredulo di fronte al nulla, all'assoluta normalità che quei dibattiti avevano lasciato. Mentre Giovanni ascoltava e quasi in colpa guardava il compagno come un oggetto di studio: cercava di capire, senza fare male a sogni troppo preziosi per essere sfiorati, quanto Umberto fosse simile oggi al ragazzo che aveva vissuto come protagonista quei fatti. Allora, ne era sicuro, Umberto doveva aver difeso prima i piadinari dall'invasione della pizza e poi i pizzaioli dall'invasione del fast food: la sua doveva essere stata una difesa senza incertezze, rossa nell'ispirazione, ma cattolica per intransigenza e dogmatismo.
“E ora?” si chiedeva Giovanni. Umberto era ancora lì, fermo, o aveva accettato un dialogo più aperto con il mondo? Ora che anche lui mangiava tranquillamente pizzette al taglio restava fedele alla sua battaglia o si sentiva un po' bigotto come quelli che al tempo, da altro fronte, avevano detto no al divorzio o all'aborto?
E ora con che occhi guardava le stranezze del mondo? Il piccolo pizzaiolo, nel frattempo diventato custode della tradizione, deve barcamenarsi nelle incertezze dell'economia con contratti capestro ai dipendenti e ingredienti di seconda fascia. McDonald's, invece, prende quasi in giro le sue origini con ricette leggere, cibi doc, etica della salute.
Giovanni tenne per sé queste domande. Ancora vive nella mente, scelse di portarsele a cercare una risposta a pochi chilometri da lì. Avrebbe sfruttato la quiete del parco fluviale, prima di rientrare in ufficio, per pensarci un po' camminando. Da solo, lungo il fiume, le idee avrebbero sicuramente la linfa necessaria. In pochi minuti fu a fianco del corso d'acqua, ma invece di pensare a Umberto sorrise calciando una pietruzza. Se lui era lì, era principalmente perché i poeti inglesi, i filosofi tedeschi e una vasta schiera di romantici parolieri aveva creato il mito della natura vergine come luogo di raccoglimento e contemplazione. Umberto non era solo. Anche lui aveva già una memoria culturale sufficientemente lunga per usarla come lente di ingrandimento di fronte a ogni granello di presente.
martedì, febbraio 08, 2011
domenica, gennaio 23, 2011
sabato, gennaio 22, 2011
venerdì, gennaio 21, 2011
La lettera e le radici
La sera prima, un venerdì, aveva tirato un po' a tardi, ma non troppo, come d'abitudine. Due chiacchiere, una birra, qualche aneddoto sul passato, qualche idea strampalata di viaggio per il futuro e qualche piano d'azione più concreto per il breve medio periodo. All'una era a letto. Alle due o poco più doveva aver spento la luce, trovando anche il tempo per un po' d'amore e la pagina della staffa. Ora erano le dieci di sabato. Era tempo del suo rituale: due passi fino in centro, un salto all'edicola e poi al bar, in mezzo alla gente ma in un tavolo in disparte e poco rumoroso. Lì avrebbe sfogliato le pagine di Repubblica: uno sguardo veloce ai titoli di politica interna, uno sguardo più attento a costume e cultura e poi la terza dello sport. Era il suo settimanale sorso di epica contemporanea. O almeno così giustificava il tempo che gli dedicava.
Quando arrivò al bar si atteggiò al solito modo. Una vaga aria da telefilm, una certa verve poetica e un fare riflessivo. In realtà però riflessivo lo era solo in parte: molto nel suo fare quotidiano, dal lavoro al tempo libero, poco o nulla nelle sue scelte più profonde scelte che procedevano per lunghe pause e improvvisi slanci. In realtà poi non si sentiva neppure con la vaga aria da telefilm e la verve poetica. Era che lì in un paese dove già Bologna era lontana, bastava poco per avere quell'etichetta. E poi lui si chiamava Maicol, scritto proprio così: pensava che solo chi lo voleva far sembrare lontano da dov'era senza sapere dove mandarlo esattamente poteva dargli un nome di quel genere.
Comunque quel mattino Maicol si sentiva più vicino alle etichette che gli avevano dato di molti altri giorni. Prese il caffè, lo portò al suo tavolo isolato, lo aprì al centro, dove d'abitudine si soffermava di più, e poi, sopra all'esile carta stampata, aggiunse un foglio portato da casa. La ragazza che aveva lasciato ormai un anno prima, di certo più matura ed esperta di lui, gli aveva scritto una lunga riflessione sulla mancanza di poetica nel suo gesto d'addio. A lui così teatrale, retorico ed enfatico veniva rinfacciato un commiato sobrio, sintetico, minimalista. Troppo poco, diceva la lettera. Bisognava ripetere la rappresentazione: non l'intera storia, ma il suo atto conclusivo. Era stata una comunicazione aziendale, mentre dioveva essere una corrida, elegante e drammatica.
Maicol aveva ascoltato storie simili anni prima, ma non era mai stato lui il protagonista. E, come un attore alle prime armi, non riusciva a concentrarsi sul suo copione facendo nel contempo attenzione al resto della scena. Non sapeva se dall'altra parte, chi aveva scritto, era animata da odio, rancore, dolore, senso d'abbandono, volontà di recidere o desiderio di rielaborare. La lettera tra l'altro lo accusava proprio di manifesta incapacità a pensare al rapporto come gioco a due e non come situazione aggiuntiva del proprio io.
Per una volta ancora si sarebbe rassegnato al suo difetto, se tale era: si sarebbe concentrato su se stesso Mentre il caffè si raffreddava e il giornale rimaneva sulla stessa pagina, Maicol sorrise alle proprie radici. Ne aveva di famigliari, di geografiche, di linguistiche e, ora che poteva ricordarsi di dieci anni prima riguardandosi allora già come una persona adulta, aveva anche radici culturali e professionali. Ora quella lettera aggiungeva anche (altre) radici sentimentali. Il suo apparato radicale era sempre più vasto, composito e ramificato. Era come se la sua vita assomigliasse all'albero che per gioco gli avevano fatto disegnare un paio di anni prima.
“Disegna un albero velocemente, senza pensarci troppo” gli avevano detto.
Lui aveva tratteggiato profonde radici, un tronco esile e diritto e una chioma folta e ramificata.
La diagnosi era stata chiara: forte peso del passato, sviluppo senza traumi ma ancora notevole indecisione sul futuro.
Se continuava ad aggiungere altre radici, c'era il serio rischio di diventare un bonsai.
Bevve il caffè freddo e ne ordinò un altro. Non era tempo di speculare sui vizi: ci voleva lucidità. Di certo non avrebbe raccolto l'invito a rivistare le proprie radici sentimentali. Se ogni radice avesse preteso la propria revisione, il proprio futuro sarebbe vissuto con la sola compagnia del passato. Gli serviva piuttostop un luogo. Doveva scegliersi il proprio, più al centro della propria ricca rete di amicizie, più in centro in generale forse. Trasferirsi lì con il suo lavoro, che quello non poteva essere cambiato, perché troppo bello per essere tradito. E solo una volta lì invitare a raccolta le radici vecchie e nuove. Già perché quando ci si muove, si tende a essere più disponibili verso la meta, a volte troppo disponibili, fino al punto di tradirsi per compiacenza. Gli serviva un luogo suo, dove non aver paura di mostrare le proprie quotidiane debolezze.
Quando arrivò al bar si atteggiò al solito modo. Una vaga aria da telefilm, una certa verve poetica e un fare riflessivo. In realtà però riflessivo lo era solo in parte: molto nel suo fare quotidiano, dal lavoro al tempo libero, poco o nulla nelle sue scelte più profonde scelte che procedevano per lunghe pause e improvvisi slanci. In realtà poi non si sentiva neppure con la vaga aria da telefilm e la verve poetica. Era che lì in un paese dove già Bologna era lontana, bastava poco per avere quell'etichetta. E poi lui si chiamava Maicol, scritto proprio così: pensava che solo chi lo voleva far sembrare lontano da dov'era senza sapere dove mandarlo esattamente poteva dargli un nome di quel genere.
Comunque quel mattino Maicol si sentiva più vicino alle etichette che gli avevano dato di molti altri giorni. Prese il caffè, lo portò al suo tavolo isolato, lo aprì al centro, dove d'abitudine si soffermava di più, e poi, sopra all'esile carta stampata, aggiunse un foglio portato da casa. La ragazza che aveva lasciato ormai un anno prima, di certo più matura ed esperta di lui, gli aveva scritto una lunga riflessione sulla mancanza di poetica nel suo gesto d'addio. A lui così teatrale, retorico ed enfatico veniva rinfacciato un commiato sobrio, sintetico, minimalista. Troppo poco, diceva la lettera. Bisognava ripetere la rappresentazione: non l'intera storia, ma il suo atto conclusivo. Era stata una comunicazione aziendale, mentre dioveva essere una corrida, elegante e drammatica.
Maicol aveva ascoltato storie simili anni prima, ma non era mai stato lui il protagonista. E, come un attore alle prime armi, non riusciva a concentrarsi sul suo copione facendo nel contempo attenzione al resto della scena. Non sapeva se dall'altra parte, chi aveva scritto, era animata da odio, rancore, dolore, senso d'abbandono, volontà di recidere o desiderio di rielaborare. La lettera tra l'altro lo accusava proprio di manifesta incapacità a pensare al rapporto come gioco a due e non come situazione aggiuntiva del proprio io.
Per una volta ancora si sarebbe rassegnato al suo difetto, se tale era: si sarebbe concentrato su se stesso Mentre il caffè si raffreddava e il giornale rimaneva sulla stessa pagina, Maicol sorrise alle proprie radici. Ne aveva di famigliari, di geografiche, di linguistiche e, ora che poteva ricordarsi di dieci anni prima riguardandosi allora già come una persona adulta, aveva anche radici culturali e professionali. Ora quella lettera aggiungeva anche (altre) radici sentimentali. Il suo apparato radicale era sempre più vasto, composito e ramificato. Era come se la sua vita assomigliasse all'albero che per gioco gli avevano fatto disegnare un paio di anni prima.
“Disegna un albero velocemente, senza pensarci troppo” gli avevano detto.
Lui aveva tratteggiato profonde radici, un tronco esile e diritto e una chioma folta e ramificata.
La diagnosi era stata chiara: forte peso del passato, sviluppo senza traumi ma ancora notevole indecisione sul futuro.
Se continuava ad aggiungere altre radici, c'era il serio rischio di diventare un bonsai.
Bevve il caffè freddo e ne ordinò un altro. Non era tempo di speculare sui vizi: ci voleva lucidità. Di certo non avrebbe raccolto l'invito a rivistare le proprie radici sentimentali. Se ogni radice avesse preteso la propria revisione, il proprio futuro sarebbe vissuto con la sola compagnia del passato. Gli serviva piuttostop un luogo. Doveva scegliersi il proprio, più al centro della propria ricca rete di amicizie, più in centro in generale forse. Trasferirsi lì con il suo lavoro, che quello non poteva essere cambiato, perché troppo bello per essere tradito. E solo una volta lì invitare a raccolta le radici vecchie e nuove. Già perché quando ci si muove, si tende a essere più disponibili verso la meta, a volte troppo disponibili, fino al punto di tradirsi per compiacenza. Gli serviva un luogo suo, dove non aver paura di mostrare le proprie quotidiane debolezze.
domenica, gennaio 16, 2011
giovedì, gennaio 13, 2011
Tre critiche e la presunzione per accettarle
Tic, tic, tic. Guardo la tastiera e mi immagino il tintinnio veloce dei tasti quando si scrive. Penso a quanto volte ho fatto correre le dita e mi domando quante volte ciò che ne è uscito aveva un senso. Lì per lì lo ha sempre, ma poi il tempo passa e a volte porta con sé giudizi meno pietosi nei propri confronti. Riguardo alcune pagine del passato e le sento vuote o assemblate nella forma sbagliata, qui troppa asciutta, là troppo retorica.
Oggi mi perdo in questi giri di parole, di certo con nessuna originalità, perché, come in concerto senza direttore, più persone, nello stesso tempo, mi hanno invitato a fare di più. Secondo alcuni, anzi, anche ora, scrivendo queste parole qui, starei sprecando energie inutili: energie in banali esercizi di stile per riempire un contenitore virtuale di racconti troppo brevi per avere un'anima. Le mie storie possono offendere perché sono fotografie troppo aderenti di ritagli di realtà troppo piccoli e chi ne è protagonista vi si riconosce raffigurato in modo parziale e impoverito. Le mie storie sarebbero troppo “giornalistiche”: racconti di fatti nella loro meccanica successione, con personaggi spogli della profondità in cui i loro gesti assumono ragion d'essere e umanità. Le mie storie finiscono troppo nitide, come fossero parabole, senza avere nella credibilità del narratore una fiamma sufficiente per scaldare il messaggio.
Il problema non è avere l'umiltà di raccogliere queste critiche. Io stesso, nella lucidità del tempo che si deposita, posso vedere quanto di vero esse contengono. Il problema è avere la capacità per elaborarle senza cadere in una semplice e molto diffusa presunzione. Ciò che le critiche di questi giorni invitano a fare si delinea sempre più nitido: personaggi realistici che creino la loro storia, ispirata dal mondo ma originale rispetto a esso; trame che si sviluppino nell'evolvere dei loro protagonisti, con uomini coerenti o in contraddizione con il loro passato e il loro presente, raccontati con la partecipazione emotiva, la vicinanza o la lontananza, che si riserva a se stessi, a chi si vuol bene o a chi si odia; e ancora conclusioni senza massime, ovvie per i fatti che le hanno precedute o indecifrabili per l'impossibilità di ricondurre a un ordine la materia trattata, nonostante tutti gli sforzi fatti per esplorarla.
Tutto questo in fondo è fare lo scrittore. E allora capirete bene il piccolo tormento del protagonista di questa storia. Ignorare le critiche e proseguire come se nulla fosse. O ascoltarle e pretendere da se stesso di essere uno scrittore, con il rischio della delusione, resa ancora più dolorosa dall'alterigia dimostrata nella propria pretesa iniziale.
Qui è il caso di chiudere la parentesi. Scrivere può essere un ottimo modo per fare ordine nelle proprie idee, ivi compresa l'idea dello scrivere. Però poi bisogna chiudere le porte. Quando si scrive, si scrive soli. Tic, tic, tic.
Oggi mi perdo in questi giri di parole, di certo con nessuna originalità, perché, come in concerto senza direttore, più persone, nello stesso tempo, mi hanno invitato a fare di più. Secondo alcuni, anzi, anche ora, scrivendo queste parole qui, starei sprecando energie inutili: energie in banali esercizi di stile per riempire un contenitore virtuale di racconti troppo brevi per avere un'anima. Le mie storie possono offendere perché sono fotografie troppo aderenti di ritagli di realtà troppo piccoli e chi ne è protagonista vi si riconosce raffigurato in modo parziale e impoverito. Le mie storie sarebbero troppo “giornalistiche”: racconti di fatti nella loro meccanica successione, con personaggi spogli della profondità in cui i loro gesti assumono ragion d'essere e umanità. Le mie storie finiscono troppo nitide, come fossero parabole, senza avere nella credibilità del narratore una fiamma sufficiente per scaldare il messaggio.
Il problema non è avere l'umiltà di raccogliere queste critiche. Io stesso, nella lucidità del tempo che si deposita, posso vedere quanto di vero esse contengono. Il problema è avere la capacità per elaborarle senza cadere in una semplice e molto diffusa presunzione. Ciò che le critiche di questi giorni invitano a fare si delinea sempre più nitido: personaggi realistici che creino la loro storia, ispirata dal mondo ma originale rispetto a esso; trame che si sviluppino nell'evolvere dei loro protagonisti, con uomini coerenti o in contraddizione con il loro passato e il loro presente, raccontati con la partecipazione emotiva, la vicinanza o la lontananza, che si riserva a se stessi, a chi si vuol bene o a chi si odia; e ancora conclusioni senza massime, ovvie per i fatti che le hanno precedute o indecifrabili per l'impossibilità di ricondurre a un ordine la materia trattata, nonostante tutti gli sforzi fatti per esplorarla.
Tutto questo in fondo è fare lo scrittore. E allora capirete bene il piccolo tormento del protagonista di questa storia. Ignorare le critiche e proseguire come se nulla fosse. O ascoltarle e pretendere da se stesso di essere uno scrittore, con il rischio della delusione, resa ancora più dolorosa dall'alterigia dimostrata nella propria pretesa iniziale.
Qui è il caso di chiudere la parentesi. Scrivere può essere un ottimo modo per fare ordine nelle proprie idee, ivi compresa l'idea dello scrivere. Però poi bisogna chiudere le porte. Quando si scrive, si scrive soli. Tic, tic, tic.
martedì, gennaio 11, 2011
Con la vista di un Dio un attimo prima del sonno
Vorrei vivere 24 ore al giorno con la lucidità del momento che anticipa il sonno. Sono sicuro che sia capitato anche a voi: d'inverno, con le coperte che sembrano proteggervi dal mondo intero, scivolare piano piano verso il sonno pieno e, pochi attimi prima di cedere a esso, rivivere gli eventi vicini e lontani e vedere di fronte a voi, nitide, le cose che dovete fare per comporre al meglio, per voi e per gli altri, il mosaico dei vostri giorni a venire. Al momento sembra tutto così ovvio e, in onestà, credo davvero che lo sia: uno, due, tre e il gioco è fatto. Solo che lì per lì il sonno ormai vi attanaglia: allora, soddisfatti per l'intuizione appena avuta, rimandate tutto al giorno dopo. “Appena mi sveglio – vi ri-promettete – mi annoto tutto”. Ma il giorno dopo, nulla, niente, vi tormentate le meningi per recuperare quei pochi, semplici pensieri, ma invano: andati, persi, intrappolati chissà dove. Secondo me quei bastardi riemergeranno tutti in una volta solo alla fine, per farci ripercorrere, con il canonico amaro in bocca, tutto quello che sarebbe dovuto essere, ma, per colpa nostra e nulla più, non è stato.
Ieri sera, per esempio. Ricordo, già un po' sonnacchioso, di aver chiuso le pagine di Jorge Amado, perché i miei pensieri mi sembravano infinitamente più interessanti. E non perché Amado fosse noioso, ma perché proprio mi pareva di aver trovato la quadratura del cerchio, la grande teoria in cui avrei potuto ricondurre in un unico affresco amori abbandonati, amanti renitenti, parenti trascurati, colleghi delusi, amici offesi e tanto, tanto altro ancora. Ero assolutamente sicuro di raccontarmi tutta la verità, senza nessuna autocensura a fin di bene per la mia coscienza, e che la verità, amichevole come non mai, mi spiegasse, tra una birra e un peperoncino farcito, il sentiero da tenere per imboccare la retta via.
Figuratevi che avevo trovato anche le battute giuste per restare vicino all'amore del momento. Era come se mi ci vedessi sotto le coperte di quel recente pomeriggio di inverno: io, il simpatico cagnetto e, appunto, l'amore del momento. Da un lato, il mio lato, la voglia di dare, ricevere, pretendere e ricambiare, ma non promettere: per evitare, nel dubbio, il bivio tra il tutto e il niente a cui le promesse portano. Dall'altro lato, il lato dell'amore del momento, la curiosità ritrovata e una profondità appena sfiorata e tutta da esplorare, ma anche il desiderio di essere venerato, unico e perfetto, in un futuro certo e senza fine.
Tra quegli sguardi d'intesa che chiedevano rinunce senza rimpianti, il dialogo, scarno, diceva tutto.
“Andrai a camminare domani?”.
“Sì”.
“Davvero? Non me l'avevi detto. Pensavo di aprirmi. E allora non lo farò”.
Pochi giorni dopo quel momento, lì nel letto, solo, prima di addormentarmi, ero sicuro di aver trovato il proseguimento ideale di quel dialogo. Scorreva così bene e dopo di esso tutto era così fluido. Io volavo leggero, senza il peso delle promesse. E l'amore del momento mi seguiva per aria volteggiando con me senza paura di precipitare nel baratro di un futuro troncato.
Con le palpebre che scendevano e il libro di Amado che dondolava nelle mani mi dissi, questa volta sicuro al cento per cento, che il giorno dopo, appena sveglio, mi sarei annotato quelle parole brillanti che, come la vista di Dio, richiudevano passato e futuro nella perfezione di un attimo eterno. Il giorno dopo fui di parola. Apriii le virgolette sul bloc notes come chi si appresta a riportare la frase esatta di un discorso seguito senza interferenze. Ma la penna si fermò lì come al solito, le parole udite la sera prima del sonno non c'erano più.
Non ci diedi neppure troppo peso. Come i giorni prima, come molte altre persone, come forse tutte, iniziai la mia giornata così come avevo iniziato la precendente: con qualche dubbio, un po' di senso di colpa e alcune speranze.
Ieri sera, per esempio. Ricordo, già un po' sonnacchioso, di aver chiuso le pagine di Jorge Amado, perché i miei pensieri mi sembravano infinitamente più interessanti. E non perché Amado fosse noioso, ma perché proprio mi pareva di aver trovato la quadratura del cerchio, la grande teoria in cui avrei potuto ricondurre in un unico affresco amori abbandonati, amanti renitenti, parenti trascurati, colleghi delusi, amici offesi e tanto, tanto altro ancora. Ero assolutamente sicuro di raccontarmi tutta la verità, senza nessuna autocensura a fin di bene per la mia coscienza, e che la verità, amichevole come non mai, mi spiegasse, tra una birra e un peperoncino farcito, il sentiero da tenere per imboccare la retta via.
Figuratevi che avevo trovato anche le battute giuste per restare vicino all'amore del momento. Era come se mi ci vedessi sotto le coperte di quel recente pomeriggio di inverno: io, il simpatico cagnetto e, appunto, l'amore del momento. Da un lato, il mio lato, la voglia di dare, ricevere, pretendere e ricambiare, ma non promettere: per evitare, nel dubbio, il bivio tra il tutto e il niente a cui le promesse portano. Dall'altro lato, il lato dell'amore del momento, la curiosità ritrovata e una profondità appena sfiorata e tutta da esplorare, ma anche il desiderio di essere venerato, unico e perfetto, in un futuro certo e senza fine.
Tra quegli sguardi d'intesa che chiedevano rinunce senza rimpianti, il dialogo, scarno, diceva tutto.
“Andrai a camminare domani?”.
“Sì”.
“Davvero? Non me l'avevi detto. Pensavo di aprirmi. E allora non lo farò”.
Pochi giorni dopo quel momento, lì nel letto, solo, prima di addormentarmi, ero sicuro di aver trovato il proseguimento ideale di quel dialogo. Scorreva così bene e dopo di esso tutto era così fluido. Io volavo leggero, senza il peso delle promesse. E l'amore del momento mi seguiva per aria volteggiando con me senza paura di precipitare nel baratro di un futuro troncato.
Con le palpebre che scendevano e il libro di Amado che dondolava nelle mani mi dissi, questa volta sicuro al cento per cento, che il giorno dopo, appena sveglio, mi sarei annotato quelle parole brillanti che, come la vista di Dio, richiudevano passato e futuro nella perfezione di un attimo eterno. Il giorno dopo fui di parola. Apriii le virgolette sul bloc notes come chi si appresta a riportare la frase esatta di un discorso seguito senza interferenze. Ma la penna si fermò lì come al solito, le parole udite la sera prima del sonno non c'erano più.
Non ci diedi neppure troppo peso. Come i giorni prima, come molte altre persone, come forse tutte, iniziai la mia giornata così come avevo iniziato la precendente: con qualche dubbio, un po' di senso di colpa e alcune speranze.
domenica, gennaio 09, 2011
lunedì, gennaio 03, 2011
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