mercoledì, agosto 15, 2012

Una sera su una terrazza nove anni dopo

“Non mi do neppure pena per l'efficienza di un dipendente” disse lei rivedendo lui nove anni più tardi su una terrazza di una città di provincia. “Basta che una finanziaria decida di scomporre un'azienda e rivenderla, per bruciare in attimo più di quanto centinaia di persone efficienti possano riuscire a costruire in una vita”.
“E' vero, ma ciò nonostante, non si può tralasciare la responsabilità individuale - rispose lui -. Non è il costo infinitesimale del dipendente il danno, ma il tradimento al servizio che si deve svolgere. Non è una questione di saper fare o di fare in fretta, ma di farsi carico del problema altrui, di alleviarne il peso, talvolta rimuoverlo. Specie nel settore pubblico, è fondamentale difendere dal tradimento questa vocazione primaria, pena il legittimare, per la stupidità di pochi, la voce di chi accusa il pubblico come forma di intervento”.

Il tempo passato aveva depositato memoria in entrambi. Non ancora abbastanza per allontanare i periodi precedenti in un tempo ideale, ma già a sufficienza per avere ricordi coscienti, ricordi adulti, di tante scelte, della loro genesi, delle loro conseguenze. In lei, il compromesso si era infine fatto spazio: la quotidianità era un costante esercizio per affrontare il lavoro senza trascurarlo e nel contempo conservare le forze per cercare altro e abbandonarlo senza rimpianti. In lui, la familiarità con le dinamiche della politica aveva acuito la sua abilità nel districarne l'intreccio, ma d'altro canto aveva rafforzato il desiderio di lasciare la parte più complessa di sé lontana da lì, pronta per cambiare il mondo come la sua amica desiderava anni prima. Entrambi, poi, erano stati costretti a perdere: sapevano che non potevano tutto. Così come però sapevano di potere molto, quando riuscivano a non distrarsi, a non cedere alla stanchezza, a dare veramente importanza a un obiettivo. E così per entrambi restava un po' di amaro in bocca se nell'incerta ricerca di un posto nel mondo o di un'alternativa a esso, finivano per arenarsi in entrambe le direzioni, esausti.

Lei aveva appena avanzato un progetto di ricerca per ritornare nell'amato cuore teorico e sociale del mondo, lui era in dubbio se intraprendere un periodo di studio per ripartire più agguerrito nella caccia di un lavoro altrove.
“Ma vorrei camminare attraverso il Mediterraneo - disse lei – ti piacerebbe venire con me?”.
“Lungo quale percorso?” valutò lui, pensando alla partenza.

Sul tavolo c'erano bottiglie di vino e di whisky e l'ora tornava finalmente a farsi tarda.

domenica, luglio 22, 2012

Né al centro, né agli estremi


Mi capita spesso di pensare che la mia vita sia più indistinta di molte altre. I giornali raccontano percorsi nitidi ed estremi che si condensano in uno slogan. C'è il grande sportivo che riassume il senso di mesi di allenamenti e rinunce in un traguardo tagliato di fronte al mondo. Oppure c'è l'artista debole che si consuma fatalmente nelle sue esplorazioni ai confini dei sensi. Il significato del sacrificio di entrambi è facile da riassumere. Così come la tenacia di chi si attesta silenziosamente al centro: una routine accettata con pacatezza in cui la gioia sincera per una cena cucinata da cima a fondo agli amici riempie il vuoto lasciato da grandi slanci, che non arriveranno mai, né a gettare luce, ma neppure a creare inquietudine.

Io invece mi sento un pendolo in costante oscillazione, senza un suo equilibrio. Riesco a vivere la quiete di ogni giorno solo come pausa per una nuova pagina da esplorare e se questa tarda sono io stesso con la mia inquietudine a turbare le acque, a rimescolarle forzosamente, insofferente verso un'attesa prolungata. D'altro canto però lascio il centro senza la tenacia che consente ai grandi uomini di attestarsi all'estremo. Sento il fascino del bagaglio leggero, della vita selvaggia di un nomade, ma poi in ogni altrove e in ogni tempo finisco per proiettare qualcosa da costruire o qualcuno da diventare: lo zaino resta in fondo alla stanza e tutto attorno vi cresce il gomitolo di relazioni del mondo. Pazientemente occorrerebbe conviverci con queste relazioni, modificarle, scalarle, reciderle, concentrarsi su un unico obiettivo, puntarlo senza incertezze, contro il vento e contro le maree. Ma una volta tracciata la rotta, raggiunte le correnti dell'oceano dove i grandi velieri si contendono lo spazio, spiagge calme, baie quiete fanno sentire il loro richiamo e insinuano il dubbio nella mano che regge il timone.

Non c'è continuità tra ciò che accade prima e ciò che segue, non c'è consonanza tra ciò che accade fuori e ciò che accade nella mente.

giovedì, luglio 12, 2012

La quarta via

Per legge non dovrebbe mai durare troppo, estendersi, ripetersi, farsi assoluta. Ma chi la possiede ne fa spesso una ragion d'essere, ne argina le perdite, la vuole perpetrare e la fonda su basi profonde. E' detestabile, ma finora imprescindibile. L'unica che produce effetti a lungo termine è quella che dura poco e si fonda sulla conoscenza, ma la più facile a ottenere è quella che promette a breve e si circonda di conoscenze. Chi la costruisce spesso travalica le regole, ma chi la osteggia sprofonda in un conflitto ideologico e chi presume di ignorarla viene eclissato dalla storia o, peggio, travolto da essa. E' quasi sempre ovvio dove eccede, ma quasi mai il modo legittimo di evidenziarlo. E' invocata nel bisogno, ma fuori di esso pochi ne sentono ancora la necessità.

Vorrei poter conoscere meglio l'autorità da chi non la cerca, da chi non l'ha combattuta e da chi non l'ha evitata coscientemente. Ma la ricerca non trova approdo, né io potrò darne a chi tenterà di solcare lo stesso mare.

domenica, giugno 17, 2012

Trame di incerta consistenza sulla piazza

Già da qualche minuto era seduto a guardare la piazza della sua città. Non osservava né gli edifici né le persone che la attraversavano. I suoi occhi erano concentrati su una fitta rete di trame invisibili a cui non riusciva a dare con certezza una consistenza: era una trama vera, che esisteva, con cui si doveva confrontare, o era solo una proiezione della sua mente, del suo modo di vedere il mondo?

Ne aveva parlato molto e letto altrettanto, ma né le parole udite né quelle scritte, che in quel momento cercava di richiamare a raccolta, riuscivano a dirgli se quelle fitte trame fronte lui – i legami di responsabilità che lo legavano a molti dei presenti – erano qualcosa di serio e tangibile o una cervellotica superfetazione di un io troppo sociale per essere indipendente. Avrebbe voluto alzarsi e correre contro quelle strisce che collegavano case e persone, date ed eventi, passato e ricadute future, ma, come sfingi, quelle sarebbero rimaste lì e, finita la corsa, avrebbero continuato a lasciare incerta la natura della loro esistenza.

Sotto quel reticolo mancava l'aria, non vi poteva restare troppo a lungo. Sentiva, in tal senso, ogni riga come un laccio che limitava i propri movimenti e allora, volentieri, avrebbe voluto rompere tutto, recidere quella nube sociale tra sé e il mondo. Dall'altro lato, però, sentiva che nello sforzo di passare delicato in mezzo ai quei fili, nel tentativo di non urtarli mai, si nascondeva parte del suo fascino: quei fili, si era resa conto, esistevano un po' per tutti, e molti si affidavano a lui, che così lucidamente li vedeva, per attraversarli indenni, sentirsi protetti dagli attriti delle relazioni tra uomini.

Era possibile conservare quella lucidità che aiutava gli altri senza restarne in prima persona intrappolati? O l'unico modo per sopravvivere a quelle maglie, che nascevano a ogni “no” che non si aveva avuto il coraggio di dire, era lasciare ogni volta il luogo ove il gomitolo era troppo fitto?

mercoledì, maggio 30, 2012

Il cammino ritrovato

(pubblicato in AmbienteInFormazione di Maggio 2012)

“Questo cammino ha coinciso con un momento di crisi lavorativa nel campo del restauro e con il corso da guida ambientale escursionistica che, proprio in quel momento, ho deciso di frequentare presso l'istituto Esedra di Lucca, dando seguito a oltre venticinque anni di montagne vissute per passione. Era il momento per fare questo cammino”. Nino Guidi, restauratore di lungo corso, guida di recente abilitazione, motiva così il cammino da Munkathvera a Roma sulle orme dell'abate Bergsson che intraprenderà per cinque mesi, a partire dal prossimo 18 giugno, quando da Bologna volerà verso Keflavik. “Incontrerò il vescovo di Reykjavik – spiega Guidi – e l'associazione degli italiani che risiedono in Islanda, poi, dopo due mini trekking nella zona, mi sposterò a nord, fino ad Akureyri, vicino all'abbazia di Munkathvera, residenza dell'abate Bergsson. Da lì, con un cammino di quindici giorni e 490 km fino al porto di Seyoisfjordur, nel nord-est, inizierò davvero a seguire le orme del pellegrinaggio compiuto nel 1100 dal religioso islandese”.

Il percorso, descritto da Bergsson in un documento latino tradotto in italiano nel 1944 da Magoon, è lacunoso nella parte più a nord: dagli scritti si legge solo che dal porto di Seyoisfjordur, il religioso navigò fino alla cittadina norvegese di Bergen, da cui poi, sempre in nave, raggiunse Hirtshalls in Danimarca. Dalla penisola danese in poi, invece, la descrizione si fa più attenta e puntuale e, seguendo i nomi delle città attraversate, si traccia una linea che attraversa la Danimarca, la Germania occidentale – circa a metà strada tra il percorso francigeno a ovest e quello romeo a est –, la Svizzera fino al Gran San Bernardo. Da questo valico in avanti i passi di Bergsson si uniscono a quelli propri della Francigena fino a Roma, prima meta dell'abate che poi proseguì ancora fino a Gerusalemme. “Mi intriga capire – spiega Guidi – le ragioni che in un tempo così lontano, senza alcun equipaggiamento tecnico, spinsero un uomo a intraprendere un viaggio così lungo. E' anche per questo che, dopo aver utilizzato gli scritti dell'abate Bergsson per preparare il saggio finale del mio corso da guida, ho deciso ripetere personalmente il suo tracciato. Lo seguirò nel segmento islandese, per quanto possibile stante le scarse descrizioni disponibili, e poi lo seguirò di nuovo in maniera più attendibile e completa nei circa 3500 Km che congiungono la Danimarca a Roma, dove conto di arrivare verso la fine di ottobre”.

Sulla strada di Bergsson con Guidi ci saranno per lunghi tratti altri tre compagni di viaggio, conosciuti durante camminate precedenti. Il milanese Giovanni Mercandalli, la romana Lucia Giannotta e la futura guida della regione Marche Patrizio Pacitti. Nel tratto di cammino in Germania, Guidi sarà poi accompagnato dai pellegrini tedeschi afferenti all'Associazione Via Francigena e a quelli dell'Associazione Romweg costituitasi lunga la via Romea di Stade. Dalle tappe danesi fino a Roma, di cui il calendario sarà aggiornato dinamicamente su www.montagnedilegami.it, chiunque potrà mettersi lo zaino in spalla per seguire per qualche tappa del percorso la guida toscana.

I luoghi e le persone conosciuti nei suoi cinque mesi di marcia saranno descritti da Guidi attraverso un blog ospitato dal sito di www.repubblica.it, vetrina nazionale affiancata a quelle toscane offerte da Il Tirreno e da Toscana Oggi. Guidi scatterà poi una selezione di immagini per Scarpa, sponsor tecnico del pellegrinaggio assieme ad Abiogen, Elleffe, Colortecnica. Oltre a queste imprese provate, a sostegno del progetto si è inoltre mossa anche una rete di piccole donazioni recuperate via Web, attraverso il crowd funding, fino a coinvolgere persone residenti in Argentina.

“Da questa esperienza – conclude Nino Guidi – conto di maturare l'esperienza per poter riproporre alcuni segmenti del percorso ad altri camminatori, utilizzando la direttrice come motivazione per conoscere a piedi tutta la zona attraversata. Più in generale, però, vorrei che questo cammino diventasse per altri ciò che è già diventato per me. Un'occasione per rilanciarsi, lasciare chiarire le idee e allontanarsi un po' dai numeri che troppo spesso ci circondano. Penso per esempio a fotografi o disegnatori che magari faticano a trovare un impiego: sulla strada, scattando e disegnando, possono trovare materiale per una mostra, e, senza un obiettivo prefissato, aggiungere un complemento importante alla loro attività canonica”.

domenica, maggio 20, 2012

Soglie

Gli occhi erano fissi sul lampadario che continuava a oscillare. Poi la terrà tremò di nuovo e la donna si abbandonò infine all'istinto di fuggire. Si vestì attraversando le stanze che contenevano le ricevute del lavoro, le parrucche delle feste d'adolescente, le foto di viaggio di una vita, il computer, i vestiti. Da un piccolo cassetto nascosto raccolse un piccolo gioiello della nonna, dal comodino un collier e dalla tavola in sala un film di Truffaut preso a noleggio pochi giorni prima. Mise tutto in borsa e, carica solo di quei ricordi, corse fuori dalla casa tremolante che stava per sommergere tutti gli altri.

A qualche centinaio di chilometri intanto un uomo stava incamminandosi a passi lenti verso la sua prova. Respirava attorno all'isolato come un centometrista fermo ai blocchi, lentamente per liberare il pensiero. Aveva lasciato in auto lo zaino, i libri, gli appunti, i documenti inutili. Con lui restava solo una piccola bambolina scaccia pensieri regalatagli anni prima da una persona che non vedeva più da tempo. Prese la piccola statuina in legno nella mano destra e con la sinistra cliccò il bottone per salire al piano ed entrare nell'aula dell'esame.

domenica, maggio 13, 2012

L'uomo che non leggeva più romanzi

Giampiero entrò nel caffè e scelse un tavolino laterale, raccolto tra due panche e la parete. Vi si sedette e attese il cameriere in livrea per ordinare il miglior whisky alla carta.
“Viene dall'Indocina?” gli chiese dopo aver scambiato diverse battute sui distillati disponibili.
“Vietnam, signore” rispose l'uomo di sala.
“Ci sono stato tre anni fa – disse allora Giampiero con il viso sorridente – magari ci siamo già incontrati anche là. Di dov'è?”.
“Un piccolo villaggio al nord signore. Non vi rientro da 37 anni. Sono arrivato in Italia come rifugiato politico. Il mio passaporto mi permette di andare ovunque nel mondo salvo che a casa”.
“Mi scuso, non volevo toccare un tasto così delicato”.
“Non è nulla. La mia vita è qui e non rimpiango quella che ho abbandonato” disse l'omino dai tratti asiatici allontanandosi educatamente-

Rimasto solo, Giampiero annusò il distillato ambrato che lasciava salire i suoi profumi sedimentati nel tempo. L'aveva preso invecchiato dieci anni, esattamente il tempo che era trascorso dalla lettura dell'ultimo romanzo. Dieci anni prima, poco più che cinquantenne aveva sfogliato le ultime pagine di narrativa: un'anonima raccolta di racconti prodotta a margine di un concorso letterario. Poi più nulla. Si era promesso di dedicare la sua attenzione solo a saggi rivolti al futuro: a disegnare l'orizzonte politico e tecnologico che avrebbe determinato l'evolvere dei gruppi umani e la loro geopolitica. In quel momento aveva disinnescato gli ultimi sogni sull'animo umano e le relazioni internazionali gli erano sembrate, con logico realismo, i soli elementi utili alla riflessione.

Non aveva rinnegato le migliaia di pagine lette prima di quella decisione. Solo che, più la vita lo attraversava, più i rapporti tra le persone e tra le persone e i loro stessi pensieri, gli sembravano prevedibili. Aveva vissuto in due nazioni, parlava correntemente tre lingue, aveva due case nel cuore della società, una famiglia piena di ramificazioni, protagonismo politico e un numero di conoscenti che cresceva più velocemente di quanto desiderasse. Dopo pochi istanti di fronte a una persona, ne poteva raccontare la biografia con temibile precisione. I romanzi raccontavano storie che lui riusciva già a leggere da solo nell'esperienza. Avrebbe dunque letto quei testi solo per trovare conferma a quello che già conosceva o intuiva. Ma lui non era quel genere di lettore. Per lui il tempo non era un cerchio da analizzare a ogni giro ma una linea di cui bisognava prevedere l'andamento.

Bevve allora il primo sorso dal suo bicchiere. Voleva brindare a quei dieci anni spesi senza tempo perduto. E lo voleva fare solo, perché, confrontandosi con altri, magari dovendosi giustificare, avrebbe dovuto perdersi in discussioni prevedibili.

Allungò un altro sorso. Tenersi lontano da fiumi di parole, che già sapeva essere sterili, era la forma di libertà più preziosa che si era saputo regalare.

lunedì, aprile 30, 2012

La chitarra, la voce e il piacere del rientro

Le note dei Rolling Stones coprono il rumore dei motori mentre l'aereo si allontana da terra. E' un motivo di voce e chitarra, la storia di un uomo solitario che cammina come nei film, solo tra la polvere verso il tramonto. Un biglietto della metropolitana accartocciato nella tasca resta l'unica traccia fisica della città lasciata. Amori, vini, sorrisi, intese, piccoli contrasti, prospettive consumati tra le vie hanno più solo la consistenza del ricordo. Neanche quando è piacevole il presente può ripetersi per sempre. Un aereo, un treno, un bus, un'auto che partono, d'un tratto lo chiamano passato.

Con la voce e la chitarra nelle orecchie, con il biglietto arrotolato nelle mani, un sorriso si fa spazio sul viso. Bisogna nasconderlo un po' perché il vicino che non ti conosce potrebbe non capire. Capire il piacere leggero di un luogo appena lasciato, di una parentesi di vita appena terminata. Là dietro, entrambi, la vita e il luogo, sembrano così ordinati, così inevitabili e gustosamente ovvi e familiari, così certi. Come chi scrive quando termina una frase: finalmente quella esiste, scorre amica, e si può infine lasciare la tensione a cui ci si era costretti per non perdere il pensiero mentre nasceva. Eravate così ansiosi di arrivare che non potevate godervi ogni parola e ogni luogo, ogni sillaba e ogni persona. Ora invece li avete in mano: nessuno più potrà privarvene.

Peccato per la mamma che con voce stridula, nel seggiolino di dietro, chiede al suo bambino che lezioni avrà a scuola il giorno dopo. Toglie al piccolo il gusto del rientro. Quello domani avrà alle spalle un altro luogo pieno di ricordi, che forse avrà paura a rivedere. E un'altra frase da iniziare, con la paura di perdere le parole.

martedì, aprile 10, 2012

La pausa

“Su questa cima, qualche anno fa, ho trascorso una delle mie prime notti all'aperto tra un giorno di cammino e l'altro. Era un bel periodo. Lo zaino era come uno scudo: quando lo mettevo sulla schiena passato e futuro si allontanavano, restava solo il presente, riflesso in un bicchiere di vino rosso e in una fiamma oscillante”. L'uomo che aveva parlato si era rivolto all'amico con una leggera malinconia. Era seduto nello stesso luogo in cui erano ambientati i suoi ricordi, ma il dialogo con il paesaggio non era più quello di un tempo: su boschi, valli e crinali si proiettava sempre l'ombra di progetti e piccoli rimpianti. Tra allora e oggi non era successo nulla di drammatico o di rivoluzionario: c'era stato solo un lento fluire, che però sembrava aver lasciato un po' di sabbia sul fondo, come un fiume in pianura.

“Resta pur sempre una pausa” ribatté il compagno, che aveva percepito la nostalgia di chi gli stava accanto. “Sei ancora in grado di sentire il bisogno di salire fino a qui e parlare a lungo con un paesaggio silenzioso, che non inganna le tue paure con messaggi, rumori, grandi numeri. Sei ancora in grado di prenderti una pausa e godertela”.

“Mi posso ancora prendere una pausa, è vero, ma forse non riesco più a godermela. Forse è proprio questo il punto. Sono cresciuto troppo per non sapere che prima o poi qualcuno, o peggio ancora te stesso, ti rinfaccerà la pausa che ti sei preso”.

Il vento si portò via subito quella frase, ma il suo eco restò tra i due seduti sulla cima. Neanche chi prima aveva replicato alla malinconia sembrava infatti capace di sfuggire a una sentenza che, con meno onestà, anche lui aveva già intuito da tempo. Il pensiero cercava una via di fuga in situazioni che suggerissero conclusioni diverse: un gruppo di amici che tirava a tardi, una famiglia che si riuniva per una grigliata all'aperto, un genitore che accompagnava il figlio alla cerimonia di laurea. Ma nessuna di queste situazioni era davvero al sicuro dal pericolo che la frase dell'amico aveva svelato: tempo dopo quei momenti potevano essere rimpianti per non essere stati dedicati ad altro.

L'autore della sentenza aveva seguito il flusso di pensiero del suo interlocutore. Vicini, in silenzio, lontano dal mondo, è difficile nascondersi davvero. “Qualcuno può davvero godersi le sue pause – disse quindi riprendendo quel filo silenzioso –, godersele anche a lungo, ma non noi. Io e te è come se vivessimo sempre sdoppiati in due. Una parte di noi agisce e un'altra ci guarda, cerca l'origine di ciò che facciamo nel passato e ne proietta nel futuro le conseguenze. E' un dialogo che può regalarci anche molto, perché una delle voci sarà sempre lì a suggerirci di fare di più, di meglio o di diverso. Ma l'essere, così facendo, sarà sempre preda del divenire e la quiete, quella che ti consente di specchiare il presente in un bicchiere di vino, sarà privilegio raro”.

“Tornerai di nuovo quassù?” chiese allora chi ascoltava.

“Sì – fu la risposta a sorpresa – fosse anche per inseguire un ricordo, continuerò. Voglio restare vicino ai miei ricordi ed essere pronto a riabbracciarli appieno alla prima occasione utile. Sono troppo vecchio per pensare che una delle due voci abbia veramente ragione. E non vorrei che alla fine il rimpianto più grande diventasse davvero la rinuncia a queste pause”.

E' sempre piacevole lasciarsi con l'intenzione di rifare ciò che si è appena condiviso. Allora i due amici ne approfittarono per conservare quel piacere intatto e, senza aggiungere altro, si incamminarono sulla strada del rientro.

domenica, marzo 04, 2012

L'emergenza troppo breve

Fuori era notte inoltrata: sulle strade poche auto, nell'aria solo i rumori di qualche ubriaco che usciva dalle discoteche. La luce all'ultimo piano della palazzina però era ancora accesa. Dentro un tavolo disordinato: mappe e faldoni mescolati a cartoni di pizza e bicchieri di rum. Qua e là, sulle carte, le macchie rosso chiaro del pomodoro e quelle di colore più intenso lasciate da gocce di vino. Il grande monitor all'angolo proiettava le immagini di un vecchio film western. Erano scene senza trama, legate da un filo sottile, la cui ricerca impegnava tutti i membri del comitato, seduti disordinatamente attorno al tavolo.

Le cinque persone lì raccolte erano l'ultimo avamposto nella notte lasciato operativo dall'emergenza di una settimana intera. Le condizioni meteo erano state buone fino a quel mattino, ma le previsioni avevano da sole montato l'allerta. Erano attesi molti centimetri di neve e l'intera viabilità, la rete elettrica, quella idrica, potevano essere a rischio collasso. Le previsioni avevano circolato tra gli uffici generando reazioni diverse: alcuni ne avevano fatto un oscuro presagio, cercando di anticiparne ogni effetto, simulandone la massima magnitudine. Altri invece ne avevano ridotto l'eco, manifestando un distacco che a alcuni distendeva e a alcuni altri irritava. Tra le due compagini erano anche sorti momenti di attrito, che in più di un'occasione erano diventati veri e propri conflitti, condotti su binari autonomi, di più lungo corso probabilmente, che forse neppure partivano dalle previsioni meteorologiche.

Quella notte, attorno al comitato, il maltempo era infine arrivato. I centimetri di neve aumentavano veloci, qualche soffitto cedeva al loro peso, le strade più periferiche restavano chiuse. A tratti chi tentava invano di aprirle chiamava il comitato con il tono della tragedia: sembrava quasi che ci fosse una guerra in atto e che quella strada persa fosse un avamposto decisivo. Persone il controllo, il peggio poteva avvenire.

Nella stanza dove era riunito il comitato però il dubbio restava. La tempesta non aveva ancora svelato appieno la sua identità. Poteva essere una vera emergenza, ma nulla di veramente epocale ancora era accaduto e più le ore passavano più piccola era la probabilità che accadesse. L'attesa confondeva le idee, generava un flusso di adrenalina che non trovava sempre sfogo. Qualcosa doveva succedere, era probabile, ma non avveniva. Allora lo si provocava, quasi a sfidarlo, o meglio a dimostrare al mondo che si era pronti nel caso qualcosa infine avvenisse. Un elicottero decollava, carico solo di un sacco di mandarini per un eremita vegetariano. L'esercito muoveva i mezzi anfibi per un sopralluogo al giardino dove i bambini facevano a palle di neve. Le forze dell'ordine vigilavano gli incroci deserti per evitare che i fantasmi vi si mettessero in marcia. I membri del comitato restavano all'erta, ma più il tempo passava, più la loro veglia attenta assumeva i contorni di una farsa. Di autentico restavano solo i momenti in cui, sfiancati dalle ore, lasciavano filtrare fuori dalle loro maschere di colleghi ciò che erano abitualmente al di fuori di esse.

L'attesa nella notte fu lunga, ma non a sufficienza. Quando il telefonò ritornò a squillare al mattino, il vecchio film western senza trama proiettato nello schermo all'angolo non era ancora finito. L'attesa dell'emergenza era stata troppo breve per capire se quel topolino abbagliato dalla luce nei primi fotogrammi era davvero l'allegoria di tutto ciò che era successo dopo. Ma la normalità è così: quasi mai mantiene le promesse dell'urgenza.

domenica, gennaio 15, 2012

L'india di cui non vi parlerò troppo (4) Alla ricerca della propria Bombay quotidiana

Madras, 9 gennaio 2012

L'ultima sera ritorna il senso di responsabilità. Riaffiorano i legami con il proprio centro: la leggerezza con cui alcuni li spezzano e li riallacciano, il fardello che si portano indietro altri nel tentativo di mettervi ordine.

Si rientra in questa galassia di simboli dopo un viaggio molto lontano, che non è immediato motivare. C'è stato un paesaggio nuovo, ma non era l'unico ancora sconosciuto e più vicino altri si sarebbero distinti per maggiore cura dei dettagli, più vitalità artistica, maggiore impatto. C'è stato un viaggio narrativo – Foster, Naipaul, Pasolini, Hesse – che ha aperto piccole feritoie su un'altra civiltà, ma quei libri si potevano leggere anche in una biblioteca italiana.

Il cuore del viaggio si riduce a un percorso più materiale, alla soddisfazione di alcuni bisogni materiali di solito scontati: la ricerca di un luogo, di un tetto sotto cui dormire al suo interno, di un cibo da avvicinare con circospezione, di una comunicazione con l'altro da costruire su basi nuove, più a gesti che a parole. Coscientemente si riducono i comfort, si snelliscono i rituali quotidiani, si costringe il corpo a sudare il caldo prolungato di un interminabile viaggio in treno o a reagire al freddo di un viaggio in tuc-tuc al mattino con qualche linea di febbre. Coscientemente ancora, si percorrono strade decadenti: delimitate da edifici sgretolati, ingombrate da persone stese ai lati, attraversate da fili penduli e inquinate da centinaia di mezzi diversi. Una strada così non si contempla. Si impara ad attraversarla. Si cerca di capire se è quella giusta, senza poter contare su un cartello. E allora si cercano indizi sulla mappa, riscontri nei ricordi dei giorni precedenti, ci si inventa un dialogo con un indiano sorridente e disponibile. Si sorride all'errore, ma con la consapevolezza che è tutto vero e non è il caso di sbagliare troppo. Adrenalina.

Gli stimoli dell'India tra poche ore saranno alle spalle. Ci saranno però presto nuove città, nuove valli. Anche molte di queste non avranno forti motivi per essere avvicinate. Nessuna particolare attrazione. Proprio per questo avranno poche indicazioni per i visitatori, saranno descritte da cartine poco dettagliate. Sarà facile perdersi. E allora, anche lì a pochi chilometri da casa, si guarderà la mappa con gli amici, si interpellerà il fornaio per cercare l'imbocco di una mulattiera e, dopo aver rischiato davvero di fare troppo tardi, di sera si cementerà l'avventura con un calice di birra.

E' un po' come cercare la propria Bombay quotidiana. Non è poi così surreale.

L'india di cui non vi parlerò troppo (3) Kanyakumari: l'alba alla fine del mondo

5 Gennaio 2012

Fa già caldo, è umido, ma alle cinque è ancora buio a Kanyakumari, il punto più a sud dell'India, quello dove ogni mattina il continente saluta l'incontro di tre mari: le acque del sud, le acque del golfo d'Arabia e quelle del golfo del Bengala. Oltre la statua che domina l'estrema propaggine del promontorio non c'è più terra, fino al polo sud, nell'altro emisfero.

Gli ultimi minuti della notte tropico-equatoriale sono rotti dalle voci di una folla in marcia. Accade ogni alba. Dal centro del paese, centinaia di persone scendono verso i bastioni che si affacciano al mare. Parlano, ridono, scherzano, comprano, si lavano, fanno rumore. Si accalcano tutti sull'ultimo lembo di terra, poche centinaia di metri che col favore del buio si preparano a presentarsi al nuovo giorno come uno stadio. La luce illumina quella folla dal mare, con i raggi che sfuggono alle nuvole all'orizzonte. E la folla ricambia il saluto con boati a festa. Chi strattona il vicino, chi prende il figlio in spalla, chi cerca un centimetro per sedersi, chi scatta una fotografia, chi due, chi tre, chi chiede di scattarla al vicino.

L'uomo indiano che si alza al mattino per salutare il sole non è un solitario tenebroso alla ricerca di raccoglimento. E' una folla in marcia, che mangia, beve, si lava, si cambia, fa rumore. E' una folla materna che vigila premurosa sui curiosi intrusi dalla pelle chiara che si mischiano tra le sue fila. Un buffetto dice quando partire, un dito indica dove sedersi, una parola in inglese traduce il messaggio in hindi dell'altoparlante. La folla non concede il silenzio, ma non nega nulla dello spettacolo naturale che il suo incedere trasforma in sociale.

La folla è così vicina che i volti che la punteggiano sembrano troppo piccoli per rappresentarla. Un indiano non sembra mai abbastanza per evocare l'idea del suo popolo, della sua nazione. Nel treno che mi aveva portato a Kanyakumari da Cochi, oltre otto ore, parlo a lungo con un funzionario del governo del Kerala. Un hindu di Hyderabat in pellegrinaggio offre i suoi biscotti. Uno studente di ingegneria dipinge i suoi sogni nelle aziende straniere. Ognuno di loro parla a lungo, tutti sembrano vicini, ma poi, appena scesi dal treno, scompaiono di nuovo nella folla e le loro parole si dissolvono come se non fossero mai esistite.

La folla di Kanyakumari è la folla di ogni angolo del paese: ai bordi della ferrovia, al centro di un incrocio, dentro le acque stagnanti di un canale. E' una folla sempre attiva. Talvolta il motivo del suo agire non è chiaro, ma non c'è economia di movimento: si va, si spazza al centro di una rotonda, si pulisce un bicchiere con l'acqua di un rivolo marcescente.

E' di nuovo questa folla, con volti nuovi ma irriconoscibili, che saluterà anche domani l'alba alla fine del continente. Perché in India lo spettacolo della natura non ha un poeta che lo evoca, ma una folla che lo incita.

sabato, gennaio 14, 2012

L'india di cui non vi parlerò troppo (2) Sulla strada per Munnar

30 Dicembre 2011

La strada che va dal porto di Cochi a Munnar sale nervosa dal mare verso il centro dell'India tropicale. Risale, senza soste, le prime pendici dei Ghati e in qualche decina di chilometri tocca i a 2000 m.

La strada, in India, si percorre al centro. Ai lati ci sono buche e mezzi più lenti. La marcia è una continua danza tra il centro della carreggiata e il suo lato sinistro, che si raggiunge quando dal senso di marcia opposto si fa incontro un altro mezzo, anche lui al centro per evitare i mezzi più lenti a bordo corsia. Di dietro non occorre guardare: chi si avvicina da tergo sa che è suo compito presentarsi e dà un colpo di clacson, che non è una protesta ma un biglietto da visita.

Ci vuole qualche tempo però per scoprire questa grammatica stradale inusuale e a Munnar quel tempo non era ancora passato. Ogni curva, nei primi chilometri, si avvicinava come una minaccia, con le mani tese, rigide, aggrappate al seggiolino di fronte dell'autobus, come a voler tirare da un lato quel bestione al centro della strada.

La mia era una tensione isolata. Tra i sedili il bigliettaio riscuoteva le rupie dai nuovi passeggeri saliti in corsa. Alcuni bambini dormivano appoggiati alle spalle delle loro madri. Uno studente ascoltava la musica dal proprio lettore, un altro ciondolava la testa assonnato.

Irritato dalla mia tensione, cercai di cancellare le abitudini di guida che la originavano. Curva dopo curva l'impegno fu ripagato. Pochi chilometri prima della fermata ero quasi assorto come gli altri passeggeri. Un'altra piccola certezza, sulle convenzioni di guida, era caduta e, schiacciato dalla bassa pressione di un temporale imminente, non riuscivo a capire se ero più libero o più dubbioso

giovedì, gennaio 12, 2012

India - Superfici (4) Le piantagioni di tè di Munnar

Piantagioni di tè a Munnar
Piantagioni di tè a Munnar

India - Superfici (3) Bagno al tramonto a Kanyakumari

India, bagno collettivo a Kanyakumari
India, bagno collettivo a Kanyakumari

India - Superfici (2) Fort George a Chennai

Fort George a Chennai
Fort George a Chennai

India - Superfici (1) Il cocco delle backwaters

India - Distesa di cocco sulle back waters
India - Distesa di cocco sulle back waters

India - Velocità (2) Victoria Station a Bombay

India - Bombay: Victoria Station
India - Bombay: Victoria Station

India - Velocità (1) Le strade di Bombay

Le strade di Bombay
Le strade di Bombay

India - Ritratti (3) Festa per il tramonto a Kanyakumari

India - Festa per il tramonto a Kanyakumari
India - Festa per il tramonto a Kanyakumari
India - Festa per il tramonto a Kanyakumari
India - Festa per il tramonto a Kanyakumari

India - Ritratti (2) Donne in sari a Elephanta

India - Donne in sari a Elephanta

India - Ritratti (1) Filatrice di cocco

India - Filatrice di cocco sulle backwater

India - Prospettive (3) Mamallapuram

India - Mamallapuram
India - Mamallapuram
India - Mamallapuram

India - Prospettive (2) Kanyakumari

India - Kanyakumari
India - Kanyakumari

India - Prospettive (1) Bombay

Bombay - Moschea di Haji Ali

Bombay - Moschea di Haji Ali
Bombay - Lavandrie di Mahalaxmi Dhobi Ghat

Bombay - Lavandrie di Mahalaxmi Dhobi Ghat
Bombay - Gate of India

Bombay - Gate of India
Bombay - Wellinghton Circle

Bombay - Wellinghton Circle
Bombay - Victoria Station

Bombay - Victoria Station

mercoledì, gennaio 11, 2012

L'India di cui non vi parlerò troppo - (1) in cerca di Bombay

25 dicembre 2011

L'abitudine alla partenza allontana l'esotismo dei primi viaggi. Il caos apparente di un mondo lontano, gli imprevisti, piacevoli e non, attraversano i sensi con un ritmo blando. Si conoscono i propri limiti e gli accorgimenti per superarli. Si sono già viste in passato le abitudini più eccentriche e ci si passa al fianco con disinvoltura, senza enfasi o stupore.

La strada diventa invece una continua analogia: i luoghi di oggi si mescolano a quelli di ieri e così gli stati d'animo. L'io scorre nello spazio e nel tempo, raccogliendosi voluttuoso attorno ai momenti rimasti impressi: una foto, un incontro per strada, un viaggio in ape avvolto nel sacco a pelo, una birra sulla terrazza in mezzo a lingue straniere.

Non si cerca più l'avventura. L'esperienza ha insegnato che arriva nei modi e nei tempi che l'avventura stessa decide. E questi sono spesso originali rispetto ai confini ristretti dei propri desideri miopi.

Si cerca semmai la concentrazione. Il periodo che precede la partenza si carica d'ansia perché è come se in pochi giorni si volesse mettere un punto, andare a capo e non lasciare nessun periodo in sospeso. Si ordinano i biglietti da visita, si sincronizzano le rubriche, si pagano le multe, si visitano i parenti, si gettano le carte che non servono più. Il resto, ciò che è troppo complesso da chiudere, si rimanda. E, segretamente, si coltiva la speranza che in propria assenza qualche questione spinosa appassisca da sola e scompaia al ritorno.

Alla partenza l'ansia tace. Torna a volte per qualche dimenticanza nel bagaglio, ma presto svanisce. Il presente ti chiama a sé. Ti indica, senza lasciarti incertezze: “A te, dico proprio a te” ammicca, talvolta suadente, benevolo, intrigante, altre volte spigoloso, stancante, irritante.

L'aereo intanto atterra all'aeroporto di Bombay. Tra i suoi sedici milioni e mezzo di abitanti, con la notte ancora a rendere cupi i colori, avverrà il primo incontro con il sub continente indiano.

giovedì, dicembre 15, 2011

L'attesa del carabiniere

Dapprima, almeno così credeva, la storia del carabiniere incontrato per caso nel cuore della notte, era stata solo una storia, di quelle scelte per sottolineare agli amici la vena eccentrica e leggermente libertina della propria vita. Tra i piccoli imprevisti di un lungo viaggio e i ricordi alcolici di un'adolescenza un po' lontana, si era inserito anche l'aneddoto del carabiniere conosciuto nel cuore della notte.

Sandra vi si era imbattuta lungo un marciapiede, mentre un po' annebbiata dall'ultimo americano conduceva, per cautela a piedi, la bici attraverso le vie del centro di Bologna. I vocii delle osterie del Pratello erano già lontani, confusi con la scia di suoni dei viali quasi deserti e delle poche auto che vi sfrecciavano veloci. Il carabiniere parlava con un collega appoggiato al muro, facendo su e giù lentamente dal marciapiede. Quando Sandra arrivò, lui sorrise e le fece strada in modo plateale e lei, un poco folle come sono spesso le persone sole dopo una lunga relazione, stette al gioco. Sandra non aveva mai avuto problemi a creare una sintonia immediata con sconosciuti di qualsiasi genere. Ora che tra quelli sconosciuti ci poteva essere l'uomo con cui ripartire, l'informalità spontanea trovava addirittura nuova linfa nel desiderio di trasformare un incontro qualunque nella svolta tanto desiderata. Rispose al sorriso del carabiniere, attratta da quei due piercing all'orecchio che lì, brillanti sopra la divisa, anticipavano quelle leggere incoerenze da cui sempre era stata attratta. Fece di più. Sottolineò con marcato accento bolognese la cortesia del rappresentante delle forze dell'ordine, gli allungò la bici e gli chiese se poteva approfittare della sua protezione per prepararsi una sigaretta. Lasciò quel marciapiede a metà tra viali e osteria solo dopo oltre un'ora e mezza e un altro paio di sigarette.

Nei cinque o sei giorni successivi la storia dell'incontro casuale con l'uomo della sua vita fece da contorno, in una cornice auto-ironica, a quasi tutti gli aperitivi. La storia era sempre inserita nel contesto di un vaga ebbrezza di follia, glissando su ogni possibile reale sviluppo. Sandra infatti aveva parlato a lungo con il carabiniere con due piercing all'orecchio, ma non aveva avuto né il coraggio di chiedergli un recapito, né la sfacciataggine di dargli i propri. Il pensiero in realtà le era passato per la testa, ma il finale era stato troppo veloce. La radiotrasmittente del carabiniere aveva gracchiato e dopo tanto parlare i due si erano allontanati con la goffaggine formale di chi tutto a un tratto prende coscienza del lungo viaggio fatto con il proprio interlocutore, ma non sa se salutarlo come lo sconosciuto che era poche decine di minuti prima o come il confidente inatteso scoperto strada facendo. Alla fine dalla concitazione uscì solo un insoddisfacente “dai, è meglio che vada, ci becchiamo”. Canonico, giovanilistico, inutile.

L'inutilità di quel saluto troppo veloce, Sandra la scoprì alcuni giorni dopo cercando di spiegare con sincerità a se stessa perché raccontava così spesso e con tanta sospetta ilarità la storia dell'incontro casuale con il carabiniere. Lo faceva, scoprì, perché in quei novanta minuti aveva davvero fiutato le tracce che, nelle sue esperienze precedenti, l'avevano portata risolutamente a un amore. Il carabiniere aveva giocato con disinvoltura nel campo dell'ironia. Non in quella delle frasi ossessive, che devono per forza condurre a una risata scontata. Ma in quella più brillante, sotto cui si poteva celare una serietà intrigante da scoprire con più calma. Il carabiniere aveva viaggiato con piena familiarità tra i nomi del jazz e il popolo dei locali più alternativi: era un uomo al centro della rete e il suo fascino si allargava a quello di tutte le persone che attraverso di lui avrebbe potuto conoscere, frequentare. E poi veniva da lontano, da Lecce. E anche questo di nuovo arricchiva l'interesse della persona con l'interesse del luogo da cui proveniva, del luogo che, con lui al fianco avrebbe avuto la possibilità di esplorare da una prospettiva più personale.

Erano bastati quei tre motivi a condurla in quel ristorante, dove ora si trovava da sola. Una collega sembrava aver capito chi era il carabiniere incontrato – uno spesso in borghese a quanto pare – e le aveva detto di averlo visto più volte con gli amici alla pizzeria napoletana di via San Vitale.

Almeno una volta c'era voluta andare in quella pizzeria, senza dirlo a nessuno. E ora era lì, un po' in imbarazzo, perché in realtà lei in quel luogo non aveva nessuna vita e stare in un locale senza vita troppo a lungo destava, nei tavoli circostanti, un interesse fastidioso da sostenere.

Ma intanto era lì e con una leggera ansia seguiva i propri pensieri chiusi in un circolo claustrofobico, come nato da uno di quei sogni un po' cupi che a volte capitano al mattino. Si chiedeva se andare al Marsalino per il concerto di ottoni dei vecchi amici sardi; o se invece seguire una collega in una discoteca in Strada Maggiore per provare a conoscere nuova gente; o se invece, ancora, restare lì e dare una mano al caso. Continuava a viaggiare in circolo tra queste tre ipotesi, senza mai trovarne una davvero soddisfacente: in ognuna le pareva che si nascondesse un'imperfezione che non la rendeva davvero la migliore, quella perfetta per lei.

Per questo aveva l'ansia. Si sentiva un po' troppo spesso invogliata a mettere la vita in pausa, in attesa di trovare la strada giusta, quella chiaramente da percorrere. Solo che mentre lei era in pausa il tempo continuava a passare e non era sicura di poter attraversare quell'attesa senza pagarne delle conseguenze.