domenica, maggio 24, 2009

Metti avanti il calendario che così stai bene per un po’

BiforcoBiforco, comune di Chiusi La Verna, provincia di Arezzo, due di auto da Firenze, un paio d’ore scarse a piedi dal valico di Passo Serra lungo la Valle Santa. Biforco conta una decina di case in pietra, un circolo e 45 anime residenti. Sabato sera erano tutte in piazza: per la politica, come una volta, come nei film. Il circolo di Fiorella, il cuore del paese, il metronomo dei suoi abitanti, ospitava il comizio della lista “Gente nuova per Chiusi”. “E io non scherzo mai nella politica e nelle carte” mi dice la signora, che ora ha una speranza. E’ una massicciata vecchia di secoli che sale su da Bagno e scende giù verso la Toscana proprio passando in mezzo al suo circolo. Si chiama via dei Romei e la gente, dopo anni di oblio, sembra averla riscoperta. Ai lati della massicciata ci sono le frecce verdi e bianche del Cammino di Assisi e i cartelli intarsiati del Sentiero delle Foreste Sacre. Sulle lastre di arenaria incastonata nel terreno nuovi pellegrini hanno incominciato a transitare. “Anche gruppi di trenta mi telefonano – dice Fiorella – e una volta anche un Giapponese. Chi parte da Dovadola, chi da Bagno, chi arriva ad Assisi, chi si ferma a Chiusi”.

Il circolo di Fiorella è la salvezza di Biforco. I cammini religiosi lungo la via dei romei sono la speranza di salvezza del circolo di Fiorella. Ma la storia può sempre cambiare, specie sotto le elezioni. E allora è meglio stare attenti. Sarna e Corezzo non sono troppo lontani dalla via e sono più forti di Biforco. “Si sa mai che non ci freghino anche la via” ride Silvia, figlia di Fiorella.

Sono quasi le sette di sera. La sagoma del versante sud del Monte Falco si affievolisce. Il trattorino che portava l’erba ai conigli si spegne, la signora che prendeva il sole nel giardino della porta accanto si ritira. Silvia taglia il cacio, versa il vino e affetta il prosciutto. Non porta piatti. “La roba non manca, ma l’organizzazione non si sa neppure dove sta di casa”. Il vino è rosso, nel fiasco; l’acqua è poca: dicono non sia mai andata troppo.

“Ma perché valle Santa?” chiedo ai presenti.
Mi risponde prima la voce più esperta accorsa per il comizio. “E’ dai tempi Francesco”.
“No, da prima - precisa Silvia, che ha studiato ad Arezzo – non so esattamente da quando, ma è da prima di Francesco di sicuro. L’ho visto citato in libri più vecchi”.
“Per la religione?”.
“Sì, per La Verna, credo. I pellegrini salivano fin lassù perché gli era garantita una settimana di vitto e alloggio. Erano buoni Cristiani, anche se qua il Cristianesimo si è sempre mischiato con le abitudini pagane”.
“Luogo di streghe?”.
“Quante ne vuoi. Non si contano le storie sul monte qui sopra, monte Fatucchio”.

La notte di politica si trascina a lungo. La mattina dopo il paese tace: alle nove il circolo di Fiorella è ancora a porte chiuse. Alcune signore cominciano a bussare alla porta per prendere il cacio e il pepe, ma Fiorella non si vede.
“A che ora vi aveva dato appuntamento?” chiedono a me e a mio fratello che la aspettiamo per la colazione.
“Eravamo rimasti per le nove meno venti”.
“Bene – dice uno – siamo già a una mezz’ora di ritardo. Date retta a un bischero. Quella in un supermercato non la prendevano nemmeno a fare una prova. Appena vedevano come la camminava, la cacciavano”.
“Orsù Gianni, non rompere e mandala a chiamare!”
“C’ho già mandato Pietro, che ti credi!”.

Fiorella arriva di lì a poco, sveglia da niente, con la sigaretta in mano di sempre. Biforco si rianima alla sua presenza. Chi entra e chi esce, chi resta e chi va. Una signora di Firenze sposta il giornale vecchio di due giorni e si sofferma sul calendario.
“L’è ancora fermo a febbraio” dice col sorriso.
“E che è – risponde Fiorella tra un cappuccino e un formaggio – qui il tempo non corre mica come a Firenze: non ci scappa mai via”.
“Lo fanno per rimanere giovani” ci dice ammiccante la fiorentina. Poi prende il calendario e apre la pagina di giugno: “Lo porto un po’ avanti così stanno bene per un po’”.

Ridiamo tutti. Poi pago, con calma, quando sono già più delle dieci. E’ tutto in ritardo a Biforco, anche il comizio dell’altra lista in lizza per le comunali. Fiorella scrive tutto, ma in totale non costa quasi niente: una notte, una cena, una colazione e un pranzo per il nuovo giorno vengono meno di una pizza.

Ci salutiamo.
“Tornate ora che abbiamo fatto amicizia?”.
“Le porterò quanta più gente potrò”.
“Ecco sì, bravo, che così facciamo una festa e magari vi faccio anche trovare il libro degli ospiti”.

Lasciamo Biforco e proseguiamo sul selciato della via dei romei. La Verna dista solo tre ore: il Monte Penna è sempre all’orizzonte. “Quella donna è la salvezza del paese” mi dice mio fratello. “Tutti si fermano lì a chiedere cosa succede. Se lei chiudesse, non succederebbe più nulla”."

domenica, maggio 03, 2009

L’elenco e il risiko nervoso

Un pallino, due pallini, tre pallini, quattro pallini, una parentesi e sì ancora un puntino e un altro ancora. Che cazzo, l’elenco non finisce più: d’accordo i punti uno e due si sbrigano in fretta, ma il tre no, di quello proprio non si può stare tranquilli. Problema nuovo, procedura ignota, grado di successo dubbio. Incertezza totale, come sulla parentesi. Contiene una nota inutile ma di quelle che proprio non si riesce a ignorare: è un sms che dice che qualcuno non ha parlato proprio bene di te.

Mi fermo un secondo a riflettere sulle possibili contromosse. La prima, quella sempre auspicata ma mai attuata: me ne sbatto, ebbene sì sarebbe d’uopo iniziare tranquillamente a farlo. Tanto come è scritto in Caos Calmo, gli altri pensano a te infinitamente meno di quanto credi. Ne sono convinto, ma non ne riesco a dedurre le logiche conseguenze.

Ipotesi due: replico. E’ l’ipotesi che mi nasce sempre d’istinto, ma che poi reprimo. Seguire subito l’istinto porta allo scontro, mente ci vuole strategia, sì, negoziazione, mediazione.

Allora temporeggio: magari replico più avanti, con tono posato, calmo, con una sagace freddezza. Mi convinco di fare così ed è l’inizio della fine. Non scrivo neppure una replica, ma ne penso, ne elucubro una, due, tre.. dieci, venti. La notte ignoro le pecore e mi dedico ai punti, ai temi alle conseguenze: i neuroni si contendono la vittoria in una partita di risiko nervosa, dove non esce mai il sei. La vittoria arriva solo alla fine, dopo una serie di logoranti pareggi. Bottino misero.

lunedì, aprile 13, 2009

Chi viene e chi resta e nel mezzo una grappa

C’era un signore che era solito bere solo grappa Nardini, la migliore per lui. Il distillato era la sua acqua, l’inseparabile compagna di ogni giorno. Ne beveva così tanta che prese a ordinarla direttamente dallo stabilimento di produzione. Quando morì, l’agente commerciale della Nardini chiamò nel comune di residenza del vecchio per sapere quale bar aveva chiuso: tale era il calo di vendite registrato.

Raccontai questa storia di Romagna da poco udita a una giovane coppia napoletana. Loro mi guardarono con lo sguardo stupito e sornione di chi si stava convincendo di aver intrapreso il viaggio giusto, nel posto giusto, nell’alloggio giusto. Giusto per portare a casa qualcosa che gli altri non si sarebbero mai portati indietro, giusto per sentirsi orgogliosi di essere stati veramente ospiti di un luogo per un giorno.

Lo sguardo stupito e sornione della giovane coppia napoletana assomigliava molto allo sguardo delle persone che salutavo in Australia. Avevano appena raccontato le loro storie: cacce a granchi giganti, sbornie di fronte al barbecue, colpi di scalpello in un cavallo a dondolo di legno. Si sentivano più orgogliosi del solito di appartenere a quella terra, sentivano di aver fatto la scelta giusta a essere rimasti a vivere lì se qualcuno da così lontano usava il suo tempo per ascoltarli.

Il racconto è il punto di incontro tra chi resta e chi va, tra lo stanziale e il nomade. Invita il primo a rimanere per approfondire e il secondo a partire per sfiorare. Ma invita anche il primo a partire per udire del nuovo e il secondo a fermarsi per provare il gusto di dare il benvenuto.

domenica, aprile 12, 2009

Il giorno che decisi di costruire qualcosa

Un giorno decisi che avrei dovuto costruire qualcosa. Non necessariamente una casa o un muro, ma qualcosa, anche solo un’idea, ma che andasse al di là delle mie idee. Senza troppa originalità decisi che avrei raccontato qualcosa: senza inventare nulla, ma solo mettendo in parole scritte, con quel tocco di ordine in più che non guasta mai, storie e storielle che esistevano già. Ne trovai tante e più ne raccoglievo e più ne trovavo. Decisi allora che avrei costruito un contenitore per conservarle tutte: non necessariamente qualcosa di fisico, anche solo un mondo virtuale, in cui le parole avessero il carattere etereo di una memoria digitale. Costruito il contenitore, lo spazio vuoto che in esso c’era iniziò ad avanzare delle pretese. Volle più storie di quante già non ve ne fossero. Decisi allora che mi sarei costruito una memoria di esperienze reali e virtuali più grande: nulla di mai visto prima, giusto qualche libro che molto raccontava e qualche passeggiata vicino e lontano dove anche tanti altri andavano. Riempii il magazzino virtuale così tanto che decisi di riorganizzare le stanze, con nuovi indici e nuovi cartelli per raggiungerli. E decisi anche che era un peccato che le vecchie storie e le nuove stanze restassero lì da sole senza incontrare mai lo sguardo di nessuno. Decisi allora che avrei costruito qualcosa, nulla di materiale anche solo un calendario di date, per condividerle un po’: le avrei raccontate a chi era deciso ad ascoltarle nel luogo stesso in cui erano nate. Ne raccontavo ogni volta di diverse. Le storie diventarono anelli di congiunzione. Costruirono loro nuovi legami: persone che si legarono per un’ora di cammino e altre che si legarono per il cammino di una vita. Decisi allora di costruirmi più tempo per camminare con le une e con le altre. Occupai così tanto il tempo che non ne trovai più per ricordarmi ogni tanto quello che avevo da tempo iniziato a raccogliere. Decisi allora di costruire qualcosa di fisico per ancorare meglio la memoria, ma non sono sicuro che basti.

Ora quindi non mi resta che decidere cosa fare.

giovedì, aprile 02, 2009

Linee secondarie

Tratto da:
"Sulle linee secondarie del treno della nostalgia"
Rubrica "Colonne d'Ercole" di Qui Touring - aprile 2009
(Toni Capuozzo)

"Avrei potuto scrivere un libro e non lo feci. Così, molti dei luoghi attraversati mi lasciarono il ricordo di una cosa incompiuta, tanto che, come per una coazione a ripetere, tentai di fare la stessa cosa ma in auto. E forse, l'aver giocoforza trattenuto per me il racconto pieno di quel viaggio contribuisce ad alimentare una nostalgia che, quando si affaccia, è resa più forte dal fatto che quell'Italia non c'è più. Non ci sono più neppure molte di quelle linee e di quei treni, e nemmeno giornali disponibili a curiosità insensate".

mercoledì, aprile 01, 2009

Un lungo elenco di fatti che non posso più raccontare

Ho un lungo elenco di fatti da raccontare. Credo anzi di non averne mai avuti così tanti. In breve, tanto per compilare una lista e non trascurare nulla:
  • Un dramma familiare sfiorato
  • Due settimane di passione lavorativa
  • Un’incerta campagna elettorale a cui non ho deciso se partecipare o meno
  • Un nubifragio primaverile
  • Un paio di vacanze che non riesco a progettare
  • Un paio di contatti che ogni volta dimentico di riprendere
  • Qualche decina di interrogativi personali ricorrenti e irrisolti

Ed eppure aveva ragione qualcuno che non ricordo neppure più, forse un direttore di giornale ascoltato alle prime armi o forse uno dei partigiani che intervistai nel 2004. Comunque non importa. Chiunque di loro fosse disse che se succedeva troppo, poi non c’era nulla da raccontare.

Sacrosanta verità, è vero Iddio. Ma chissà perché?

La domanda è puramente retorica, in vero. La mia idea, ce l’ho già. Gli orologi perfetti non perdono mai un colpo, non ritardano mai, sono sempre all’attimo successivo esattamente quando finisce l’attimo precedente: senza requie. Ecco, quando si deve tentare di essere degli “orologi perfetti” ci si comporta come loro. Non si perde mai un colpo, mai: si è così metodici nel costruire il futuro che si fa succedere solo ed esclusivamente quello che si vuole. Nessun imprevisto, nessuna parola sprecata. O se la si ascolta, per errore, la si cancella subito. “La riprenderò poi” ci si dice. Ma quando il poi arriva è già troppo tardi.

lunedì, marzo 30, 2009

In Campana sul Minuetto

Seggiolini in Minuetto circondano come un guscio protettivo un corridoio a forma di cuore. Tra i piedi, quasi timida, una serie di modeste prese elettriche, che sembrano porte verso un futuro che tarderà ad arrivare. Grandi spazi in trasparenza lasciano filtrare luce in abbondanza da un mondo che inizia subito a salire. A salire e salire fino a quando scompare in buio alterno e quasi ritmico, interrotto qua e là da nuovi scorci di luce, da tagli di roccia incrinati, ostili alla vegetazione ma costretti, loro malgrado, a ospitarla qua e là.

Faenza è alle spalle. Firenze è alle porte dopo un’ora e cinquanta
. Nel mezzo vi avrei potuto anche solo parlare di un treno, dei suoi vagoni, dei suoni finestrini e delle sue gallerie. Ma sono i luoghi di Dino Campana e del pazzo a bordo che forse gli somigliava.

mercoledì, febbraio 11, 2009

La memoria sotto le luci della scuola

Le luci al piano superiore della scuola elementare sono sempre accese. Illuminavano le grandi finestre sull’esterno anche l’altra sera, mentre vi camminavo di fronte sotto una pioggia fine, che a stento bagnava.

Il ricordo di quel luogo sa poco di passato e molto di presente. Conservo solo sprazzi del tempo in cui ci entravo ogni giorno: più azioni che dettagli. Ricordo la forma quadrata e ampia delle aule dove ogni tanto il maestro ci coinvolgeva nel gioco della canna: lui, in ginocchio al centro, faceva roteare a terra una canna di bambù e noi, in cerchio tutto attorno, la saltavamo. Chi, vittima del cambio di ritmo, ne era toccato, veniva eliminato dal gioco, fino a che non ne rimaneva soltanto uno in lizza, il vincitore. Ricordo quei momenti di svago, come la consegna della merenda da parte del bidello un po’ zoppo ma bonario che raccoglieva gli ordini di tutti gli studenti e andava al forno prima dell’intervallo. Però non ricordo quante scale salivano al piano di sopra; anzi, non ricordo neppure di esservi mai salito al piano di sopra. C’era la segreteria? La presidenza? Chissà? All’epoca quei nomi avevano un alone di mistero: erano una sorta di certezza metafisica che non osavo mettere in dubbio.

I pezzi dimenticati dei ricordi di allora non hanno però lasciato un vuoto. Sono pieni dei ricordi successivi, della coscienza del luogo che non potevo avere quando lo frequentavo. L’altra sera ho ritagliato nell’oscurità i contorni delle lettere di cemento che portano impresso il nome della scuola: “Licinio Cappelli”. Allora era solo un nome, oggi è legato a un paio d’ore della mia vita: ne ho raccontato la storia personale tra i fatti di resistenza della vallata e per prepararmi a farlo sono sceso fino ai dettagli della stampa dei fogli clandestini e carbonari che i Cappelli diffondevano in Romagna durante i moti indipendentisti.

Mi chiedo cosa ne sarà del ricordo in futuro
: forse continuerò a vedervi lati ancora inesplorati o forse, piano piano, il presente cesserà di mettere in discussione il passato e la memoria da ruvido albergo di passaggio per visitatori in carriera diventerà intimo ritrovo per pochi ospiti abituali.

--> Storia della Cappelli Editore

domenica, febbraio 08, 2009

Voglio un vantaggio: mi prendo 8 minuti

Binari della stazione di Broken Hill - AustraliaNon era ancora vecchio o stanco, avrebbe potuto tranquillamente restare in piedi sul binario, ma Stefano Cozzi, lucido fiscalista e consulente economico vaticano, pensò che la panchina in fondo alla pensilina fosse più in sintonia con la sua sagoma distinta. Là seduto avrebbe potuto aprire il giornale in modo più agevole ed erigere una barriera più sicura tra se stesso e il brusio circostante. Doveva aspettare otto minuti prima dell’arrivo del treno e non voleva rischiare di appendere i suoi pensieri a dettagli inutili: un paio di scarpe troppo colorate, un cellulare troppo evoluto o la voce troppo preoccupata di uno studente alla vigilia di un esame. Dettagli decisamente poco significanti come quelli non potevano compromettere il suo quotidiano incontro con il treno. Lo ripeteva ogni giorno e sapeva ormai quanto, nel proseguimento della giornata, dipendesse da quei minuti sul binario.

Cozzi aprì La Stampa nella pagina dedicata all’economia. Scritta così piccola, piena di cifre quasi illeggibili, era la più comoda da guardare come specchio dei propri pensieri. E quelli infatti uscirono immediatamente, con la precisione e la regolarità di sempre. Le piccole incombenze ereditate dal giorno precedente, i nuovi proponimenti di giornata, le strategie a cui tutto era ricondotto si ordinarono da sole come caselle di un docile foglio Excel: tutto era sotto controllo e tutto era migliorabile. Certo c’era ancora in sospeso la firma di un paio di carte e non sembrava esserci modo di prendere una decisione basata su stime precise, ma non era il caso di lasciarsi andare al turbamento dell’indecisione: bastava un’assicurazione, una piccola cautela in più, e anche quella scelta sarebbe stata ricondotta al giusto, in ogni caso.

Il treno scricchiolò sui binari proprio allora. Era uno dei pochi sempre puntuali e Cozzi lo guardò con il piacere dell’abitudine, ma senza muoversi. Non era lì per salire a bordo. Stava lì seduto sulla panchina, quel giorno e tutti quelli prima, per gustare il suo momento di incertezza. Era una cosa stupida – lo sapeva lui stesso – una costruzione del tutto mentale, ma gli regalava un piacere infinito. Ignorava il rigido percorso dei binari e si immergeva nel brulichio della partenza come nelle pagine iniziali di un libro d’avventura. Si chiedeva cosa sarebbe successo se fosse salito al posto di quel giovane con lo zainetto Napapiri o con quel signore più anziano con la borsa in pelle. Ogni volta constatava con trepidazione che non arrivava nessuna risposta certa, che in quel treno che partiva riuscivano ancora a trovare spazio decisioni per istinto, scelte per caso e azioni incerte.

Stefano Cozzi si cullava solo per pochi istanti in quel mondo di ovattato nomadismo cognitivo. Quando l’ultimo vagone era scomparso dall’orizzonte, la sua mente era già tornata alla scaletta costruita nei minuti dell’attesa dietro alla pagina di giornale non letta. Il mondo la imponeva e in fondo a lui non dispiaceva neppure troppo: aveva la sua indubbia utilità.

Ma il treno no, quello non si poteva dimenticare mai. Tutto il tempo utile del mondo non sarebbe sopravvissuto un solo secondo senza quei minuti sprecati di fronte al treno in partenza. Cozzi lo sapeva e ed era convinto che fosse davvero un bel vantaggio.

domenica, gennaio 18, 2009

Monologhi riflessivi

Spesso sostengo lunghe conversazioni con me stesso e sono così intelligente che a volte non capisco nemmeno una parola di quello che dico.
(Oscar Wilde)

Mi sbagliavo. Non è mentire a se stessi il vero problema. Il vero problema è un altro. La cosa peggiore è non poter più essere sinceri con se stessi. E’ diverso: non accade quando, coscientemente, ci si racconta qualcosa di falso o di edulcolorato. Accade quando il confine tra la realtà e la propria rappresentazione di essa va perso, quando si cerca la semplicità dell’idea originaria, ma si trovano solo i racconti costruiti nel tempo per condividere quell’idea.

Sembrano tutte frasi così difficili, gelidi alambicchi cerebrali frutto di una mente troppo abituata a pensare a se stessa. E invece. Invece è proprio il contrario. E’ l’eccesso di pratica che fa perdere il filo del discorso: ogni piccolo passo richiede così tanta attenzione, così tanta fatica che alla fine si china la testa, si guarda il dettaglio e si perde la via.

E’ cosa da un attimo, ma rimane lì con voi per sempre. Vi farà compagnia anche quando tenterete di isolarvi dal rumore da voi prodotto per il resto del mondo; starà lì con voi fino ad assorbire interamente il vostro tentativo di monologo. Il vostro sarà un monologo sul monologo: parlerete con voi stessi della voce che vi impedisce di farlo con sincerità.

Non vi resterà che scrivere. Il dialogo con la carta a volte riserva risposte più convincenti di quello con le idee.

sabato, gennaio 17, 2009

Per quell’ora non c’è storia

La pioggia non diventa neve, ma nelle fessure del selciato un ghiaccio sporco, di lunga data, continua a rendere scivolosa la notte. L’umidità cade dal cielo trascinandosi a terra anche la luce dei lampioni: la via è buia, deserta, silenziosa, spezzata in due dal rivolo d’acqua che l’attraversa e che si allarga qua e là conquistando lo spazio delle pietre mancanti.

All’ombra della chiesa, al centro della piazza, c’è un tendone. Disegna uno scheletro bianco di lamiera sulla luce gialla della taverna all’angolo. Dai vetri appannati filtrano le bestemmie di chi gioca a carte. Dentro solo uomini. Fuori un piccolo capannello di donne che sputa fumo, rancore e invidia.

L’orologio, in cima alla torre, accompagna più lentamente del solito la strada, la notte, lo scheletro bianco e l’osteria. Su in alto, da solo, non batte, non suona, quasi non si vede. Sembra fermo, in attesa di un momento migliore per ripartire. Per quell’ora non c’è storia.

lunedì, gennaio 12, 2009

Il vecchio e il passante

L’uomo sedeva sul masso a fianco della maestà che anticipava l’inizio del borgo. Con lo sguardo appoggiato al ciglio della strada, stava lì, immobile, come la corteccia della quercia a cui rubava l’ombra. Si notava appena, ma lo notavano tutti. Aveva i colori di una vecchia foto: sempre curiosa, sempre interessante, sempre attraente per il solo fatto di continuare a esistere.

Il vecchio Pietro non parlava quasi mai con la gente del paese. Per la sua memoria preferiva una solitudine nobile a una compagnia compassionevole. Avrebbe potuto cercare un dialogo vero, ma, da tempo, aveva abbandonato quella speranza: chi l’ascoltava non riusciva a ricordare e chi poteva ricordare non aveva voglia di riascoltare.

Quando il camminatore forestiero lo vide, Pietro era immobile come sempre. Lo notò come una macchia di colore: il grigio della barba e dei capelli tra il verde impolverato delle foglie. Impiegò diversi minuti per raggiungerlo e metterlo a fuoco, ma decise subito di parlargli. Se era lì a piedi era anche per quell’uomo solitario e trasandato: per iniettarsi nelle orecchie gli scampoli di delirio e di memoria che uomini come quelli potevano ritagliare dal loro vissuto e dal loro immaginato.

Anche Pietro capì che lo straniero gli avrebbe parlato molto prima di sentire la sua voce. Nel tempo che ne ebbe coscienza prima di udirla, chiamò a raccolta tutti i pensieri che lo sconosciuto avrebbe voluto ricevere in dono: pensò al soldato tedesco morto ucciso nella camera della madre; pensò alla moglie del padrone con cui aveva fatto l’amore nel giardino della villa; pensò alle randellate mollate e prese durante gli scioperi del contado; e pensò a tutte le trascurabili vicende che nel calore di un focolare e nel rosso di un bicchiere di vino avevano poi assunto la dignità di un fatto da ricordare. Pensò soprattutto a questo lungo elenco. Vi pensò fino a quando lo straniero fu così vicino da potergli parlare.

I loro sguardi – quello fisso del vecchio e quello felino del viandante – si incrociarono, entrambi alla ricerca della scintilla per dar fuoco alla parola. E l’aria non tardò a scaldarsi di voci: il vecchio si mosse e il giovane si fermò. Il primo soffiò via la polvere da tutto il suo passato; il secondo descrisse luoghi sempre più lontani fino ad abbracciare il mondo intero. Avvenne tutto come i due avevano immaginato che dovesse accadere. Il vecchio recitò la sua parte; il viaggiatore credette di essere protagonista della propria.

Infine Pietro accomiatò lo straniero. “Ora proseguo il mio cammino” gli disse sedendosi.
Il viaggiatore lo guardò interrogativo.
“Ti sono piaciuti i miei racconti?” chiese il vecchio.
“Certo” replicò il viaggiatore. “Se sono arrivato fino a qui è soprattutto per ascoltare persone come te: alla periferia, autentiche”.
“Continua a divertirti allora, ma senza mai dimenticarti che è tutto falso, anche qui: le mie storie sono false, come quelle che sai essere false a casa tua. Solo che qui non puoi saperlo e ti consoli nel piacere dell’illusione. La vita non è un cammino, la vita è un racconto. Accade poco, ma se ne dice di tutto ed è molto piacevole farlo”.
Il vecchio si schiarì la gola e tornò nella posizione esatta in cui il viaggiatore l’aveva visto per la prima volta poco tempo prima. “Lasciami solo adesso – grugnì quasi maleducato – altrimenti rischio di non aver tempo a sufficienza per camminare nella mia memoria e costruire nuove storie per il prossimo straniero”.

venerdì, dicembre 26, 2008

Il tempo della montagna e le sue voci

Piccolo omaggio agli ospiti e agli organizzatori di
Ghiotti di natura - edizione 2008


Dall’introduzione di Davide Longo all’antologia Racconti di Montagna (Einaudi, 2007).
“Capii così che potevo paradossalmente fregarmene di cosa fosse la montagna in sé, dove iniziasse, dove finisse e secondo chi. Quello che dovevo avere chiaro era cosa rappresentasse per gli uomini, e quel giorno Talino e Berger, ciascuno a proprio modo, me lo avevano insegnato come meglio non si poteva.
La montagna per un uomo è un tempo diverso. Di conseguenza, un racconto è un racconto di montagna quando narra l’incontro di un uomo con il tempo della montagna.
Se tale incontro si verifica tra la montagna e un uomo seduto su un treno, intento a fissare le cime lontane, quello è un racconto di montagna, così come lo è se l’epifania sopraggiunge in una grangia circondata da vacche, in cima al K2 o nell’ascesa di un modesto cucuzzolo come il Mont Ventoux. Il cuore pulsante dell’antologia doveva essere un’esperienza, non un luogo; un’esperienza di cui la montagna era il motore, ma l’uomo il protagonista.
(...)
Le storie che cercavo, comuni o straordinarie, reali o ideali che fossero, dovevano essere toccate dalla montagna più che abitarla. I loro protagonisti dovevano vivere l’esperienza della rarefazione cui la montagna obbliga l’uomo; rarefazione dell’aria, dei suoni, degli incontri, ma soprattutto del tempo. Perché la montagna ci costringe in primo luogo a prendere atto di questa feroce verità: il tempo esiste, è il centro della nostra vita, ma non è fatto a nostra immagine e somiglianza”.

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Citazioni da chi, con la penna in mano, ha raccontato il mondo da una prospettiva di montagna, più orale che scritta, più magica che razionale, più meditabonda che impulsiva:

Citazioni sul ricordo e la memoria
  • Marco Aime – Il lato selvatico del tempo (pag. 62)
    “Una storia non esiste in quanto sequenza di eventi, esiste quando viene raccontata, vive nel modo in cui viene raccontata”.
  • Maurizio Maggiani – Il viaggiatore notturno (premio strega 2005) (pag. 91)
    "No, alaghy, io non ce l'ho una fotografia. Io, alaghy, non dimentico, e quando ho nostalgia ritorno".
Citazioni sul tempo
  • Mauro Corona – Nel legno e nella pietra (pag. 19)
    “Dopo i primi quattro, cinque giorni difficili, sentii che stavo riappropriandomi dei ritmi naturali che l’uomo ha dentro di sé sin dai tempi in cui apparve sulla Terra. I giorni iniziarono a trascorrere veloci, l’ansia era scomparsa, di notte dormivo tranquillo. Non prima di aver chiacchierato con i folletti di legno appesi alle pareti”.
  • Marco Aime – Il lato selvatico del tempo (pag. 52)
    “Per lei non c’era un tempo del lavoro separato dal resto della sua giornata; per lei, come per tutti gli altri, esisteva un tempo solo, quello di tutti i giorni, e le scadenze da rispettare le davano la terra e gli animali”.
    (pag. 131)
    “Agli occhi di un estraneo, un castagno secco da tagliare significava fatica e ore perse; a quelli di Pettu e Toni no, per loro non era tempo perso, era tempo vissuto e da vivere, era la loro esistenza”.
Citazioni sul soprannaturale
  • Mauro Corona - Nel legno e nella pietra (pag. 96)
    "Il giorno dopo raccontai questo strano fenomeno all'amico Ottavio. Ascoltò in silenzio. Conclusi dicendo che, forse, il ciuffolotto sul larice era Dio. Meravigliato del mio forse, il vecchio bracconiere rispose: "Era lui, chi vuoi che sia stato, era lui".
  • Maurizio Maggiani - Il viaggiatore notturno (pag. 104)
    "Ascolta, Jibiril. Père Focauld ha scritto che se un uomo crede in modo sufficientemente fervido, agli occhi di chi lo guarda diventa irreale. E più tenacemente crede, più ciò in cui crede, più ciò in cui crede diventa irreale quanto lui. Dice che tutto ciò è bellezza. Dice che questa è l'utile bellezza dell'uomo e del suo credo agli occhi di Dio e dell'universo".
  • Fosco Maraini - Viaggiatore curioso (pag. 46)
    "Direi però che si debbano seguire gli inviti della razionalità fin dove è possibile farlo, lasciando al mistero il dominio che gli compete, oltre gli ultimi avamposti della ragione. Per questo amo rivolgermi a Dio con un nome neutro, vergine, quasi astrale, EMCAU (Ente Misterioso Creazione Amministrazione Universo).

Per saperne di più:

venerdì, dicembre 12, 2008

L’attesa

Il fondo limaccioso del suo nascondiglio tra le frasche cominciava a trasmettergli un invadente sensazione di malessere alle ossa. Doveva essere accucciato lì ai bordi della radura da almeno tre ore. Si era imposto di non muoversi, neppure per guardare l’orologio, ma lo intuiva: erano molti i minuti trascorsi ad ammirare la calma piatta della natura in attesa che succedesse quell’improbabile evento meritevole di uno scatto.

Tentò di bagnarsi la gola secca per il freddo con un silenzioso gargarismo: poi sputò sulla foglia per trastullarsi un attimo con i movimenti della sua saliva sulla foglia. Era il solo modo che riusciva a immaginare per distrarsi dal campo, vasto e immobile, su cui aveva deciso di puntare il teleobiettivo quella mattina. “E dire – pensò – che qualcuno, in questo momento, starà sicuramente sfogliando una rivista patinata sul treno, invidiando l’uomo che ha visto dal vero le corna di quei due cervi incrociarsi nella foga del combattimento”.

Lo immaginavano come Indiana Jones e invece era lì, solo, in attesa, senza certezze. Si sentiva come il protagonista del Deserto dei Tartari: una vita votata al nulla in attesa di qualcosa. Si sentì anche un po’ colpevole: le sue lunghe attese non costruivano altro che bugie. Le sue foto disegnavano una storia a tinte forti attorno a pochi sporadici incroci di destino. Raccontava il contrario, ma la natura era avara di colpi di scena.

“Avrebbe potuto fare di meglio?” si chiese. Forse. Ma forse chi si accaniva a seguire i fatti o provocarne di nuovi stava ancora a peggio: a lui era negata la possibilità di cogliere anche quei pochi eventi rari che ogni tanto succedevano davvero.

Sputò di nuovo. Ignorò la sua saliva e tornò con l’occhio verso il mirino.

giovedì, dicembre 11, 2008

Il lato imprevedibile della perfezione

In quel momento non pensava di essere uno dei più abili alpinisti del tempo. Non pensava affatto. La sua mente era pura esperienza. Sentiva le foglie compresse sotto gli scarponi, sentiva le pieghe della corteccia su cui poggiava la mano, irrigidiva le orecchie alla brezza che gli soffiava alle spalle e, nel corpo immobile, misurava con precisione i volumi d’aria che entravano e uscivano con un regolare flusso di scambio e compenetrazione.

Scattò felino, inoltrandosi in una corsa veloce e impetuosa tra le frasche del bosco. Amava, come tante volte in parete, assaporare fino in fondo quei frangenti di assoluta perfezione: quei momenti in cui era parte del mondo, unito a lui in un moto unico, armonico, avvolgente.

Fu sorpreso quando sentì il suo piede destro scivolare. Perse l’equilibrio e si ritrovò in sospensione. Pensò intensamente cercando di non dimenticare nulla nei secondi che avevano accompagnato la sua corsa, negli anni che avevano preceduto il suo ultimo scatto felino della boscaglia. Fu sicuro di essersi scomposto su un sottile velo di muschio attorcigliato alla roccia sulla riva umida del torrente. Fu anche certo di essere vicino al perché della sua corsa, di quella e delle tante che l’avevano preceduta. Fu così certo di essere di fronte a quella risposta, che sentì le sue tempie pulsare per il desiderio e il suo naso sanguinare in un delirio di ormoni e idee.

L’attimo interminabile finì allora. Il suo corpo fu accolto duramente dal terreno, tornato a essere altro, sconosciuto, nemico. Ebbe tempo di pensare che gli sarebbe piaciuto protestare, un’ultima volta. Ma il suo anelito non trovò reazione. Non ebbe più alcuna notizia da se stesso.

domenica, novembre 30, 2008

Un contatto in meno per un pensiero in più

Era una giornata nella norma per l’impiegato Alessandro Zanotti. Qualche foglio scompariva dalla colonna di sinistra, qualche altro ne compariva sulla colonna di destra. Sul monitor un foglio excel contendeva lo spazio all’agenda di Outlook e alla nuova slide di power point. Ogni tanto, senza destare troppa curiosità, si illuminava anche la peccaminosa finestra di Facebook: Alex la teneva aperta per non abdicare integralmente al suo vecchio spirito di insubordinazione, ma il più delle volte era disturbato da quella lucina che anticipava solo eventi banali di semi sconosciuti del tutto trascurabili.

Quando la lucina lampeggiò per l’ennesima volta, Alessandro rimase fermo senza reagire per qualche istante, poi cliccò, tanto ormai i suoi processi mentali erano stati interrotti di nuovo. Leggendo il breve messaggio sul social networking fu sorpreso: Ivan, il suo vecchio compagno di banco alle medie, lo invitava a diventare un suo amico. Il profilo di Ivan sembrava nutrito, pieno di facce che lui non conosceva: gli sembrò ovvio portare il mouse su tasto di conferma e agganciarsi di nuovo alle novità di quella vita avuta al fianco per tre anni e ormai trascurata da tempo.

Mentre accompagnava il mouse con la mano, la memoria lo riportò alle considerazioni di quei giorni adolescenziali vissuti al fianco di Ivan. Dai cassetti del suo tempo perduto rivide il dito dell’insegnante di scienze che puntava verso di lui. Capitava spesso durante un interrogazione che il docente coinvolgesse la classe nel trovare la risposta che non riusciva a dare lo sfortunato alla lavagna. Alessandro aveva sempre avuto in antipatia quella pratica. Anche se spesso sapeva la risposta, era indisposto per quel coinvolgimento brusco nel ragionamento contorto partorito dalla mente altrui: nella sua testa la risposta era più ampia, strutturata, ariosa, coinvolgente, originata da altri presupposti. Una volta palesò addirittura i suoi dubbi: “Posso ripartire dall’inizio?” chiese al prof. Sfortunatamente alla sua domanda seguì solo un grugnito, mentre il dito passava a indicare la ragazza del banco di fronte. I suoi desideri non sembravano dover trovare applicazione.

Alex chiuse la finestra di Facebook senza spingere il tasto conferma
. Forse aveva perso un’occasione di socializzazione, ma nel frattempo aveva guadagnato qualche istante in più per la profondità del suo pensiero.

Durò giusto un attimo: un pop up si aprì per ricordare di scaricare l’integrazione agli aggiornamenti del service pack tre di windows.

venerdì, novembre 21, 2008

Senza gli inganni di domani

Fuori, sotto un cielo nuvoloso e triste, tirava un vento fastidioso: i panni stesi sul filo dondolavano nervosamente attorcigliandosi a se stessi. Tom però sembrava non esserne infastidito. Puliva pale e cazzuole da più di mezz’ora, con le mani bagnate e i piedi in un sabbione sempre più limaccioso, ma non ostentava alcun segno di disagio. La moglie lo guardava da dietro alla finestra senza vera ammirazione. Un tempo l’aveva fatto, ma ora non era più sicura di quella testarda dedizione. “Perché continuare a farlo?” si chiedeva lei. Aveva provato a sollevare la domanda diverse volte, ma era sempre finito in litigio senza trovare una risposta. Per Tom sembrava ovvio lasciare perdere qualsiasi cosa per prepararsi al giorno seguente e per lui ogni giorno aveva un seguito. Karienne, invece, era stanca di seguire quegli imperativi: non vi vedeva più alcuna urgenza reale. Sentiva bisogno d’altro.

Quando Tom chiuse l’acqua della gomma, segno che stava per rientrare, Karienne aveva già deciso che quel giorno sarebbe stata più esplicita delle volte precedenti nel parlargli. L’avrebbe messo spalle al muro. Si spostò verso l’ingresso per essere sicura di bloccarlo sulla porta.
“Sono quasi le 8” disse freddamente. “Saremmo già dovuti essere da Peter e Carol”.
“Non credo neppure di aver voglia di raggiungerli” rispose Tom distrattamente, chino a rimuoversi le scarpe umide del lavoro.
“Per quale motivo?” sibilò Karienne, simulando una finta sorpresa.
“Semplicemente non ne ho voglia. Non credo serva un motivo per lasciare perdere una cena con Peter o Carol”.
“Non sono solo loro a non meritare un motivo per essere ignorati, però. Tom, tu ignori qualsiasi cosa esca dai tuoi impegni, dai tuoi programmi, dai tuoi obiettivi. Hai un pensiero unico, il tuo, e non posso continuare ad accettarlo, neppure presumendolo in buona fede”.
“Kari, fermati – sospirò il marito - . Non posso sentire questa storia una volta ancora. Sai chi sono, sai cosa voglio e sai che l’impegno che mi rimproveri è l’unico modo per ottenerlo”.
Lo so questo, Tom. Me l’hai già detto e forse l’ho saputo da quando mi sei iniziato a piacere. Credo anzi che mi sia avvicinata a te proprio per quella tua magnetica dedizione: allora il tuo mondo era solo un sogno ed era ancora più bello vedere che la tua follia visionaria era così forte da renderlo incredibilmente vero”.
“Già” disse Tom sentendo quelle parole sue con un misto di orgoglio, rabbia e stanchezza. “E allora cosa c’è che non va?” aggiunse però in tono secco e interrogativo, reprimendo ogni titubanza.
“Nulla di evidente - proseguì Karienne - Ho paura che tu non abbia dubbi a sufficienza”.
Tom rimase in attesa. “Non capisco?” ammise quando vide la moglie ancora in silenzio.
“Sei sempre così sicuro che ciò che stai facendo sia importante. Non ti chiedi mai se i tuoi sogni di ieri e i tuoi obiettivi di oggi non siano altro che delle scuse?. Dei pretesti per renderti indispensabile o almeno per darti l’illusione che lo siano le azioni in cui ti concentri così tanto?”.
“Me lo chiedo ogni giorno da tanto” rispose Tom.

Karienne non si aspettava quella risposta. Aveva esordito sicura per aprire un mondo al marito, ma quelle ultime parole ribaltavano la sua posizione. Le labbra non facevano uscire più le parole e i suoi pensieri si disperdevano come astri in un cosmo senza più gravità. “Perché non ne hai mai parlato?” fu l’unica cosa che riuscì a chiedere.
“Perché solo raramente si ha il coraggio di parlare di ciò a cui si pensa di più”.
“Neppure a me?” continuò Karienne con la stessa voce disorientata.
“Già, neppure a te” confermò Tom. Si sarebbe voluto fermare così, ma sapeva che ormai era stato spinto troppo avanti per farlo. Si avviò verso le scale, ma prima di salire si fermò: “Sentirei subito la nostalgia delle futili considerazioni sul domani che mi danno un ruolo oggi e mi rendono più semplice spiegare chi sono a me e agli altri. Ma se avessi il coraggio di farne davvero a meno, penso che sarebbe messo in discussione molto di più di quanto riesci a pensare tu”.

martedì, novembre 04, 2008

Io, Dio e i 10 minuti prima della sveglia

Il suono della sveglia prende forma assieme a quello della pioggia. Entrambi mi riportano alla coscienza: non sono lucido, ma per istinto, o meglio per abitudine consolidata, posticipo l’allarme di dieci minuti. Me lo posso permettere: di sera mi concedo sempre dieci minuti per poter prendere familiarità con la mattina; in fondo la mattina è una sconosciuta e ci vuole una pausa per annusarla.

Ripiombo sul materasso. Con il corpo ricerco subito la sagoma di calore lasciata nella notte e con le coperte faccio ombra fin sopra i capelli: mi nascondo il mondo, sperando che così neppure lui veda me. Sono i miei dieci minuti di ritorno all’infanzia: nel mio buio artificiale anticipo la giornata e la giudico in modo del tutto personale. Spesso immagino un colpo di spugna con cui d’un tratto cancello gli ostacoli da ogni situazione che attraverso, fino a quando, godendomi quel percorso di potenza senza attriti, mi lascio a un sorriso ebete al confine tra coscienza e incoscienza.

E’ quello il momento in cui mi rivolgo anche a Dio. Gli chiedo schiettamente se i miei progetti per la giornata hanno la sua approvazione e se posso contare sul suo aiuto per metterli in fila tutti senza fare vittima. Resto in attesa per un po’, ma quando il silenzio si protrae troppo a lungo mi avvicino definitivamente al mattino e alla maturità. Ripasso velocemente tutti i progetti appena elucubrati e non riesco a non notarne il lato egoista e superonista. Smetto anche di aspettare la risposta di Dio, perché a quel punto ammetto a me stesso che pretendere un ok divino a un mondo tutto mio è un po’ pretenzioso verso il Supremo: se tutti facessero lo stesso, la sua vita sarebbe un inferno di richieste inconciliabili. “Bah - borbotto – come cavolo faccio a pregare come fossi a una vertenza sindacale?”.

Sento di nuovo la pioggia e sopra di esso il secondo richiamo dell’allarme. Ho finito il bonus. In compagnia di più prosaiche incertezze imbocco la via del nuovo giorno.

lunedì, ottobre 27, 2008

Paradiso inviso

"La verità è questa. Tutti vogliono andare in paradiso, ma nessuno è disposto a morire per andarci".
(Vinicio Capossela, Intervista al Tg1)

giovedì, ottobre 23, 2008

In fuga dal funerale fantasma

Rannicchiato sul seggiolino di un treno regionale in viaggio da Bologna verso Forlì, sono completamente immerso nel mio piccolo mondo privato. Mi sembra di essere un tutt’uno con la portinaia protagonista del libro che ho in mano: la seguo passo passo nelle considerazioni che precedono il suo appuntamento con il signore giapponese, nuovo inquilino dello stabile dove lavora. Penso solo una cosa: correre tra le parole a quell’unica giusta velocità che ti permette di non perderle e nel contempo di non frustrare il tuo desiderio di arrivare al pensiero seguente.

Elegante, assorto e silenzioso non devo essere l’immagine della socievolezza
. Eppure il signore che mi è accanto, occhi sporgenti e pochi capelli anarchici, non riesce a trattenersi. Mi dà un buffetto sulla spalla e mi dice che proprio non mi può tacere cosa gli è accaduto nella sua giornata infinita.

Senza una reazione fisica evidente, penso. Le probabilità che la sua storia sia davvero interessante sono marginali. E’ sicuramente un rompi palle. Un po’ rincitrullito dall’età per giunta. Quanto basta per far finta di nulla. Ma il mio cinismo mi lascia un vago senso di colpa. Deve essere il residuo dei miei primi sei mesi in Australia: non negare mai un momento di socialità e condivisione, anche piccolo, al passante che ti incrocia. E’ sempre piacevole quando non ci si sente nessuno, scoprire che qualcuno ti domanda chi sei. Alla fine cedo e alzo lo sguardo.

“La signora è mia moglie” dice indicando la donna seduta nel seggiolino di fronte. “Sapesse” dice lei non tradendo il melodramma che il marito sta per mettere in scena.
Resto muto in attesa di vedere cosa succede.
“Siamo partiti questa mattina all’alba da Ancona per andare a un funerale” esordisce l’uomo.
“Anche una storia triste” medito sconfortato.
“Ma quel cazzo di funerale non l’abbiamo mai visto!” prosegue il signore alleggerito di trent’anni dalla foga. “Siamo arrivati fino ad Alessandria – un giorno di viaggio tra andata e ritorno – per non uscire dalla stazione: quei morti di fame – intendo i parenti vivi della morte – se ne sono fregati. Ci hanno detto che sarebbero venuti a prenderci. Invece ci hanno lasciato lì senza che noi sapessimo dove andare e senza un dannato che avesse il telefono in funzione”.
“Forse è arrivato in ritardo?” suggerisco. L’uomo mi guarda con occhi taglienti. “Deficiente” mi dico. Mai ipotizzare una soluzione a chi si lamenta di un problema alla ricerca di comprensione. “E lei che ha fatto?” domando cercando di rimediare.
“Sono risalito sul treno e ho ringraziato di essere troppo vecchio per usare la macchina”.
“Cioè?”.
“Così ho avuto da subito le mani libere per cancellare tutti i numeri di quei morti di fame”.
“Vedrà però che la chiameranno per spiegarle cosa non è andato per il verso giusto”.
“Nessuno lo ancora fatto, né con me né con mia moglie. E comunque alla prossima non mi fregano più. Se qualcuno muore, un francobollo gli invio. Così mi spediscono il santino a casa, che io da là non mi muovo più!”.

sabato, ottobre 11, 2008

In cammino

...nello spazio
cammino...nel tempo
"Agli occhi di un estraneo, un castagno secco da tagliare significava fatiche e ore perse; a quelli di Pettu e Toni no, per loro non era tempo perso, era tempo vissuto e da vivere, era la loro esistenza."
(Marco Aime, Il lato selvatico del tempo)

venerdì, ottobre 10, 2008

Dieci anni dopo qualcosa

Eccomi qua esattamente dieci anni dopo. Non ricordo esattamente dopo cosa, ma era un po’ che pensavo di aprire un racconto con questa formula, molto letteraria, e infine ho deciso di farlo. Lo faccio con la certezza che scrivere queste parole mi aiuti a trovare quel qualcosa successo nel passato a cui penso sempre senza riuscire mai a metterlo a fuoco del tutto. Avete presente quando il maestro, lo psicanalista o l’amico giornalista vi invitano a scrivere qualcosa per rendervelo più chiaro? Ecco io sto facendo esattamente questo e, anzi, un po’ di più: sto scrivendo sperando di leggere quello che non sono mai riuscito a pensare. Pretenzioso, ma in fondo sempre meno di quelli che addirittura pensano di poter creare cose con le parole. Un certo Austen deve averlo elucubrato in uno di quei saggi destinati ad allungare di un semestre la vita da studente di un individuo.

Comunque non divaghiamo. Qualche certezza c’è. Sono certo che qualcosa sia andato storto con la mia propensione a pretendere. Voglio dire: mi ripropongo sempre di pretendere di più, ma all’atto pratico provo sempre un profondo senso di colpa che mi impedisce di farlo. Perché scopro sempre di aver chiesto un po’ di meno, aver appunto preteso un po’ di meno, di chi mi cammina al fianco?

Non è un’incapacità di fondo, ne sono sicuro
. In Australia pretendevo con sublime naturalezza e spietata efficacia. Alla fine di ogni mia giornata la manina si allungava e come una prostituta pretendeva il suo tributo in salario: bei dollaroni verdi, pesanti e immediati. No, decisamente, non è qualcosa di cui sono privo alla base. Lo spirito di pretesa c’è. La mia testa infatti si lamenta spesso con me la sera perché, a suo parere, avrei preteso troppo da lei durante il giorno.

Comunque, lo ripeto, non divaghiamo su queste facezie intimiste. Torniamo al punto. Se la mia propensione a non pretendere non è qualcosa di innato, deve essere qualcosa altro. Qualcosa di molto lontano, ma non fisico: una sorta di peccato originale, così primitivo da essere dato per scontato. Spremendo le meningi nella stesura di questi quattro stupidi paragrafi spero di riuscire finalmente a fare luce su quel peccato primo. Che poi potrebbe essere anche qualcosa che non ho mai commesso, ma di cui mi sento in colpa. Ecco, ecco, ci sono. E’ questo il senso, intendo dire il senso di colpa. Mi sento in colpa per qualcosa. Ma cosa?

Proprio scrivendo, mi viene da dire che mi sento in colpa per il troppo scrivere
. Io dai monti con la penna (pardon con la tastiera in mano)! Si è visto mai? Sì si è visto, lo vedo tutti i giorni riflesso nello schermo del mio pc, ma non ci ho ancora fatto l’abitudine. Continua a risultarmi un’eccentricità inspiegabile da espiare con fatiche d’altro genere. Mi sembra un privilegio ottenuto per bontà altrui e mai del tutto meritato. Insomma, so che per mangiare qualcuno deve coltivare la terra, che per viaggiare qualcuno deve costruire le auto, che per comunicare a distanza qualcuno deve piantare dei pali e tirare dei fili. So che c’è qualcuno che fa tutto questo e io me ne sento un po’ in colpa. Avrei dovuto essere uno di loro e invece mi sono appollaiato più in alto: sono quello che mangia a sazietà, viaggia con frequenza e irradia messaggi a tutto il globo senza contribuire a nessuna fase del processo. Io sto lassù solo per cucinare parole e, in qualche sporadica occasione, riuscire a impastare una storia con gli ingredienti nella giusta dose. E’ un lavoro da nobile e tra ho nobili ho sempre pensato che certe cose fossero inopportune, specie per me che ero un intruso. Ecco perché dopo due ore di penna e tastiera non riesco a essere pretenzioso come dopo due ore di pala e cazzuola. Mi capite?

Non pretendo che lo facciate. Oggi anzi i più mi dicono che i nobili non esistono più: o meglio ce ne sono alcuni sopravvissuti a tutte le rivoluzioni ma sono solo borghesi più ricchi di degli altri. Sto tentando di convincermi di questo da tempo. Almeno da quando ho iniziato a scrivere tanto: devono essere almeno dieci anni...

martedì, settembre 30, 2008

Sulla cima (a Canadian perspective)

Pulmino
Photo by Rick

Nella stanza bianca dove immagino il ricordo

Il sentiero sale ancora. Continua a svilupparsi senza curve, lungo, deprimente. All’orizzonte però vedo già le balze. Mi immagino la fatica che ancora ricordo: gocce di sudore lievi su una faccia arrossata, mani umide che bagnano gli spallacci dello zaino. Sospiro al pensiero e guardo più in su alla ricerca del Lavane. Intuisco dov’è, dietro le grandi balze che lo precedono. Non ne ricordo il nome, come al solito. Ci penso ancora: non mi viene. Mi avvicino e il nome si fa più chiaro e di nuovo nitido nella memoria: le Balze delle Cornacchie. Sì, proprio loro.

E’ da lì in poi che avanza il buio più totale. Il manto verde della vegetazione si dispiega da una valle all’altra con pochi crinali a inframmezzarlo. Cerco un punto di riferimento, un punto che dia di nuovo un appiglio alla fatica che ancora ricordo, ma non lo trovo. Rido. “Deficiente - mi dico - Solo io posso pensare a passare di là: là dove non c’è nulla”. E dopo, sudore, sudore, sudore e a tratti sconforto: per ore, per una giornata intera. Lì davvero immagino di nuovo la fatica che ricordo.

Stanco, come dopo un cammino vero, richiudo la cartina. Mi piace guardare il mondo sulla carta: solo lì, dove è fermo, sicuro e innocuo, lo sento finalmente mio, compreso, a portata di pensiero. Rilassato mi appoggio allora con le spalle sulle mattonelle bianche dietro la schiena. Guardo a destra e la porta chiusa mi dà una piacevole sensazione di intimità. Guardo a sinistra e la piccola finestra aperta sulla collina sembra la cornice della quercia solitaria all’orizzonte.

Quando sono lontano da casa, ne sento sempre la mancanza: del mio stanzino bianco al piano si sopra e della mia cartina.

domenica, settembre 14, 2008

Il punto e il percorso

“Mi chiedo spesso quale sia il tragitto più corto tra due punti” disse uno.
“La retta, per quello che ricordo di geometria” rispose l’altro.
“Già, anch’io ricordo lo stesso, ma non ne sono più sicuro”.
“Hai elaborato una nuova visione del mondo senza dirmi niente?” gli domandò il compagno un po’ sarcastico e ormai abituato a simili divagazioni.
“No, nulla di tutto ciò – rispose l’uno -. Mi sono solo messo nei panni di tutti gli altri punti e mi sono sentito un po’ solo. Voglio dire, per la fretta di arrivare a quello che credi di conoscere e pensi di voler raggiungere, li trascuri tutti. Mi sembra una grossa perdita”.
Uhm, per quanto mi riguarda è già fin troppo lunga una retta. Fosse per me vivrei in un punto senza mai muovermi di lì. Che gusto, mi spegnerei godendomi all’infinito la mia perfezione, la totale autosufficienza di me stesso”.
“Per me temo sia tardi. Credo che mi abbiano venduto un punto fermo tarocco. E, comunque, non sono riuscito a rimanervi appollaiato”.
“Beh, se ne avevi trovato uno migliore, forse ne valeva la pena”.
“E’ questo il punto, non c’era un altro punto. Ho imboccato un percorso sperando che fosse lui a suggerirmelo”.
“Te l’ha poi suggerito sto punto, il tuo percorso?”.
Sì, ma poi il percorso ci ha anche preso gusto”.
“Non capisco?”.
“A svilupparsi. Del resto il percorso indica un punto, ma non gli piace. E’ anche da capire: se arrivi al punto sei alla fine del percorso”.
“Provato ad andare a capo?”.
“No. Quantomeno devo ancora finire il periodo!”.

lunedì, agosto 25, 2008

Di fronte a un libro, fisicamente

Un libro, già nel suo essere fisico nelle mani del lettore, è sicuramente un interruttore. Frase piena di implicazioni ripetutamente esplorate: tutto chiaro o quasi, ma non è questo il punto in oggetto. Qui si vuol prendere in considerazione quello strano fluire di illazioni che rimbalzano silenziose al contatto fisico con il testo, nel momento in cui questo è ancora materia volumetrica, nel momento cioè in cui il contenuto è ancora una promessa di incerta e futura affidabilità. Fermiamoci lì, in quello stadio in cui prendiamo un testo dallo scaffale della libreria, o lo posiamo sul tavolo per la prima lettura, o lo recuperiamo dal comodino a fianco al letto ove l’avevamo posato in un precedente momento di buoni propositi letterari. Fermiamoci lì e pensiamo un attimo.

Se di fronte a noi avremo un esame da superare imminente, il senso del dovere potrebbe anche prevalere immediatamente, trasformando quell’ammasso di carta in una serie di capitoli da “classificare” rapidamente per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Il nostro orizzonte di pensiero potrebbe essere già finito: all’università capita assai spesso. Ma se così non fosse, potrebbe anche esserci spazio per altro, per molto altro.

Supponiamo di essere superbe menti yoga, capaci di fondere pensiero e azione nel qui e nell’ora. Il contatto con la copertina potrebbe allora stimolare in noi un sublime rimando all’assoluto. Piacere puro, non negoziato. In quel momento tutto il sapere precedente nella sua sterminata vastità ci sembrerebbe un saggio amico arrivato dalla notte dei tempi per salutarci, per salutare proprio noi e proprio lì. Rivedremmo ogni libro sfogliato in precedenza come un’evidente e necessaria tappa di avvicinamento al nostro nuovo amico di carta appena preso in mano. E, nello stesso tempo, ci sentiremmo animali ebbri di immortalità, con un futuro inebriato di senso dal nostro nuovo libro.

Si vorrebbe che quel momento non si esaurisse mai. Purtroppo, però, lo fa quasi sempre e quasi subito. La prima domanda che ci allontana dalla cosmologia letteraria universale appena descritta è frequentemente una domanda molto innocente. Ci chiederemmo per esempio quali frasi arriveranno d’improvviso a confermare i nostri pensieri, dandoci il gusto della ridondanza. Il problema è che finiremo per pensarci troppo a lungo, chiedendoci per quale meccanismo subliminale del sistema siamo di nuovo lì a comperare l’ennesimo testo che ci ricorda le tesi amiche ripetute da sempre con tono evidentemente consolatorio.

Sull’orlo del baratro, recupereremo l’equilibrio e un po’ di ottimismo invertendo la prospettiva. Abbandonando le comodità del già noto, indosseremo gli abiti dell’esploratore. Eccoci allora a chiederci dove sarà “il nuovo” nascosto in quelle pagine. La curiosità ci darà una scarica di adrenalina, quasi torneremo a sentire l’assonanza con la conoscenza assoluta dei primi istanti, ma poi potremmo essere assaliti da un riflusso di pigrizia. Il succedersi delle novità potenziali potrebbe mostrarsi preoccupante, potremmo iniziare a sentire la fatica dell’apprendimento, potremmo iniziare a sentirci inadeguati non solo rispetto al futuro, ma anche rispetto a tutto il sapere prodotto in precedenza e ora a noi improvvisamente ignoto o dimenticato.

Solo Socrate potrebbe salvarci a quel punto. Ci diremmo, come ripeteva lui, che il vero sapiente è colui che sa di essere ignorante. Ma il paragone non regge, lo sappiamo, e finiremmo per convincerci di essere ignoranti senza neppure saperlo e senza neppure sapere il perché di tale ingiusto e sfortunato destino. Uno sconforto assoluto ci assalirebbe e ci sentiremmo inadeguati perfino rispetto al caffé che pochi stanti prima avevamo fatto venir su con tanta passione per prepararci alla lettura.

Potrebbe essere il disperante stadio finale della serie e talvolta lo è. Ma non fermatevi. Proprio perché un po’ ottuso il vostro gesto apparirà quasi irreale e la vostra tenacia assumerà qualcosa di innegabilmente bello. O quantomeno affascinante.

venerdì, agosto 15, 2008

Quando Chatwin invitò Gogol a partire

Sui gradini di una biblioteca affacciata al mare Bruce Chatwin si trovò a muovere alcuni passi vicino a Nicolaj Gogol. L’inquieto viaggiatore inglese sostava sulle rive del Mediterraneo solo per alcuni giorni: giusto il tempo di trovare le corrispondenze bibliografiche alle ultime citazioni raccolte dal cuore dell’Australia. L’abulico scrittore russo invece si godeva una piccola boccata d’aria fresca: erano giorni che non usciva di casa, sempre indeciso sul modo più efficace di vivere la sua giornata.

Quando Chatwin vide alla luce del sole la tempra smagrita del suo collega di penna russo non poté reprimere un consiglio. “Dovresti partire anche tu” gli disse. “Rompere gli schemi, abbandonare la routine avrebbe sicuramente degli effetti positivi sul tuo corpo, sulla tua mente e sulla tua penna. Sono sicuro che troveresti nella partenza un nuovo lancio vitalistico”.

Gogol non fu sorpreso da quel consiglio. Lo scribacchino inglese con il vizio del nomadismo era forse il più famoso ad averglielo suggerito, ma tutti, dalla vecchia madre alla governante, si prodigavano per dargli uno stimolo. Tutti lo continuavano a trattare come un bambino senza appetito, ripetendo ossessivamente che il sole avrebbe potuto fare miracoli su di lui. “Quante parole sprecate” pensò unendo disprezzo e pietà. Poi alzò leggermente lo sguardo verso l’inglese, asciutto e abbronzato, che ancora aspettava una risposta: “E partendo cosa credi di risolvere?” gli disse. “Pensi forse che partendo tu possa veramente dimostrare a te stesso di valere qualcosa, di giocare una partita con un ruolo più protagonista di chi rimane? Pensa piuttosto ad ascoltare l’ansia che ti dovrebbe accompagnare, l’ansia di capire se il tuo è coraggio di partire o mancanza di determinazione del rimanere. Hai mai provato a restare fermo, immobile e a pensare davvero a cosa fare per rendere utile lì e ora il tuo gesto successivo?”.

“Stando alla tua fama, non ti facevo così pungente” ammise l’inglese. “Lasciami dire però che le frecce che lanci per difendere la sedentarietà della tua mente e del tuo corpo sono solo aristocratici giochi dialettici tipici di chi spende troppo tempo a pensare a una parola per capirne davvero il senso. Partire non è un gesto unico, una fuga dal qui e dall’ora. E’ piuttosto la scelta di rimanere per sempre dei forestieri, di non dare mai per scontato chi si è veramente, di dover spiegare ogni giorno il proprio percorso, raccontandolo ogni volta in un modo diverso, con un senso diverso. Partire, cambiare in continuazione significa rendere perenne la condizione del bambino, che non solo curioso, ma soprattutto innocente, può chiedere all’adulto con il privilegio della prima volta, con il privilegio di chi parla senza le furbizie interpretative che l’esperienza consente e che nei rapporti maturi diventano totalizzanti”.

“E cosa mai dovresti chiedere a tutti i tuoi forestieri?” sbottò ironico e disinteressato il russo. “Il loro modo di vivere, di sentire, di pensare o di pregare? Per quante risposte i tuoi sconosciuti ti daranno, mai avrai da loro la risposta che cercavi. I tuoi pastori, i tuoi nomadi, saranno solo compagnie surrogate. Non potrai che odiarli, perché loro, felicemente fermi nel loro mondo, non potranno mai capire il tuo. Non ti ascolteranno e ignorandoti costringeranno a reprimere nel silenzio della tua sera l’ansia che ti ha condotto così lontano fino a loro. E allora che senso ha partire? Posso senza dubbio continuare a pensare senza il tuo viaggiare”.

Nessuno aggiunse altro. L’inglese scese le scale pensando furiosamente al russo che rimaneva. E il russo restò immobile pensando stancamente all’inglese che se ne andava.

giovedì, agosto 07, 2008

Tra due mondi in compagnia di Thomas Mann

Un’altra mail, l’ennesima, mi chiede se a distanza di due anni dal primo post di questo blog abbia trovato la sintesi tra i due mondi che nel 2006 contendevano senza soluzione di continuità le mie simpatie. Credo sia dunque giunto il momento di esternare per il mio piccolo pubblico, ma soprattutto per me, l’evoluzione del mio intricato rapporto tra l’approccio speculativo al mondo della cultura cittadina e la tranquillizzante ripetitività dei cicli naturali della collina, tra il caos frenetico della metropoli e la quiete, talvolta eccessiva, del piccolo borgo. Metterò il mio stato dell’arte per iscritto, anche se forse non sarà né semplice, né lineare approdare alla fine di questo post agostano che segue le incerte geometrie di un pensiero a tratti incompleto.

Il puntello, che poi è stato chiaro da sempre, ancora da prima che ne potessi conservare memoria, è la mia vaga avversione per l’eccesso di civiltà. Là dove c’è folla, ovunque essa sia, subito sento l’eco di un certo sdegno. Neppure il bello per eccellenza, intrappolato tra le spalle di una folla, mi sembra più tale. Preferisco un muricciolo in pietra di più modesta fattura, col quale instaurare un dialogo più personale, privo dell’apparato critico che troppo spesso pregiudica l’approccio ai luoghi più importanti. Preferisco un cappuccino tiepido sul terrazzo di un bar di provincia, dove la porta aperta sul caotico ripostiglio ti lascia la sensazione di poter restare a lungo senza infastidire. Preferisco chiedere informazioni a una vecchia coppia che mi domanda perché sono lì, piuttosto che dover competere per attirare l’attenzione di un passante che desidererebbe non avermi mai visto. Preferisco tutto questo e, dopo aver passato alcuni momenti speciali tra i quattro muri di Portico, in Romagna, e di Silverton, in Australia, so che è lì che devo restare per godermi appieno la maggior parte del tempo.

Proprio in Australia, però, ho anche sperimentato la nostalgia dalla penna e dal pensiero che mi assale entrando in prima persona nella routine quotidiana delle azioni di un’azienda agricola o di un ristorante. Basta uno spunto storico, una curiosità toponomastica o un rimando narrativo per spingermi verso i silenzi di un archivio o di una biblioteca e da lì alla fitta rete di rimandi bibliografici che abbraccia ogni ramo del sapere. Basta uno spunto per stimolare il desiderio di una conversazione che troppo spesso nel piccolo borgo rimane un monologo.

Quando lasciai Bologna per Sydney, nel dicembre 2006, ero convinto che il giornalismo potesse essere il campo in cui fondere queste due opposte esigenze di ruralità e di racconto. Talvolta lo è, come mi ha ricordato pochi giorni fa la mia trasferta in Liguria assieme alla carovana del CamminaMare, ma al giornalismo di oggi e forse a quello di sempre non si può chiedere di sostenere la nascita di una parola cosciente e vissuta. Anche l’editoria in fondo è un’industria e nella sua dialettica tra costi e ricavi la spesa per avere articoli che nascano da cronache vere è troppo alta rispetto ai ricavi che esse garantiscono. E’ vero ovunque e ancor di più se l’oggetto di tali cronache devono essere zone poco popolate, marginali, economicamente povere.

La fusione tra parola e paesaggio trova una realizzazione molto più forte in una visita guidata. Le tante piccole visite condotte in altrettante amene località si sono rivelate in questi mesi sovraccarichi di impegni stimolanti fogli bianchi, terreni fertili per ancorare il sapere di un libro alla forma di un edificio o alle tracce di un sentiero. Ogni appuntamento è stato l’occasione per generare testi che non fossero cronaca ma racconto, non mera trasposizione ma costruzione. Ognuno di essi aveva un inizio, una fine, uno sviluppo, capitoli imprevisti, che solo io ero a decidere, con tutti i problemi del caso.

Finora il vero inconveniente di questa produzione di contenuti è stata la sua sostenibilità economica, già ancora lei. Non solo come introito assoluto, ma anche come pretesa di pagamento per una prestazione così amata. Tra poche settimane avrò modo di giocare la partita che, come risultato finale, potrebbe essere la risoluzione anche di quest’ultimo problema, non del tutto marginale in una società in pieno capitalismo maturo. Verso quella sfida, non facile ma per questo avvincente, mi sto concentrando con un’unione di intenti di cui ero orfano da tempo. E’ come se il desiderio di conoscere altro che mi aveva spinto a lasciare Bologna due anni addietro trovasse ora la sua valvola di sfogo: eccomi così a ogni momento disponibile, di nuovo tra i libri. Ed eccomi così, protetto da una socialità ridotta al minimo, in dialogo continuo con letteratura, arte, storia, lingue, diritto, geologia e botanica. Uno spettro ampio che meravigliosamente si adagia nella mia totale ritrosia alla scelta del particolare.

Nel preparare tale sfida e le altre più o meno simili che la affiancano, non ho potuto frenare un sorriso imbattendomi in una pagina di Thomas Mann. Ve la riporto qui di seguito. Mi è sembrato incredibile quanto Tonio Kroger, il protagonista, riflettendo sul suo continuo oscillare tra misura borghese e foga artistica, si lasciasse a formulazioni dialettiche così adatte per trovare nuova eco in questo minuscolo angolo di web.

Buona lettura!

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“Ed ecco che cosa ne risultò: un borghese sviatosi nell’arte, un bohemien pieno di nostalgie per la buona educazione, un artista con rimorsi di coscienza. Perché appunto la mia coscienza borghese è quella che in tutto ciò ch’è arte, genio ed eccezione, mi fa scorgere alcunché di profondamente ambiguo, profondamente dubbio, profondamente sospetto; è essa che mi riempie di quest’amorosa debolezza per il semplice, il candido, il piacevolmente normale, insomma per l’anti-genialità e la costumatezza.
Io mi trovo in mezzo a due mondi, senza sentirmi a casa mia in nessuno di essi, e questo mi procura qualche difficoltà. Voi artisti mi chiamate borghese, e i borghesi sono tentati di mettermi in prigione… non so, fra le due cose, quale mi addolori di più.”

(Thomas Mann, da Tonio Kroger, 1903)

martedì, agosto 05, 2008

Andare, per la voglia di scrivere e parlare

“Parti ancora per i monti?” chiese la madre, una signora di mezza età dallo stupore facile, alla figlia china sullo zaino. “Non mi ricordavo tutto questo spirito agonistico”.
“Non lo è mamma” rispose Francesca. “Non lo è infatti”.
“E’ allora cosa vai a fare su e giù per quei dirupi ogni volta che puoi?”.
“E’ piacevole, è semplicemente piacevole” fu la risposta.
Francesca non aveva voglia di provare a spiegare troppo il desiderio che la spingeva alla partenza a ogni occasione: in parte temeva di restare incompresa e in parte sapeva che quel suo desiderio aveva qualcosa di misterioso e di oscuro anche per lei. Il suo piacere era più un’intuizione che un ragionamento. Era chiaro ma inafferrabile come gli ultimi pensieri prima del sonno.

Nel pomeriggio, seduta a fianco di un rudere, la ragazza ripensò al breve dialogo del mattino, prima della partenza. Senza dare nell’occhio, allora, si defilò per un attimo dalla compagnia che come al solito l’accompagnava. Su un foglio leggermente macchiato di unto annotò alcune considerazioni sul suo ultimo cammino, cercando in esse le risposte che non aveva voluto e saputo dare alla madre. In un paio di bozzetti tratteggiò il paesaggio. In un paio di corsivi riassunse le battute scambiate con un passante occasionale. E, in un breve elenco puntato, citò tutti i temi di cui ricordava di aver parlato lungo il cammino.

Né la descrizione del paesaggio, né i dialoghi, né l’elenco dei contenuti contenevano l’essenza cercata. Però quegli scarabocchi a penna avevano un significato. Erano il suo approccio a quel mondo. Per lei, ragazza più di parole che di azione, le riflessioni scritte erano l’unico modo per fare proprio un mondo amato, ma per molti altri punti di vista estraneo. Non solo: quegli appunti erano tanto più importanti perché erano l’unico luogo dove potevano essere presi. Al di fuori dei suoi monti, Francesca temeva di non aver nulla da dire.

Fu così che la volta successiva la figlia riuscì infine a rispondere alla madre. “Ci siamo ancora?” le chiese questa. “Sì – le spiegò lei – oggi, anche oggi, ho voglia di scrivere e parlare”. Poi si diresse verso l’alto, in attesa di capire se il suo essere era più estetico o più crepuscolare o se era qualcosa d’altro del tutto.