Leggende romagnole, avventure metropolitane, suggestioni dal mondo e altre divagazioni in evoluzione pluriennale.
domenica, gennaio 27, 2013
domenica, gennaio 06, 2013
lunedì, dicembre 31, 2012
Elenchi sinceri e bilanci allegorici. Verso l'anno della polpetta
“La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somigliano, che altri portano ferite come le mie e che quindi capiranno. Tutta la vera letteratura nasce da questa certezza fiduciosa e infantile che tutti gli uomini si somiglino”.
(O. Pamuk, La valigia di mio padre)
- Libro preferito: Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Chi non si identifica almeno in un passaggio?
- Film preferito: Lisbon Story di Wim Wenders. Vince su tutto: musica, fotografia, leggerezza della storia. E poi quella scena iniziale: il frontalino dell'auto e le radio che cambiano lingua in Europa. Salgo a bordo, subito.
- Musica: Sinfonia del Nuovo Mondo di D'vorak. E' l'incursione di un nuovo genere, il primo ascolto nasce da un nutrito suggerimento e poi il caso ha voluto regalarmi l'esecuzione dal vivo in un teatro di Edimburgo con oltre cento musicisti della Sinfonica di Dresda. Come potrebbe arrivare seconda?
- Luogo: Parigi. Vittoria più sofferta, competizione forte, multi-etnica, vicina e lontana. Ma ne ho imparato a parlare la lingua, decentemente, quel tanto che è bastato comunque a farmela sentire casa dopo cinque minuti. Da ricontrollare.
- Relazioni: direi che ci siamo. Certezza perfetta e insostituibile. Amori impossibili che a loro modo dimostrano di poter esistere. Amicizie storiche che si confermano e si rinnovano, nuovi ingressi ricchi di sfide e spunti. E nel mezzo pause per godersela e capire come il rendere tutto più fluido e omogeneo. Sì ma senza ansie. Le mie unghie crescono e anche gli altri, al caso, possono scomodarsi un secondo.
- Successi/Fallimenti: diciamo che coincidono all'insegna della comunità europea. Due bottiglie per brindare e poco dopo due bottiglie per dimenticare. Comunque al netto, una buona performance comunque e quattro buone bottiglie.
- Acquisizioni: (a) nuova casetta che si aggiunge alla lista per farsi l'ennesimo luogo più amico; (b) discreta virata, in piscina, chissà per velocizzare i cambi di direzione?
Lettori, l'uomo ha inventato la letteratura per mettere in animo di personaggi inventati ciò ogni giorno si fa ma non è il caso di raccontare sempre o non si è in grado di spiegare appieno. Dunque, pace, non sarà in un post in prima persona che proprio io violerò questo tabù. Suvvia, facciamo gli onesti, non pretendiamo di esserlo qui e voi di leggere un bilancio onesto e trasparente. Rileggetevi l'elenco puntato, seguendo le sue indicazioni ognuno per il grado di conoscenza di cui dispone. Una piccola eredità simbolica c'è e, per quanto riguarda i mistero che vi resterà, godetevelo, perché, come dice uno dei miei maestri, non c'è vita se non resta un po' di mistero.
Vi auguro un buon 2013. Per me gli ultimi due anni sono stati gli anni dell'etichetta. Me ne erano finite addosso troppe e troppo distanti dal vero. Quindi ho rinnovato i tag di archiviazione: bene. Ma poi tutte queste etichette stile informatico stressano, esigono, esigono ed esigono, e ancora predeterminano. Allora il 2013 sarà l'anno della polpetta: d'accordo i progetti e le definizioni, ma intanto siamo qui, ora e imperfetti e non è che si possa aspettare sempre l'indomani, ordunque mescoliamo un po' tutto. Una passata di sugo e fresco e viene un piatto nuovo dal fascino antico. Ci vediamo alla tavola del nuovo anno: speriamo che sia pieno del caos canonico, di cui ci piace raccontare e parco nelle sfortune serie su cui poco resta da dire.
domenica, dicembre 30, 2012
domenica, dicembre 16, 2012
domenica, dicembre 09, 2012
mercoledì, dicembre 05, 2012
giovedì, novembre 29, 2012
Annibale e il poeta
Il fascino più grande di ogni certezza è il dubbio di chi la possiede. Annibale Mosconi lo sapeva bene e giocava sapientemente le sue carte. Uomo di fede, per credo, uomo di potere per professione, non dava mai all'emozione o all'affermazione il compito di svelare le sue incertezze. Le lasciava intendere continuandosi ad aprire al suggerimento. Regalava il suo sapere, con il visibile gusto nell'ascoltarsi e nel formare, ma non perdeva occasione, con elegante disinteresse, di raccogliere attento gli spunti del suo interlocutore. Per lui, così riservato, era il modo per scoprire senza domandare, e chissà, nonostante il tempo, forse ancora il modo per comprendere, controllare e orientare.
Si recava ogni giorno al lavoro vestito con sobria eleganza. La cravatta sempre annodata e la giacca mai riposta richiamavano due cifre di un mondo lontano: un atteggiamento austero, rigido verso se stesso e le proprie imperfezioni, ma al contempo una cura del proprio sé e della propria immagine quasi aristocratiche. Sempre convinto di avere il diritto di potersi prendere il proprio tempo, non affrettava i gesti e, altrettanto familiare al controllo, non esitava a cambiare argomento alla conversazione secondo il suo desiderio.
Nella sua tana di libri intonsi, quasi imparati a memoria ma mai sfiorati con una sottolineatura, c'era da qualche tempo una poesia manoscritta. Descriveva i lineamenti di una donna di colore con la delicatezza e rotondità della traiettoria di una goccia d'acqua su di un viso. L'autore della poesia sedeva in quel momento di fronte ad Annibale. I due erano molto vicini anche se il poeta, più che col padrone di casa, sembrava all'apparire in maggiore sintonia con l'uomo che fumava fuori dalla finestra, in ciabatte, dall'altra parte della via.
Il poeta conosceva bene la profonda differenza tra sé e Annibale ma non aveva mai fatto nulla per nasconderla: del resto in vita sua aveva nascosto ben poco. Gli piaceva apparire e interrogare, farsi vedere senza svelare appieno la propria identità. Si vantava di essere orfano o zingaro di origine e di non sapere con esattezza né il luogo né il momento della nascita. I suoi vestiti, panni che si intrecciavano e sovrapponevano senza soluzione di continuità, erano il lascito delle cento identità a cui si era avvicinato. E tra queste ce n'erano alcune che l'avevano portato a guardare e leggere molti dei libri e dei film che Annibale amava. E così si divertiva, istrionicamente, a stupire l'uomo elegante che si era interessato ai suoi versi. Come in un gioco di prestigio, estraeva dalle sue caotiche vesti ordinate citazioni di pellicole espressioniste in bianco e nero e le recitava ad Annibale con la tranquillità di un grande critico. Quando il gioco riusciva, ne provava ogni volta grande piacere.
Era così che Annibale e il poeta erano diventati amici. Annibale non lo diceva, fedele al suo rigore. Il poeta lo nascondeva con una pacca sulla spalla, sempre un po' giocherellone. Ma nessuno dei due ne dubitava. Annibale era riuscito a prendere il giro il poeta, additandone un difetto con un bonario sorriso. E il poeta gli aveva parlato seriamente, senza recitare più nessuna delle cento identità che lo avevano vestito.
Si recava ogni giorno al lavoro vestito con sobria eleganza. La cravatta sempre annodata e la giacca mai riposta richiamavano due cifre di un mondo lontano: un atteggiamento austero, rigido verso se stesso e le proprie imperfezioni, ma al contempo una cura del proprio sé e della propria immagine quasi aristocratiche. Sempre convinto di avere il diritto di potersi prendere il proprio tempo, non affrettava i gesti e, altrettanto familiare al controllo, non esitava a cambiare argomento alla conversazione secondo il suo desiderio.
Nella sua tana di libri intonsi, quasi imparati a memoria ma mai sfiorati con una sottolineatura, c'era da qualche tempo una poesia manoscritta. Descriveva i lineamenti di una donna di colore con la delicatezza e rotondità della traiettoria di una goccia d'acqua su di un viso. L'autore della poesia sedeva in quel momento di fronte ad Annibale. I due erano molto vicini anche se il poeta, più che col padrone di casa, sembrava all'apparire in maggiore sintonia con l'uomo che fumava fuori dalla finestra, in ciabatte, dall'altra parte della via.
Il poeta conosceva bene la profonda differenza tra sé e Annibale ma non aveva mai fatto nulla per nasconderla: del resto in vita sua aveva nascosto ben poco. Gli piaceva apparire e interrogare, farsi vedere senza svelare appieno la propria identità. Si vantava di essere orfano o zingaro di origine e di non sapere con esattezza né il luogo né il momento della nascita. I suoi vestiti, panni che si intrecciavano e sovrapponevano senza soluzione di continuità, erano il lascito delle cento identità a cui si era avvicinato. E tra queste ce n'erano alcune che l'avevano portato a guardare e leggere molti dei libri e dei film che Annibale amava. E così si divertiva, istrionicamente, a stupire l'uomo elegante che si era interessato ai suoi versi. Come in un gioco di prestigio, estraeva dalle sue caotiche vesti ordinate citazioni di pellicole espressioniste in bianco e nero e le recitava ad Annibale con la tranquillità di un grande critico. Quando il gioco riusciva, ne provava ogni volta grande piacere.
Era così che Annibale e il poeta erano diventati amici. Annibale non lo diceva, fedele al suo rigore. Il poeta lo nascondeva con una pacca sulla spalla, sempre un po' giocherellone. Ma nessuno dei due ne dubitava. Annibale era riuscito a prendere il giro il poeta, additandone un difetto con un bonario sorriso. E il poeta gli aveva parlato seriamente, senza recitare più nessuna delle cento identità che lo avevano vestito.
domenica, novembre 25, 2012
mercoledì, novembre 21, 2012
Sette anni e due coppie
“Inoltre la nostra capacità di previsione è ridicolmente miope (quasi sempre costruiamo le nostre ipotesi utilizzando uno specchietto retrovisore)”.
(George Steiner, Una certa idea d'Europa)
“Le altre società non sono forse migliori della nostra; anche se siamo inclini a crederlo, non abbiamo a disposizione nessun metodo per provarlo. Conoscendole meglio, acquistiamo tuttavia un mezzo per staccarci dalla nostra, non perché questa sia del tutto o la sola cattiva, ma perché è la sola da cui dobbiamo affrancarci: dalle altre lo siamo già naturalmente”.
(Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici)
(George Steiner, Una certa idea d'Europa)
“Le altre società non sono forse migliori della nostra; anche se siamo inclini a crederlo, non abbiamo a disposizione nessun metodo per provarlo. Conoscendole meglio, acquistiamo tuttavia un mezzo per staccarci dalla nostra, non perché questa sia del tutto o la sola cattiva, ma perché è la sola da cui dobbiamo affrancarci: dalle altre lo siamo già naturalmente”.
(Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici)
“Mi piacerebbe andare a Lisbona, passeggiare sulle vie del porto come tra le immagini in bianco e nero di Wim Wenders”. La donna, la più loquace delle due, si rivolse alla coppia di uomini che sedevano dall'altra parte del piccolo tavolino con voce ancora più morbida del solito. Voleva vincere la loro leggera diffidenza e ritrosia a darsi completamente. “Perché non andiamo insieme il prossimo mese?”, aggiunse, accompagnando la domanda con un sorriso materno.
L'alchimia tra i quattro aveva gettato il primo seme circa un anno prima. I due figli erano già a letto al piano di sopra quando Mirta parlò al marito. Voce calma e distesa disse lui che avrebbe sinceramente desiderato continuare a vivere sotto lo stesso tetto, magari raccontando ai bambini che dormivano in camere separate per non infastidirsi nel sonno, ma che lei, da quel giorno in avanti, avrebbe vissuto in pieno la sua storia d'amore con Francesca. Amiche da sempre, come lui sapeva, si erano avvicinate già da alcuni mesi. La decisione era già stata presa, coscientemente, ponderata, sentita. Potevano discuterne le conseguenze, ma non cambiarla.
Claudio reagì, d'istinto, come il personaggio di un telefilm. Non aggiunse nulla, calzò le scarpe, indossò il giubbotto e uscì. Attraversò la leggera nebbia della pianura emiliana per restare in movimento e seguire con il corpo i gorgoglii della mente. Fece finire in fretta un cd e poi sintonizzò sulla radio: la voce del DJ parlava con la solita calma e questo lo tranquillizzò molto. Quando rientrò, qualche ora più tardi, non era ancora rassegnato ad accettare le parole della donna, ma, per il momento, sarebbe restato sotto lo stesso tetto, come gli proponeva Mirta. Gli sembrava la decisione più ovvia per non destare scandalo, conservare la famiglia e far riassorbire naturalmente quella piccola follia.
Le due donne furono però maestre e non porsero mai il fianco a una vera replica. Coprirono di velato riservo la loro passione e mascherarono di giocosa civetteria l'abbandono dell'uomo. “Secondo me – gli diceva Mirta – neppure tu sei del tutto diritto, Claudio. Mai, neppure per un momento, ho avuto il timore che mi potessi tradire con un'altra donna. Non le guardavi mai”. Convinte che un poco di follia fosse più utile alla causa che un gelido realismo, le donne si divertirono ad andare oltre e dal loro primo viaggio insieme riportarono un filmino porno con uomini di tutte le età. Lo diedero a Claudio, con tono adolescenziale, ma con tenacia da adulte. Fu così che guardarono assieme il film e lui, come molti di fronte a chi il peccato l'ha già commesso, si lasciò alla confidenza e si disse attratto dall'uomo canuto, dal più maturo.
Fedele a quelle sembianze, non più di tre mesi dopo, l'infermiere capo del reparto di radiologia seguì Claudio a cena con le due donne. Tutti liberi dai bimbi, lasciati a casa coi nonni, tra i quattro ci fu subito molta naturalezza, anche se gli uomini, specie il più anziano, sobrio e ricercato nei gusti, spinse la propria coppia ad assumere il ruolo dei “riservati”. Non cedeva mai troppo spazio alla vita comune con le donne e si riservava sempre qualche tempo prima di accettare le proposte che Michela e Francesca a ogni occasione lanciavano invece entusiaste.
Fu così anche per Lisbona. “Devo capire quando – disse l'infermiere –. Claudio non ha problemi il mese prossimo, ma io devo verificare i turni al lavoro: ho due donne appena assentatesi per maternità e, col personale di sala, copriamo appena i servizi specialistici”.
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Ascoltato quel breve racconto tra i fumi della propria pizza tra amici, il pittore di mezza età tornò a casa, si diresse verso lo studiolo e con delicatezza quasi religiosa riprese in mano il pennello che giaceva sul treppiede da oltre sette anni. Dopo tutto quel tempo a rifiutare di dare forma ai propri demoni nascosti, disegnò di nuovo sul foglio impolverato ancora steso lì dall'ultimo tentativo. Tracciò senza colore veloci linee solide che guardavano diritto verso la realtà: mentre lui non l'ascoltava, lei si era mossa sensuale, fluttuante, senza spiegazioni né fini.
venerdì, novembre 02, 2012
venerdì, ottobre 26, 2012
mercoledì, ottobre 24, 2012
Scatole di personaggi
“In preda a un panico improvviso
perché in quel momento capii che ciò che diceva mio padre
non coincideva necessariamente con la realtà delle cose,
e questo per me trasformò il mondo in un'entità fluttuante
cui era difficile aggrapparsi”.
(Per Patterson, Fuori a rubar cavalli)
perché in quel momento capii che ciò che diceva mio padre
non coincideva necessariamente con la realtà delle cose,
e questo per me trasformò il mondo in un'entità fluttuante
cui era difficile aggrapparsi”.
(Per Patterson, Fuori a rubar cavalli)
Mattino fresco, in volo sulla manica, ultimo giro di caffè lungo. Ma anche ultime ore prima di ricominciare ad agganciare all'agenda il senso delle giornate: solo pochi sono stati così brillanti e bravi da potersi permettere lunghe pause e io non sono tra quelli e credo che non lo sarò mai. Mi hanno anche letto la mano: vita lunga, vita sana, ma non ricca. La terza conclusione, l'avevo già maturata anche sulla base di previsioni empiriche legate all'andamento del mondo e al mio ipotetico percorso in esso. Mancano solo poche ore, dicevo, all'inizio dei giorni qualunque. Un lasso di tempo così breve non fa per lunghe storie. E poi lunghe storie mancano. C'è piuttosto un gorgoglio di personaggi, tanti e tali da sopravanzare ogni trama. Non ne esiste una che li contenga tutti. O almeno non mi è parsa, a me, di averla vissuta. Una volta faticavo a tracciare una trama sensata per i mie percorsi nel loro dipanarsi, ma poi, messi questi alle spalle, davo loro una struttura. Ora anche questa è venuta meno. E' un po' come per una vecchia città. Non è facile intervenirvi rispettandone tutte le anime. Ce n'è sempre qualcuna che ne verrebbe lesa. E, in questi giorni, proprio non ne vorrei ledere nessuna.
Allora torno ai tempi dell'Università, quando, al primo anno, ci spiegavano come scrivere. A noi studenti raccontavano la storia delle “scatole”. Dovevamo costruire delle scatole virtuali – fisicamente dei fogli – e raccogliere in esse le idee, gli spunti, le citazioni, che ci venivano strada facendo sull'argomento da trattare. “Costruite le scatole – ci dicevano – nel modo più informale possibile. La casa, il vostro testo, nascerà poi da solo”. Torno a fare il “sociologo”, dunque, e provo a inscatolare, fuori da ogni trama, un mese di casa e di mondo, di birre di skype, di teatri e traslochi. Una scatola, un personaggio.
In ordine sparso, non esaustivo del reale, ma solo di un mese di esperienziale, alcuni tipi di umanità:
Uomo saggio. Non reagisce mai troppo. Per indole e per formazione, pensa che reagire, emozionarsi o alterarsi sia dispendioso in termini energetici e moralmente opinabile. E' persona che ascolta molto e forse elabora, ma non è dato troppo a sapere, perché centellina i suoi interventi.
Uomo raffinato. Onnivoro nei suoi consumi culturali, spazia dal jazz americano alla classica contemporanea, dai film d'essay svedesi alla canzone d'autore italiana. Talvolta vittima di un eccesso di estetismo – ci si chiede se davvero quelle cascate di emozione scorrano a ogni sterile primo piano interminabile su una faccia stupida come tante – tale persona può essere assai gradevole, se le sue conoscenze diventano materie per condivisione o esplorazioni, o può invece essere fonte di tensioni se connotata dalla sindrome delle caccia alla “lacuna”, al libro mancante.
Uomo osservatore. Relativista per definizione. Silenzioso e meditabondo, cattura abitudini, gestualità e frasi comuni per ricondurle a uno schema noto o evidenziare eventuali originalità. E' persona che a volte manca di spontaneità, si trattiene, non vuole modificare il contesto e si perde parte del gusto, nel senso che non si perde mai del tutto. Non crede alle storie, sfugge alle appartenenze di gruppo, minimizza i propri trascorsi per non cadere negli errori che imputa agli altri.
Uomo fatalista con qualche dubbio. Ha perso un amico prematuramente, inaspettatamente. Non dà a vedere che questo ha incrinato il suo ateo attaccamento ai fatti del mondo – economia, relazioni internazionali, finanza – unici elementi determinanti dell'agire umano, ma talvolta cede e si sente solo. Probabilmente se lasciasse spazio a un sentimento, ne sarebbe travolto, privo com'è degli anticorpi che nascono con la frequentazione quotidiana delle proprie emozioni.
Uomo dolce. E' un'integralista della dolcezza. Ne vede ovunque. La sottolinea anche se è una componente irrilevante, anche se sa che l'effetto dell'overdose che produce sarà negativo. Non ho mai capito se l'uomo dolce ha coscienza di questo effetto. Ma se si prova ad affrontare l'argomento, la reazione è spesso mielosa: ci si sente come elefanti nel negozio della cristalleria. Problematico se permaloso.
Uomo abbandonato. E' riuscito a creare attorno al sé il vuoto assoluto. O per una fiducia eccessiva nella propria intelligenza o per scarsa propensione ad affrontare temi spinosi, ha nel tempo ristretto le proprie frequentazioni e ridotto le esistenti a scambi di cortesia. Ha un attaccamento innaturale alla madre, unica persona che lo ha tollerato. La costruzione mentale che ha fatto per proteggere la propria solitudine è di solito solida. Ma è un po' come la linea Maginot. Si può aggirare e dietro si scovano spesso praterie desolate che la fede non riempie e che nessun uomo ha più il coraggio di affrontare.
Uomo matto. E' in grado di vivere nel mondo sociale, ma, come una geometria non euclidea, traccia rotte che non hanno riscontri immediati. Mangia, beve, dorme e paga le bollette come te, ma poi ti riversa fiumi di parole e storie in ordine sparso crescente. Borbotta con i messaggi che la mente gli recapita. Un po' come tutti, ma i suoi sono più veloci ed escono prima del controllo sicurezza. Tu li reprimeresti per la paura di essere preso per pazzo. Lui invece li lascia liberi. E tu sei spalle al muro e non sai se prenderlo per pazzo come tutti o, finalmente, impersonare un po' dell'anticonformismo che piace attribuirti, e giocarti le tue carte alla pari. Con il serio rischio di perdere.
Uomo protagonista. A differenza del colto, che legge, ascolta e guarda, l'uomo protagonista interpreta. Canta, balla, scrive e fotografa. Di solito si autodenigra per sfuggire all'accusa di esibizionismo, da taluni si nasconde per sfuggirne completamente alla visuale, ma in genere ama il frastuono di cui si fa coprotagonista e il pubblico che tale frastuono attira. Si è sempre in dubbio nei suoi confronti. Ama veramente quello che fa, catturato come un rabdomante dalle sue pratiche, o invece si circonda di azioni per sfuggire al suo pensiero?
Uomo nomade alla ricerca di una sistemazione permanente. E' una persona che non vive un momento facile. Dopo lunga serie di dubbi, ha ceduto, ha mollato patria e famiglia per sposare il suo carattere nomade. Un po' per usura e un po' per il peso dei giudizi esterni, ora è impegnato a mettere su radici. Cerca di farlo con autentica serietà, ma ormai ha perso le certezze stanziali e non sa più davvero dove piantarle. E poi non riesce a fare a meno di una via di fuga. Basta un clima, un amico, un luogo da vedere, per riaprire la valigia.
Uomo di mestiere. Pescatori, ristoratori, artigiani, legnaioli. Di solito sono persone di poche parole. Dunque è lasciato all'osservatore l'onere di ricostruirne l'universo. E questo universo ricostruito, storicamente, si espande in due direzioni distinte. Se il mestierante è esotico diventa motore narrativo, primigenio, mentre se il mestierante è locale diventa simbolo di ottusità mentale o di nostalgiche rievocazioni dei tempi andati, quando anche l'osservatore era, o avrebbe potuto essere, taciturno e soddisfatto come il mestierante. Soggetti molto ambiti dai fotografi.
Uomo di fede. E' persona in fase di evoluzione. Anche lui è entrato nel modo della comunicazione e della dialettica. Se lo chiami, scende in campo e discute. Al novantesimo minuto, però, è costretto a fare come un tempo e lasciarti nel bivio: credere o non credere. Nell'ultimo aggiornamento del personaggio – fattore piacevole – tende a scomparire l'elemento di superiorità morale. E a una fede dubbiosa è già più facile credere.
Uomo (oltre o entro) i limiti. Che siano sportivi, intellettuali o geografici, i limiti sono centrali per l'uomo “limite”. Da una parte, le creature più meditabonde, riflettono ore o giorni prima di ogni seria azioni per valutare se qualcosa è alla loro portata, o meglio all'altezza a cui hanno voglia di collocare la loro portata. Dall'altra, le creature più smaniose vedono ovunque un limite da spostare in avanti. Magari non lo dicono, cercando di mascherare il tutto con una ricerca filosofica, ma l'obiettivo resta. Deve, perché è poi attorno a esso che si struttura il tutto.
Uomo amico. Si pensa che sia imperituro, ma cambia come ogni cosa che scorre. Geografia mutabile che va, viene, torna o scompare per sempre. E' il confidente per eccellenza. Solo che quando funziona talvolta determina cambiamenti tali che è poi difficile mantenere il livello di intimità di partenza. Si respira nell'aria se un uomo amico è in avvicinamento o allontanamento: curiosità e inquietudine procedono di conseguenza.
sabato, ottobre 06, 2012
Il retroterra dei sogni raggiunti
Non ci dovrebbe essere troppo tempo nel mezzo. Invece quasi per tutti – chissà se è così anche per i geni? - ne passa sempre molto tra un desiderio e il suo avvento. Quando si comincia a desiderare qualcosa non la si conosce davvero a fondo. La si coltiva con l'immaginazione, la si desidera ingenuamente. I più, vinti dalla pigrizia, abbandonano subito questa visione e l'archiviano nell'universo dei “magari”: costruiscono così quel rifugio di chiacchiere e speranze che gli fa da placido approdo. Ma alcuni, i più perseveranti, si mettono in cammino per prendere davvero in mano l'oggetto dei loro sogni, il loro desiderio.
Ed è in quel cammino che affiorano le contraddizioni. Si conoscono persone, si leggono libri, si attraversano luoghi, si scambiano opinioni, si fa l'amore in luoghi impensati, si guardano film, si partecipa a feste a lungo sconosciute, si varcano soglie di nuovi locali, si scrivono mail e si eleggono nuove guide. Quel cammino porta lontano. E da laggiù la strada percorsa prende il comando e detta lei la direzione, come un binario proiettato in avanti. Succede, anche se le ombre lontane da cui tutto era partito in vero non interessano più, sono quasi estranee.
Feci questo ragionamento alla fine di una lunga e incessante serie di telefonate che dal primo mattino non mi davano tregua. Il ritmo delle domande superava il mio impegno nel compilare la lista delle cose da fare. Una chiamata privata per la lettura del contatore di casa interrompeva la serie di conversazioni lavorative per terminare la stesura di un atto, completare un rendiconto, richiedere le pulizie di una sala, firmare un foglio di ferie, sottoporre un comunicato all'ok, avviare l'upload di una galleria di immagine per una giornalista, fare il giro di telefonate agli alberghi dell'ala nord per gli ultimi dettagli del programma. Rispondere a tutto - il sogno iniziale - era impossibile. Nel brusio generale, i tentacoli dell'organizzazione vincevano, insinuavano le loro crepe.
Pensavo al tempo in cui per arrivare a quel ruolo avevo corso fino allo stremo. Perché mi avrebbe aiutato a dare peso alle mie idee, credevo, ai miei progetti. Pensavo che avrei potuto prendere quel mondo per mano e dargli la mia direzione. Invece in quel momento ero stanco, come un viaggiatore frastornato di fronte al tabellone che elenca sempre nuove mete.
Ripresi il mio brogliaccio in mano e con le frecce tornai ad aggiornare l'ordine delle priorità, chiedendomi se, a forza di cambiarlo, avrei mai avuto la forza di partire dal punto uno.
Ed è in quel cammino che affiorano le contraddizioni. Si conoscono persone, si leggono libri, si attraversano luoghi, si scambiano opinioni, si fa l'amore in luoghi impensati, si guardano film, si partecipa a feste a lungo sconosciute, si varcano soglie di nuovi locali, si scrivono mail e si eleggono nuove guide. Quel cammino porta lontano. E da laggiù la strada percorsa prende il comando e detta lei la direzione, come un binario proiettato in avanti. Succede, anche se le ombre lontane da cui tutto era partito in vero non interessano più, sono quasi estranee.
Feci questo ragionamento alla fine di una lunga e incessante serie di telefonate che dal primo mattino non mi davano tregua. Il ritmo delle domande superava il mio impegno nel compilare la lista delle cose da fare. Una chiamata privata per la lettura del contatore di casa interrompeva la serie di conversazioni lavorative per terminare la stesura di un atto, completare un rendiconto, richiedere le pulizie di una sala, firmare un foglio di ferie, sottoporre un comunicato all'ok, avviare l'upload di una galleria di immagine per una giornalista, fare il giro di telefonate agli alberghi dell'ala nord per gli ultimi dettagli del programma. Rispondere a tutto - il sogno iniziale - era impossibile. Nel brusio generale, i tentacoli dell'organizzazione vincevano, insinuavano le loro crepe.
Pensavo al tempo in cui per arrivare a quel ruolo avevo corso fino allo stremo. Perché mi avrebbe aiutato a dare peso alle mie idee, credevo, ai miei progetti. Pensavo che avrei potuto prendere quel mondo per mano e dargli la mia direzione. Invece in quel momento ero stanco, come un viaggiatore frastornato di fronte al tabellone che elenca sempre nuove mete.
Ripresi il mio brogliaccio in mano e con le frecce tornai ad aggiornare l'ordine delle priorità, chiedendomi se, a forza di cambiarlo, avrei mai avuto la forza di partire dal punto uno.
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