lunedì, marzo 24, 2008

Plurisecolari diseconomie romagnole

"Si può affermare che questi monti (i monti della Romagna-Toscana, ndr) sono stati per secoli, ma soprattutto nei decenni del nostro secolo (il Novecento, ndr), fino al momento del recente grande esodo, una fabbrica di miseria permanente e una sede di vita dura e disagiata, al di là di ogni possibilità di immaginazione presente e tale da ingenerare una grande pietà retrospettiva".

Brano estratto da:
Armando Ravaglioli, "La Romagna fiorentina", in I Quaderni dell'Acquacheta, edizioni di presenza romagnola, 1986

giovedì, marzo 20, 2008

La cosa

I telefonini trillavano chiassosi come al solito. Un tim, un omnitel, uno skype, forse anche qualcosa d'altro. Si inserivano sbadatamente in mezzo a ogni frase detta nella stanza, interrompendo parole che diventavano sempre più brevi e isolate, fino a perdere senso. Il direttore sedeva in mezzo a quel concerto, elargendo mezze risposte a tutti i suoi piccoli megafoni magnetici. Dava l'ok per le 11 del giorno dopo a qualcuno e pochi istanti faceva lo stesso con un'altra persona a un altro telefono in chissà quale altra parte del pianeta romagna. Del resto gli affari sono così: i migliori sono quelli in cui si vendono in anticipo promesse che si valuterà se mantenere parzialmente in un futuro da destinarsi.

Quando i telefonini smisero di piangere per un attimo, il direttore guardò la persona di fronte a sé. “Dicevamo?” domandò distrattamente. Senza aspettare risposta, terminò la frase da solo: “Sì, sì, di quello. Io comunque di sta cosa non ne so nulla. Vedi tu”.

La “cosa” continuò a non avere un nome certo, ma al telefonò che subito trillò ne parlò nuovamente. O forse era una sì una cosa, ma una cosa diversa.

venerdì, marzo 14, 2008

Festa dei falò, la tradizione “centometrista”

(testo ideato e pensato per Il Castellaccio)

Alcuni piccoli dettagli di vissuto personale mi dicono che la festa del falò ha ormai una certa risonanza anche al di fuori dei confini di borgata. Qualche anno fa, per esempio, ne sentii parlare anche negli spogliatoi della piscina comunale di Bologna adiacente allo stadio Dallara. Il gruppetto al mio fianco vociava di un pullman cinquanta posti per raggiungere una mega festa paesana in Romagna. Pochi giorni dopo Rocca traboccò di gente: per tutta la notte le navette fecero avanti e indietro tra il paese e la zona artigianale sotto Campomaggio per gestire l’emergenza parcheggio. Fu record di incassi, fu record di presenza e per molte mattine a venire l’abitato si risvegliò con le ferite lasciate da quell’orda festante.

Passai quella festa del falò – credo fosse il 2002 - in compagnia di un gruppo di amici di università: ragazzi e ragazze di varie zone di Italia, totalmente estranei alle tradizioni locali della Val Montone. Nei giorni precedenti al “grande sabato” avevo spiegato loro la storia ufficiale della festa. Dissi che l’appuntamento celebrava San Giuseppe e l’arrivo della primavera. Spiegai che in passato la festa si consumava in campagna, dove ogni podere bruciava il piccolo falò con gli arbusti estirpati dalle aie e dai cortili, e che solo in tempi più recenti la tradizione del pagliaio, arricchita di botti e sfilate, era migrata in paese, diviso in rioni dall’alveo del fiume. Gli amici mi ascoltavano indecisi se accettare o meno l’invito a una festa che a loro continuava a sapere di una qualsiasi sagra paesana: bancarelle, qualche salume, due caramelline e un paio di mangiafuoco superati dal tempo.

Quando la prima raffica di botti esplose tra le grida delle tifoserie rionali assiepate attorno ai falò in fiamme, il loro scetticismo, da alcuni decisivi minuti, aveva lasciato spazio a un palese sbigottimento. C’era nelle loro facce un misto di sensazioni. L’adrenalina di un’atmosfera più elettrica del previsto unita alla leggera paura di quella folla delirante, sballata, irrazionale nei gesti e aggressiva nelle parole. “Siete tutti matti qui” dicevano con un finto moralismo che si tradiva subito nei gesti, inesorabilmente simili a quelli dei locali: fiaschetti di vino, passeggiate sul greto del fiume e infine balli di piazza.

Il giorno dopo risparmiai alla truppa di visitatori la sfilata pomeridiana. Il giorno dopo si è sempre troppo stanchi e troppo visibili per ripetere i gesti naturali solo poche ore prima. La festa del falò resta una follia di poche ore, affascinante proprio per la sua durata effimera. E’ come la finale dei cento metri alle olimpiadi. Esplosiva, esagerata, preparata per mesi in ogni dettaglio e poi consumata al massimo nel giro di pochi istanti. Istanti di fuoco e di balli che scorrono via veloci nel tumulto di una notte di primavera sulle colline della Val Montone.

domenica, marzo 09, 2008

martedì, febbraio 26, 2008

Eroi di carta

Vivonne BayGiacca di panno, capelli spettinati e barba incolta, il ragazzo percorse la solita via del centro che ospitava la libreria più fornita della città. Si fermò di fronte alla vetrina per guardare una volta in più il nuovo libro che lo incuriosiva. Di fronte alla copertina, i pensieri furono i soliti. E' interessante, costa abbastanza, lo potrei prendere più avanti, forse è meglio recuperarlo in biblioteca o forse c'è un titolo migliore sullo stesso argomento.

Anche il risultato di questo silenzioso lavorio della mente fu il solito. Il ragazzo varcò la porta scorrevole, si diresse allo scaffale, prese il volume osservato in vetrina e anche quello che era impilato al suo fianco. Anche quello era interessante.

La cassiera lo guardò appena. Puntò il laser rosso sul codice a barre ed emise il conto. Per lei, in quel momento, un testo valeva l'altro: genere, scopo, attendibilità dei contenuti erano solo orpelli ignoti.

All'uscita questa immagine non si sbiadì. Chi aveva vinto nella transazione appena effettuata? Il ragazzo che aveva speso per qualcosa di “utile” o quantomeno piacevole o la ragazza che aveva incassato per un gesto ripetitivo ma redditizio.

Sul momento aveva vinto lei. Il suo gioco era a somma positiva, ma forse era solo una vittoria passeggera. Come spiegò un giorno di inizio secolo uno scrittore inglese malaticcio a uno smanioso bersagliere di origini romagnole, sono solo gli eterei eroi di carta che possono provare ad ambire all’eternità. Il resto si sbiadisce presto, proprio come l’inchiostro sulla carta dello scontrino.

lunedì, febbraio 25, 2008

Lo scrittore inesistente

Collego un’altra isola dell’arcipelago della rete. Si chiama “lo scrittore inesistente”. E’ un contenitore pudico ed elegante, dove un’aspirante scrittrice, a lungo titubante nel rivelare i suoi marchingegni letterari, ha infine avviato il suo dialogo con il pubblico.

Betsabea, il racconto di Francesca Mazzaglia, sicula ormai radicata nel bolognese, comincia così:

"Un bocciolo di nuvola porpora vela le guglie di Betsabea diffondendo un profumo di rosa nella città dalle lunghe e sottili torri di cristallo. Se la spii da una lontana duna del deserto ne sei ammaliato e sai già che cederai alla tentazione di cambiare rotta".
(Leggi tutto il racconto)

domenica, febbraio 17, 2008

Blogging: dalla Festa dei falò alle elezioni Usa

Giorni di intensa natalità per i blog. Ne sono nati diversi in poche ore e tutti all’insegna dell’originale intreccio tra pubblico e privato, tra locale e globale che connota queste forme di comunicazione.

Il piccolo che diventa grande è la Festa del Falò. La tradizionale rassegna allegorico-godereccia con cui Rocca saluta l’inizio della primavera quest’anno si gioca anche in punta di tastiera. Entrambi i rioni in gara nella kermesse stanno da tempo riempiendo le loro lavagne digitali di parole, immagini e video, in un anticipo di competizione fortemente multimediale. Una delle massime espressione del campanilismo rionale romagnolo sbarca dunque nell’autostrada digitale di YouTube e Blogspot.

Questo localismo di natura pubblica muove i primi passi assieme al tentativo di smontare il monopolio Cnn sul massimo evento mediatico del momento: le elezioni americane. Uno dei più poliedrici battitori di vecchi e nuovi media, con cui ho avuto il piacere di realizzare la tesi di laurea, ha incrociato la penna con una giovane comunicatrice attualmente a Washington per ridare profondità d’analisi a un fenomeno appiattito nella routine fast and fourious del talk-show. Ben tre voci per una prospettiva colta e personale sull’evento più globale del pianeta.

lunedì, febbraio 11, 2008

L’ufficio qualunque del cacciatore di stelle

FinestraUno sguardo al monitor per controllare l'ultima posa del satellite e poi uno sguardo alle mappe del cosmo già noto. Gli occhi fanno avanti e indietro nervosamente alla ricerca del dettaglio che può far pensare a qualcosa di nuovo: una supernova, un ammasso globulare o forse solo un banale oggetto del sistema solare. Non importa, almeno nel primo momento, nell’estasi dell’avvistamento. Le rare volte in cui il satellite cattura una macchia estranea alle carte, l'astrofilo dilettante trova l’anelato sollievo dalla sua vaga, malcelata e mal espressa tristezza di vivere. Se quella macchia si rivelasse una supernova, il suo nome resterebbe impresso negli archivi internazionali contenenti l'anagrafica di tutti i corpi dell'universo e dei loro scopritori.

La caccia alle stelle diventa uno spettacolo pubblico d'estate – quando gli anelli di Saturno rappresentano una bucolica alternativa al tedio dell'umidità cittadina -, ma è d'inverno quando il freddo depura l'atmosfera che si catturano le prede più pregiate. E' allora che l'astrofilo si concentra sugli astri. Nella sua scientifica ascesi al cielo avvolge mani e piedi in abiti caldi, per ridurre al minimo le interferenze del fisico; poi, con la mente libera sintonizza lo sguardo sulle deboli radiazioni luminose che provengono dallo spazio tridimensionale. I segnali arrivano deboli: nel passaggio dai vuoti siderali alle umane percezioni i colori si perdono, trascurati da occhi abituati a stimoli più prossimi, più forti, più significanti: gli abbaglianti di un'auto, il lampeggio di un led, il neon di un'insegna pubblicitaria.

Nell’ascesi dell’astrofilo c'è un dramma inevitabile. Nella gara tra lui e il cosmo, il cosmo vince sempre. Vince perché può attendere: lo spazio può rimanere muto per milioni di anni, mentre l’astrofilo può rimanere vigile solo qualche decennio. Si hanno solo pochi istanti per trovare una risposta che può attendere secoli. Lotta impari, persa in partenza. Lotta solitaria, ignota ai più. Lotta “inutile” perché anche nella battaglia con l’infinito trovano spazio le piccole alienazioni quotidiane. Nessuna supernova catturata di notte riesce a rompere davvero la noia del giorno passato e del giorno a seguire.

Gli occhi dell'astrofilo continuano a fare nervosamente avanti e indietro tra il monitor e le mappe, ma attorno loro prendono forma solo pensieri terreni con le forme ordinarie dei quattro muri di un ufficio qualunque.

La rovere in fondo al rettilineo

Quercus robur

Particolare da Monte Colmbo: località Sibadella.

Ramoscello con galaverna

Ramo ghiacciato

Particolare ripreso al Cozzo del Diavolo lungo il crinale del Tramazzo.

giovedì, febbraio 07, 2008

Quando l'accademico fa l'hippie e viceversa

Cartelli stradali in direzione oppostaTra le letture degli ultimi giorni si è creato un inusuale incrocio di destini. Dal libro di un teologo è uscito un messaggio rivoluzionario, mentre dal blog di un sessantottino è nato un appello alla misura e al buon senso.

Il teologo è Ivan Illich. Viennese, classe 1926, Illich è un accademico a metà tra storia, filosofia e scienze naturali, tra l'altro impegnato nel servizio sacerdotale a New York. Ha alle spalle decine di pubblicazioni, tra cui, risalente al 1996, Disoccupazione creativa. Il saggio è una critica serrata al sistema economico monopolizzato dalle professioni, colpevole per Illich di aver generato una forma di povertà profonda: l'impossibilità di usare in modo autonomo le proprie doti personali. “Il tentativo – scrive l'autore – di costruirsi una casa o di mettere a posto un osso senza ricorrere agli specialisti debitamente patentati è considerato una bizzarria anarchica. Perdiamo di vista le nostre risorse, perdiamo il controllo sulle condizioni ambientali che le rendono utilizzabili, perdiamo il gusto di affrontare con fiducia le difficoltà esterne e le ansie interiori. (...) Al di là di una certa soglia, il moltiplicarsi delle merci induce impotenza, genera l'incapacità di coltivare cibo, di cantare di costruire. La fatica e il piacere della condizione umana diventano un privilegio snobistico riservato a pochi”.

A fare da contraltare al docente che, su un libro, lamenta il monopolio del sapere da parte degli educatori, arriva l'hippie che, online, cerca di inquadrare razionalmente i sogni bucolici di milioni di cittadini frustrati. Lo scrittore, che intitola il suo blog Selvatici, dedica una luna riflessione al mito della campagna e alle ragioni per cui molti alla fine restano in città. La sua riflessione è un inno alla ponderatezza e al realismo: “Il sogno (di trasferirsi in città) – scrive il blogger selvatico - deve necessariamente essere un po’ romantico, deve saper cogliere il lato magico delle cose, ma deve essere un sogno vigile, altrimenti si corre il serio rischio di allevare una tremenda disillusione come quella indagata dal New Statesman e cantata da Stefano Disegni. Mai come quando si fa ritorno alla terra bisogna, appunto, avere “i piedi per terra. (...) Nel tempo ho anche imparato che pensare di saper fare tutto è un altro errore tipico da cittadino presuntuoso. Chi fa sempre tutto da solo non avrà mai niente di fatto a regola d’arte, e questo vale anche per chi se la sbrigare meglio di me, perché non si può avere la stessa esperienza di un professionista specializzato in tutti i campi. E’ invece buona cosa che ognuno faccia il suo lavoro”.

La sintesi dei due estremi invertiti arriverà probabilmente da un libro scaricabile gratuitamente in formato pdf...

mercoledì, febbraio 06, 2008

Mezzo secolo di storia della medicina (e non solo)

Anni Quaranta. Il paziente entra dal medico e lamenta un generale malessere. Il dottore ascolta il cuore e il ritmo del respiro e infine prescrive la sua cura: “Cerchi di mangiare e risposare un po'”.

Sessant'anni dopo circa. Il paziente entra dal medico e lamenta un generale malessere. Il dottore ascolta il cuore e il ritmo del respiro e infine prescrive la sua cura: “Cerchi di mangiare meno e faccia un po' di moto”.

sabato, febbraio 02, 2008

I pastori premilcuoresi che transumarono a Lepanto

I cronisti dell’epoca, tra cui Miguel Cervantes Saavedra, costruirono un’aura epica attorno alla battaglia di Lepanto del 1571. Lo scontro marittimo di fronte al porto greco di Patrasso segnò la fine dell’avanzata turca nel Mediterraneo. I migliori uomini di mare della cristinanità e del mondo musulmano – il genovese Andrea Doria e l’algerino Ulug Ali su tutti – incrociarono le loro galee: duecento da una parte e duecento dall’altra. Don Giovanni d’Austria, condottiero della Santa Lega promossa da Papa Pio V, scaldò gli animi dei combattenti mostrando loro il crocifisso ed esortando tutti al sacrificio. Veleggiò di fronte alla sua flotta con il vestito scarlatto della cavalleria medioevale, dando l’ultima nota di stile a una carneficina disordinata. Di lì a poco iniziarono i corpo a corpo tra gli equipaggi: caddero in mare 25mila turchi e più di 8mila cristiani.

La Santa Lega occidentale comprendeva anche dodici Galere di Cosimo de Medici. Su di esse furono imbarcati anche dei soldati di Premilcuore: lo attesta un resoconto comunale del 1572, che per il resto parla di guerriglie agresti con Castagno d’Andrea per il controllo di Piandivisi e Valbiancana.

I pastori “transumarono” dalla montagna al mare per omaggiare l’ultimo capitolo della storia navale del Mediterraneo: da quel momento in poi, infatti, i neonati Stati occidentali fecero rotta verso l'Atlantico, Venezia imboccò la via del declino e i Turchi, da cavalieri della steppa quali erano, tornarono a marciare verso oriente contro i Persiani.

martedì, gennaio 29, 2008

La sagoma dietro alla finestra

Era mattina presto quando varcai il cancello. L'oscurità della notte trascorsa al lavoro rendeva ancora difficile distinguere cose e persone. Entrambe si manifestavano come forme indefinite. Fu così che notai, dietro la tenda della finestra al primo piano, la sagoma di una donna. Fui sorpreso dalla sua presenza così mattiniera ma salii al piano superiore senza farci caso.

Qualche ora più tardi, rinfrancato da un sonno frammentato, ero di fronte a un caffè caldo pronto a riprendere la via della città. “Ti devo dire una cosa - mi disse a quel punto la zia sottovoce – Una brutta cosa. E' una di quelle schifezze che capitano solo in città”.

Mi preparai ad ascoltarla mentre con la mano aperta e lo sguardo accigliato la donna si apprestava a svelare il piccolo segreto: quello che dovrebbe rimanere nascosto, ma non si può fare a meno di condividere.

“Questa mattina – iniziò a raccontare – sono uscita di casa alla solita ora per andare al fare il giro al mercato. Forse solo un poco prima del solito perché non ho rifatto la camera dove tu riposavi. Ero ormai vicino all'uscita quando la signora del piano di sotto ha picchiato alla finestra. Sapeva che sarei scesa a quell'ora: studia i miei orari. E poi resta sempre in ascolto del rumore che fa la porta quando le do il tiro. Lo sai cosa mi ha chiesto? Mi ha chiesto chi era il ragazzo arrivato al mattino. L'ho guardata stupita e le ho domandato come faceva a sapere del tuo arrivo. “L'ho visto” mi ha risposto lei. “Chi è?” mi ha poi incalzato. Le ho detto allora che eri il mio “babì” che lei non aveva mai conosciuto”.

Sorrisi ripensando alla scena e alla sagoma nascosta dietro alla tenda intravista al mattino. “Non ce la faccio più con quella – aggiunse allora lei sconfortata – Sa tutto quella. Sa quando esco, sa chi è che parcheggia l'auto di fronte al cancello. E' sempre dietro alla finestra che guarda fuori. Ormai è diventata famosa anche nel condominio di fronte: le recitano appositamente delle parti per farsi vedere!”.

“Brutte cose” mi disse ancora la zia salutandomi. Pochi gradini più sotto, mal celata da una porta semiaperta, una figura origliava i miei passi verso l'uscita.

lunedì, gennaio 28, 2008

Sulla porta di Pian di Rupino

Pian di Rupino

I pesci in viaggio per Torino e il gatto artificiale di Monte Fuso

“Quando viaggio in treno verso Torino – dice Chiara – incontro sempre personaggi strani. L'ultima volta per esempio c'era un poliziotto con grandi cassette di legno. Vi trasportava gli acquari con i suoi pesci: animali magici, diceva lui, ai quali si era totalmente legato. Li operava ogni volta che un tumore minacciava la loro salute. Li portava a filo d'acqua, asportava loro la parte malata della coda e infine li rilasciava liberi dopo aver disinfettato la ferita con il mercurio cromo. E, anche in treno, non faceva altro che parlare e prendersi cura di loro. Ogni dieci minuti si alzava per controllare che tutti i finestrini del vagone fossero chiusi e che i suoi pesci magici non prendessero freddo”.

Maschera di gatto alle pendici di Monte FusoChiara, clown di corsia per professione e clown di giornata per vocazione, parlava mentre il sentiero tra Monte Fuso e Bocconi si arrotolava in due strette curve all'altezza di Pian di Gattoni. Un toponimo dal sapore di coincidenza in una giornata trascorsa sotto le plastiche forme di una maschera da gatto. L'aveva portata con sé Sandra, preferendola alla maschera di cavallo. Non c'era alcun motivo apparente dietro a questa scelta, né dietro alla presenza stessa della maschera durante l'escursione, ma il “gatto di plastica” faceva sentire la sua presenza invocando un ruolo da protagonista. A ogni sosta finiva sulla faccia di qualcuno e Sandra faceva scattare più e più volte la sua reflex. Anche il resto del gruppo invero cedeva spessp alla tentazione di fotografare quell'inconsueto connubio tra colori da carnevale e bosco autunnale.

La maschera da gatto fu riposta solo al rientro a Bocconi, quando Sandra avrebbe forse svelato la ragione di quella strana presenza. Forse, perché la spiegazione non arrivò mai in realtà. Nel piccolo bar sulla statale 67, l'umore della fotografa precipitò. La signora dietro al banco negò alla ragazza tutto ciò che cercava. “Finito” le disse quasi con stizza in due occasioni.
La fotografa si lasciò allora a un vago pessimismo cosmico: “Capita spesso” rispose.
A nulla valse per ritrovare il sorriso una nuova serie di scatti: ai cinghiali appesi alla parete, allo scaffale con gli elenchi telefonici, al marrone scolorito del legno dei tavoli. Nessun soggetto riportò il buon umore nell'occhio dietro all'obiettivo. E nel malumore restò intrappolato anche il perché di quello strano orpello carnevalesco trascinato fino al crinale di Monte Fuso.

sabato, gennaio 26, 2008

I piccoli intrecci a cui non basta non pensare

maniL'apprendista "adulto" camminava distrattamente. Procedeva verso il parcheggio trascurando i dettagli delle vie attraversate. Rifletteva tra sé e sé sul gomitolo di relazioni sociali delle ultime ore: il solito intreccio che comprendeva piccoli successi, strappi imprevisti, reazioni inaspettate, e alcuni sfoghi eccessivi.

Il giovane si stava convincendo a non dare peso alla “dark side” di quel gomitolo: tutto era semplice routine. Ne era certo. Pensare di non dare peso a quei piccoli incidenti, però, era già un piccolo fallimento. Quelle preoccupazioni, più semplicemente, non dovevano esistere. La loro presenza, vaga traccia di un eccesso di umanità fuori luogo, era spazio rubato a calcoli e azione.

Fu in quel frangente che il giovane notò la sporta semi aperta di una donna pochi più metri più avanti. Il ragazzo accelerò il passo per segnalare il pericolo. Stava allungando la sua mano sulla spalla della sconosciuta, quando questa si ritrasse violentemente, mostrando uno sguardo impaurito e livido: “Mi lasci perdere o inizio a urlare” disse tra i denti la donna.
“Guardi - provò a protestare il giovane – che...”. Ma la signora non ascoltò repliche.

Il ragazzo si convinse che non valeva la pena risentirsi per quello che era appena accaduto. Però riuscì solo a pensare che non avrebbe dovuto pensarci più.