mercoledì, febbraio 11, 2009

La memoria sotto le luci della scuola

Le luci al piano superiore della scuola elementare sono sempre accese. Illuminavano le grandi finestre sull’esterno anche l’altra sera, mentre vi camminavo di fronte sotto una pioggia fine, che a stento bagnava.

Il ricordo di quel luogo sa poco di passato e molto di presente. Conservo solo sprazzi del tempo in cui ci entravo ogni giorno: più azioni che dettagli. Ricordo la forma quadrata e ampia delle aule dove ogni tanto il maestro ci coinvolgeva nel gioco della canna: lui, in ginocchio al centro, faceva roteare a terra una canna di bambù e noi, in cerchio tutto attorno, la saltavamo. Chi, vittima del cambio di ritmo, ne era toccato, veniva eliminato dal gioco, fino a che non ne rimaneva soltanto uno in lizza, il vincitore. Ricordo quei momenti di svago, come la consegna della merenda da parte del bidello un po’ zoppo ma bonario che raccoglieva gli ordini di tutti gli studenti e andava al forno prima dell’intervallo. Però non ricordo quante scale salivano al piano di sopra; anzi, non ricordo neppure di esservi mai salito al piano di sopra. C’era la segreteria? La presidenza? Chissà? All’epoca quei nomi avevano un alone di mistero: erano una sorta di certezza metafisica che non osavo mettere in dubbio.

I pezzi dimenticati dei ricordi di allora non hanno però lasciato un vuoto. Sono pieni dei ricordi successivi, della coscienza del luogo che non potevo avere quando lo frequentavo. L’altra sera ho ritagliato nell’oscurità i contorni delle lettere di cemento che portano impresso il nome della scuola: “Licinio Cappelli”. Allora era solo un nome, oggi è legato a un paio d’ore della mia vita: ne ho raccontato la storia personale tra i fatti di resistenza della vallata e per prepararmi a farlo sono sceso fino ai dettagli della stampa dei fogli clandestini e carbonari che i Cappelli diffondevano in Romagna durante i moti indipendentisti.

Mi chiedo cosa ne sarà del ricordo in futuro
: forse continuerò a vedervi lati ancora inesplorati o forse, piano piano, il presente cesserà di mettere in discussione il passato e la memoria da ruvido albergo di passaggio per visitatori in carriera diventerà intimo ritrovo per pochi ospiti abituali.

--> Storia della Cappelli Editore

domenica, febbraio 08, 2009

Voglio un vantaggio: mi prendo 8 minuti

Binari della stazione di Broken Hill - AustraliaNon era ancora vecchio o stanco, avrebbe potuto tranquillamente restare in piedi sul binario, ma Stefano Cozzi, lucido fiscalista e consulente economico vaticano, pensò che la panchina in fondo alla pensilina fosse più in sintonia con la sua sagoma distinta. Là seduto avrebbe potuto aprire il giornale in modo più agevole ed erigere una barriera più sicura tra se stesso e il brusio circostante. Doveva aspettare otto minuti prima dell’arrivo del treno e non voleva rischiare di appendere i suoi pensieri a dettagli inutili: un paio di scarpe troppo colorate, un cellulare troppo evoluto o la voce troppo preoccupata di uno studente alla vigilia di un esame. Dettagli decisamente poco significanti come quelli non potevano compromettere il suo quotidiano incontro con il treno. Lo ripeteva ogni giorno e sapeva ormai quanto, nel proseguimento della giornata, dipendesse da quei minuti sul binario.

Cozzi aprì La Stampa nella pagina dedicata all’economia. Scritta così piccola, piena di cifre quasi illeggibili, era la più comoda da guardare come specchio dei propri pensieri. E quelli infatti uscirono immediatamente, con la precisione e la regolarità di sempre. Le piccole incombenze ereditate dal giorno precedente, i nuovi proponimenti di giornata, le strategie a cui tutto era ricondotto si ordinarono da sole come caselle di un docile foglio Excel: tutto era sotto controllo e tutto era migliorabile. Certo c’era ancora in sospeso la firma di un paio di carte e non sembrava esserci modo di prendere una decisione basata su stime precise, ma non era il caso di lasciarsi andare al turbamento dell’indecisione: bastava un’assicurazione, una piccola cautela in più, e anche quella scelta sarebbe stata ricondotta al giusto, in ogni caso.

Il treno scricchiolò sui binari proprio allora. Era uno dei pochi sempre puntuali e Cozzi lo guardò con il piacere dell’abitudine, ma senza muoversi. Non era lì per salire a bordo. Stava lì seduto sulla panchina, quel giorno e tutti quelli prima, per gustare il suo momento di incertezza. Era una cosa stupida – lo sapeva lui stesso – una costruzione del tutto mentale, ma gli regalava un piacere infinito. Ignorava il rigido percorso dei binari e si immergeva nel brulichio della partenza come nelle pagine iniziali di un libro d’avventura. Si chiedeva cosa sarebbe successo se fosse salito al posto di quel giovane con lo zainetto Napapiri o con quel signore più anziano con la borsa in pelle. Ogni volta constatava con trepidazione che non arrivava nessuna risposta certa, che in quel treno che partiva riuscivano ancora a trovare spazio decisioni per istinto, scelte per caso e azioni incerte.

Stefano Cozzi si cullava solo per pochi istanti in quel mondo di ovattato nomadismo cognitivo. Quando l’ultimo vagone era scomparso dall’orizzonte, la sua mente era già tornata alla scaletta costruita nei minuti dell’attesa dietro alla pagina di giornale non letta. Il mondo la imponeva e in fondo a lui non dispiaceva neppure troppo: aveva la sua indubbia utilità.

Ma il treno no, quello non si poteva dimenticare mai. Tutto il tempo utile del mondo non sarebbe sopravvissuto un solo secondo senza quei minuti sprecati di fronte al treno in partenza. Cozzi lo sapeva e ed era convinto che fosse davvero un bel vantaggio.

domenica, gennaio 18, 2009

Monologhi riflessivi

Spesso sostengo lunghe conversazioni con me stesso e sono così intelligente che a volte non capisco nemmeno una parola di quello che dico.
(Oscar Wilde)

Mi sbagliavo. Non è mentire a se stessi il vero problema. Il vero problema è un altro. La cosa peggiore è non poter più essere sinceri con se stessi. E’ diverso: non accade quando, coscientemente, ci si racconta qualcosa di falso o di edulcolorato. Accade quando il confine tra la realtà e la propria rappresentazione di essa va perso, quando si cerca la semplicità dell’idea originaria, ma si trovano solo i racconti costruiti nel tempo per condividere quell’idea.

Sembrano tutte frasi così difficili, gelidi alambicchi cerebrali frutto di una mente troppo abituata a pensare a se stessa. E invece. Invece è proprio il contrario. E’ l’eccesso di pratica che fa perdere il filo del discorso: ogni piccolo passo richiede così tanta attenzione, così tanta fatica che alla fine si china la testa, si guarda il dettaglio e si perde la via.

E’ cosa da un attimo, ma rimane lì con voi per sempre. Vi farà compagnia anche quando tenterete di isolarvi dal rumore da voi prodotto per il resto del mondo; starà lì con voi fino ad assorbire interamente il vostro tentativo di monologo. Il vostro sarà un monologo sul monologo: parlerete con voi stessi della voce che vi impedisce di farlo con sincerità.

Non vi resterà che scrivere. Il dialogo con la carta a volte riserva risposte più convincenti di quello con le idee.

sabato, gennaio 17, 2009

Per quell’ora non c’è storia

La pioggia non diventa neve, ma nelle fessure del selciato un ghiaccio sporco, di lunga data, continua a rendere scivolosa la notte. L’umidità cade dal cielo trascinandosi a terra anche la luce dei lampioni: la via è buia, deserta, silenziosa, spezzata in due dal rivolo d’acqua che l’attraversa e che si allarga qua e là conquistando lo spazio delle pietre mancanti.

All’ombra della chiesa, al centro della piazza, c’è un tendone. Disegna uno scheletro bianco di lamiera sulla luce gialla della taverna all’angolo. Dai vetri appannati filtrano le bestemmie di chi gioca a carte. Dentro solo uomini. Fuori un piccolo capannello di donne che sputa fumo, rancore e invidia.

L’orologio, in cima alla torre, accompagna più lentamente del solito la strada, la notte, lo scheletro bianco e l’osteria. Su in alto, da solo, non batte, non suona, quasi non si vede. Sembra fermo, in attesa di un momento migliore per ripartire. Per quell’ora non c’è storia.

lunedì, gennaio 12, 2009

Il vecchio e il passante

L’uomo sedeva sul masso a fianco della maestà che anticipava l’inizio del borgo. Con lo sguardo appoggiato al ciglio della strada, stava lì, immobile, come la corteccia della quercia a cui rubava l’ombra. Si notava appena, ma lo notavano tutti. Aveva i colori di una vecchia foto: sempre curiosa, sempre interessante, sempre attraente per il solo fatto di continuare a esistere.

Il vecchio Pietro non parlava quasi mai con la gente del paese. Per la sua memoria preferiva una solitudine nobile a una compagnia compassionevole. Avrebbe potuto cercare un dialogo vero, ma, da tempo, aveva abbandonato quella speranza: chi l’ascoltava non riusciva a ricordare e chi poteva ricordare non aveva voglia di riascoltare.

Quando il camminatore forestiero lo vide, Pietro era immobile come sempre. Lo notò come una macchia di colore: il grigio della barba e dei capelli tra il verde impolverato delle foglie. Impiegò diversi minuti per raggiungerlo e metterlo a fuoco, ma decise subito di parlargli. Se era lì a piedi era anche per quell’uomo solitario e trasandato: per iniettarsi nelle orecchie gli scampoli di delirio e di memoria che uomini come quelli potevano ritagliare dal loro vissuto e dal loro immaginato.

Anche Pietro capì che lo straniero gli avrebbe parlato molto prima di sentire la sua voce. Nel tempo che ne ebbe coscienza prima di udirla, chiamò a raccolta tutti i pensieri che lo sconosciuto avrebbe voluto ricevere in dono: pensò al soldato tedesco morto ucciso nella camera della madre; pensò alla moglie del padrone con cui aveva fatto l’amore nel giardino della villa; pensò alle randellate mollate e prese durante gli scioperi del contado; e pensò a tutte le trascurabili vicende che nel calore di un focolare e nel rosso di un bicchiere di vino avevano poi assunto la dignità di un fatto da ricordare. Pensò soprattutto a questo lungo elenco. Vi pensò fino a quando lo straniero fu così vicino da potergli parlare.

I loro sguardi – quello fisso del vecchio e quello felino del viandante – si incrociarono, entrambi alla ricerca della scintilla per dar fuoco alla parola. E l’aria non tardò a scaldarsi di voci: il vecchio si mosse e il giovane si fermò. Il primo soffiò via la polvere da tutto il suo passato; il secondo descrisse luoghi sempre più lontani fino ad abbracciare il mondo intero. Avvenne tutto come i due avevano immaginato che dovesse accadere. Il vecchio recitò la sua parte; il viaggiatore credette di essere protagonista della propria.

Infine Pietro accomiatò lo straniero. “Ora proseguo il mio cammino” gli disse sedendosi.
Il viaggiatore lo guardò interrogativo.
“Ti sono piaciuti i miei racconti?” chiese il vecchio.
“Certo” replicò il viaggiatore. “Se sono arrivato fino a qui è soprattutto per ascoltare persone come te: alla periferia, autentiche”.
“Continua a divertirti allora, ma senza mai dimenticarti che è tutto falso, anche qui: le mie storie sono false, come quelle che sai essere false a casa tua. Solo che qui non puoi saperlo e ti consoli nel piacere dell’illusione. La vita non è un cammino, la vita è un racconto. Accade poco, ma se ne dice di tutto ed è molto piacevole farlo”.
Il vecchio si schiarì la gola e tornò nella posizione esatta in cui il viaggiatore l’aveva visto per la prima volta poco tempo prima. “Lasciami solo adesso – grugnì quasi maleducato – altrimenti rischio di non aver tempo a sufficienza per camminare nella mia memoria e costruire nuove storie per il prossimo straniero”.

venerdì, dicembre 26, 2008

Il tempo della montagna e le sue voci

Piccolo omaggio agli ospiti e agli organizzatori di
Ghiotti di natura - edizione 2008


Dall’introduzione di Davide Longo all’antologia Racconti di Montagna (Einaudi, 2007).
“Capii così che potevo paradossalmente fregarmene di cosa fosse la montagna in sé, dove iniziasse, dove finisse e secondo chi. Quello che dovevo avere chiaro era cosa rappresentasse per gli uomini, e quel giorno Talino e Berger, ciascuno a proprio modo, me lo avevano insegnato come meglio non si poteva.
La montagna per un uomo è un tempo diverso. Di conseguenza, un racconto è un racconto di montagna quando narra l’incontro di un uomo con il tempo della montagna.
Se tale incontro si verifica tra la montagna e un uomo seduto su un treno, intento a fissare le cime lontane, quello è un racconto di montagna, così come lo è se l’epifania sopraggiunge in una grangia circondata da vacche, in cima al K2 o nell’ascesa di un modesto cucuzzolo come il Mont Ventoux. Il cuore pulsante dell’antologia doveva essere un’esperienza, non un luogo; un’esperienza di cui la montagna era il motore, ma l’uomo il protagonista.
(...)
Le storie che cercavo, comuni o straordinarie, reali o ideali che fossero, dovevano essere toccate dalla montagna più che abitarla. I loro protagonisti dovevano vivere l’esperienza della rarefazione cui la montagna obbliga l’uomo; rarefazione dell’aria, dei suoni, degli incontri, ma soprattutto del tempo. Perché la montagna ci costringe in primo luogo a prendere atto di questa feroce verità: il tempo esiste, è il centro della nostra vita, ma non è fatto a nostra immagine e somiglianza”.

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Citazioni da chi, con la penna in mano, ha raccontato il mondo da una prospettiva di montagna, più orale che scritta, più magica che razionale, più meditabonda che impulsiva:

Citazioni sul ricordo e la memoria
  • Marco Aime – Il lato selvatico del tempo (pag. 62)
    “Una storia non esiste in quanto sequenza di eventi, esiste quando viene raccontata, vive nel modo in cui viene raccontata”.
  • Maurizio Maggiani – Il viaggiatore notturno (premio strega 2005) (pag. 91)
    "No, alaghy, io non ce l'ho una fotografia. Io, alaghy, non dimentico, e quando ho nostalgia ritorno".
Citazioni sul tempo
  • Mauro Corona – Nel legno e nella pietra (pag. 19)
    “Dopo i primi quattro, cinque giorni difficili, sentii che stavo riappropriandomi dei ritmi naturali che l’uomo ha dentro di sé sin dai tempi in cui apparve sulla Terra. I giorni iniziarono a trascorrere veloci, l’ansia era scomparsa, di notte dormivo tranquillo. Non prima di aver chiacchierato con i folletti di legno appesi alle pareti”.
  • Marco Aime – Il lato selvatico del tempo (pag. 52)
    “Per lei non c’era un tempo del lavoro separato dal resto della sua giornata; per lei, come per tutti gli altri, esisteva un tempo solo, quello di tutti i giorni, e le scadenze da rispettare le davano la terra e gli animali”.
    (pag. 131)
    “Agli occhi di un estraneo, un castagno secco da tagliare significava fatica e ore perse; a quelli di Pettu e Toni no, per loro non era tempo perso, era tempo vissuto e da vivere, era la loro esistenza”.
Citazioni sul soprannaturale
  • Mauro Corona - Nel legno e nella pietra (pag. 96)
    "Il giorno dopo raccontai questo strano fenomeno all'amico Ottavio. Ascoltò in silenzio. Conclusi dicendo che, forse, il ciuffolotto sul larice era Dio. Meravigliato del mio forse, il vecchio bracconiere rispose: "Era lui, chi vuoi che sia stato, era lui".
  • Maurizio Maggiani - Il viaggiatore notturno (pag. 104)
    "Ascolta, Jibiril. Père Focauld ha scritto che se un uomo crede in modo sufficientemente fervido, agli occhi di chi lo guarda diventa irreale. E più tenacemente crede, più ciò in cui crede, più ciò in cui crede diventa irreale quanto lui. Dice che tutto ciò è bellezza. Dice che questa è l'utile bellezza dell'uomo e del suo credo agli occhi di Dio e dell'universo".
  • Fosco Maraini - Viaggiatore curioso (pag. 46)
    "Direi però che si debbano seguire gli inviti della razionalità fin dove è possibile farlo, lasciando al mistero il dominio che gli compete, oltre gli ultimi avamposti della ragione. Per questo amo rivolgermi a Dio con un nome neutro, vergine, quasi astrale, EMCAU (Ente Misterioso Creazione Amministrazione Universo).

Per saperne di più:

venerdì, dicembre 12, 2008

L’attesa

Il fondo limaccioso del suo nascondiglio tra le frasche cominciava a trasmettergli un invadente sensazione di malessere alle ossa. Doveva essere accucciato lì ai bordi della radura da almeno tre ore. Si era imposto di non muoversi, neppure per guardare l’orologio, ma lo intuiva: erano molti i minuti trascorsi ad ammirare la calma piatta della natura in attesa che succedesse quell’improbabile evento meritevole di uno scatto.

Tentò di bagnarsi la gola secca per il freddo con un silenzioso gargarismo: poi sputò sulla foglia per trastullarsi un attimo con i movimenti della sua saliva sulla foglia. Era il solo modo che riusciva a immaginare per distrarsi dal campo, vasto e immobile, su cui aveva deciso di puntare il teleobiettivo quella mattina. “E dire – pensò – che qualcuno, in questo momento, starà sicuramente sfogliando una rivista patinata sul treno, invidiando l’uomo che ha visto dal vero le corna di quei due cervi incrociarsi nella foga del combattimento”.

Lo immaginavano come Indiana Jones e invece era lì, solo, in attesa, senza certezze. Si sentiva come il protagonista del Deserto dei Tartari: una vita votata al nulla in attesa di qualcosa. Si sentì anche un po’ colpevole: le sue lunghe attese non costruivano altro che bugie. Le sue foto disegnavano una storia a tinte forti attorno a pochi sporadici incroci di destino. Raccontava il contrario, ma la natura era avara di colpi di scena.

“Avrebbe potuto fare di meglio?” si chiese. Forse. Ma forse chi si accaniva a seguire i fatti o provocarne di nuovi stava ancora a peggio: a lui era negata la possibilità di cogliere anche quei pochi eventi rari che ogni tanto succedevano davvero.

Sputò di nuovo. Ignorò la sua saliva e tornò con l’occhio verso il mirino.

giovedì, dicembre 11, 2008

Il lato imprevedibile della perfezione

In quel momento non pensava di essere uno dei più abili alpinisti del tempo. Non pensava affatto. La sua mente era pura esperienza. Sentiva le foglie compresse sotto gli scarponi, sentiva le pieghe della corteccia su cui poggiava la mano, irrigidiva le orecchie alla brezza che gli soffiava alle spalle e, nel corpo immobile, misurava con precisione i volumi d’aria che entravano e uscivano con un regolare flusso di scambio e compenetrazione.

Scattò felino, inoltrandosi in una corsa veloce e impetuosa tra le frasche del bosco. Amava, come tante volte in parete, assaporare fino in fondo quei frangenti di assoluta perfezione: quei momenti in cui era parte del mondo, unito a lui in un moto unico, armonico, avvolgente.

Fu sorpreso quando sentì il suo piede destro scivolare. Perse l’equilibrio e si ritrovò in sospensione. Pensò intensamente cercando di non dimenticare nulla nei secondi che avevano accompagnato la sua corsa, negli anni che avevano preceduto il suo ultimo scatto felino della boscaglia. Fu sicuro di essersi scomposto su un sottile velo di muschio attorcigliato alla roccia sulla riva umida del torrente. Fu anche certo di essere vicino al perché della sua corsa, di quella e delle tante che l’avevano preceduta. Fu così certo di essere di fronte a quella risposta, che sentì le sue tempie pulsare per il desiderio e il suo naso sanguinare in un delirio di ormoni e idee.

L’attimo interminabile finì allora. Il suo corpo fu accolto duramente dal terreno, tornato a essere altro, sconosciuto, nemico. Ebbe tempo di pensare che gli sarebbe piaciuto protestare, un’ultima volta. Ma il suo anelito non trovò reazione. Non ebbe più alcuna notizia da se stesso.

domenica, novembre 30, 2008

Un contatto in meno per un pensiero in più

Era una giornata nella norma per l’impiegato Alessandro Zanotti. Qualche foglio scompariva dalla colonna di sinistra, qualche altro ne compariva sulla colonna di destra. Sul monitor un foglio excel contendeva lo spazio all’agenda di Outlook e alla nuova slide di power point. Ogni tanto, senza destare troppa curiosità, si illuminava anche la peccaminosa finestra di Facebook: Alex la teneva aperta per non abdicare integralmente al suo vecchio spirito di insubordinazione, ma il più delle volte era disturbato da quella lucina che anticipava solo eventi banali di semi sconosciuti del tutto trascurabili.

Quando la lucina lampeggiò per l’ennesima volta, Alessandro rimase fermo senza reagire per qualche istante, poi cliccò, tanto ormai i suoi processi mentali erano stati interrotti di nuovo. Leggendo il breve messaggio sul social networking fu sorpreso: Ivan, il suo vecchio compagno di banco alle medie, lo invitava a diventare un suo amico. Il profilo di Ivan sembrava nutrito, pieno di facce che lui non conosceva: gli sembrò ovvio portare il mouse su tasto di conferma e agganciarsi di nuovo alle novità di quella vita avuta al fianco per tre anni e ormai trascurata da tempo.

Mentre accompagnava il mouse con la mano, la memoria lo riportò alle considerazioni di quei giorni adolescenziali vissuti al fianco di Ivan. Dai cassetti del suo tempo perduto rivide il dito dell’insegnante di scienze che puntava verso di lui. Capitava spesso durante un interrogazione che il docente coinvolgesse la classe nel trovare la risposta che non riusciva a dare lo sfortunato alla lavagna. Alessandro aveva sempre avuto in antipatia quella pratica. Anche se spesso sapeva la risposta, era indisposto per quel coinvolgimento brusco nel ragionamento contorto partorito dalla mente altrui: nella sua testa la risposta era più ampia, strutturata, ariosa, coinvolgente, originata da altri presupposti. Una volta palesò addirittura i suoi dubbi: “Posso ripartire dall’inizio?” chiese al prof. Sfortunatamente alla sua domanda seguì solo un grugnito, mentre il dito passava a indicare la ragazza del banco di fronte. I suoi desideri non sembravano dover trovare applicazione.

Alex chiuse la finestra di Facebook senza spingere il tasto conferma
. Forse aveva perso un’occasione di socializzazione, ma nel frattempo aveva guadagnato qualche istante in più per la profondità del suo pensiero.

Durò giusto un attimo: un pop up si aprì per ricordare di scaricare l’integrazione agli aggiornamenti del service pack tre di windows.

venerdì, novembre 21, 2008

Senza gli inganni di domani

Fuori, sotto un cielo nuvoloso e triste, tirava un vento fastidioso: i panni stesi sul filo dondolavano nervosamente attorcigliandosi a se stessi. Tom però sembrava non esserne infastidito. Puliva pale e cazzuole da più di mezz’ora, con le mani bagnate e i piedi in un sabbione sempre più limaccioso, ma non ostentava alcun segno di disagio. La moglie lo guardava da dietro alla finestra senza vera ammirazione. Un tempo l’aveva fatto, ma ora non era più sicura di quella testarda dedizione. “Perché continuare a farlo?” si chiedeva lei. Aveva provato a sollevare la domanda diverse volte, ma era sempre finito in litigio senza trovare una risposta. Per Tom sembrava ovvio lasciare perdere qualsiasi cosa per prepararsi al giorno seguente e per lui ogni giorno aveva un seguito. Karienne, invece, era stanca di seguire quegli imperativi: non vi vedeva più alcuna urgenza reale. Sentiva bisogno d’altro.

Quando Tom chiuse l’acqua della gomma, segno che stava per rientrare, Karienne aveva già deciso che quel giorno sarebbe stata più esplicita delle volte precedenti nel parlargli. L’avrebbe messo spalle al muro. Si spostò verso l’ingresso per essere sicura di bloccarlo sulla porta.
“Sono quasi le 8” disse freddamente. “Saremmo già dovuti essere da Peter e Carol”.
“Non credo neppure di aver voglia di raggiungerli” rispose Tom distrattamente, chino a rimuoversi le scarpe umide del lavoro.
“Per quale motivo?” sibilò Karienne, simulando una finta sorpresa.
“Semplicemente non ne ho voglia. Non credo serva un motivo per lasciare perdere una cena con Peter o Carol”.
“Non sono solo loro a non meritare un motivo per essere ignorati, però. Tom, tu ignori qualsiasi cosa esca dai tuoi impegni, dai tuoi programmi, dai tuoi obiettivi. Hai un pensiero unico, il tuo, e non posso continuare ad accettarlo, neppure presumendolo in buona fede”.
“Kari, fermati – sospirò il marito - . Non posso sentire questa storia una volta ancora. Sai chi sono, sai cosa voglio e sai che l’impegno che mi rimproveri è l’unico modo per ottenerlo”.
Lo so questo, Tom. Me l’hai già detto e forse l’ho saputo da quando mi sei iniziato a piacere. Credo anzi che mi sia avvicinata a te proprio per quella tua magnetica dedizione: allora il tuo mondo era solo un sogno ed era ancora più bello vedere che la tua follia visionaria era così forte da renderlo incredibilmente vero”.
“Già” disse Tom sentendo quelle parole sue con un misto di orgoglio, rabbia e stanchezza. “E allora cosa c’è che non va?” aggiunse però in tono secco e interrogativo, reprimendo ogni titubanza.
“Nulla di evidente - proseguì Karienne - Ho paura che tu non abbia dubbi a sufficienza”.
Tom rimase in attesa. “Non capisco?” ammise quando vide la moglie ancora in silenzio.
“Sei sempre così sicuro che ciò che stai facendo sia importante. Non ti chiedi mai se i tuoi sogni di ieri e i tuoi obiettivi di oggi non siano altro che delle scuse?. Dei pretesti per renderti indispensabile o almeno per darti l’illusione che lo siano le azioni in cui ti concentri così tanto?”.
“Me lo chiedo ogni giorno da tanto” rispose Tom.

Karienne non si aspettava quella risposta. Aveva esordito sicura per aprire un mondo al marito, ma quelle ultime parole ribaltavano la sua posizione. Le labbra non facevano uscire più le parole e i suoi pensieri si disperdevano come astri in un cosmo senza più gravità. “Perché non ne hai mai parlato?” fu l’unica cosa che riuscì a chiedere.
“Perché solo raramente si ha il coraggio di parlare di ciò a cui si pensa di più”.
“Neppure a me?” continuò Karienne con la stessa voce disorientata.
“Già, neppure a te” confermò Tom. Si sarebbe voluto fermare così, ma sapeva che ormai era stato spinto troppo avanti per farlo. Si avviò verso le scale, ma prima di salire si fermò: “Sentirei subito la nostalgia delle futili considerazioni sul domani che mi danno un ruolo oggi e mi rendono più semplice spiegare chi sono a me e agli altri. Ma se avessi il coraggio di farne davvero a meno, penso che sarebbe messo in discussione molto di più di quanto riesci a pensare tu”.

martedì, novembre 04, 2008

Io, Dio e i 10 minuti prima della sveglia

Il suono della sveglia prende forma assieme a quello della pioggia. Entrambi mi riportano alla coscienza: non sono lucido, ma per istinto, o meglio per abitudine consolidata, posticipo l’allarme di dieci minuti. Me lo posso permettere: di sera mi concedo sempre dieci minuti per poter prendere familiarità con la mattina; in fondo la mattina è una sconosciuta e ci vuole una pausa per annusarla.

Ripiombo sul materasso. Con il corpo ricerco subito la sagoma di calore lasciata nella notte e con le coperte faccio ombra fin sopra i capelli: mi nascondo il mondo, sperando che così neppure lui veda me. Sono i miei dieci minuti di ritorno all’infanzia: nel mio buio artificiale anticipo la giornata e la giudico in modo del tutto personale. Spesso immagino un colpo di spugna con cui d’un tratto cancello gli ostacoli da ogni situazione che attraverso, fino a quando, godendomi quel percorso di potenza senza attriti, mi lascio a un sorriso ebete al confine tra coscienza e incoscienza.

E’ quello il momento in cui mi rivolgo anche a Dio. Gli chiedo schiettamente se i miei progetti per la giornata hanno la sua approvazione e se posso contare sul suo aiuto per metterli in fila tutti senza fare vittima. Resto in attesa per un po’, ma quando il silenzio si protrae troppo a lungo mi avvicino definitivamente al mattino e alla maturità. Ripasso velocemente tutti i progetti appena elucubrati e non riesco a non notarne il lato egoista e superonista. Smetto anche di aspettare la risposta di Dio, perché a quel punto ammetto a me stesso che pretendere un ok divino a un mondo tutto mio è un po’ pretenzioso verso il Supremo: se tutti facessero lo stesso, la sua vita sarebbe un inferno di richieste inconciliabili. “Bah - borbotto – come cavolo faccio a pregare come fossi a una vertenza sindacale?”.

Sento di nuovo la pioggia e sopra di esso il secondo richiamo dell’allarme. Ho finito il bonus. In compagnia di più prosaiche incertezze imbocco la via del nuovo giorno.

lunedì, ottobre 27, 2008

Paradiso inviso

"La verità è questa. Tutti vogliono andare in paradiso, ma nessuno è disposto a morire per andarci".
(Vinicio Capossela, Intervista al Tg1)

giovedì, ottobre 23, 2008

In fuga dal funerale fantasma

Rannicchiato sul seggiolino di un treno regionale in viaggio da Bologna verso Forlì, sono completamente immerso nel mio piccolo mondo privato. Mi sembra di essere un tutt’uno con la portinaia protagonista del libro che ho in mano: la seguo passo passo nelle considerazioni che precedono il suo appuntamento con il signore giapponese, nuovo inquilino dello stabile dove lavora. Penso solo una cosa: correre tra le parole a quell’unica giusta velocità che ti permette di non perderle e nel contempo di non frustrare il tuo desiderio di arrivare al pensiero seguente.

Elegante, assorto e silenzioso non devo essere l’immagine della socievolezza
. Eppure il signore che mi è accanto, occhi sporgenti e pochi capelli anarchici, non riesce a trattenersi. Mi dà un buffetto sulla spalla e mi dice che proprio non mi può tacere cosa gli è accaduto nella sua giornata infinita.

Senza una reazione fisica evidente, penso. Le probabilità che la sua storia sia davvero interessante sono marginali. E’ sicuramente un rompi palle. Un po’ rincitrullito dall’età per giunta. Quanto basta per far finta di nulla. Ma il mio cinismo mi lascia un vago senso di colpa. Deve essere il residuo dei miei primi sei mesi in Australia: non negare mai un momento di socialità e condivisione, anche piccolo, al passante che ti incrocia. E’ sempre piacevole quando non ci si sente nessuno, scoprire che qualcuno ti domanda chi sei. Alla fine cedo e alzo lo sguardo.

“La signora è mia moglie” dice indicando la donna seduta nel seggiolino di fronte. “Sapesse” dice lei non tradendo il melodramma che il marito sta per mettere in scena.
Resto muto in attesa di vedere cosa succede.
“Siamo partiti questa mattina all’alba da Ancona per andare a un funerale” esordisce l’uomo.
“Anche una storia triste” medito sconfortato.
“Ma quel cazzo di funerale non l’abbiamo mai visto!” prosegue il signore alleggerito di trent’anni dalla foga. “Siamo arrivati fino ad Alessandria – un giorno di viaggio tra andata e ritorno – per non uscire dalla stazione: quei morti di fame – intendo i parenti vivi della morte – se ne sono fregati. Ci hanno detto che sarebbero venuti a prenderci. Invece ci hanno lasciato lì senza che noi sapessimo dove andare e senza un dannato che avesse il telefono in funzione”.
“Forse è arrivato in ritardo?” suggerisco. L’uomo mi guarda con occhi taglienti. “Deficiente” mi dico. Mai ipotizzare una soluzione a chi si lamenta di un problema alla ricerca di comprensione. “E lei che ha fatto?” domando cercando di rimediare.
“Sono risalito sul treno e ho ringraziato di essere troppo vecchio per usare la macchina”.
“Cioè?”.
“Così ho avuto da subito le mani libere per cancellare tutti i numeri di quei morti di fame”.
“Vedrà però che la chiameranno per spiegarle cosa non è andato per il verso giusto”.
“Nessuno lo ancora fatto, né con me né con mia moglie. E comunque alla prossima non mi fregano più. Se qualcuno muore, un francobollo gli invio. Così mi spediscono il santino a casa, che io da là non mi muovo più!”.