domenica, gennaio 13, 2008

Il sonno della paura

Veniva da una famiglia propensa a catturare qualche extra dalla malavita. Il nonno, come professione, diceva di fare il giocatore. Non giocava, in realtà: passava i fine settimana in giro per le bische della Romagna a riscuotere una sorta di pizzo: per sedere al tavolo occorreva versare la quota, altrimenti non si entrava o si finiva ancora peggio.

Il business man aveva ereditato l'indole del nonno, ma l'aveva trasferita alla prostituzione. Il sesso a pagamento era un vizio più diffuso del gioco, quindi più redditizio: gli introiti crescevano secondo economie di scala. Andò tutto bene, fino al giorno in cui alla sua porta si presentò un giornalista. Il manager chiese se era lì per un “passaggio”, ma lo scribacchino rispose che era lì per lavoro. Dopo pochi istanti, una decina di volanti dei carabinieri sbarrò le vie d'uscita, facendo irruzione all'interno. Cercarono le donne anche nei frigoriferi.

“Hai avuto paura?” chiede l'amico al business man al termine del racconto
.
“Dei caramba?” fa lui in tono di scherno, alzandosi il colletto del cappotto. “Io non ho paura di nessuno. Figuriamoci di un idiota in divisa”.
L'amico ride, prende le sigarette dal tavolo e se ne va. Il business man invece resta seduto ancora per un po'. “Certo non è stata una bella esperienza” riflette a voce alta. Guarda l'orologio per constatare che è di nuovo tardi. Si versa qualche goccia di tranquillante in attesa di un sonno che non trova spazio tra i pensieri.

mercoledì, dicembre 26, 2007

Il business nel confessionale

Giorno di Natale, chiesa gremita. Il vecchio frate prende posto nello stanzino in fondo alla cappella per celebrare il sacramento della confessione. Di fronte all'ingresso si crea subito una lunga fila di fedeli. Quelli più esperti sanno che l'attesa sarà lunga: il religioso ha la parlantina facile e fa scorrere molte parole prima di impartire l'assoluzione.

Si fa infine il mio turno. L'uomo in saio mi domanda cosa faccio. Rispondo concludendo la lista con le visite guidate in programma nel prossimo anno: “Una sarà anche qui al santuario” aggiungo. Il rituale si rompe. Il frate alza lo sguardo e mi incalza per saperne di più. “Sai – mi dice – qui abbiamo cinquantamila visitatori all'anno. Mi interessano questi interventi”.

Il dialogo prosegue fino nei dettagli, quasi irrispettosamente verso la calca che intanto si accumula all'esterno. Domande su domande si susseguono, fino a quando il confessore capisce infine che ora di tornare al sacramento. “Comunque – mi dice – se qualcuno ti riferisse di aver sentito da me ciò che mi hai appena detto, vorrebbe dire che qualcun altro me ne ha parlato, perché come sai ciò che tu m i stai dicendo ora sarà destinato a rimanere tra le nostre anime. Insomma, se la contattassi, sarebbe perché altri mi avrebbero informato. Mi capisce?”.
“Padre – lo interrompo – la capisco benissimo. Però se desidera un recapito, credo di poterla soddisfare”.
“Certo mi aiuterebbe” risponde lui sotto voce.
Gli allungo allora il mio biglietto da visita, che lui ricambia annotando il numero dell'eremo: “Chieda del più anziano – mi dice – vedrà che capiranno”.

Chiedo perdono per questa fuga di notizie, ma come il frate disse: “Chi ha la penna a volte esagera, ma spesso solo per giusta passione”.

domenica, dicembre 16, 2007

Il caffè, il vigile e la multa

C’è un cliente in divisa ogni martedì mattina nel bar di viale Roma. Entra un attimo per ritemprarsi dal freddo della strada, posa il cappello e ordina un caffè. Le ragazze al banco servono il vigile con il sorriso sulle labbra, lo accolgono come uno di casa: insieme scherzano per qualche minuto. Poi cala un attimo di silenzio: l’ufficiale prende la penna, completa i cambi del verbale e, con lo stesso sorriso di prima, si rivolge alle ragazze al banco: “Sono 250€ anche questa settimana” dice loro.

Succede tutte le settimane. Il bar rimane aperto anche nel suo giorno di chiusura e il vigile passa per depositare il suo verbale. Martedì dopo martedì.

giovedì, dicembre 06, 2007

Continua l'epopea digitale di Pianbaruzzoli

Ulisse e GianbardoIl ritorno di Giambardo a Pianbaruzzoli, ovvero la ricongiunzione tra il fondatore e la sua comune autogestita nella valle dell'Acquacheta, risale ormai a più di un anno fa: era il novembre 2006. Tanto è passato dal giorno in cui l'uomo tornò alla sua vecchia casa per farne una fondazione e portare a termine il suo sogno di bene collettivo.

La leggenda attorno a quel luogo, però, continua a propagarsi. Il blog "Selvatici", infatti, dedica a sua volta un lungo post, o meglio una lunga citazione, alla storia degli Zappatori senza terra dell'Acquacheta. Il post porta una data recente: 12 ottobre 2007.

domenica, dicembre 02, 2007

Quando l’idea è più forte dell’indizio che la contraddice

I tre viandanti marciavano in direzione nord, costeggiando il torrente che scorreva più a valle sulla loro destra. Erano ormai nella parte finale dell’anello studiato più e più volte durante il mattino. Restava da affrontare solo l’ultima erta, che li avrebbe condotti al crinale e da lì, in pochi passi, al punto di partenza. Cartina alla mano, tra loro e la fine della salita, mancava solo un bivio: la strada a sinistra terminava su un rudere; la strada a destra, quella corretta, arrivava invece sulla sommità al complesso di casa con parrocchia attraversato dalla carrareccia.

Il rudere e il bivio sulla sinistra, però, non arrivarono mai. Forse in quella basse valle il contadino aveva rimosso la strada per arare un nuovo campo. L’errore di valutazione dei viandanti nacque da lì. Alzarono gli occhi alla cima della collina e si convinsero che il complesso sul crinale, termine ultimo della loro salita, fosse in realtà il rudere segnalato dalla cartina a mezza costa. Prima di raggiungerlo avrebbero dovuto quindi svoltare sulla destra. Iniziarono a cercare quella deviazione, tra boschi e pascoli, tra campi percorsi avanti e indietro. L’oscurità si avvicinava ma il loro vagare non trovava soluzione.

Seguirono allora la strada principale, quella meglio tenuta. Gli indizi a fianco della via avrebbero potuto segnalare al gruppo la loro corretta posizione, ma i tre erano convinti di essere altrove e quelle evidenze furono per loro inutili. I tre allora continuarono a marciare, certi che, tenendo la loro destra, avrebbero raggiunto prima o poi la meta. Tennero la destra una, due, tre volte, su bivi ignoti, disorientati da segnali che per loro non dovevano esistere.

Infine si imbatterono nel casolare raggiunto al mattino. Tutto d’improvviso fu chiaro. I ruderi ripresero il loro nome, i segnali ripresero la loro coerenza, la rotta seguita si materializzò sulla carta. I viandanti ritornarono sui loro passi e in breve ritornarono al punto di partenza.

Tuttora i tre sono incerti nel capire l’origine del loro errore. La stoltezza della valutazione dell’uno e la facilità con cui il suo errore si impose nella mente degli altri. Fu un piccolo delirio collettivo: una fede errata si radicò in loro così profondamente che il mondo da loro pensato prese il sopravvento sul mondo da loro attraversato. Ciò che vedevano non erano più ciò che esisteva ma ciò che per loro avrebbe dovuto essere. Nessun indizio contrastante bastò loro per testimoniare l’errore nella teoria di partenza.

venerdì, novembre 23, 2007

L’uomo (a cavallo) dei mercati

Il figlio scese dall’auto di corsa per salutare il nonno nella vecchia bottega di famiglia nel centro città. Era ancora un bambino e doveva ancora arrivare alla prima elementare, ma il padre pensava già a come si sarebbe dovuto comportare per insegnargli ciò che la scuola non gli avrebbe detto. Non gli avrebbe impedito di attraversare mezza Europa solo per ubriacarsi a un concerto, ma l’avrebbe costretto a immergersi in modo più profondo nella realtà straniera che avrebbe visitato.

Quando il bambino scomparve dietro la porta di ingresso, il padre si accese una sigaretta e alzò il volume dell’autoradio nell’auto ancora accesa. Pensò a quando, pochi anni prima, apriva filiali bancarie in tutto il nord, compiacendosi delle royalties che facevano schizzare alle stelle il proprio conto corrente. Cavalcare l’onda dei mercati finanziari, prevedere un balzo in avanti all’apertura delle borse asiatiche, era una sfida che gli riempiva il sangue di adrenalina. Cercando di prevedere il futuro, aveva imparato a capire il mondo. Ogni giorno l’uomo apriva i quotidiani finanziari e leggeva ciò che l’articolista non sapeva o non poteva scrivere. Lo faceva ancora, benché quel mondo non fosse più il suo e gli avesse tolto gran parte di ciò che gli aveva dato.

“Il nonno ti saluta e ha detto di fargli sapere come sta andando al lavoro?” irruppe il figlio interrompendo quei pensieri e risaltando a bordo. “E’ un lavoro come un altro – pensò il padre – poco più di mille euro al mese”. Sistemò la cintura al bambino e insieme viaggiarono verso la casa di famiglia in campagna, dove, di nuovo insieme, avrebbero perpetrato la tradizione dell’allevamento di cavalli da corsa. La vita riprendeva il suo corso, forse quello che non avrebbe mai dovuto lasciare.

giovedì, novembre 08, 2007

Cane sciolto e l’eco infinita del diario di Sassello

“Quanto strana questa Arte della Scrittura possa essere parsa alla sua prima Invenzione, possiamo capirlo da quegli Americani scoperti recentemente, che erano sorpresi di vedere gli Uomini conversare con i Libri, e faticavano a credere che la Carta potesse parlare...”
(John Wilkins – Mercuri, Or the Secret and Swift Messenger”)


Non fu certo per necessità interiore che Jacopo 617 mise mano alla penna il 17 aprile del 2005. Probabilmente fu solo per noia. Quel giorno, come tanti altri in precedenza, era salito da solo fino al bivacco di Sassello (immagini). Si sentiva a suo agio in quella casa a metà: perfettamente integra a nord, monca a sud, dove i tedeschi, nel corso di un rastrellamento, avevano appiccato un incendio. Jacopo era arrivato fin lassù senza alcun proposito, attraversando boschi e pascoli solo per la voglia di andare avanti fino a una meta, fino a un posto come un altro. Scelse Sassello perché era il posto più vicino alla sua rotta e perché ormai rivedere quella stanza con il grande camino, il tavolo in legno al centro e la scala per il soppalco, era un po’ come rivedere casa. Quando Jacopo finì la marcia e varcò la soglia si sentì però a corto di senso: non sapeva come riempire il suo tempo lì tra piante colorate dai primi accenni di fioritura.

Fece allora ciò che lui, falegname, non era solito fare. Prese la penna e inaugurò un diario. Sulla prima pagina di un quaderno a righe dalla copertina rigida ripensò ai due daini che aveva incontrato poco prima lungo la salita da Valbonella. Scrisse ciò che secondo lui aveva pensato l’animale maschio: scrisse che la bestia aveva probabilmente provato gioia nel mostrare il proprio palco agli occhi invidiosi dell’uomo. Jacopo raccontò tutti i particolari dell’incrocio di sguardi tra sé e la coppia di daini, dicendo anche che il suo essere lì, così casuale, lo faceva sentire un po’ un cane sciolto. Scrisse tutto ciò e poi ripose il quaderno sul piccolo tavolo a fianco dell’ingresso.

I messaggi che vengono inviati al mondo spesso si perdono nel fruscio di fondo, mentre quello di Jacopo, abbandonato nel vuoto di Sassello, si propagò nell’aria del rifugio fino a generare un’eco. Stefano lo intercettò alcuni giorni dopo, il 24 aprile del 2005. Leggendo le frasi di cane sciolto scelse di mettere a sua volta mano alla penna. Si sentì in dovere di consolare la malinconia che lui riconduceva a quello pseudonimo. Allora, firmandosi a sua volta "cane sciolto", scrisse che il daino probabilmente non era inorgoglito per il proprio palco, ma invidioso per la libertà dell’uomo: l’animale si vergognava di essere stato scoperto lì in quel pascolo in cui era andato solo per nutrire la sua compagna e invidiava il viandante che poteva invece prendere la direzione che più preferiva, su fino al rifugio di Sassello o giù di nuovo verso Valbonella.

Il dialogo tra i due cani solitari per un lungo anno naufragò anonimo tra i commenti di routine che i passanti casuali lasciavano sul diario, riposto sempre sullo stesso tavolino a fianco dell’ingresso. Ma né il tempo, né il caos cancellarono l’eco delle parole iniziali di Jacopo. Un anno dopo, nell’aprile del 2006, Jessica volle imporre la propria voce di donna su quei lamenti maschili: “Cari uomini sconsolati – scrisse Jessica al centro di un lungo intervento – chi vi parla è una donna che come voi ama la libertà. Quello che vi voglio dire è semplicemente che essere liberi non significa necessariamente essere soli. Quello che affermate è solo una maschera che vi portate per nascondere la vostra mancanza”.

Forse Jacopo, firmandosi “cane sciolto”, non pensava alla propria solitudine. Forse Stefano aveva sbagliato a leggerla come tale e a elogiarla. E forse non aveva avuto senso la lunga critica ai due uomini lanciata da Jessica. Ma questo oggi non importa più molto, perché l’eco della parola scritta che si propaga nel vuoto di Sassello prosegue la sua marcia senza più timore di rimanere fedele al grido da cui era partita.

Faggeta d'autunno

Strada di crinale dei Tre Faggi

Bivacco di Sassello

bivacco di Sassello
bivacco di Sassello

Leggi la storia di Cane sciolto e l'eco infinita del diario di Sassello.

domenica, ottobre 14, 2007

Il soldato brasiliano che morì sulla via del ricordo

Il ritmo di samba non pulsava più nelle vene. Il respiro del soldato brasiliano, macchiato di sangue e fango, seguiva il suono interno e tambureggiante della paura. Attorno a lui c’erano solo simboli di una geografia ignota: querce e carpini spogli per l’inverno, ripidi crinali calanchivi, masi diroccati dai bombardamenti. Non c’era nulla che parlasse di casa, di spiagge e di foreste tropicali. Non c’era nulla che aiutasse il soldato a rispondere alle sue domande. Dentro di lui, gli interrogativi si intrecciavano convulsi, nella foga di una morte che poteva arrivare assieme al sibilo dello sparo successivo. Cosa ci faceva lui tra i boschi di Semelano? Cosa c’entravano lui e i suoi amici dalla pelle creola con i Tedeschi che avevano invaso l’Appennino emiliano e con gli Italiani che avevano cambiato bandiera una volta ancora? Perché ora erano lì in prima linea tra le fila dell’esercito alleato? Gli ordini iniziali erano diversi: loro, i brasiliani, sarebbero dovuti rimanere fermi nelle seconde linee, solo con responsabilità di appoggio. E invece erano lì alla ricerca del faccia a faccia col nemico a pochi di chilometri da Zocca.

Quando l’adrenalina della paura dava una tregua, la mente del soldato brasiliano cercava di tornare a ragionare come se di fronte avesse un futuro certo, o almeno probabile come quello di un uomo giovane e sano. Il militare latino si chiedeva allora se mai, una volta finita la guerra, avrebbe potuto amare quel luogo e quella gente. Si chiedeva se mai avrebbe avuto la capacità di ridere, ballare e mangiare al tavolo di quei contadini sconosciuti per la cui libertà stava rischiando la vita. Da uomo, si chiedeva, avrebbe avuto ancora qualcosa da spartire con quelle montagne lontane su cui il suo pazzo destino da soldato l’aveva spedito?

Sessant’anni dopo quel soldato brasiliano, ormai solo un vecchio reduce, entrò nell’aeroporto di Rio per cercare le risposte alle sue domande di guerra. Dopo otto ore, o giusto qualcosa in più, avrebbe infine rimesso piede in Europa, a Semelano, per commemorare le proprie gesta di oltre mezzo secolo prima. Finalmente avrebbe saputo se c’era ancora un legame tra lui e loro, tra lui e gli Emiliani.

Poche ore dopo, a dodicimila metri di altezza sulle acque dell’Atlantico, il cuore del soldato brasiliano si fermò. Morì sulla via del ricordo, pochi istanti prima di raggiungerlo.

venerdì, ottobre 12, 2007

Anche le macchine, a volte, non sanno cosa dire

Dal manuale Uso manutenzione, sicurezza di Opel Meriva (edizione agosto 2006):

"Spia controllo motore"

"L'accendersi della spia durante la marcia indica un guasto al motore o al cambio elettronico. In tal caso il sistema elettronico inserisce un programma di emergenza che può aumentare il consumo di carburante e pregiudicare le condizioni della vettura.

Qualche volta spegnere e riaccendere il motore può eliminare il guasto. Se, a motore avviato, la spia si illumina nuovamente, rivolgersi a un'officina (...).

Un breve e non ripetuto accendersi della spia luminosa controllo motore è priva di significato".

lunedì, ottobre 08, 2007

A piedi tra i banchi di scuola

Si vede che la casa di Castel dell’Alpe è figlia di un progetto antico, retrodatabile al 1200. Le finestre interrompono la parete disponendosi lungo una diagonale, perché dentro ogni stanza è su un piano diverso. Attorno alla casa, però, non si vedono più gli indizi delle fortificazioni che avevano dato il nome al luogo. All’imbocco della strada, lungo la statale dei Tre Faggi, i cartelli – pannelli bianchi verdi con cornice di legno - parlano ancora dei ruderi della vecchia rocca e della vecchia botte. “Ma non è mica vero niente” ci ha detto la signora che abita lì da cinquantacinque anni. “Non so cosa faccia il comune: qui è crollato tutto nel seicento”.

E’ stata un po’ una delusione dopo la strada fatta per arrivare fin lì. Ma a volte il vuoto del luogo può lasciare più spazio alle voci delle persone che lo percorrono. Come riflette il sociologo francese David Le Breton, in un saggio dedicato al cammino (Il mondo a piedi, Feltrinelli), “si cammina anche per scrivere, raccontare, cogliere delle immagini, cullarsi in dolci illusioni, accumulare ricordi e progetti”. Sulle pendici del Monte Tiravento, nel crinale tra la valle del Bidente e quella del Rabbi, è stato il ricordo a farla da padrone. Il ricordo di scuola in particolare.

Il viaggio a ritroso tra le memori degli escursionisti è partito in una seconda ragioneria di quasi vent’anni fa. Alberto M. – raccontano i suoi vecchi compagni di classe – sostenne allora in un’interrogazione di storia che Plinio il Vecchio, il celebre naturalista latino, fosse morto assiderato sotto l’eruzione del Vesuvio. Chissà se Plinio, morto in realtà a causa dell’asma, rise a quella risposta. Certo è che non lo fece l’insegnate che a fine anno fece bocciare l’allievo. Fu un brutto schiaffo per il giovane Alberto che però reagì prendendo a calci il pallone, su su fino al Napoli di Maradona e Ciro Ferrara.

Senza un epilogo così glorioso fu invece il difficile percorso da obiettore di coscienza di un geometra della bassa forlivese. Il suo percorso fu travagliato dall’inizio. La posta non gli recapitò la comunicazione di inizio servizio e i carabinieri giunsero puntuali a casa sua per portarlo in caserma e chiedere lumi sull’accaduto. Nulla più che un accertamento di routine. Sfortunatamente, però, una comare alla finestra diffuse la notizia del suo presunto arresto prima che l’interessato potesse tornare a smentirla. E, nelle piccole comunità, si sa, le etichette sono più appiccicose che altrove. E, chissà, le malelingue contribuirono con le loro maledizioni a portare il geometra in un posto difficile come la casa di riposo del cesenate dove pochi giorni dopo approdò. Fu lì, ancora adolescente, che realizzò per la prima volta che le persone invecchiavano e che ai colpi del tempo qualcuno aggiungeva anche i propri. Vide tutto il giorno in cui un’anziana signora malata di Parkinson fu bloccata con le mani e la bocca sporche del pongo utilizzato per il Gesù bambino del presepe. E ascoltò tutto, quando l’infermiera reagì all’emergenza chiedendo alla sua superiore: “Ma ora che ha mangiato Gesù, gliela devo dare lo stesso la merenda?”.

lunedì, ottobre 01, 2007

Loop informativo: dal blog a Radio2 e ritorno

La ragazza ha parlato al ragazzo del blog dell’amico. La ragazza ha poi parlato all’amico del programma del ragazzo. La sua idea era di far parlare nel programma del ragazzo del blog dell’amico. Ciò è avvenuto: il ragazzo ha intervistato nel suo programma l’amico della ragazza facendogli domande sul blog che scriveva. Ora completo il ciclo, collegando da qui il file audio del programma dell’amico dove abbiamo parlato di questo blog. Insomma, per usare frasi tecniche, un ottimo esempio di loop informativo tra personal media e broadcaster.

Buon ascolto di Versione Beta andato in onda su Radio 2 sabato 29 settembre a partire dalle 10.30
(l'intervista è pochi istanti dopo la sigla iniziale):