Un pallino, due pallini, tre pallini, quattro pallini, una parentesi e sì ancora un puntino e un altro ancora. Che cazzo, l’elenco non finisce più: d’accordo i punti uno e due si sbrigano in fretta, ma il tre no, di quello proprio non si può stare tranquilli. Problema nuovo, procedura ignota, grado di successo dubbio. Incertezza totale, come sulla parentesi. Contiene una nota inutile ma di quelle che proprio non si riesce a ignorare: è un sms che dice che qualcuno non ha parlato proprio bene di te.
Mi fermo un secondo a riflettere sulle possibili contromosse. La prima, quella sempre auspicata ma mai attuata: me ne sbatto, ebbene sì sarebbe d’uopo iniziare tranquillamente a farlo. Tanto come è scritto in Caos Calmo, gli altri pensano a te infinitamente meno di quanto credi. Ne sono convinto, ma non ne riesco a dedurre le logiche conseguenze.
Ipotesi due: replico. E’ l’ipotesi che mi nasce sempre d’istinto, ma che poi reprimo. Seguire subito l’istinto porta allo scontro, mente ci vuole strategia, sì, negoziazione, mediazione.
Allora temporeggio: magari replico più avanti, con tono posato, calmo, con una sagace freddezza. Mi convinco di fare così ed è l’inizio della fine. Non scrivo neppure una replica, ma ne penso, ne elucubro una, due, tre.. dieci, venti. La notte ignoro le pecore e mi dedico ai punti, ai temi alle conseguenze: i neuroni si contendono la vittoria in una partita di risiko nervosa, dove non esce mai il sei. La vittoria arriva solo alla fine, dopo una serie di logoranti pareggi. Bottino misero.
Leggende romagnole, avventure metropolitane, suggestioni dal mondo e altre divagazioni in evoluzione pluriennale.
domenica, maggio 03, 2009
sabato, aprile 18, 2009
lunedì, aprile 13, 2009
Chi viene e chi resta e nel mezzo una grappa
C’era un signore che era solito bere solo grappa Nardini, la migliore per lui. Il distillato era la sua acqua, l’inseparabile compagna di ogni giorno. Ne beveva così tanta che prese a ordinarla direttamente dallo stabilimento di produzione. Quando morì, l’agente commerciale della Nardini chiamò nel comune di residenza del vecchio per sapere quale bar aveva chiuso: tale era il calo di vendite registrato.
Raccontai questa storia di Romagna da poco udita a una giovane coppia napoletana. Loro mi guardarono con lo sguardo stupito e sornione di chi si stava convincendo di aver intrapreso il viaggio giusto, nel posto giusto, nell’alloggio giusto. Giusto per portare a casa qualcosa che gli altri non si sarebbero mai portati indietro, giusto per sentirsi orgogliosi di essere stati veramente ospiti di un luogo per un giorno.
Lo sguardo stupito e sornione della giovane coppia napoletana assomigliava molto allo sguardo delle persone che salutavo in Australia. Avevano appena raccontato le loro storie: cacce a granchi giganti, sbornie di fronte al barbecue, colpi di scalpello in un cavallo a dondolo di legno. Si sentivano più orgogliosi del solito di appartenere a quella terra, sentivano di aver fatto la scelta giusta a essere rimasti a vivere lì se qualcuno da così lontano usava il suo tempo per ascoltarli.
Il racconto è il punto di incontro tra chi resta e chi va, tra lo stanziale e il nomade. Invita il primo a rimanere per approfondire e il secondo a partire per sfiorare. Ma invita anche il primo a partire per udire del nuovo e il secondo a fermarsi per provare il gusto di dare il benvenuto.
Raccontai questa storia di Romagna da poco udita a una giovane coppia napoletana. Loro mi guardarono con lo sguardo stupito e sornione di chi si stava convincendo di aver intrapreso il viaggio giusto, nel posto giusto, nell’alloggio giusto. Giusto per portare a casa qualcosa che gli altri non si sarebbero mai portati indietro, giusto per sentirsi orgogliosi di essere stati veramente ospiti di un luogo per un giorno.
Lo sguardo stupito e sornione della giovane coppia napoletana assomigliava molto allo sguardo delle persone che salutavo in Australia. Avevano appena raccontato le loro storie: cacce a granchi giganti, sbornie di fronte al barbecue, colpi di scalpello in un cavallo a dondolo di legno. Si sentivano più orgogliosi del solito di appartenere a quella terra, sentivano di aver fatto la scelta giusta a essere rimasti a vivere lì se qualcuno da così lontano usava il suo tempo per ascoltarli.
Il racconto è il punto di incontro tra chi resta e chi va, tra lo stanziale e il nomade. Invita il primo a rimanere per approfondire e il secondo a partire per sfiorare. Ma invita anche il primo a partire per udire del nuovo e il secondo a fermarsi per provare il gusto di dare il benvenuto.
domenica, aprile 12, 2009
Il giorno che decisi di costruire qualcosa
Un giorno decisi che avrei dovuto costruire qualcosa. Non necessariamente una casa o un muro, ma qualcosa, anche solo un’idea, ma che andasse al di là delle mie idee. Senza troppa originalità decisi che avrei raccontato qualcosa: senza inventare nulla, ma solo mettendo in parole scritte, con quel tocco di ordine in più che non guasta mai, storie e storielle che esistevano già. Ne trovai tante e più ne raccoglievo e più ne trovavo. Decisi allora che avrei costruito un contenitore per conservarle tutte: non necessariamente qualcosa di fisico, anche solo un mondo virtuale, in cui le parole avessero il carattere etereo di una memoria digitale. Costruito il contenitore, lo spazio vuoto che in esso c’era iniziò ad avanzare delle pretese. Volle più storie di quante già non ve ne fossero. Decisi allora che mi sarei costruito una memoria di esperienze reali e virtuali più grande: nulla di mai visto prima, giusto qualche libro che molto raccontava e qualche passeggiata vicino e lontano dove anche tanti altri andavano. Riempii il magazzino virtuale così tanto che decisi di riorganizzare le stanze, con nuovi indici e nuovi cartelli per raggiungerli. E decisi anche che era un peccato che le vecchie storie e le nuove stanze restassero lì da sole senza incontrare mai lo sguardo di nessuno. Decisi allora che avrei costruito qualcosa, nulla di materiale anche solo un calendario di date, per condividerle un po’: le avrei raccontate a chi era deciso ad ascoltarle nel luogo stesso in cui erano nate. Ne raccontavo ogni volta di diverse. Le storie diventarono anelli di congiunzione. Costruirono loro nuovi legami: persone che si legarono per un’ora di cammino e altre che si legarono per il cammino di una vita. Decisi allora di costruirmi più tempo per camminare con le une e con le altre. Occupai così tanto il tempo che non ne trovai più per ricordarmi ogni tanto quello che avevo da tempo iniziato a raccogliere. Decisi allora di costruire qualcosa di fisico per ancorare meglio la memoria, ma non sono sicuro che basti.
Ora quindi non mi resta che decidere cosa fare.
Ora quindi non mi resta che decidere cosa fare.
domenica, aprile 05, 2009
giovedì, aprile 02, 2009
Linee secondarie
Tratto da:
"Sulle linee secondarie del treno della nostalgia"
Rubrica "Colonne d'Ercole" di Qui Touring - aprile 2009
(Toni Capuozzo)
"Sulle linee secondarie del treno della nostalgia"
Rubrica "Colonne d'Ercole" di Qui Touring - aprile 2009
(Toni Capuozzo)
"Avrei potuto scrivere un libro e non lo feci. Così, molti dei luoghi attraversati mi lasciarono il ricordo di una cosa incompiuta, tanto che, come per una coazione a ripetere, tentai di fare la stessa cosa ma in auto. E forse, l'aver giocoforza trattenuto per me il racconto pieno di quel viaggio contribuisce ad alimentare una nostalgia che, quando si affaccia, è resa più forte dal fatto che quell'Italia non c'è più. Non ci sono più neppure molte di quelle linee e di quei treni, e nemmeno giornali disponibili a curiosità insensate".
mercoledì, aprile 01, 2009
Un lungo elenco di fatti che non posso più raccontare
Ho un lungo elenco di fatti da raccontare. Credo anzi di non averne mai avuti così tanti. In breve, tanto per compilare una lista e non trascurare nulla:
Ed eppure aveva ragione qualcuno che non ricordo neppure più, forse un direttore di giornale ascoltato alle prime armi o forse uno dei partigiani che intervistai nel 2004. Comunque non importa. Chiunque di loro fosse disse che se succedeva troppo, poi non c’era nulla da raccontare.
Sacrosanta verità, è vero Iddio. Ma chissà perché?
La domanda è puramente retorica, in vero. La mia idea, ce l’ho già. Gli orologi perfetti non perdono mai un colpo, non ritardano mai, sono sempre all’attimo successivo esattamente quando finisce l’attimo precedente: senza requie. Ecco, quando si deve tentare di essere degli “orologi perfetti” ci si comporta come loro. Non si perde mai un colpo, mai: si è così metodici nel costruire il futuro che si fa succedere solo ed esclusivamente quello che si vuole. Nessun imprevisto, nessuna parola sprecata. O se la si ascolta, per errore, la si cancella subito. “La riprenderò poi” ci si dice. Ma quando il poi arriva è già troppo tardi.
- Un dramma familiare sfiorato
- Due settimane di passione lavorativa
- Un’incerta campagna elettorale a cui non ho deciso se partecipare o meno
- Un nubifragio primaverile
- Un paio di vacanze che non riesco a progettare
- Un paio di contatti che ogni volta dimentico di riprendere
- Qualche decina di interrogativi personali ricorrenti e irrisolti
Ed eppure aveva ragione qualcuno che non ricordo neppure più, forse un direttore di giornale ascoltato alle prime armi o forse uno dei partigiani che intervistai nel 2004. Comunque non importa. Chiunque di loro fosse disse che se succedeva troppo, poi non c’era nulla da raccontare.
Sacrosanta verità, è vero Iddio. Ma chissà perché?
La domanda è puramente retorica, in vero. La mia idea, ce l’ho già. Gli orologi perfetti non perdono mai un colpo, non ritardano mai, sono sempre all’attimo successivo esattamente quando finisce l’attimo precedente: senza requie. Ecco, quando si deve tentare di essere degli “orologi perfetti” ci si comporta come loro. Non si perde mai un colpo, mai: si è così metodici nel costruire il futuro che si fa succedere solo ed esclusivamente quello che si vuole. Nessun imprevisto, nessuna parola sprecata. O se la si ascolta, per errore, la si cancella subito. “La riprenderò poi” ci si dice. Ma quando il poi arriva è già troppo tardi.
martedì, marzo 31, 2009
lunedì, marzo 30, 2009
In Campana sul Minuetto
Seggiolini in Minuetto circondano come un guscio protettivo un corridoio a forma di cuore. Tra i piedi, quasi timida, una serie di modeste prese elettriche, che sembrano porte verso un futuro che tarderà ad arrivare. Grandi spazi in trasparenza lasciano filtrare luce in abbondanza da un mondo che inizia subito a salire. A salire e salire fino a quando scompare in buio alterno e quasi ritmico, interrotto qua e là da nuovi scorci di luce, da tagli di roccia incrinati, ostili alla vegetazione ma costretti, loro malgrado, a ospitarla qua e là.
Faenza è alle spalle. Firenze è alle porte dopo un’ora e cinquanta. Nel mezzo vi avrei potuto anche solo parlare di un treno, dei suoi vagoni, dei suoni finestrini e delle sue gallerie. Ma sono i luoghi di Dino Campana e del pazzo a bordo che forse gli somigliava.
Faenza è alle spalle. Firenze è alle porte dopo un’ora e cinquanta. Nel mezzo vi avrei potuto anche solo parlare di un treno, dei suoi vagoni, dei suoni finestrini e delle sue gallerie. Ma sono i luoghi di Dino Campana e del pazzo a bordo che forse gli somigliava.
domenica, marzo 08, 2009
sabato, febbraio 28, 2009
lunedì, febbraio 23, 2009
sabato, febbraio 21, 2009
lunedì, febbraio 16, 2009
mercoledì, febbraio 11, 2009
La memoria sotto le luci della scuola
Le luci al piano superiore della scuola elementare sono sempre accese. Illuminavano le grandi finestre sull’esterno anche l’altra sera, mentre vi camminavo di fronte sotto una pioggia fine, che a stento bagnava.
Il ricordo di quel luogo sa poco di passato e molto di presente. Conservo solo sprazzi del tempo in cui ci entravo ogni giorno: più azioni che dettagli. Ricordo la forma quadrata e ampia delle aule dove ogni tanto il maestro ci coinvolgeva nel gioco della canna: lui, in ginocchio al centro, faceva roteare a terra una canna di bambù e noi, in cerchio tutto attorno, la saltavamo. Chi, vittima del cambio di ritmo, ne era toccato, veniva eliminato dal gioco, fino a che non ne rimaneva soltanto uno in lizza, il vincitore. Ricordo quei momenti di svago, come la consegna della merenda da parte del bidello un po’ zoppo ma bonario che raccoglieva gli ordini di tutti gli studenti e andava al forno prima dell’intervallo. Però non ricordo quante scale salivano al piano di sopra; anzi, non ricordo neppure di esservi mai salito al piano di sopra. C’era la segreteria? La presidenza? Chissà? All’epoca quei nomi avevano un alone di mistero: erano una sorta di certezza metafisica che non osavo mettere in dubbio.
I pezzi dimenticati dei ricordi di allora non hanno però lasciato un vuoto. Sono pieni dei ricordi successivi, della coscienza del luogo che non potevo avere quando lo frequentavo. L’altra sera ho ritagliato nell’oscurità i contorni delle lettere di cemento che portano impresso il nome della scuola: “Licinio Cappelli”. Allora era solo un nome, oggi è legato a un paio d’ore della mia vita: ne ho raccontato la storia personale tra i fatti di resistenza della vallata e per prepararmi a farlo sono sceso fino ai dettagli della stampa dei fogli clandestini e carbonari che i Cappelli diffondevano in Romagna durante i moti indipendentisti.
Mi chiedo cosa ne sarà del ricordo in futuro: forse continuerò a vedervi lati ancora inesplorati o forse, piano piano, il presente cesserà di mettere in discussione il passato e la memoria da ruvido albergo di passaggio per visitatori in carriera diventerà intimo ritrovo per pochi ospiti abituali.
--> Storia della Cappelli Editore
Il ricordo di quel luogo sa poco di passato e molto di presente. Conservo solo sprazzi del tempo in cui ci entravo ogni giorno: più azioni che dettagli. Ricordo la forma quadrata e ampia delle aule dove ogni tanto il maestro ci coinvolgeva nel gioco della canna: lui, in ginocchio al centro, faceva roteare a terra una canna di bambù e noi, in cerchio tutto attorno, la saltavamo. Chi, vittima del cambio di ritmo, ne era toccato, veniva eliminato dal gioco, fino a che non ne rimaneva soltanto uno in lizza, il vincitore. Ricordo quei momenti di svago, come la consegna della merenda da parte del bidello un po’ zoppo ma bonario che raccoglieva gli ordini di tutti gli studenti e andava al forno prima dell’intervallo. Però non ricordo quante scale salivano al piano di sopra; anzi, non ricordo neppure di esservi mai salito al piano di sopra. C’era la segreteria? La presidenza? Chissà? All’epoca quei nomi avevano un alone di mistero: erano una sorta di certezza metafisica che non osavo mettere in dubbio.
I pezzi dimenticati dei ricordi di allora non hanno però lasciato un vuoto. Sono pieni dei ricordi successivi, della coscienza del luogo che non potevo avere quando lo frequentavo. L’altra sera ho ritagliato nell’oscurità i contorni delle lettere di cemento che portano impresso il nome della scuola: “Licinio Cappelli”. Allora era solo un nome, oggi è legato a un paio d’ore della mia vita: ne ho raccontato la storia personale tra i fatti di resistenza della vallata e per prepararmi a farlo sono sceso fino ai dettagli della stampa dei fogli clandestini e carbonari che i Cappelli diffondevano in Romagna durante i moti indipendentisti.
Mi chiedo cosa ne sarà del ricordo in futuro: forse continuerò a vedervi lati ancora inesplorati o forse, piano piano, il presente cesserà di mettere in discussione il passato e la memoria da ruvido albergo di passaggio per visitatori in carriera diventerà intimo ritrovo per pochi ospiti abituali.
--> Storia della Cappelli Editore
domenica, febbraio 08, 2009
Voglio un vantaggio: mi prendo 8 minuti
Non era ancora vecchio o stanco, avrebbe potuto tranquillamente restare in piedi sul binario, ma Stefano Cozzi, lucido fiscalista e consulente economico vaticano, pensò che la panchina in fondo alla pensilina fosse più in sintonia con la sua sagoma distinta. Là seduto avrebbe potuto aprire il giornale in modo più agevole ed erigere una barriera più sicura tra se stesso e il brusio circostante. Doveva aspettare otto minuti prima dell’arrivo del treno e non voleva rischiare di appendere i suoi pensieri a dettagli inutili: un paio di scarpe troppo colorate, un cellulare troppo evoluto o la voce troppo preoccupata di uno studente alla vigilia di un esame. Dettagli decisamente poco significanti come quelli non potevano compromettere il suo quotidiano incontro con il treno. Lo ripeteva ogni giorno e sapeva ormai quanto, nel proseguimento della giornata, dipendesse da quei minuti sul binario.Cozzi aprì La Stampa nella pagina dedicata all’economia. Scritta così piccola, piena di cifre quasi illeggibili, era la più comoda da guardare come specchio dei propri pensieri. E quelli infatti uscirono immediatamente, con la precisione e la regolarità di sempre. Le piccole incombenze ereditate dal giorno precedente, i nuovi proponimenti di giornata, le strategie a cui tutto era ricondotto si ordinarono da sole come caselle di un docile foglio Excel: tutto era sotto controllo e tutto era migliorabile. Certo c’era ancora in sospeso la firma di un paio di carte e non sembrava esserci modo di prendere una decisione basata su stime precise, ma non era il caso di lasciarsi andare al turbamento dell’indecisione: bastava un’assicurazione, una piccola cautela in più, e anche quella scelta sarebbe stata ricondotta al giusto, in ogni caso.
Il treno scricchiolò sui binari proprio allora. Era uno dei pochi sempre puntuali e Cozzi lo guardò con il piacere dell’abitudine, ma senza muoversi. Non era lì per salire a bordo. Stava lì seduto sulla panchina, quel giorno e tutti quelli prima, per gustare il suo momento di incertezza. Era una cosa stupida – lo sapeva lui stesso – una costruzione del tutto mentale, ma gli regalava un piacere infinito. Ignorava il rigido percorso dei binari e si immergeva nel brulichio della partenza come nelle pagine iniziali di un libro d’avventura. Si chiedeva cosa sarebbe successo se fosse salito al posto di quel giovane con lo zainetto Napapiri o con quel signore più anziano con la borsa in pelle. Ogni volta constatava con trepidazione che non arrivava nessuna risposta certa, che in quel treno che partiva riuscivano ancora a trovare spazio decisioni per istinto, scelte per caso e azioni incerte.
Stefano Cozzi si cullava solo per pochi istanti in quel mondo di ovattato nomadismo cognitivo. Quando l’ultimo vagone era scomparso dall’orizzonte, la sua mente era già tornata alla scaletta costruita nei minuti dell’attesa dietro alla pagina di giornale non letta. Il mondo la imponeva e in fondo a lui non dispiaceva neppure troppo: aveva la sua indubbia utilità.
Ma il treno no, quello non si poteva dimenticare mai. Tutto il tempo utile del mondo non sarebbe sopravvissuto un solo secondo senza quei minuti sprecati di fronte al treno in partenza. Cozzi lo sapeva e ed era convinto che fosse davvero un bel vantaggio.
domenica, febbraio 01, 2009
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