lunedì, marzo 30, 2009

In Campana sul Minuetto

Seggiolini in Minuetto circondano come un guscio protettivo un corridoio a forma di cuore. Tra i piedi, quasi timida, una serie di modeste prese elettriche, che sembrano porte verso un futuro che tarderà ad arrivare. Grandi spazi in trasparenza lasciano filtrare luce in abbondanza da un mondo che inizia subito a salire. A salire e salire fino a quando scompare in buio alterno e quasi ritmico, interrotto qua e là da nuovi scorci di luce, da tagli di roccia incrinati, ostili alla vegetazione ma costretti, loro malgrado, a ospitarla qua e là.

Faenza è alle spalle. Firenze è alle porte dopo un’ora e cinquanta
. Nel mezzo vi avrei potuto anche solo parlare di un treno, dei suoi vagoni, dei suoni finestrini e delle sue gallerie. Ma sono i luoghi di Dino Campana e del pazzo a bordo che forse gli somigliava.

mercoledì, febbraio 11, 2009

La memoria sotto le luci della scuola

Le luci al piano superiore della scuola elementare sono sempre accese. Illuminavano le grandi finestre sull’esterno anche l’altra sera, mentre vi camminavo di fronte sotto una pioggia fine, che a stento bagnava.

Il ricordo di quel luogo sa poco di passato e molto di presente. Conservo solo sprazzi del tempo in cui ci entravo ogni giorno: più azioni che dettagli. Ricordo la forma quadrata e ampia delle aule dove ogni tanto il maestro ci coinvolgeva nel gioco della canna: lui, in ginocchio al centro, faceva roteare a terra una canna di bambù e noi, in cerchio tutto attorno, la saltavamo. Chi, vittima del cambio di ritmo, ne era toccato, veniva eliminato dal gioco, fino a che non ne rimaneva soltanto uno in lizza, il vincitore. Ricordo quei momenti di svago, come la consegna della merenda da parte del bidello un po’ zoppo ma bonario che raccoglieva gli ordini di tutti gli studenti e andava al forno prima dell’intervallo. Però non ricordo quante scale salivano al piano di sopra; anzi, non ricordo neppure di esservi mai salito al piano di sopra. C’era la segreteria? La presidenza? Chissà? All’epoca quei nomi avevano un alone di mistero: erano una sorta di certezza metafisica che non osavo mettere in dubbio.

I pezzi dimenticati dei ricordi di allora non hanno però lasciato un vuoto. Sono pieni dei ricordi successivi, della coscienza del luogo che non potevo avere quando lo frequentavo. L’altra sera ho ritagliato nell’oscurità i contorni delle lettere di cemento che portano impresso il nome della scuola: “Licinio Cappelli”. Allora era solo un nome, oggi è legato a un paio d’ore della mia vita: ne ho raccontato la storia personale tra i fatti di resistenza della vallata e per prepararmi a farlo sono sceso fino ai dettagli della stampa dei fogli clandestini e carbonari che i Cappelli diffondevano in Romagna durante i moti indipendentisti.

Mi chiedo cosa ne sarà del ricordo in futuro
: forse continuerò a vedervi lati ancora inesplorati o forse, piano piano, il presente cesserà di mettere in discussione il passato e la memoria da ruvido albergo di passaggio per visitatori in carriera diventerà intimo ritrovo per pochi ospiti abituali.

--> Storia della Cappelli Editore

domenica, febbraio 08, 2009

Voglio un vantaggio: mi prendo 8 minuti

Binari della stazione di Broken Hill - AustraliaNon era ancora vecchio o stanco, avrebbe potuto tranquillamente restare in piedi sul binario, ma Stefano Cozzi, lucido fiscalista e consulente economico vaticano, pensò che la panchina in fondo alla pensilina fosse più in sintonia con la sua sagoma distinta. Là seduto avrebbe potuto aprire il giornale in modo più agevole ed erigere una barriera più sicura tra se stesso e il brusio circostante. Doveva aspettare otto minuti prima dell’arrivo del treno e non voleva rischiare di appendere i suoi pensieri a dettagli inutili: un paio di scarpe troppo colorate, un cellulare troppo evoluto o la voce troppo preoccupata di uno studente alla vigilia di un esame. Dettagli decisamente poco significanti come quelli non potevano compromettere il suo quotidiano incontro con il treno. Lo ripeteva ogni giorno e sapeva ormai quanto, nel proseguimento della giornata, dipendesse da quei minuti sul binario.

Cozzi aprì La Stampa nella pagina dedicata all’economia. Scritta così piccola, piena di cifre quasi illeggibili, era la più comoda da guardare come specchio dei propri pensieri. E quelli infatti uscirono immediatamente, con la precisione e la regolarità di sempre. Le piccole incombenze ereditate dal giorno precedente, i nuovi proponimenti di giornata, le strategie a cui tutto era ricondotto si ordinarono da sole come caselle di un docile foglio Excel: tutto era sotto controllo e tutto era migliorabile. Certo c’era ancora in sospeso la firma di un paio di carte e non sembrava esserci modo di prendere una decisione basata su stime precise, ma non era il caso di lasciarsi andare al turbamento dell’indecisione: bastava un’assicurazione, una piccola cautela in più, e anche quella scelta sarebbe stata ricondotta al giusto, in ogni caso.

Il treno scricchiolò sui binari proprio allora. Era uno dei pochi sempre puntuali e Cozzi lo guardò con il piacere dell’abitudine, ma senza muoversi. Non era lì per salire a bordo. Stava lì seduto sulla panchina, quel giorno e tutti quelli prima, per gustare il suo momento di incertezza. Era una cosa stupida – lo sapeva lui stesso – una costruzione del tutto mentale, ma gli regalava un piacere infinito. Ignorava il rigido percorso dei binari e si immergeva nel brulichio della partenza come nelle pagine iniziali di un libro d’avventura. Si chiedeva cosa sarebbe successo se fosse salito al posto di quel giovane con lo zainetto Napapiri o con quel signore più anziano con la borsa in pelle. Ogni volta constatava con trepidazione che non arrivava nessuna risposta certa, che in quel treno che partiva riuscivano ancora a trovare spazio decisioni per istinto, scelte per caso e azioni incerte.

Stefano Cozzi si cullava solo per pochi istanti in quel mondo di ovattato nomadismo cognitivo. Quando l’ultimo vagone era scomparso dall’orizzonte, la sua mente era già tornata alla scaletta costruita nei minuti dell’attesa dietro alla pagina di giornale non letta. Il mondo la imponeva e in fondo a lui non dispiaceva neppure troppo: aveva la sua indubbia utilità.

Ma il treno no, quello non si poteva dimenticare mai. Tutto il tempo utile del mondo non sarebbe sopravvissuto un solo secondo senza quei minuti sprecati di fronte al treno in partenza. Cozzi lo sapeva e ed era convinto che fosse davvero un bel vantaggio.

domenica, gennaio 18, 2009

Monologhi riflessivi

Spesso sostengo lunghe conversazioni con me stesso e sono così intelligente che a volte non capisco nemmeno una parola di quello che dico.
(Oscar Wilde)

Mi sbagliavo. Non è mentire a se stessi il vero problema. Il vero problema è un altro. La cosa peggiore è non poter più essere sinceri con se stessi. E’ diverso: non accade quando, coscientemente, ci si racconta qualcosa di falso o di edulcolorato. Accade quando il confine tra la realtà e la propria rappresentazione di essa va perso, quando si cerca la semplicità dell’idea originaria, ma si trovano solo i racconti costruiti nel tempo per condividere quell’idea.

Sembrano tutte frasi così difficili, gelidi alambicchi cerebrali frutto di una mente troppo abituata a pensare a se stessa. E invece. Invece è proprio il contrario. E’ l’eccesso di pratica che fa perdere il filo del discorso: ogni piccolo passo richiede così tanta attenzione, così tanta fatica che alla fine si china la testa, si guarda il dettaglio e si perde la via.

E’ cosa da un attimo, ma rimane lì con voi per sempre. Vi farà compagnia anche quando tenterete di isolarvi dal rumore da voi prodotto per il resto del mondo; starà lì con voi fino ad assorbire interamente il vostro tentativo di monologo. Il vostro sarà un monologo sul monologo: parlerete con voi stessi della voce che vi impedisce di farlo con sincerità.

Non vi resterà che scrivere. Il dialogo con la carta a volte riserva risposte più convincenti di quello con le idee.

sabato, gennaio 17, 2009

Per quell’ora non c’è storia

La pioggia non diventa neve, ma nelle fessure del selciato un ghiaccio sporco, di lunga data, continua a rendere scivolosa la notte. L’umidità cade dal cielo trascinandosi a terra anche la luce dei lampioni: la via è buia, deserta, silenziosa, spezzata in due dal rivolo d’acqua che l’attraversa e che si allarga qua e là conquistando lo spazio delle pietre mancanti.

All’ombra della chiesa, al centro della piazza, c’è un tendone. Disegna uno scheletro bianco di lamiera sulla luce gialla della taverna all’angolo. Dai vetri appannati filtrano le bestemmie di chi gioca a carte. Dentro solo uomini. Fuori un piccolo capannello di donne che sputa fumo, rancore e invidia.

L’orologio, in cima alla torre, accompagna più lentamente del solito la strada, la notte, lo scheletro bianco e l’osteria. Su in alto, da solo, non batte, non suona, quasi non si vede. Sembra fermo, in attesa di un momento migliore per ripartire. Per quell’ora non c’è storia.

lunedì, gennaio 12, 2009

Il vecchio e il passante

L’uomo sedeva sul masso a fianco della maestà che anticipava l’inizio del borgo. Con lo sguardo appoggiato al ciglio della strada, stava lì, immobile, come la corteccia della quercia a cui rubava l’ombra. Si notava appena, ma lo notavano tutti. Aveva i colori di una vecchia foto: sempre curiosa, sempre interessante, sempre attraente per il solo fatto di continuare a esistere.

Il vecchio Pietro non parlava quasi mai con la gente del paese. Per la sua memoria preferiva una solitudine nobile a una compagnia compassionevole. Avrebbe potuto cercare un dialogo vero, ma, da tempo, aveva abbandonato quella speranza: chi l’ascoltava non riusciva a ricordare e chi poteva ricordare non aveva voglia di riascoltare.

Quando il camminatore forestiero lo vide, Pietro era immobile come sempre. Lo notò come una macchia di colore: il grigio della barba e dei capelli tra il verde impolverato delle foglie. Impiegò diversi minuti per raggiungerlo e metterlo a fuoco, ma decise subito di parlargli. Se era lì a piedi era anche per quell’uomo solitario e trasandato: per iniettarsi nelle orecchie gli scampoli di delirio e di memoria che uomini come quelli potevano ritagliare dal loro vissuto e dal loro immaginato.

Anche Pietro capì che lo straniero gli avrebbe parlato molto prima di sentire la sua voce. Nel tempo che ne ebbe coscienza prima di udirla, chiamò a raccolta tutti i pensieri che lo sconosciuto avrebbe voluto ricevere in dono: pensò al soldato tedesco morto ucciso nella camera della madre; pensò alla moglie del padrone con cui aveva fatto l’amore nel giardino della villa; pensò alle randellate mollate e prese durante gli scioperi del contado; e pensò a tutte le trascurabili vicende che nel calore di un focolare e nel rosso di un bicchiere di vino avevano poi assunto la dignità di un fatto da ricordare. Pensò soprattutto a questo lungo elenco. Vi pensò fino a quando lo straniero fu così vicino da potergli parlare.

I loro sguardi – quello fisso del vecchio e quello felino del viandante – si incrociarono, entrambi alla ricerca della scintilla per dar fuoco alla parola. E l’aria non tardò a scaldarsi di voci: il vecchio si mosse e il giovane si fermò. Il primo soffiò via la polvere da tutto il suo passato; il secondo descrisse luoghi sempre più lontani fino ad abbracciare il mondo intero. Avvenne tutto come i due avevano immaginato che dovesse accadere. Il vecchio recitò la sua parte; il viaggiatore credette di essere protagonista della propria.

Infine Pietro accomiatò lo straniero. “Ora proseguo il mio cammino” gli disse sedendosi.
Il viaggiatore lo guardò interrogativo.
“Ti sono piaciuti i miei racconti?” chiese il vecchio.
“Certo” replicò il viaggiatore. “Se sono arrivato fino a qui è soprattutto per ascoltare persone come te: alla periferia, autentiche”.
“Continua a divertirti allora, ma senza mai dimenticarti che è tutto falso, anche qui: le mie storie sono false, come quelle che sai essere false a casa tua. Solo che qui non puoi saperlo e ti consoli nel piacere dell’illusione. La vita non è un cammino, la vita è un racconto. Accade poco, ma se ne dice di tutto ed è molto piacevole farlo”.
Il vecchio si schiarì la gola e tornò nella posizione esatta in cui il viaggiatore l’aveva visto per la prima volta poco tempo prima. “Lasciami solo adesso – grugnì quasi maleducato – altrimenti rischio di non aver tempo a sufficienza per camminare nella mia memoria e costruire nuove storie per il prossimo straniero”.