venerdì, luglio 11, 2008

Riccardo Carnovalini, un ritratto

E' uscito oggi, su Liberazione, il primo dei miei pezzi dedicati a Riccardo Carnovalini, il "camminatore di professione" con cui ho condiviso a inizio settimana due tappe del CamminaMare2008. Dal sito del giornale potete scaricare il pdf della pagina con l'articolo: «Camminare è anche un atto poetico
che può guarire il mondo dai suoi mali».
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Alcuni momenti del cammino:

Madonna sul porto di Marina di Carrara
Madonna sul porto di Marina di Carrara
Il pittore Claudio Iacarino
Claudio Iacarino
Tellaro e sullo sfondo Portovenere
Tellaro

Conclusione dell'intervista a Lerici
(foto di Elisa Nicoli)


martedì, luglio 01, 2008

La prima intervista a mani sporche

“Ovviamente ero io che, con la mia nuova attenzione, facevo succedere le cose”.
(Tiziano Terzani, Un indovino mi disse)


pezzi di puzzleDi nuovo un blocco appunti, di nuovo una storia da raccontare, un personaggio da inquadrare e qualche corsivo da inserire nel punto giusto del discorso. Di nuovo, insomma, con il solo obiettivo di scrivere un articolo. Presto, lunedì, sarò all’alba di un’intervista “ufficiale”. Sarà un ritorno dopo un digiuno prolungato, una novità quasi.

Quando, nel dicembre 2006, interruppi la mia routine di interviste, conferenze stampa e recensioni, mi ritenevo molto bravo nel cogliere ed evidenziare il lato retorico di una storia. Un gelataio nei miei pezzi agiva e parlava un po’ come un piccolo Achille: eroico e sfrontato. Stuzzicavo l’edonismo di chi intervistavo: un prete, celebrandosi, fece tardi alla messa. Poco importava che il giorno dopo chi avevo di fronte fosse uno qualunque: in quel momento lui era solo ed esattamente ciò che diceva. Indiscusso.

Ora potrebbe non essere del tutto così. Nella mia vacanza dal giornalismo puro mi sono sporcato le mani con un po’ di storia mia: nulla di eclatante, quel tanto che basta per saggiare la differenza tra la portata di una parola e la coerenza di un’azione. Le frizioni che ho sofferto nei miei sforzi personali e le frizioni che ho toccato negli sforzi altrui mi hanno reso un po’ più scettico e fatalista. Potrei insomma fare qualche domanda cattiva, riportare qualche retroscena imperfetto, provare a rompere il giochino, insinuare il tarlo del dubbio. E poi potrei scivolare nella tecnica, tradita qua e là per dare alle piccole facezie di questo blog un andamento meno cronachistico e più cronachistico. O forse potrebbe non succedere nulla di tutto questo e, come in una memoria mai sopita, riproporsi la chiacchierata solare a cui ero abituato.

In attesa di questo responso del tutto personale mi chiedo se, oltre alla storia del grande documentarista alla vigilia di un lungo cammino lungo la costa ligure, mi imbatterò anche in una sconosciuta e loquace vecchietta dall’insolito destino. Anche questo, fato permettendo o meglio fato invocando, sarebbe una novità del nuovo corso.

lunedì, giugno 16, 2008

Citazioni viandanti

(dal Festival del Cammino - Berceto 13-15 giugno 2008)

L’aborigeno squadrò il visitatore occidentale. Il bianco era alle porte del villaggio: pantalone corto, calzino lungo a proteggere il polpaccio, scarpone da escursionismo, camicia senza maniche e cappello dall’ampia visiera. Il bianco era solo, lontano dai gruppi con cui di solito si muoveva.
“Strano” pensò l’aborigeno.
Il bianco gli si fece incontro e infine l’aborigeno parlò.
“Vuoi salire fine al tempio?”.
“No” rispose il bianco.
“Vuoi passeggiare nei luoghi sacri al nostro popolo?” lo incalzò ancora l’indigeno.
“No – rispose di nuovo il visitatore bianco – sono venuto solo per fare tutto con calma. Avrò tempo per visitare il tempio e i luoghi sacri”.
L’aborigeno si allontanò. Un altro fottuto turista che non consumava un cazzo e aveva il malsano desiderio di voler capire.
(Ispirato alla relazione di Marco Aime, antropologo)

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“I luoghi semplici sono l’ultimo rifugio per gli animi complessi”.
(Oscar Wilde – Bicchiere al bar “Salti del Diavolo” di Cassio)

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“E’ fondamentale evitare una iper-tecnicizzazione. Nell’eccesso di tecnica mancano i momenti per il pensiero. Il viandante invece si muove bene proprio negli spazi semplici dove non servono tecniche e si possono ignorare le tabelle. Ri-alfabetizzare al territorio, oggi, significa dunque creare un altrove basato su un esotismo di prossimità”.
(Annibale Salsa – Pres. Nazionale Cai).

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“La capacità di godere un paesaggio, provare un piacere del cammino senza alimentare il Pil è già una scelta forte di decrescita costruttiva”.
(Riccardo Carnovalini – Paesaggio Italiano)

mercoledì, giugno 11, 2008

Il sardo olandese che mise tenda nel boschetto di Castelluccio

"Ma che cosa ha fatto" gli domandò Paddy "durante la Rivoluzione Culturale?".
"Sono andato a fare una passeggiata sulle montagne del Kunlun".
(Gran Maestro Taoista - cit. in Le vie dei Canti)


CastelluccioC’erano i lampioni accesi, come nel centro di una grande città, ma le case erano tutte chiuse. Castelluccio era una città fantasma. Chiusa nel suo cucuzzolo, la cima del paese sibillino era un cantiere silenzioso attraversato solo da qualche cane randagio. I caterpillar si stagliavano nell’oscurità come guardiani meccanici di via martoriate da scavi, pontili, armeggi e ghiaie. I campanelli erano illuminati, ma nelle loro strisce di luce non si poteva leggere nessun cognome. Non ve ne erano.
“Non credi sia un posto strano?” disse Stefania.
“Decisamente sì” risposi accendendo la torcia per illuminare alcune macerie più buie delle altre.
“Ma secondo te ci abita qualcuno?” chiese ancora la ragazza.
“Sembra di sì – risposi ancora – ma non capisco come e chi. E’ un enorme cantiere”. “Forse – aggiunsi dopo una pausa – qualcuno in paese ci può dare spiegazioni.

Sulla base del colle di Castelluccio le luci di un ristorante erano ancora accese. Quattro uomini sedevano rumorosamente di fronte a un film di Rambo. Uno di loro, il più giovane, forse il cuoco, si alzò per servirci. Ordinammo una grappa del luogo; ce ne servi una ambrata di genziana.
“E’ tutto un cantiere su in paese?” domandai mentre versava il liquore.
L’oste continuò il suo lavoro senza rispondere. Lo incalzai. “Sono privati che ristrutturano le case?”.
Lo sguardo del cuoco si mostrò attonito, indeciso sul significato della domanda.
“Sono aziende?” aggiunsi aallora.
“Sì – rispose infine il mio interlocutore silenzioso - cioè sono più aziende insieme che fanno i lavori”.
“Fanno un albergo diffuso nell’intero paese?” chiesi ancora una volta, finendo senza risposta, una volta di più.
Stefania mi suggerì di desistere. La assecondai.

“Macché privati” ci spiegò infine il romano del locale di fronte la mattina dopo. “Qui se rivolti la gente non escono neppure gli spiccioli. C’è un finanziamento: dell’Unione Europea. Sei milioni di euro per rifare tutto come era: un lavorone! Due anni in condizioni normale, cinque o sei qui. E’ dura, sai. Qui nevica sempre”.
“A partire da quando?”.
“Da quando capita”.
“E’ dura – disse di nuovo il romano smettendo di spazzare e accendendo una sigaretta – Lo vedi quel boschetto. Un giorno arrivò un sardo che viveva in Olanda. Parlava un po’ sardo e un po’ olandese. Un tipo strano: non si capiva né il sardo, né l’olandese. Disse che gli piaceva er boschetto. Gli dissi che ci poteva dormire se voleva. Mi spiegò che a lui piaceva la tenda, come quando aveva vent’anni, per sentire meglio la natura. Lo invitai a cena dopo che la ebbe picchettata. Lui accettò, mangiò con noi, ma poi non trovò più la tenda. Era partita una tempesta di vento. Trovammo tutto solo il giorno dopo: tenda, picchetti e bagagli erano tutti attorcigliati a un pino in cima a er boschetto. Il sardo-olandese, che non era mica vecchio sai, avrà avuto sui quaranta-cinquanta anni, disse che da allora in avanti sarebbe andato solo in hotel. Di almeno tre stelle”.

Stemmo un po’ sorridendo divertiti a guardare il boschetto. Era in sospensione tra il brullo crinale della vetta e le striate coltivazioni di lenticchie della valle. Così appeso alle pendici est di Castelluccio sembrava raccontare ancora la storia di cui il romano ci aveva messo al corrente.

Sorridemmo ancora una volta prima di salutare il boschetto, il romano e il suo paese di dodici anime. “Ma tu che sei venuto a fare fino a qui?” gli dissi infine.
“Niente - rispose lui - stavo a fa un lavo’ stressante”.

lunedì, giugno 02, 2008

La rivoluzione può attendere

La persona più anziana del gruppo attendeva la moglie sotto l’ombra del pioppo. Con la voce piena di entusiasmo, si rivolse al più giovane discepolo per assicurarsi che gli avvenimenti di giornata fossero opportunamente immortalati. “Ci vorrebbe una lapide” disse allacciandosi la maglia alla cinta e prendendo lentamente la via della valle.
“Ci sono i ragazzi dell’istituto d’arte – rispose il discepolo, a sua volta più prossimo alla mezza età che all’adolescenza – Penseranno a tutto loro sicuramente”.
“Mi raccomando – concluse l’anziano – questo è un evento storico”.

L’uomo prese a scendere che già il pomeriggio era inoltrato. Tra i rivoluzionari convenuti in mezzo al bosco per far dialogare la natura con il loro senso artistico era già accaduto tutto o quasi. Le istallazioni pendevano qua e là dai rami degli alberi più imponenti. Attendevano il vento per animarsi, ma restavano esanimi sotto il cielo umido e immobile. Pochi le guardavano davvero. Un ragazzo coi rasta cantava Bob Marley, un signore con la barba stonava Bella ciao.

I leader del gruppo sedevano in disparte, accovacciati su una coperta. Recitavano la loro parte attenti a non tradirla. Mai una parola ovvia, mai un pensiero quotidiano, mai un anelito di ottimismo. “E’ ovvio che il decadentismo del sistema continua a irretire le menti impedendo il risveglio delle coscienze” disse a un certo punto l’accademico sollevando i grossi e spessi occhiali neri in tinta con la camicia e in contrasto con i pantaloni bianchi.
“Certo – rispose il pittore – e la decadenza dell’essere potrebbe perpetrasi per altri due o tre secoli. Non vedo alcun gesto di emancipazione in divenire”. Il pittore era più giovanile: aveva anche il conforto di una donna creola, che l’ascoltava silenziosa in estatica contemplazione del profondo pensiero rivoluzionario che le scorreva al fianco.

Più in là una signora sedeva sola sulla radice di un albero. Più lontano sui ruderi di un’antica parrocchia si tagliava prosciutto e si serviva vino. In fondo alla strada, nonostante l’ora tarda, qualcuno continuava ad arrivare.
“E’ tardi?” chiedevano questi con un vago senso di colpa accelerando il passo.
“No – rispondeva il presente di turno – c’è ancora da bere e da mangiare”.

Qualcuno invece cominciava a discendere come il vecchio poco prima. Una donna rimproverava il marito cinquantenne di non essersi ancora cambiato la maglia sudata. Un madre continuava a rimproverare i figli perché non avevano ancora preso il loro panino. E un bambino spargeva bolle di sapone di fronte al padre che suonava la cornamusa. Poco convinto dei suoi gesti, il ragazzetto lasciò andare la fantasia: i genitori gli avevano parlato di congiure, rivolte e ribellioni, ma lui per un attimo si immaginò imperatore, dalla parte di Cesare e Nerone. In cuor suo pensò che non avrebbe corso grandi pericoli.

mercoledì, maggio 28, 2008

Beniamino, l'omone che custodiva Trebbana

"Questo è Beniamino, o meglio, era Beniamino a Trebbana. Non potevo non informarti dell'esistenza di Beniamino, perchè per me Trebbana era anche lui!"
(Valeria, brillante commentatrice di questo blog)


TrebbanaNon era facile andargli a genio. Beniamino, il custode di Trebbana, era un omone sulla quarantina dai modi ursini, con alle spalle una vita da camionista. Dalla finestra dell’antica abbazia che aveva accettato di custodire per poche lire, salutava i viandanti con un urlo poco rassicurante: “mooostriiii” ululava rompendo il silenzio di quei tramonti con le nuvole a forma di cuore. Pochi gli andavano veramente a genio e ciò spiegava la sua scelta eremitica. Era come un animale selvatico: schivo, pauroso, a tratti terrificante.

Però ad alcuni, baciati da un’alchimia personalissima, riservava un’ospitalità focosa. Quando il padrone dava il suo assenso tutti gli animale del cortile scodinzolavano a festa. Era un’orchestra che accompagnava l’eletto di turno fino alla porta di casa per scoprire il lato dolce del losco figuro: un mondo di vino e di cibarie protetto da una porta privata sul lato destro dell’ingresso. Beniamino serviva le sue scorte con il condimento della filosofia che nutriva rubando parole alle frequenze di radio rai e ai libri che leggeva in abbondanza.

Fu proprio per restituire un libro preso a prestito che la giovane musicista venuta dalla pianura scoprì che Beniamino non abitava più a Trebbana. Se n’era andato. I più dicevano che era tornato tra i civili, rubato al suo eremitaggio dal richiamo di una donzella di Grisignano.

A Valeria rimase il libro e la nostalgia per l'omone che le rendeva ancora più magico quel luogo.

lunedì, maggio 26, 2008

La sera prima della partenza a casa del mago

Al piano inferiore della casa, sotto una volta in pietra dal colore grigio e dalla superficie grezza, c’è il solco delle vecchie fognature. Il mago dice che in quella parte sotterranea e nascosta della sua casa c’è il cuore del paese, la sua anima più povera e antica. Sotto la volta in pietra lui, bambino, e i suoi familiari più grandi vi trovarono anche riparo nelle notti buie dei bombardamenti: quelle pietre salvarono le vite a tutti quanti, anche se una notte alcune donne rimasero ferite da alcune schegge. Lo scoppio era avvenuto proprio lì vicino.

Sopra la volta protettiva ci sono altri tre piani. Densi, tutti abitati, tutti decorati, personalizzati nel dettaglio: la sala, la cucina, il camino, il terrazzo, le camera e la finestra sul fiume. L’aria ha il sapore che si respira nei luoghi della stagionatura: c’è un profumo intenso, rafforzato dal tempo, che passa leggero, come se fuori ci fossero ancora le botteghe del macellaio e dell’arrotino.

Quella notte a casa del mago fervevano i preparativi. La moglie era in partenza: una breve visita a casa. “Una giornata di libertà” spiegava il mago romagnolo all’ospite australiano che era nato in Olanda e lavorava in Italia.
“E’ sempre così romantico?” chiese allora questi alla signora, che con leggerezza riempiva il suo piccolo bagaglio, rendendolo compatto ed elegante.
“Non si è mai dimenticato uno solo anno – alzò lo sguardo lei – di salutare l’inizio del mio nuovo anno scolastico da insegnante con un biglietto d’auguri. Ogni anno diverso e più poetico del precedente”.

Poi la signora si accomiatò, salì le scale per andare a riposare. La porta al pian terreno si aprì per far uscire i quattro cagnini. E un bicchiere di laurino fu versato per celebrare l’ennesima quotidiana occasione speciale.

sabato, maggio 17, 2008

Casa del cuculo: echi balcanici nella terrazza di Romagna

Parte la musica e sotto la torcia della grande madre, al secolo Debora, venti candele illuminano un volto corrugato. E’ un quadro appeso al ramo di una quercia nell’aia della Casa del cuculo. Ce ne sono tanti nell’arco di pochi metri. Sono uno dei segni della festa. C’è gente – forse un’ottantina di anime al festival degli artisti immergenti – nell’arida collina che una polverosa carrareccia recide dal resto del mondo: dalle luci della riviera, dalle sacre forme della Pieve di Polenta, dai rinnovati lussi delle Terme della Fratta. C’è Bertinoro, la terrazza di Romagna, poco lontano, ma su alla Casa del Cuculo c’è un altro mondo: ci sono gli echi dei Balcani.

Sul palco principale, un prato reso più confortevole da travi imbottite, tamburi, violini, fisarmoniche e fiati insinuano tra pini, roverelle e biancospini suoni gitani. Le parole che introducono i brani sono confuse, quelle delle liriche incomprensibili. Resta l’atmosfera: prevale il lamento, ma c’è spazio per accordi solari, accelerate d’allegria. Il bosco dietro al palco è in penose condizioni, ma nel buio i rami sono la più ancestrale delle scenografie. I suonatori per lo più sono dilettanti, ma le loro imperfezioni scompaiono nell’armonia dell’insieme creata in lunghe prove nel tempo libero della disoccupazione.

Le candele, i quadri i concerti rimarranno accessi per tre notti nella collina della Casa del cuculo. Il “paperoga” continuerà a portare su e giù gente dalla valle, il “bar-collante” continuerà a annaffiare le gole dei presenti. Poi nella casa resteranno solo le cinque persone che vi abitano e, senza il rumore del pubblico ad applaudirle, torneranno a vivere serenamente o, forse, a chiedersi se lo stanno facendo veramente o se ne stanno solo illudendo temporaneamente, in attesa di trasformarsi, tra vent’anni, in un rudere sopravvissuto a sé stesso (Pianbaruzzoli, il relitto sopravvissuto a se stesso).

mercoledì, maggio 14, 2008

Romagna, from a different point of view

Sono passati più di due anni dal primo post interamente dedicato alle leggende di Romagna. Da quel mix di storielle raccolte in una notte a Pian del Grado sino a oggi, 26 piccoli scampoli di testo sono stati dedicati alle colline della Romagna Toscana e agli strani figuri che talvolta mi è capitato di incontrarvi.

In tutto questo tempo, però, non ho mai pensato di descrivere la Romagna come la terra di un romanzo di Peter Mayle, che fino a pochi istanti fa mi era completamente ignoto. Lo ha fatto invece Neeraja, poco dopo essere uscita dall'ombra della quercia di Montalto.

Insomma, ecco come "gli altri" vedono la Romagna.

martedì, maggio 13, 2008

Pantieriadi: prossima tappa Broadway

L'hanno chiamato "Picaciu" o "il Vecchio" per il ruolo di leader sul palco. In esclusiva ma piratabile gratuitamente, qualche immagine della sublime performance di Enrico Pantieri alla prima di Del lavoro e altre storie, spettacolo conclusivo del laboratorio teatrale promosso dall'Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d'Arte Contemporanea e Teatro Due Mondi.

La rappresentazione è stata ospitata lunedì 12 maggio al Teatro Masini di Faenza.


pantieri seduto...
Enrico Pantieri
...pantieri protesta...
Enrico Pantieri
...pantieri megafono...
Enrico Pantieri
...pantieri danzante...
Enrico Pantieri
...pantieri e gli altri.
Enrico Pantieri

lunedì, maggio 12, 2008

Qualche nota con una matita spuntata

Quando chiuse l’ultima pagina del romanzo il giovane lettore si fermò assorto a rimirare la copertina del libro. Era un classico: le sue parole avevano già superato positivamente il giudizio del tempo. Sul retro c’erano alcune citazioni appartenenti a critici letterari che celebravano l’immortalità delle parole all’interno, l’universalismo delle emozioni espresse, il realismo delle situazioni descritte.

Il giovane lettore, però, conservava qualche dubbio su quei commenti. Aveva apprezzato le pagine lette, ma gli risultavano lontane. Quei personaggi tormentati dall’incertezza, guidati dal dubbio e appesantiti dall’emozione gli apparivano artefatti. La vita gli sembrava più semplice e rettilinea di quella vissuta da quei protagonisti. Le loro avventure dovevano essere viziate dall’eccezionalità, alimentate dall’avventatezza delle loro scelte.

Alcuni anni più tardi il giovane lettore un poco cresciuto chiuse stancamente l’ultima pagina di un romanzetto contemporaneo. La trama gli era parsa sterile, banale, poco coinvolgente. Tutto era proceduto dall’inizio alla fine senza sussulti, senza profondità. Ripose quel libretto e per conciliare il sonno rilesse alcuni passaggi dei vecchi classici sfogliati in adolescenza. Con una matita spuntata affiancò alle note critiche alcune considerazioni proprie: nel rileggere quelle pagine aveva gustato il piacere di ritrovare traccia di sé.

martedì, aprile 29, 2008

50 anni dopo: appuntamento con gli sconosciuti del giornale

Ben visibile in mezzo al pascolo c’era la capanna dove la ragazza consumava la maggior parte delle ore lavorative. Un incrocio di assi povero e incompleto, che poco o nulla sembrava rispetto al grande albero lì vicino. Dentro lo stanzino in legno, sudicio e pieno di spifferi, c’erano poche galline smagrite e un’accozzaglia di badili e zappe dai manici contorti e dalle lame arrotondate e arrugginite.

La giovane donna passava così tante ore attorno a quel capanno affaticata dal lavoro, che subito, appena poteva, se ne allontanava. Non esisteva pausa o tregua, se non lontano da lì. Però il destino volle che proprio lì vicino finisse per trascorre i momenti più emozionanti della sua vita. Poco più sopra c’era infatti il grande albero: era il più maestoso, l’unico in grado di offrire con i suoi rami riparo dal sole e con il suo tronco riparo dagli occhi indiscreti. Nelle sue vicinanze vi si nascondevano ragazzi per fare giochi da bambini e adolescenti a spingersi un po’ più in là nella vita da adulti.

Anche la giovane donna scelse dunque la quercia per nascondere la sua passione con quel ragazzo della parrocchia vicina: un contadino anche lui, ma dai modi borghesi, con un doppio petto più elegante di quello di tutti gli altri. Il giovane uomo l’aveva sedotta con una storia strana a cui lei non sapeva se credere o no: il contadino borghese le aveva detto che, proprio lì vicino alla sua capanna da lavoro, alcuni secoli prima era passata anche la famosa Caterina Sforza, la signora di Forlì. La giovane donna non aveva mai udito prima quel nome, ma le faceva piacere immaginare di lavorare notte e giorno su una campagna calpestata anche da una dama di città. Aveva preso ad amare quella storia e un poco anche chi gliela aveva raccontata.

Aveva confessato subito il primo amore, mentre tenne a lungo nascosto il secondo. E a nasconderlo, andò sempre dietro la quercia, nell’angolo dove ormai l’erba portava la sua impronta.

Mezzo secolo dopo la donna ormai invecchiata decise di rivelare quel vetusto segreto a un gruppo di sconosciuti: la signora diede loro il benvenuto seduta sotto la sua quercia, attendendo fiduciosa proprio all’ora in cui il giornale del giorno prima ne aveva annunciato il passaggio. Salutò il piccolo manipolo senza dare peso al loro stupore. Si lasciò andare anche a qualche battuta, ma senza avere troppo tempo per andare oltre. Le sue parole furono infatti nascoste da quelle del marito. Era l’amante di allora: ancora riconoscibile dal suo vestir borghese, ancora orgoglioso di raccontare che nel suo comune era passata anche “la Caterina Sforza”, la signora di Forlì.

Fu un incontro tranquillo, senza formalità, senza scambio di nomi. La coppia nata all’ombra della grande quercia si dileguò da dove era venuta, allontanandosi dal suo appuntamento col destino a bordo di una piccola Panda verde come i pascoli ai margini della strada.

sabato, aprile 26, 2008

Magie dermatologicamente testate

Quelle odiose verruche proprio non volevano saperne di scomparire. Ciclicamente si riaffacciavano, più o meno sempre nella stessa posizione: sotto il mento. Temporeggiavano per qualche settimana fino a quando una di loro si sporgeva avanzando inarrestabile.

Il dermatologo era già intervenuto più volte per asportarle e la diagnosi era sempre stata la stessa: fenomeno psicosomatico. “Sono verruche filiformi – diceva – non si propagano quando fai la barba. Sono il tuo punto debole: sei sotto stress e lo sfoghi così”.

Le verruche ricomparvero una volta ancora e il paziente una volta ancora varcò la soglia del dermatologo, un nome noto dell’ospedale più noto della città. La routine fu la stessa. Si distese sul lettino, aspettando le agili trinciatine sulle sue protesi inutili. Fu lì, tra strumenti di precisione e disinfettanti polifunzionali che la dottoressa si lasciò andare oltre la solita diagnosi. “Perché non ti fai toccare?” chiese.
“Cioè?” rispose il paziente indeciso.
“Dal mago – dico – solo che non so più quale suggerirti. C’era quello di Castrocaro, ma credo che non visiti più”.

Orchidea bianca

Orchidea bianca

martedì, aprile 22, 2008

L’indiana sotto la quercia di Montalto

Era ormai sera quando raggiungemmo il cortile del casolare: i muri in pietra della casa davano un’idea di eleganza, mentre i fogli di lamiera sui tetti delle capanne per gli attrezzi lasciavano un po’ di spazio all’incuria. Era la terza casa incontrata lungo la breve discesa dalla quercia di Montalto, l’ultima prima della parrocchia di Sant’Eufemia. Stavamo attraversando quell’aia sbadatamente – io, l’indiana, il geometra e la farmacista – quando una ragazza non più giovanissima, o forse solo non curata, ci si fece incontro rallentando il nostro incedere. La donna di casa precedeva di poco il padre: anziano, ma solido, sdentato ma sorridente, socievole ma a corto di contatti umani.

In quella strana compagnia – gli ultimi abitanti di Montalto, io, l’indiana, il geometra e la farmacista – si parlò un po’ di politica e di una delle tante tasse, un poco più insensata delle altre, che nessuno dei presenti voleva pagare. Però si parlò di quello come si sarebbe potuto parlare di altro.

“I nostri parenti – disse il vecchio – ci dicono che a Roma non si vive più. Qui invece abbiamo così tanto spazio che a volte manca la persona per scambiare due chiacchiere”. Disse ciò prima di entrare tra i suoi animali – qualche vacca e qualche vitellino – portando con sé lo stupore per quella ragazza del nostro gruppo che sembrava bella e intelligente, ma che proprio non riusciva a farsi capire. “Ma tu, dimmi – mi chiese infine non resistendo alla curiosità – capisci quello che dice?”.

“Quel tanto per capire che tu sarai uno dei suoi più indelebili ricordi” avrei forse dovuto rispondere all’ultimo contadino di Montalto di Premilcuore.

venerdì, aprile 18, 2008

In una notte tirata a tardi

Il suo buon senso gli diceva chiaramente che non era il caso di tirare avanti quella notte ulteriormente. Fuori era già buio da molto, da ore. La serata era stata densa di interrogativi mediati e personali. E la mattina seguente era già lì, quasi minacciosa col rapido trascorrere dei minuti. Il sonno aspettava solo un segnale per arrivare, cancellare tutto almeno per un po’ e lasciare pronti anima e corpo a un nuovo giorno di idee, progetti, parole e conoscenze tese a qualcosa. Qualcosa a volte sfumato, ma da produrre.

Le parole udite poco prima però non si cancellavano facilmente. Avevano avuto il tono bonario del rimbrotto materno, ma proprio quella gentilezza rendeva più difficile trascurarne il messaggio. Quelle parole dicevano di lasciare perdere per un po’ il buon senso e tirare avanti nella notte contro ogni logica per imbastire due righe, un pensiero, un racconto come non capitava più da alcuni giorni.

Fu così che l’ometto sottrasse qualche tempo al sonno per restare sveglio di fronte al portatile in un unico gomitolo di gambe, coperte, fili e tastiere. In quell’inusuale posizione, con le palpebre appesantite, i capelli schiacciati e le mani lente sui tasti, dedicò due parole alla capanna del vignaiolo vista qualche giorno prima. La scelse perché gli sembrava di comprenderne la cattiva sorte: il piccolo rudere, circondato da mille cose più utili, non aveva speranza di vedere una mano sulle sue vetuste travi. Il buon senso non lasciava spazio a quell’edificio. La sua unica speranza era un lavoro testardo, portato avanti senza troppo utilità in un'altra notte tirata a tardi.

lunedì, marzo 24, 2008

Plurisecolari diseconomie romagnole

"Si può affermare che questi monti (i monti della Romagna-Toscana, ndr) sono stati per secoli, ma soprattutto nei decenni del nostro secolo (il Novecento, ndr), fino al momento del recente grande esodo, una fabbrica di miseria permanente e una sede di vita dura e disagiata, al di là di ogni possibilità di immaginazione presente e tale da ingenerare una grande pietà retrospettiva".

Brano estratto da:
Armando Ravaglioli, "La Romagna fiorentina", in I Quaderni dell'Acquacheta, edizioni di presenza romagnola, 1986

giovedì, marzo 20, 2008

La cosa

I telefonini trillavano chiassosi come al solito. Un tim, un omnitel, uno skype, forse anche qualcosa d'altro. Si inserivano sbadatamente in mezzo a ogni frase detta nella stanza, interrompendo parole che diventavano sempre più brevi e isolate, fino a perdere senso. Il direttore sedeva in mezzo a quel concerto, elargendo mezze risposte a tutti i suoi piccoli megafoni magnetici. Dava l'ok per le 11 del giorno dopo a qualcuno e pochi istanti faceva lo stesso con un'altra persona a un altro telefono in chissà quale altra parte del pianeta romagna. Del resto gli affari sono così: i migliori sono quelli in cui si vendono in anticipo promesse che si valuterà se mantenere parzialmente in un futuro da destinarsi.

Quando i telefonini smisero di piangere per un attimo, il direttore guardò la persona di fronte a sé. “Dicevamo?” domandò distrattamente. Senza aspettare risposta, terminò la frase da solo: “Sì, sì, di quello. Io comunque di sta cosa non ne so nulla. Vedi tu”.

La “cosa” continuò a non avere un nome certo, ma al telefonò che subito trillò ne parlò nuovamente. O forse era una sì una cosa, ma una cosa diversa.

venerdì, marzo 14, 2008

Festa dei falò, la tradizione “centometrista”

(testo ideato e pensato per Il Castellaccio)

Alcuni piccoli dettagli di vissuto personale mi dicono che la festa del falò ha ormai una certa risonanza anche al di fuori dei confini di borgata. Qualche anno fa, per esempio, ne sentii parlare anche negli spogliatoi della piscina comunale di Bologna adiacente allo stadio Dallara. Il gruppetto al mio fianco vociava di un pullman cinquanta posti per raggiungere una mega festa paesana in Romagna. Pochi giorni dopo Rocca traboccò di gente: per tutta la notte le navette fecero avanti e indietro tra il paese e la zona artigianale sotto Campomaggio per gestire l’emergenza parcheggio. Fu record di incassi, fu record di presenza e per molte mattine a venire l’abitato si risvegliò con le ferite lasciate da quell’orda festante.

Passai quella festa del falò – credo fosse il 2002 - in compagnia di un gruppo di amici di università: ragazzi e ragazze di varie zone di Italia, totalmente estranei alle tradizioni locali della Val Montone. Nei giorni precedenti al “grande sabato” avevo spiegato loro la storia ufficiale della festa. Dissi che l’appuntamento celebrava San Giuseppe e l’arrivo della primavera. Spiegai che in passato la festa si consumava in campagna, dove ogni podere bruciava il piccolo falò con gli arbusti estirpati dalle aie e dai cortili, e che solo in tempi più recenti la tradizione del pagliaio, arricchita di botti e sfilate, era migrata in paese, diviso in rioni dall’alveo del fiume. Gli amici mi ascoltavano indecisi se accettare o meno l’invito a una festa che a loro continuava a sapere di una qualsiasi sagra paesana: bancarelle, qualche salume, due caramelline e un paio di mangiafuoco superati dal tempo.

Quando la prima raffica di botti esplose tra le grida delle tifoserie rionali assiepate attorno ai falò in fiamme, il loro scetticismo, da alcuni decisivi minuti, aveva lasciato spazio a un palese sbigottimento. C’era nelle loro facce un misto di sensazioni. L’adrenalina di un’atmosfera più elettrica del previsto unita alla leggera paura di quella folla delirante, sballata, irrazionale nei gesti e aggressiva nelle parole. “Siete tutti matti qui” dicevano con un finto moralismo che si tradiva subito nei gesti, inesorabilmente simili a quelli dei locali: fiaschetti di vino, passeggiate sul greto del fiume e infine balli di piazza.

Il giorno dopo risparmiai alla truppa di visitatori la sfilata pomeridiana. Il giorno dopo si è sempre troppo stanchi e troppo visibili per ripetere i gesti naturali solo poche ore prima. La festa del falò resta una follia di poche ore, affascinante proprio per la sua durata effimera. E’ come la finale dei cento metri alle olimpiadi. Esplosiva, esagerata, preparata per mesi in ogni dettaglio e poi consumata al massimo nel giro di pochi istanti. Istanti di fuoco e di balli che scorrono via veloci nel tumulto di una notte di primavera sulle colline della Val Montone.

domenica, marzo 09, 2008

martedì, febbraio 26, 2008

Eroi di carta

Vivonne BayGiacca di panno, capelli spettinati e barba incolta, il ragazzo percorse la solita via del centro che ospitava la libreria più fornita della città. Si fermò di fronte alla vetrina per guardare una volta in più il nuovo libro che lo incuriosiva. Di fronte alla copertina, i pensieri furono i soliti. E' interessante, costa abbastanza, lo potrei prendere più avanti, forse è meglio recuperarlo in biblioteca o forse c'è un titolo migliore sullo stesso argomento.

Anche il risultato di questo silenzioso lavorio della mente fu il solito. Il ragazzo varcò la porta scorrevole, si diresse allo scaffale, prese il volume osservato in vetrina e anche quello che era impilato al suo fianco. Anche quello era interessante.

La cassiera lo guardò appena. Puntò il laser rosso sul codice a barre ed emise il conto. Per lei, in quel momento, un testo valeva l'altro: genere, scopo, attendibilità dei contenuti erano solo orpelli ignoti.

All'uscita questa immagine non si sbiadì. Chi aveva vinto nella transazione appena effettuata? Il ragazzo che aveva speso per qualcosa di “utile” o quantomeno piacevole o la ragazza che aveva incassato per un gesto ripetitivo ma redditizio.

Sul momento aveva vinto lei. Il suo gioco era a somma positiva, ma forse era solo una vittoria passeggera. Come spiegò un giorno di inizio secolo uno scrittore inglese malaticcio a uno smanioso bersagliere di origini romagnole, sono solo gli eterei eroi di carta che possono provare ad ambire all’eternità. Il resto si sbiadisce presto, proprio come l’inchiostro sulla carta dello scontrino.

lunedì, febbraio 25, 2008

Lo scrittore inesistente

Collego un’altra isola dell’arcipelago della rete. Si chiama “lo scrittore inesistente”. E’ un contenitore pudico ed elegante, dove un’aspirante scrittrice, a lungo titubante nel rivelare i suoi marchingegni letterari, ha infine avviato il suo dialogo con il pubblico.

Betsabea, il racconto di Francesca Mazzaglia, sicula ormai radicata nel bolognese, comincia così:

"Un bocciolo di nuvola porpora vela le guglie di Betsabea diffondendo un profumo di rosa nella città dalle lunghe e sottili torri di cristallo. Se la spii da una lontana duna del deserto ne sei ammaliato e sai già che cederai alla tentazione di cambiare rotta".
(Leggi tutto il racconto)

domenica, febbraio 17, 2008

Blogging: dalla Festa dei falò alle elezioni Usa

Giorni di intensa natalità per i blog. Ne sono nati diversi in poche ore e tutti all’insegna dell’originale intreccio tra pubblico e privato, tra locale e globale che connota queste forme di comunicazione.

Il piccolo che diventa grande è la Festa del Falò. La tradizionale rassegna allegorico-godereccia con cui Rocca saluta l’inizio della primavera quest’anno si gioca anche in punta di tastiera. Entrambi i rioni in gara nella kermesse stanno da tempo riempiendo le loro lavagne digitali di parole, immagini e video, in un anticipo di competizione fortemente multimediale. Una delle massime espressione del campanilismo rionale romagnolo sbarca dunque nell’autostrada digitale di YouTube e Blogspot.

Questo localismo di natura pubblica muove i primi passi assieme al tentativo di smontare il monopolio Cnn sul massimo evento mediatico del momento: le elezioni americane. Uno dei più poliedrici battitori di vecchi e nuovi media, con cui ho avuto il piacere di realizzare la tesi di laurea, ha incrociato la penna con una giovane comunicatrice attualmente a Washington per ridare profondità d’analisi a un fenomeno appiattito nella routine fast and fourious del talk-show. Ben tre voci per una prospettiva colta e personale sull’evento più globale del pianeta.

lunedì, febbraio 11, 2008

L’ufficio qualunque del cacciatore di stelle

FinestraUno sguardo al monitor per controllare l'ultima posa del satellite e poi uno sguardo alle mappe del cosmo già noto. Gli occhi fanno avanti e indietro nervosamente alla ricerca del dettaglio che può far pensare a qualcosa di nuovo: una supernova, un ammasso globulare o forse solo un banale oggetto del sistema solare. Non importa, almeno nel primo momento, nell’estasi dell’avvistamento. Le rare volte in cui il satellite cattura una macchia estranea alle carte, l'astrofilo dilettante trova l’anelato sollievo dalla sua vaga, malcelata e mal espressa tristezza di vivere. Se quella macchia si rivelasse una supernova, il suo nome resterebbe impresso negli archivi internazionali contenenti l'anagrafica di tutti i corpi dell'universo e dei loro scopritori.

La caccia alle stelle diventa uno spettacolo pubblico d'estate – quando gli anelli di Saturno rappresentano una bucolica alternativa al tedio dell'umidità cittadina -, ma è d'inverno quando il freddo depura l'atmosfera che si catturano le prede più pregiate. E' allora che l'astrofilo si concentra sugli astri. Nella sua scientifica ascesi al cielo avvolge mani e piedi in abiti caldi, per ridurre al minimo le interferenze del fisico; poi, con la mente libera sintonizza lo sguardo sulle deboli radiazioni luminose che provengono dallo spazio tridimensionale. I segnali arrivano deboli: nel passaggio dai vuoti siderali alle umane percezioni i colori si perdono, trascurati da occhi abituati a stimoli più prossimi, più forti, più significanti: gli abbaglianti di un'auto, il lampeggio di un led, il neon di un'insegna pubblicitaria.

Nell’ascesi dell’astrofilo c'è un dramma inevitabile. Nella gara tra lui e il cosmo, il cosmo vince sempre. Vince perché può attendere: lo spazio può rimanere muto per milioni di anni, mentre l’astrofilo può rimanere vigile solo qualche decennio. Si hanno solo pochi istanti per trovare una risposta che può attendere secoli. Lotta impari, persa in partenza. Lotta solitaria, ignota ai più. Lotta “inutile” perché anche nella battaglia con l’infinito trovano spazio le piccole alienazioni quotidiane. Nessuna supernova catturata di notte riesce a rompere davvero la noia del giorno passato e del giorno a seguire.

Gli occhi dell'astrofilo continuano a fare nervosamente avanti e indietro tra il monitor e le mappe, ma attorno loro prendono forma solo pensieri terreni con le forme ordinarie dei quattro muri di un ufficio qualunque.

La rovere in fondo al rettilineo

Quercus robur

Particolare da Monte Colmbo: località Sibadella.

Ramoscello con galaverna

Ramo ghiacciato

Particolare ripreso al Cozzo del Diavolo lungo il crinale del Tramazzo.

giovedì, febbraio 07, 2008

Quando l'accademico fa l'hippie e viceversa

Cartelli stradali in direzione oppostaTra le letture degli ultimi giorni si è creato un inusuale incrocio di destini. Dal libro di un teologo è uscito un messaggio rivoluzionario, mentre dal blog di un sessantottino è nato un appello alla misura e al buon senso.

Il teologo è Ivan Illich. Viennese, classe 1926, Illich è un accademico a metà tra storia, filosofia e scienze naturali, tra l'altro impegnato nel servizio sacerdotale a New York. Ha alle spalle decine di pubblicazioni, tra cui, risalente al 1996, Disoccupazione creativa. Il saggio è una critica serrata al sistema economico monopolizzato dalle professioni, colpevole per Illich di aver generato una forma di povertà profonda: l'impossibilità di usare in modo autonomo le proprie doti personali. “Il tentativo – scrive l'autore – di costruirsi una casa o di mettere a posto un osso senza ricorrere agli specialisti debitamente patentati è considerato una bizzarria anarchica. Perdiamo di vista le nostre risorse, perdiamo il controllo sulle condizioni ambientali che le rendono utilizzabili, perdiamo il gusto di affrontare con fiducia le difficoltà esterne e le ansie interiori. (...) Al di là di una certa soglia, il moltiplicarsi delle merci induce impotenza, genera l'incapacità di coltivare cibo, di cantare di costruire. La fatica e il piacere della condizione umana diventano un privilegio snobistico riservato a pochi”.

A fare da contraltare al docente che, su un libro, lamenta il monopolio del sapere da parte degli educatori, arriva l'hippie che, online, cerca di inquadrare razionalmente i sogni bucolici di milioni di cittadini frustrati. Lo scrittore, che intitola il suo blog Selvatici, dedica una luna riflessione al mito della campagna e alle ragioni per cui molti alla fine restano in città. La sua riflessione è un inno alla ponderatezza e al realismo: “Il sogno (di trasferirsi in città) – scrive il blogger selvatico - deve necessariamente essere un po’ romantico, deve saper cogliere il lato magico delle cose, ma deve essere un sogno vigile, altrimenti si corre il serio rischio di allevare una tremenda disillusione come quella indagata dal New Statesman e cantata da Stefano Disegni. Mai come quando si fa ritorno alla terra bisogna, appunto, avere “i piedi per terra. (...) Nel tempo ho anche imparato che pensare di saper fare tutto è un altro errore tipico da cittadino presuntuoso. Chi fa sempre tutto da solo non avrà mai niente di fatto a regola d’arte, e questo vale anche per chi se la sbrigare meglio di me, perché non si può avere la stessa esperienza di un professionista specializzato in tutti i campi. E’ invece buona cosa che ognuno faccia il suo lavoro”.

La sintesi dei due estremi invertiti arriverà probabilmente da un libro scaricabile gratuitamente in formato pdf...

mercoledì, febbraio 06, 2008

Mezzo secolo di storia della medicina (e non solo)

Anni Quaranta. Il paziente entra dal medico e lamenta un generale malessere. Il dottore ascolta il cuore e il ritmo del respiro e infine prescrive la sua cura: “Cerchi di mangiare e risposare un po'”.

Sessant'anni dopo circa. Il paziente entra dal medico e lamenta un generale malessere. Il dottore ascolta il cuore e il ritmo del respiro e infine prescrive la sua cura: “Cerchi di mangiare meno e faccia un po' di moto”.

sabato, febbraio 02, 2008

I pastori premilcuoresi che transumarono a Lepanto

I cronisti dell’epoca, tra cui Miguel Cervantes Saavedra, costruirono un’aura epica attorno alla battaglia di Lepanto del 1571. Lo scontro marittimo di fronte al porto greco di Patrasso segnò la fine dell’avanzata turca nel Mediterraneo. I migliori uomini di mare della cristinanità e del mondo musulmano – il genovese Andrea Doria e l’algerino Ulug Ali su tutti – incrociarono le loro galee: duecento da una parte e duecento dall’altra. Don Giovanni d’Austria, condottiero della Santa Lega promossa da Papa Pio V, scaldò gli animi dei combattenti mostrando loro il crocifisso ed esortando tutti al sacrificio. Veleggiò di fronte alla sua flotta con il vestito scarlatto della cavalleria medioevale, dando l’ultima nota di stile a una carneficina disordinata. Di lì a poco iniziarono i corpo a corpo tra gli equipaggi: caddero in mare 25mila turchi e più di 8mila cristiani.

La Santa Lega occidentale comprendeva anche dodici Galere di Cosimo de Medici. Su di esse furono imbarcati anche dei soldati di Premilcuore: lo attesta un resoconto comunale del 1572, che per il resto parla di guerriglie agresti con Castagno d’Andrea per il controllo di Piandivisi e Valbiancana.

I pastori “transumarono” dalla montagna al mare per omaggiare l’ultimo capitolo della storia navale del Mediterraneo: da quel momento in poi, infatti, i neonati Stati occidentali fecero rotta verso l'Atlantico, Venezia imboccò la via del declino e i Turchi, da cavalieri della steppa quali erano, tornarono a marciare verso oriente contro i Persiani.

martedì, gennaio 29, 2008

La sagoma dietro alla finestra

Era mattina presto quando varcai il cancello. L'oscurità della notte trascorsa al lavoro rendeva ancora difficile distinguere cose e persone. Entrambe si manifestavano come forme indefinite. Fu così che notai, dietro la tenda della finestra al primo piano, la sagoma di una donna. Fui sorpreso dalla sua presenza così mattiniera ma salii al piano superiore senza farci caso.

Qualche ora più tardi, rinfrancato da un sonno frammentato, ero di fronte a un caffè caldo pronto a riprendere la via della città. “Ti devo dire una cosa - mi disse a quel punto la zia sottovoce – Una brutta cosa. E' una di quelle schifezze che capitano solo in città”.

Mi preparai ad ascoltarla mentre con la mano aperta e lo sguardo accigliato la donna si apprestava a svelare il piccolo segreto: quello che dovrebbe rimanere nascosto, ma non si può fare a meno di condividere.

“Questa mattina – iniziò a raccontare – sono uscita di casa alla solita ora per andare al fare il giro al mercato. Forse solo un poco prima del solito perché non ho rifatto la camera dove tu riposavi. Ero ormai vicino all'uscita quando la signora del piano di sotto ha picchiato alla finestra. Sapeva che sarei scesa a quell'ora: studia i miei orari. E poi resta sempre in ascolto del rumore che fa la porta quando le do il tiro. Lo sai cosa mi ha chiesto? Mi ha chiesto chi era il ragazzo arrivato al mattino. L'ho guardata stupita e le ho domandato come faceva a sapere del tuo arrivo. “L'ho visto” mi ha risposto lei. “Chi è?” mi ha poi incalzato. Le ho detto allora che eri il mio “babì” che lei non aveva mai conosciuto”.

Sorrisi ripensando alla scena e alla sagoma nascosta dietro alla tenda intravista al mattino. “Non ce la faccio più con quella – aggiunse allora lei sconfortata – Sa tutto quella. Sa quando esco, sa chi è che parcheggia l'auto di fronte al cancello. E' sempre dietro alla finestra che guarda fuori. Ormai è diventata famosa anche nel condominio di fronte: le recitano appositamente delle parti per farsi vedere!”.

“Brutte cose” mi disse ancora la zia salutandomi. Pochi gradini più sotto, mal celata da una porta semiaperta, una figura origliava i miei passi verso l'uscita.

lunedì, gennaio 28, 2008

Sulla porta di Pian di Rupino

Pian di Rupino

I pesci in viaggio per Torino e il gatto artificiale di Monte Fuso

“Quando viaggio in treno verso Torino – dice Chiara – incontro sempre personaggi strani. L'ultima volta per esempio c'era un poliziotto con grandi cassette di legno. Vi trasportava gli acquari con i suoi pesci: animali magici, diceva lui, ai quali si era totalmente legato. Li operava ogni volta che un tumore minacciava la loro salute. Li portava a filo d'acqua, asportava loro la parte malata della coda e infine li rilasciava liberi dopo aver disinfettato la ferita con il mercurio cromo. E, anche in treno, non faceva altro che parlare e prendersi cura di loro. Ogni dieci minuti si alzava per controllare che tutti i finestrini del vagone fossero chiusi e che i suoi pesci magici non prendessero freddo”.

Maschera di gatto alle pendici di Monte FusoChiara, clown di corsia per professione e clown di giornata per vocazione, parlava mentre il sentiero tra Monte Fuso e Bocconi si arrotolava in due strette curve all'altezza di Pian di Gattoni. Un toponimo dal sapore di coincidenza in una giornata trascorsa sotto le plastiche forme di una maschera da gatto. L'aveva portata con sé Sandra, preferendola alla maschera di cavallo. Non c'era alcun motivo apparente dietro a questa scelta, né dietro alla presenza stessa della maschera durante l'escursione, ma il “gatto di plastica” faceva sentire la sua presenza invocando un ruolo da protagonista. A ogni sosta finiva sulla faccia di qualcuno e Sandra faceva scattare più e più volte la sua reflex. Anche il resto del gruppo invero cedeva spessp alla tentazione di fotografare quell'inconsueto connubio tra colori da carnevale e bosco autunnale.

La maschera da gatto fu riposta solo al rientro a Bocconi, quando Sandra avrebbe forse svelato la ragione di quella strana presenza. Forse, perché la spiegazione non arrivò mai in realtà. Nel piccolo bar sulla statale 67, l'umore della fotografa precipitò. La signora dietro al banco negò alla ragazza tutto ciò che cercava. “Finito” le disse quasi con stizza in due occasioni.
La fotografa si lasciò allora a un vago pessimismo cosmico: “Capita spesso” rispose.
A nulla valse per ritrovare il sorriso una nuova serie di scatti: ai cinghiali appesi alla parete, allo scaffale con gli elenchi telefonici, al marrone scolorito del legno dei tavoli. Nessun soggetto riportò il buon umore nell'occhio dietro all'obiettivo. E nel malumore restò intrappolato anche il perché di quello strano orpello carnevalesco trascinato fino al crinale di Monte Fuso.

sabato, gennaio 26, 2008

I piccoli intrecci a cui non basta non pensare

maniL'apprendista "adulto" camminava distrattamente. Procedeva verso il parcheggio trascurando i dettagli delle vie attraversate. Rifletteva tra sé e sé sul gomitolo di relazioni sociali delle ultime ore: il solito intreccio che comprendeva piccoli successi, strappi imprevisti, reazioni inaspettate, e alcuni sfoghi eccessivi.

Il giovane si stava convincendo a non dare peso alla “dark side” di quel gomitolo: tutto era semplice routine. Ne era certo. Pensare di non dare peso a quei piccoli incidenti, però, era già un piccolo fallimento. Quelle preoccupazioni, più semplicemente, non dovevano esistere. La loro presenza, vaga traccia di un eccesso di umanità fuori luogo, era spazio rubato a calcoli e azione.

Fu in quel frangente che il giovane notò la sporta semi aperta di una donna pochi più metri più avanti. Il ragazzo accelerò il passo per segnalare il pericolo. Stava allungando la sua mano sulla spalla della sconosciuta, quando questa si ritrasse violentemente, mostrando uno sguardo impaurito e livido: “Mi lasci perdere o inizio a urlare” disse tra i denti la donna.
“Guardi - provò a protestare il giovane – che...”. Ma la signora non ascoltò repliche.

Il ragazzo si convinse che non valeva la pena risentirsi per quello che era appena accaduto. Però riuscì solo a pensare che non avrebbe dovuto pensarci più.

domenica, gennaio 13, 2008

Il sonno della paura

Veniva da una famiglia propensa a catturare qualche extra dalla malavita. Il nonno, come professione, diceva di fare il giocatore. Non giocava, in realtà: passava i fine settimana in giro per le bische della Romagna a riscuotere una sorta di pizzo: per sedere al tavolo occorreva versare la quota, altrimenti non si entrava o si finiva ancora peggio.

Il business man aveva ereditato l'indole del nonno, ma l'aveva trasferita alla prostituzione. Il sesso a pagamento era un vizio più diffuso del gioco, quindi più redditizio: gli introiti crescevano secondo economie di scala. Andò tutto bene, fino al giorno in cui alla sua porta si presentò un giornalista. Il manager chiese se era lì per un “passaggio”, ma lo scribacchino rispose che era lì per lavoro. Dopo pochi istanti, una decina di volanti dei carabinieri sbarrò le vie d'uscita, facendo irruzione all'interno. Cercarono le donne anche nei frigoriferi.

“Hai avuto paura?” chiede l'amico al business man al termine del racconto
.
“Dei caramba?” fa lui in tono di scherno, alzandosi il colletto del cappotto. “Io non ho paura di nessuno. Figuriamoci di un idiota in divisa”.
L'amico ride, prende le sigarette dal tavolo e se ne va. Il business man invece resta seduto ancora per un po'. “Certo non è stata una bella esperienza” riflette a voce alta. Guarda l'orologio per constatare che è di nuovo tardi. Si versa qualche goccia di tranquillante in attesa di un sonno che non trova spazio tra i pensieri.

mercoledì, dicembre 26, 2007

Il business nel confessionale

Giorno di Natale, chiesa gremita. Il vecchio frate prende posto nello stanzino in fondo alla cappella per celebrare il sacramento della confessione. Di fronte all'ingresso si crea subito una lunga fila di fedeli. Quelli più esperti sanno che l'attesa sarà lunga: il religioso ha la parlantina facile e fa scorrere molte parole prima di impartire l'assoluzione.

Si fa infine il mio turno. L'uomo in saio mi domanda cosa faccio. Rispondo concludendo la lista con le visite guidate in programma nel prossimo anno: “Una sarà anche qui al santuario” aggiungo. Il rituale si rompe. Il frate alza lo sguardo e mi incalza per saperne di più. “Sai – mi dice – qui abbiamo cinquantamila visitatori all'anno. Mi interessano questi interventi”.

Il dialogo prosegue fino nei dettagli, quasi irrispettosamente verso la calca che intanto si accumula all'esterno. Domande su domande si susseguono, fino a quando il confessore capisce infine che ora di tornare al sacramento. “Comunque – mi dice – se qualcuno ti riferisse di aver sentito da me ciò che mi hai appena detto, vorrebbe dire che qualcun altro me ne ha parlato, perché come sai ciò che tu m i stai dicendo ora sarà destinato a rimanere tra le nostre anime. Insomma, se la contattassi, sarebbe perché altri mi avrebbero informato. Mi capisce?”.
“Padre – lo interrompo – la capisco benissimo. Però se desidera un recapito, credo di poterla soddisfare”.
“Certo mi aiuterebbe” risponde lui sotto voce.
Gli allungo allora il mio biglietto da visita, che lui ricambia annotando il numero dell'eremo: “Chieda del più anziano – mi dice – vedrà che capiranno”.

Chiedo perdono per questa fuga di notizie, ma come il frate disse: “Chi ha la penna a volte esagera, ma spesso solo per giusta passione”.

domenica, dicembre 16, 2007

Il caffè, il vigile e la multa

C’è un cliente in divisa ogni martedì mattina nel bar di viale Roma. Entra un attimo per ritemprarsi dal freddo della strada, posa il cappello e ordina un caffè. Le ragazze al banco servono il vigile con il sorriso sulle labbra, lo accolgono come uno di casa: insieme scherzano per qualche minuto. Poi cala un attimo di silenzio: l’ufficiale prende la penna, completa i cambi del verbale e, con lo stesso sorriso di prima, si rivolge alle ragazze al banco: “Sono 250€ anche questa settimana” dice loro.

Succede tutte le settimane. Il bar rimane aperto anche nel suo giorno di chiusura e il vigile passa per depositare il suo verbale. Martedì dopo martedì.

giovedì, dicembre 06, 2007

Continua l'epopea digitale di Pianbaruzzoli

Ulisse e GianbardoIl ritorno di Giambardo a Pianbaruzzoli, ovvero la ricongiunzione tra il fondatore e la sua comune autogestita nella valle dell'Acquacheta, risale ormai a più di un anno fa: era il novembre 2006. Tanto è passato dal giorno in cui l'uomo tornò alla sua vecchia casa per farne una fondazione e portare a termine il suo sogno di bene collettivo.

La leggenda attorno a quel luogo, però, continua a propagarsi. Il blog "Selvatici", infatti, dedica a sua volta un lungo post, o meglio una lunga citazione, alla storia degli Zappatori senza terra dell'Acquacheta. Il post porta una data recente: 12 ottobre 2007.

domenica, dicembre 02, 2007

Quando l’idea è più forte dell’indizio che la contraddice

I tre viandanti marciavano in direzione nord, costeggiando il torrente che scorreva più a valle sulla loro destra. Erano ormai nella parte finale dell’anello studiato più e più volte durante il mattino. Restava da affrontare solo l’ultima erta, che li avrebbe condotti al crinale e da lì, in pochi passi, al punto di partenza. Cartina alla mano, tra loro e la fine della salita, mancava solo un bivio: la strada a sinistra terminava su un rudere; la strada a destra, quella corretta, arrivava invece sulla sommità al complesso di casa con parrocchia attraversato dalla carrareccia.

Il rudere e il bivio sulla sinistra, però, non arrivarono mai. Forse in quella basse valle il contadino aveva rimosso la strada per arare un nuovo campo. L’errore di valutazione dei viandanti nacque da lì. Alzarono gli occhi alla cima della collina e si convinsero che il complesso sul crinale, termine ultimo della loro salita, fosse in realtà il rudere segnalato dalla cartina a mezza costa. Prima di raggiungerlo avrebbero dovuto quindi svoltare sulla destra. Iniziarono a cercare quella deviazione, tra boschi e pascoli, tra campi percorsi avanti e indietro. L’oscurità si avvicinava ma il loro vagare non trovava soluzione.

Seguirono allora la strada principale, quella meglio tenuta. Gli indizi a fianco della via avrebbero potuto segnalare al gruppo la loro corretta posizione, ma i tre erano convinti di essere altrove e quelle evidenze furono per loro inutili. I tre allora continuarono a marciare, certi che, tenendo la loro destra, avrebbero raggiunto prima o poi la meta. Tennero la destra una, due, tre volte, su bivi ignoti, disorientati da segnali che per loro non dovevano esistere.

Infine si imbatterono nel casolare raggiunto al mattino. Tutto d’improvviso fu chiaro. I ruderi ripresero il loro nome, i segnali ripresero la loro coerenza, la rotta seguita si materializzò sulla carta. I viandanti ritornarono sui loro passi e in breve ritornarono al punto di partenza.

Tuttora i tre sono incerti nel capire l’origine del loro errore. La stoltezza della valutazione dell’uno e la facilità con cui il suo errore si impose nella mente degli altri. Fu un piccolo delirio collettivo: una fede errata si radicò in loro così profondamente che il mondo da loro pensato prese il sopravvento sul mondo da loro attraversato. Ciò che vedevano non erano più ciò che esisteva ma ciò che per loro avrebbe dovuto essere. Nessun indizio contrastante bastò loro per testimoniare l’errore nella teoria di partenza.