domenica, ottobre 29, 2006

Il “torno subito” di Gianè

Torno subito.
Sono andato a buttarmi nel fiume.
01/01/2006

E’ il cartello mostrato alla fiera del sottobosco di Rocca San Casciano da Gianè, uno dei personaggi over 60 più coreografici del paesino romagnolo. Gianè lo espose la prima volta alla porta poco prima di fare il suo canonico tuffo nel fiume dal ponte paesano all’inizio del 2006.

Il suo tuffo è quasi un rito. Si ripete in tutte le ricorrenze più importanti, estive e invernali, e alcune costanti permangono sempre. Il punto di lancio è sempre la balaustra posta alla fine del borgo si sopra, nella parte vecchia del paese. Da lì all’acqua ci saranno circa cinque o sei metri, che Gianè affronta vestito e “rallentando” il volo con un ombrello.

Finora Gianè ha sempre mantenuto fede al cartello e, riemerso dalle acque, è tornato a casa. Tutt’al più ha tardato un poco per scambiare quattro chiacchiere in piazza.

martedì, ottobre 24, 2006

Predappio Alta e la storia inquieta nella cantina della Pré

Il vino non c’è più ma se ne sente ancora l’odore. Ne sono pregne come vecchie matrone le botti della cantina della Pré, a Predappio Alta. Sono in fila – tra vecchi attrezzi, ognuna con il suo nome – lungo gallerie che si inoltrano nel cuore della terra a caccia di fresco, umidità e luce fioca. E sui vecchi legni di cui sono fatte oggi appoggiano le opere dei pittori di Romagna. Quindici artisti all’anno mediamente espongono nelle cantine di Predappio Alta, animando un ciclo di inaugurazioni a base di pennelli, colori, piadine e Sangiovese. Perché in Romagna, si sa, va bene l’arte ma solo se la fame è già in disparte.

Però a Predappio neppure con l’arte e la fame già in disparte si può parlare di lui. Mussolini è nel cimitero pochi chilometri più sotto e nelle case squadrate in tipiche forme littorie, ma non deve essere da nessun'altra parte. Neanche in una tela all’interno di una mostra tra le penombre di un’antica cantina. E così il suo volto è stato censurato e il quadro che lo rappresenta relegato in un carrello. Troppa viva ancora quella cicatrice per ricordare la vecchia ferita. La storia è ancora lì, troppo inquieta per essere disegnata.

La cantina della Pré a Predappio Alta

La cantina della Pré a Predappio Alta

La cantina della Pré a Predappio Alta

martedì, ottobre 17, 2006

Pippo Beoni, l’uomo che correva più a lungo del muflone

Quel muflone era imprendibile. Lo sapevano bene i forestali di Campigna che da tempo ne fallivano la cattura. L’animale continuava a fuggire le loro imboscate: metteva sempre un fosso, una riva o un balzo tra sé e i suoi inseguitori. Lui, l’ungulato, vinceva sempre la battaglia contro di loro, gli uomini in divisa.

Una mattina i forestali ruppero il silenzio che di solito avvolge i fallimenti dell’uomo sulla natura. Ormai certi di essere davanti a un animale epico per le sue doti di fuga, confessarono a colazione la loro impotenza. Ad ascoltare il loro sfogo c’era anche un certo Pippo Beoni, un signore scomparso pochi anni fa. Lui, tranquillo, chiese se poteva avere qualcosa in cambio per la cattura del muflone e, negoziato un accordo favorevole, partì in direzione della foresta della Lama tra lo scetticismo della combriccola.

“A mezzogiorno avevo capito che era un po’ stanco”, spiegò al suo ritorno, tranquillo come alla partenza, dopo aver catturato l’animale al termine di una rincorsa di un’intera mattinata. Il muflone aveva fatto il suo solito: aveva saltato un fosso, aveva risalito una riva e s’era gettato ai piedi di un balzo. Ma Pippo Beoni aveva fatto lo stesso: aveva saltato il fosso, aveva risalito la riva e s’era gettato ai piedi di un balzo. Lui, l’ungulato, aveva perso la battaglia contro di lui, l’uomo che nn conosceva la fatica. La fuga del muflone finì all’incirca all’una del pomeriggio.

Funghi sul tronco di un vecchio albero ai bordi del fosso della Lama

Funghi che hanno colonizzato il tronco di un albero morto sulle rive del Fosso della Lama

Scarpone abbandonato alle Farniole

Scarpone abbandonato
Solo soletto, perduto da un tempo che non è dato a sapere sulle rovine di un podere afflitto da maledizione.

martedì, ottobre 10, 2006

Famiglia aperta sbarca in Romagna

I ragazzi di famiglia aperta durante la escursione a Lago di Ponte e al Colle del Tramazzo


Erano sedici. E lo sono ancora. La vera notizia è questa. L’entropia dell’universo, quella che al liceo scopri che non fa che aumentare ponendo fine all’età dell’innocenza, per una volta ha deciso di andare in vacanza. Il caos non è riuscito a imporsi e tutti i sedici ragazzi di Famiglia Aperta sono riusciti a tornare sani e salvi al loro pulmino e da lì a Bologna. Erano sedici (educatori compresi) all’arrivo a Tredozio sabato pomeriggio. Ed erano sedici domenica sera, dopo un pernotto a Ca’ di Ponte e una salita in mezzo alla nebbia su, su fino al Colle del Tramazzo.

Si narra che qualcuno si sia pure divertito. Certo sono solo voci di corridoio, nascoste da molte lamentele superficiali, ma il sol pensier basta in questo blog. E due giorni da Gianburrasca hanno un sapore dolce se nell’ultima pagina c’è un finale da libro cuore.

Firmato
Gae in evoluzione

In luglio fui Gae – Guida Ambientale Escursionistica
In settembre mi scoprii Gae – Guida Apparentemente Esperta
Ora sono Gae – Guida di Accresciuta Esperienza

giovedì, ottobre 05, 2006

Molise, la regione che beve

a candeloro e caraffica


Ho conosciuto pochi molisani. Del resto sono pochi in assoluto e molti di quei pochi sono emigrati. Ma con quei pochi che sono rimasti e che ho incontrato ho sempre bevuto
. Per ovvie ragioni fatico a ricordare ciò che mi hanno raccontato, ma tutti gli aneddoti parlano di sbornie in discoteca, di sbornie in vacanza, di sbornie per una festa in spiaggia, e di sbornie a un matrimonio. L’inizio di queste storie è sempre uguale. Loro non dicono: “C’era una volta”. Preferiscono partire da “’na birra”.

E all’importanza della birra è dedicato anche un passaggio di una guida sui generis del Molise. Un agile saggettino informale dove l’autore, Antonio Pascale, si chiede a lungo se la regione dovrà per sempre rimanere schiacciata tra due destini drammatici – il perdurare della chiusura e l’arrivo dei centri commerciali – o se invece esiste una terza via per portare il Medioevo dei paesini dentro la cultura contemporanea.

Nel tentativo di cercare la “terza via” molisana, Pascale scrive:

“Fatto sta che se la sera andate davanti a un bar (ma la “serata” comincia alle tre di pomeriggio), potete vedere i vecchi che si fanno la passatella, qualche volta con i giovani (è un gioco con le carte, dove chi vince, vince una birra...). Fumo e birra. Adesso, dopo il divieto di fumo, troverete locali con meno fumo e la stessa quantità di birra. In Molise si beve. In classifica, la regione è al primo posto per il consumo di alcolici”.


(Antonio Pascale, Non è per cattiveria – Confessioni di un viaggiatore pigro. Bari: Laterza)

domenica, ottobre 01, 2006

Un giorno e nove scatti, un cinghiale e niente palle

Immagini delle foreste attorno a Lago di Ponte, nel comune di Tredozio

Nove scatti per un giorno. Picasa, un piccolo software di google per l’archiviazione delle immagini, ha scelto di unire così alcuni delle fotografie scattate sabato 30 settembre tra lago di Ponte e il Colle del Tramazzo. Il collage, pur con qualche taglio a piedi, cappelli e funghetti, racconta di pause, punti panoramici, momenti di cammino “fintamente” difficili e soste attorno ai frutti del bosco.

Picasa però non può raccontare i consigli culinari di Ira, la ragazza spagnola del gruppo. Parlavamo delle specialità di cinghiale. “Buone” dice lei, che, oltre a salsiccia e insaccati, è abituata anche a mangiare braciole e bistecche. “Però”, aggiunge subito mimando l’atroce destino: “Il maschio no. Al maschio devi tagliargli le palle, se no fa schifo”.

In verità, in verità, Ira vi dice, se in tavola vi portano carne di cinghiale, accertatevi sempre che sia una femmina o che sia un maschio castrato. Se un cinghiale ha le palle, non è il caso di mangiarlo.
Parola di Ira. Buon appetito.

martedì, settembre 26, 2006

Una spremuta di sole e un bagliore di candela alla Capanna del Partigiano

Ci deve essere stato un gran fragore in quel lontano 18 luglio del 1944. Grida di fanti fascisti che risalivano le pendici del Monte Lavane ed echi di mitragliatrici partigiane nascoste nella Capanna di Pian Porcello. Una lapide, posta su quella che oggi si chiama la Capanna del Partigiano, tiene ancora viva quella memoria. Ma attorno a essa non si sente più nulla. Niente luci, niente suoni, neppure un traliccio. Se si guarda a ovest si incontrano solo faggi che coprono tappeti di felci adagiati su crinali che via via si perdono all’orizzonte. E, prima della notte, una spremuta di sole arriva a dare l’ultima pennellata di rosso al paesaggio.

Tramonto alla capanna del partigiano

Esaurito l’ultimo riflesso del tramonto, restano solo i bagliori di una candela e le braci del camino.

Camino acceso alla Capanna del Partigiano

Un salto nel vuoto del torrente Lavane

Una cascata del torrente Lavane

giovedì, settembre 21, 2006

Elli, la ragazza cresciuta con gli enzimi per le lenti

“Ero piccolina. Avrò avuto sedici, diciassette anni al massimo”, dice Elli, raccontando una delle sue prime visite oculistiche. La miopia cominciava a farsi sentire e il medico decise che era il caso di farle indossare le lenti. Fu gentile e durante la visita le spiegò con dovizia come prendersene cura. Fece un lungo elenco di prodotti e la giovane ascoltò attenta, solo forse un po’ emozionata come prima di un esame. Alla fine il medico fu convinto che tutto fosse chiaro ed Elli annuì: tutto sarebbe stato fatto come si doveva.

Un anno dopo l’adolescente un po’ cresciuta torna dall’oculista per un controllo di routine. L’esito della visita è positivo. La miopia si è fermata e non ci sono ulteriori problemi all’orizzonte. “Però – lamenta il medico – le tue lenti sono sporchissime”. Non le hai pulite?”, chiede. “Certo”, risponde Elli, elencando con dovizia tutta la procedura ripetuta tante e tante volte.

“Ma gli enzimi?”, incalza ancora l’oculista. “Gli ho presi regolarmente tutti i mesi”, risponde Elli, un po’ seccata. Solo dallo sguardo terrorizzato del medico la ragazza capì che quelle piccole pastiglie dal gustoso sapore di varechina e uovo marcio erano agenti per la pulizia delle lenti.... “Io – spiega oggi Elli, protestando la sua innocenza di allora – credevo che fossero enzimi per abituare gli occhi alle lenti ed evitare che le rigettassero”.

Lo spiacevole imprevisto fortunatamente non ha avuto danni gravi. La ragazza è cresciuta sana, forte e piena di ottimismo. E’ anche andata all’Università, dove all’orale di Analisi I completò spigliata tutto l’esercizio commissionatole dal professore. Soddisfatta e un po’ orgogliosa terminò la sua opera scrivendo nella lavagna radice di nove. “Quindi?”, chiese pacato il docente. “Oddio”, pensò lei con le spalle al muro. “Quindi, due per radice di tre... ah, no, scusi, tre per radice di due”.

Allora fu un diciotto (dice lei). Oggi è un ingegnere. Anche se non ne è sicura e nella carta di identità si è fatta scrivere “ricercatrice”. “Perché – ha spiegato all’impiegata dell’anagrafe – sono ancora alla ricerca della mia strada”.

martedì, settembre 19, 2006

Dall’ossessione per i massmedia del cavalier Berlusconi all’ossessione per i micromedia del senatore Guzzanti

Tra i ricordi che il mio relatore, Fabrizio Tonello, conserva della sua esperienza giornalistica c’è un’esperienza personale dell’ossessione massmediatica di Silvio Berlusconi. L’episodio, raccontatomi circa un anno fa – se ben ricordo -, risale al periodo della scalata alle frequenze televisive. L’allora imprenditore si getta alla conquista di un network francese e l’allora cronista, corrispondente da Parigi per Il Secolo XIX, scrive un editoriale critico sulla strategia della società appena acquisita dal magnate italiano. Berlusconi è già un grande industriale e il Secolo solo un quotidiano locale, ma l’attacco da quelle pagine è sufficiente per indurre il futuro presidente del Consiglio a sollevare personalmente la cornetta e redarguire l’arrogante giornalista.

Tonello confessa tuttora il suo stupore per quella telefonata. Oggi però bastano sassolini ancora più piccoli per risvegliare la reazione del mondo politico e industriale. Oggi un senatore della repubblica, come Paolo Guzzanti, si siede alla tastiera per prendersi gioco di un piccolo blogger e, una volta persa qualche battaglia, esce dal mondo della rete e dei nickname per entrare in quello dei titoli onorifici e dei tribunali. Smette di firmarsi informalmente “Guzz” e minaccia un procedimento giuridico condotto da Paolo Guzzanti, Senatore della Repubblica Italiana.

Guzzanti, ora agli onori della cronaca per le sue altalene politiche e per aver dato i natali a due celebri comici televisivi, fu a lungo inviato del quotidiano La Repubblica in Salvador. Con la sua penna, oltre alla stima del Direttore, Eugenio Scalfari, conquistò addirittura un premio giornalistico. L’articolo che debellò la concorrenza degli altri reporter descriveva decapitazioni sommarie eseguite negli alberghi della capitale: il tono del racconto era duro, epico, denso di dettagli che rimandavano alla presa diretta degli eventi narrati.

Non tutti, però, applaudirono quel reportage. Tra i colleghi, anzi, serpeggiò il dubbio che quelle pagine andassero ascritte al genere della narrativa: belle al loro interno, ma frutto di un falso storico. Frutto cioè di decapitazioni mai capitate o, al massimo, occorse lontano, molto lontano, dai luoghi dove Guzzanti le aveva ambientate.

Le voci contro di allora sono finite recentemente nel retino di Gabriele Paradisi, industriale bolognese di origine romagnola, che, con pazienza e dedizione estranee al mondo redazionale, ha seguito per passione gli echi del passato, scovando vecchi articoli e telefonando ai protagonisti dell’epoca. La sua ricerca ha richiesto settimane, ma alla fine ha prodotto una storia alternativa a quella descritta da Guzzanti e premiata con il Premiolino.

Lo scoop e le indiscrezioni dell’imprenditore col vizio del blogging non sono finite né su Il Corriere della Sera, né sul New York Times. Solo nel suo blog, ma per il senatore della Repubblica che nella rete si firmava Guzz la pubblicazione su un micromedia è stato più che sufficiente a minacciare il ricorso alle vie legali. Il procedimento, tra ritrattazioni e avvicinamenti, è attualmente fermo, ma, nei post e nei commenti restano tutte le feroci parole che la vicenda ha prodotto. E, soprattutto, resta aperta la caccia alle nuove tracce, quelle che potrebbero dire davvero se era vera la storia scritta su Repubblica da Paolo Guzzanti o se invece è vera quella ricostruita da Gabriele Paradisi sul suo blog circa venti anni dopo.

Per chi vuole saperne di più, Paradisi ha riassunto tutta la vicenda in un post del suo blog “Cieli limpidi”. Il post si intitola Senador, periodista, di la verdad! Il giallo storico è servito: buona lettura...

martedì, settembre 12, 2006

La strana convivenza di parole solide e spazi virtuali

Le vecchi civiltà andine hanno scritto su ogni cosa. L’ho scoperto pochi minuti fa, presentando Appunti di campo, un volume dedicato agli studi di antropologia culturale sulle antiche popolazioni americane. Il testo racconta di linguaggi impressi su tessuti e bicchieri. Gli Inca, per esempio, raccontavano la loro storia scegliendo il tipo di tessuto, mentre i peruviani rendevano più chiari i loro messaggi scolpendo in un diverso tipo di legno. Nei loro codici, insomma, la materia non era un supporto, ma un segno. Un disegno da solo significava poco: significava diversamente se cucito nel cotone o se intessuto nella canapa.

Mi è sembrato curioso parlarne: citare quelle parole solide in un blog che a cui non serve nemmeno più la carta. Parole solide in spazi virtuali.

venerdì, settembre 08, 2006

La cultura dell’ignoranza

Siamo nella società della conoscenza. Questo lo dicono tutti. In molti però si sono stufati e alcuni, in particolare, si sono stufati più di altri. Qualcuno, insomma, si è un po’ rotto di passare la vita a conoscere ciò che fa comodo agli altri e ha scelto di diventare ignorante e di dedicare a questa forma di protesta socio-cultural-esistenziale un’intera giornata: l’ignoranz day. L’evento è ormai una consuetudine. Si celebra ogni anno nella bassa bolognese.

Il club dell’ignoranza è potenzialmente aperto a tutti. Veicolato dal web l’ultimo ignoranz day è stato onorato addirittura da un fans club napoletano. Dal profondo sud i partenopei hanno chiesto il permesso di essere presenti. Dall’umido nord i bolognesi hanno detto sì. E tutto si è concluso con una serata a base di vino, salsiccia e film ignoranti.

Per chi anela a entrare in questo club godereccio, la strada è però più irta di quanto il nome lasci sospettare. Essere ignoranti vuol dire infatti essere abili conoscitori di una materia inafferrabile, fatta di b-movies, vecchi cartoni animati e siti un po’ sdozzi. E’ difficile diventare ignoranti per scelta: la buona volontà non basta, perché biblioteche e saggi sul tema scarseggiano; è solo il vissuto, la nottata di Tv e patatine unte, che crea l’ignoranza, che rende possibile all’ignorante snocciolare un passaggio di Attila flagello di Dio in qualsiasi contesto, dalla riunione di lavoro alla cena con la morosa. Per esempio, chi di voi saprebbe rispondere con certezza a questi quesiti disseminati nel test d’ingresso al sito dell’ignoranza: “Qual è lo sponsor della Longobarda, la squadra allenata dal famoso Oronzo Canà? Pollo ruspante, Euro Ponteggi o Pastificio Mosciarelli...”; “Se ti dico Pino Balera tu cosa mi dici? Beppe Pista, Franco Strobo o Raul Casadei...”.

Se anche voi siete scontenti della cultura ufficiale, buona vista al sito dell’ignoranza, allora. Male che vada arriverete alle conclusioni di Pin: “Scusate, ho sbagliato sito..... Vado via”. Bene che vada, invece, raggiungerete la saggezza di Catta: “L'ignoranza – dice lui - non ha limiti, ma confini dati dalla mente”.

Caro ignorante Poluz, ignoranz master del sito, piacere di averti conosciuto. Alla prossima mi racconterai tutta la genesi del progetto. Secondo me è una storia ricca di particolari stupidi e quindi molto notiziale... pardon ignoranziabile.

www.ignoranza.it

giovedì, settembre 07, 2006

Trasloco a piedi da finestre intime e finestre pubbliche

Sopra la mensola della mia nuova camera da letto bolognese due libri poggiano fianco a fianco. Uno, Camminando di Pino Cacucci, l’ho acquistato dietro consiglio, l’altro, Il mondo a piedi di David Le Breton, l’ho invece raccolto a scatola chiusa, per curiosità dopo averlo visto in libreria. L’uno e l’altro – la scelta cosciente e l’opzione casuale – strizzano l’occhio alla camminata e forse è per questo che a piedi ho addirittura realizzato l’ultimo ennesimo trasloco in ordine di tempo. Di passo svelto giù per via Fondazza, quasi di corsa attraverso Strada Maggiore, e poi guardingo lungo via Broccaindosso, dove la ristrettezza del marciapiede mi ha costretto in mezzo alla sede stradale con carrellino, armadio e trampoli vari. Tra un punto è l’altro la distanza è ridottissima: ci ho messo quasi di più a descriverla sinteticamente in queste righe che a percorrerla. La butto lì: saranno 500 m.

Ed eppure è già viaggio, nel senso che c’è una bella differenza tra la stanza di partenza e quella di arrivo. Non c’è “Jet” ma c’è qualcosa di “Lag”. Troppo alla buona, decisamente decadente la prima. Troppo formale e leggermente ansiogena la seconda. Scarponi sul divano nella prima e ciabatte all’ingresso per la seconda. E ancora un ingegnere un po’ hippy da una parte e un impiegato statale squadrato dall’altra.

La differenza più grande tra le due case, per ora, resta però la finestra. In via Fondazza era una finestrona ad altezza tetto affacciata su un cortile interno. In via Broccaindosso è invece una finestra più tradizionale aperta sul centro della via. Nell’una il suono più comune era quello della Tv: si udivano vocii via etere un po’ ovunque, assieme ai suoni della vita domestica – più o meno intima – che si animava tra le sette di sera e mezzanotte. Nella nuova dimora, invece, il tubo catodico non proferisce voce e con lui scompare ogni costanza: sgasate di motorino, sibili di sirene e grida all’uscita dall’osteria si alternano a silenzi completi, senza limiti di orario.

In entrambi i casi resta l’insidia del rumore. Confermo la tradizione: una casa in condominio non è mai veramente tua.

domenica, settembre 03, 2006

Ieri è passato e oggi è di corsa

“Vieni su a Bertinoro per la notte bianca?”, domanda Nicola mentre imbragato e a piedi scalzi lascia dolcemente scorrere la fune che tiene in sicurezza la ragazza belga a penzoloni sulla palestra di roccia del Vertical di Forlì.
“No, questa sera proprio no”, gli rispondo. “Già ieri sera ho tirato a tardi e sbevucchiato a Bologna. Sono più che a posto”.
“Bah, cosa c’entra ieri – replica lui – ieri è passato”. “Comunque – prosegue – noi ci troviamo alle dieci per andare su”.
“Nicola, guarda che mancano dieci minuti”.
“Ma dai, stai scherzando”. “No – risponde l’altro istruttore di roccia – sono le 9.45 abbondanti”.
“Ma porca, ma come si fa a correre sempre dietro al tempo! Tra tre minuti devo essere dagli altri lavato, cambiato, insomma tutto…”, conclude il Nik, mentre ancora tiene a penzoloni la ragazza belga sulla parete.

Dopo circa mezz’ora e un altro paio di scalate Nicola è effettivamente partito per unirsi agli altri e andare alla notte bianca di Bertinoro. Nel retro della macchina, appena messa a posto, c’era un asciugamano che non aveva avuto il tempo di rimettere a posto uscendo di casa di corsa e sul seggiolino davanti c’era il documento per ritirare le analisi che non aveva avuto il tempo di ritirare.

Come si fa a vivere così di corsa, sempre di corsa? Prometto che glielo domanderò. Ho già preannunciato la volontà di un’intervista informale. Più avanti però. Ora è già tardi e devo correre al mare.

sabato, agosto 26, 2006

Un vino provvidenziale e una piscina insospettabile

“A Don Antonio”. Il brindisi è stato per lui, l’altra notte nella parrocchia di Trebbana, a metà tra San Benedetto e Marrani. Il prete amante della montagna romagnola in realtà non c’era, ma aveva lasciato nella dispensa un bel bottiglione d’olio da cinque litri ricolmo di vino. Un nettare a metà tra il Sangiovese, di cui aveva il gusto corposo, e il Lambrusco, di cui aveva una puntina di frizzante. Un vino provvidenziale, direi. Non tanto per la professione del suo proprietario, quanto per la capacità di essersi fatto trovare lì al momento giusto per colmare le nostre lacune da brave guide: eravamo carichi di frutta secca e acqua ma spogli, drammaticamente spogli di viveri e bevande goderecce consone a celebrare una notte in culo al mondo.

“A Don Antonio”, dunque. Anche perché il vecchio parroco sembra piuttosto estraneo alla cupa chiusura del vicino eremo di Gamogna. Lì i cartelli vietano i pic-nic, mentre a Trebbana c’è addirittura la piscina a salutare il viandante. E’ a fianco della casa e da lontano sembra un’allucinazione. L’ammetto: per lungo tempo ho continuato a credere che fosse un pannello solare. Invece era proprio una vasca. La sua acqua era verdognola e fetidina, ma era acqua e la sua sporca figura alla fine l’ha fatta lo stesso. Anzi, nel suo piccolo strizzava pure l’occhio agli acquafun di riviera: il suo fondo era in pendenza e invitava a surfate in equilibrio sulla sottile patina di melma depositata sul fondo.

“A Don Antonio”, allora. La sua Trebbana ha sempre la porta aperta nel caso foste esausti su quei crinali, lontani almeno un paio d’ore dalle forme di vita umana più prossime.



P.S. Per i malevoli che potrebbero pensare che abbiamo scroccato il vino, aggiungo che per il furto dettato dalla necessità abbiamo lasciato un dovuto extra al rimborso spese per il pernotto.

Tramonto a Trebbana

Tramonto nelle colline di Trebbana

domenica, agosto 20, 2006

Con il mare alle spalle verso chiese senza tetto

Tra le mani in questi giorni ho le ultime pagine de Nel legno e nella pietra: novanta racconti di Mauro Corona dedicati a piante, rocce e uomini dalla vita estremamente quotidiana. In compagnia delle sue storie e sfogliando ogni giorno Repubblica per leggere il viaggio di Paolo Rumiz in Appennino, mi sono sentito quasi obbligato a prendere la via del mare lasciandomelo ogni volta alle spalle. In spiaggia per un tuffo, una rosolata al sole e poi via su per l’entroterra di Alassio e attraverso le più inaccessibili vie del senese.

Andare al mare per andarmene dalla spiaggia, mi ha lasciato in dote vari borghetti tra cui spiccano, in Liguria, Castelvecchio di Rocca Barbena e, in Toscana, San Galgano. Non avevo mai sentito nominare nessuno dei due e ho constatato che non ero il solo a ignorarli. Non c’era quasi nessuno nei loro paraggi e per raggiungerli ho dovuto seviziare l’atlante stradale del Touring come fosse una cartina escursionistica: entrambi sono infatti ai margini di strade bianche, rigorosamente tortuose, prive di segnaletica e attorcigliate su campi e costate boschive.

A Castelvecchio ho provato a chiedere una Sweppes Lemon. La barista, che desidera sposarsi solo per avere un attimo di gloria all’uscita della chiesa, mi ha guardato stranita sentendo questo nome da ultimo grido in riviera e poi mi ha versato della Lemon soda. Dalla bottiglia, vecchia e sgonfia, perché non aveva più le lattine.

A San Galgano invece non ho potuto chiedere nulla. Non c’era nessun bar e neppure il Signore se l’è sentita di radicarsi lì in maniera troppo vistosa. In suo onore c’è una chiesa enorme, a tre navate, ma completamente priva di tetto. Forse l’Altissimo ha pensato che da lì non c’era poi tutto sto bisogno di una cripta per cercare il raccoglimento. Bastava guardare all’insù.

L'abitato di Castelvecchio di Rocca Barbena (a sinistra)
e la chiesa senza tetto di San Galgano (a destra)


Castelvecchio di Rocca Barbena San Galgano

Castelvecchio di Rocca Barbena San Galgano

mercoledì, agosto 16, 2006

Il Ratto e il motorino assassino

Aveva uno di quei motorini vecchio stile, tanto rumore e poca velocità. Il trabiccolo era giusto un po’ più grintoso dei normali cinquantini perché era abbondantemente truccato, come spesso capita nei paeselli, dove la marmitta è un po’ uno status symbol.

Quel giorno di qualche anno fa, come in tanti altri giorni, il Ratto apriva il gas voluttuoso per le vie del paese. “Maaahhammm” faceva per la strada statale, nel punto stretto tra la caserma dei pompieri e l'officina di Barabba. Il tracciato è dritto, privo di insidie, ma anche lì una frenata di troppo può essere fatale e lui molto probabilmente la fece. Le ruote del vecchio cinquantino un po’ truccato mollarono l’asfalto come calamite smagnetizzate mollano i ferro e lui il Ratto precipitò in terra seguendo con una sana dose di bestemmie i rotolii del trabiccolo.

Il rumore fatto fu notevole. Tale da rompere anche l’apatia dei carabinieri, che stazionavano lì vicino con la loro camionetta.. L’appuntato intuì l’accaduto e di corsa si precipitò verso l’incidentato. “Come stai, tutto bene?”, gli chiese preoccupato. Ma il Ratto non lo ascoltava. Già in piedi, sbatteva il casco in terra e con gli occhi iniettati di sangue lanciava fiammate di odio al suo cinquantino: “Eh, brutto motorino di merda mi volevi uccidere – urlava con la sua esse un strascicata -, ma non ce l’hai fatta neanche questa volta! Non avrai il mio scalpo…”.

Attonito fu il carabiniere e sicuramente un po’ infastidito fu anche Dio, coperto dalla solita lettiera di bestemmie.